I Moratti producono elettricità a partire dagli scarti della lavorazione del petrolio. Per legge sono una fonte rinnovabile di energia, che lo Stato sovvenziona con i nostri soldi. Ecco come trasformare un rifiuto speciale in un ottimo affare.
[AltraEconomia.it] I soldi per comprare i giocatori dell'Inter Massimo Moratti li prende da qui, da questo piccolo paese sulle coste sarde. Ma non sentitevi esclusi: anche voi contribuite a investire sulla squadra. Ogni volta che pagate la bolletta della luce. Sarroch è in provincia di Cagliari. Vi sorge lo stabilimento di raffinazione della Saras, la società di famiglia dei petrolieri Moratti, fondata nel 1962 da papà Angelo (già presidente dell'Inter). Dal satellite si vede che l'impianto è di gran lunga più vasto dell'agglomerato urbano. È sulla costa, per permettere l'attracco delle petroliere: un quarto del petrolio trasportato via nave nel mondo passa di qua, dal mare della Sardegna. È la più grande raffineria di petrolio del Mediterraneo per capacità produttiva: 15 milioni di tonnellate l'anno di petrolio grezzo trattato, che per la maggior parte viene da Libia e Mare del Nord. Tra i clienti Shell, Repsol, Total, Eni, Q8, Tamoil.
I conti di Saras sono ottimi: 5,5 miliardi di euro di ricavi nel 2005, un bel più 48% rispetto al 2004, e utili per 332 milioni (ancora: più 47% sul 2004). E nei primi mesi del 2006 le cose marciano anche meglio, con risultati netti che raddoppiano rispetto allo stesso periodo del 2005. Saras dà lavoro a 1.600 persone. Ma il vero gioiello dell'azienda sta nell'angolo sudorientale dell'impianto: è la centrale elettrica Sarlux. La Sarlux è una società posseduta al 100% da Saras. La centrale produce energia elettrica bruciando gli scarti di lavorazione che la Saras produce raffinando il petrolio. Questo scarto si chiama tar, detto anche "olio combustibile pesante", una pece semi solida che potrebbe essere utilizzata per fare bitume, e che per essere bruciata viene gassificata e irrorata di ossigeno. È un combustibile altamente inquinante, molto più del metano di solito utilizzato nelle centrali elettriche. L'impianto brucia 150 tonnellate di tar l'ora. Oltre a CO2, ossidi di azoto ed emissioni varie, a fine anno la combustione lascia in dote 1.400 tonnellate di scarti tra zolfo e concentrati di metalli, come il vanadio e il nichel.
L'energia prodotta dalla centrale Sarlux viene tutta comprata da un ente pubblico, il Gestore del sistema elettrico (Grtn), che la paga il doppio di quanto varrebbe sul mercato. Questo accade perché per la legge italiana l'impianto Sarlux è un impianto "assimilato" alle fonti rinnovabili, e per tanto va incentivato come queste ultime. Come sia possibile che una centrale che brucia scarti della lavorazione del petrolio sia pagata come fosse un impianto a energia solare lo dobbiamo al famigerato provvedimento Cip6 (comitato interministeriale prezzi) del 1992. All'epoca il governo decise di agevolare la costruzione di impianti rinnovabili garantendo di comperare (attraverso Enel) elettricità a un prezzo più alto, il doppio e in alcuni casi il triplo, e destinando alla collettività, attraverso le bollette, l'onere del sostentamento dell'energia pulita. Ma poi allargò questa opportunità anche a un numero limitato di altre centrali che utilizzavano fonti che definì "assimilate"e che di rinnovabile non avevano nulla: per la precisione gas, carbone, tar, rifiuti.
Da allora gli italiani pagano anche il 10% in più in bolletta pensando di contribuire alla diffusione di energia pulita. Invece l'0% di quei contributi finisce a impianti come quello dei Moratti. Per il 2005 parliamo di un totale di oltre 3,1 miliardi di euro (erano 2,3 miliardi nel 2004). Oggi il meccanismo Cip6 è stato superato da quello dei certificati verdi nato nel 1999, che non prevede fonti "assimilate", ma le convenzioni stipulate nel passato sono ancora per la maggior parte attive. Sarlux non è l'unica a trarre vantaggio da questa situazione. L'elenco dei beneficiari non è pubblico, ma sappiamo che metà della torta Cip6 finisce a Edison, che appartiene ai francesi della Edf. Anche altri petrolieri, come i Garrone di Erg o i Brachetti Peretti di Api godono delle incentivazioni con impianti simili, che producono cioè elettricità bruciando scarti della lavorazione del petrolio.
Ma l'impianto dei Moratti ha qualche particolarità interessante: la prima, è che è uno dei più grandi, con i suoi 575 megawatt di potenza e 4 miliardi di kilowattora prodotti l'anno. La seconda particolarità è che è tra gli ultimi ad aver avuto accesso agli incentivi, visto che la convenzione è partita l'8 gennaio 2001. Tra l'altro la convenzione di Sarlux dura 20 anni, cinque in più rispetto a quanto stabilito dal provvedimento Cip6. Stando alle analisi della società, il prestito di oltre un miliardo di euro stipulato nel 1996 con Banca Intesa e Banca Europea per gli investimenti per costruire l'impianto dovrebbe essere ammortizzato entro il 2011. Poi saranno dieci anni di guadagno netto. Un paradosso ulteriore è che più cresce il prezzo del petrolio, lo stesso che i Moratti vendono pochi metri più in là, maggiore è il contributo che lo Stato riconosce all'impianto Sarlux in quanto fonte "assimilata" alle rinnovabili. Sarlux è strategica per i Moratti, tanto che anche nella fase di approvvigionamento del petrolio grezzo si tiene conto delle esigenze della centrale. È vero, rispetto al fatturato del gruppo i ricavi equivalgono solo a un decimo, ma gli utili di Saras sono per oltre il 36% riconducibili alla centrale elettrica (122 milioni di euro su 332). Senza gli incentivi produrre elettricità costerebbe moltissimo, molto più di quanto si guadagnerebbe vendendola (solo per l'ossigeno impiegato per la combustione Sarlux spende 50 milioni di euro l'anno). E se non vengono bruciati, gli scarti di lavorazione si tramutano, da fonte di guadagno, in un costo, perché sono rifiuti speciali e vanno smaltiti adeguatamente.
A maggio Massimo e Gian Marco Moratti, rispettivamente amministratore delegato e presidente di Saras, hanno messo in vendita le azioni della società che detenevano a titolo personale, facendo sbarcare l'azienda in Borsa. Oggi il 40% di Saras è in mano al mercato. I fratelli avranno comunque il controllo dell'azienda attraverso la finanziaria di famiglia Angelo Moratti s.a.p.a., che mantiene il 60% delle azioni. La vendita di azioni ha fruttato ai fratelli poco meno di un miliardo di euro ciascuno. Immaginiamo che parte di questi soldi verranno investiti su qualche buon giocatore. Le azioni, vendute a 6 euro l'una, per lotti minimi di 600 azioni, sono andate a ruba. Il giorno dopo il debutto a piazza Affari, però, il titolo è crollato del 10%. A fine luglio chi ha investito in Saras perdeva il 20% (un'azione era quotata 4,8 euro). Per gli 80 mila investitori che hanno creduto in Saras non resta che sperare nel campionato.
22 settembre, 2006
13 settembre, 2006
SOLO EUROPA
L'urlo di Pippo sotto i riflettori riconcilia con il calcio. Effetto notte. Questa è la nostra platea. Un po' sguarnita, perché molti hanno capito: 31.836 spettatori paganti per un esordio in Champions League non sono numeri da Milan. Al di là della propaganda bulgara del canale tematico e del sito ufficiale sui "settantamila al turno preliminare"... con i tagliandi d'ingresso al prezzo politico di 10 euri. Ce n'eravamo accorti lo scorso dicembre contro lo Schalke: crocevia della stagione, dentro o fuori l'Europa. A San Siro eravamo in quarantatremila: mezzo stadio.
Lasciamo alle spalle una stagione estenuante. Dopo l'ecatombe di Istanbul, abbiamo mandato giù tanto amaro. Troppo. Lo sgarbo insopportabile di Vieri in rossonero. La proverbiale ottusità di Ancelotti. I flirt con i boia Poulsen e Materazzi. Un altro tricolore buttato a Lecce. L'ambiguo, insopportabile addio del Balon d'Or. I "no grazie" di Henry e di Eto'o. Il ristoratore di Lodi e il Sistema Milan di Borrelli. L'assalto mediatico ai nostri colori. Il silenzio (assenso) della società. Quaranta giorni di B con penalizzazione (di 3 punti, sic!). I Tre Saggi e lo Scudetto degli Onesti. Il Comitato Etico e l'ammissione alla Champions sotto vigilanza Uefa. Gli obiettivi primari di mercato (Crespo e Ibrahimovic? dio ce ne scampi...) sfilati sotto al naso dai Perdenti vincitori. Le tentazioni incoffessabili di Pirlo e Kakà (prima della sentenza definitiva) e le smentite poco verosimili del club. La diffida ufficiale al Real Madrid e le successive avances private a Ronaldo (sicché non è bastato Vieri). I viaggi in Spagna di Galliani, inibito sotto mentite spoglie come accompagnatore di Braida. La proprietà che si defila. L'asta al rialzo per tale Ricardo Oliveira e il fantamercato sui fratellini o i fratellastri di Ronaldinho... E Marcio Amoroso.
Il Popolo Rossonero presenta il conto: in Serie A quest'anno 35.000 abbonati, contro i 53.000 dell'anno passato.
Ma questa è la nostra platea. Dal 1963 a Wembley, quando abbiamo alzato per primi la coppa con le orecchie. E da vent'anni a questa parte, con sette finali conquistate sul campo. Altro che "il danno causato all'immagine del calcio europeo": diciamolo pure, senza falsi pudori, che Monsieur Platini ci ha provato a togliersi qualche sassolino dalla scarpa... Ma siamo qua, dove dobbiamo essere. Dove la Signora Omicidi e i Perdenti Onesti hanno sempre raccolto briciole e sberleffi. E verrebbe voglia di assecondare la provocazione di chi chiede di vedere il Diavolo solo in Europa. Fuori, una volta per tutte, da questo maleodorante cortile tricolore.
Lasciamo alle spalle una stagione estenuante. Dopo l'ecatombe di Istanbul, abbiamo mandato giù tanto amaro. Troppo. Lo sgarbo insopportabile di Vieri in rossonero. La proverbiale ottusità di Ancelotti. I flirt con i boia Poulsen e Materazzi. Un altro tricolore buttato a Lecce. L'ambiguo, insopportabile addio del Balon d'Or. I "no grazie" di Henry e di Eto'o. Il ristoratore di Lodi e il Sistema Milan di Borrelli. L'assalto mediatico ai nostri colori. Il silenzio (assenso) della società. Quaranta giorni di B con penalizzazione (di 3 punti, sic!). I Tre Saggi e lo Scudetto degli Onesti. Il Comitato Etico e l'ammissione alla Champions sotto vigilanza Uefa. Gli obiettivi primari di mercato (Crespo e Ibrahimovic? dio ce ne scampi...) sfilati sotto al naso dai Perdenti vincitori. Le tentazioni incoffessabili di Pirlo e Kakà (prima della sentenza definitiva) e le smentite poco verosimili del club. La diffida ufficiale al Real Madrid e le successive avances private a Ronaldo (sicché non è bastato Vieri). I viaggi in Spagna di Galliani, inibito sotto mentite spoglie come accompagnatore di Braida. La proprietà che si defila. L'asta al rialzo per tale Ricardo Oliveira e il fantamercato sui fratellini o i fratellastri di Ronaldinho... E Marcio Amoroso.
Il Popolo Rossonero presenta il conto: in Serie A quest'anno 35.000 abbonati, contro i 53.000 dell'anno passato.
Ma questa è la nostra platea. Dal 1963 a Wembley, quando abbiamo alzato per primi la coppa con le orecchie. E da vent'anni a questa parte, con sette finali conquistate sul campo. Altro che "il danno causato all'immagine del calcio europeo": diciamolo pure, senza falsi pudori, che Monsieur Platini ci ha provato a togliersi qualche sassolino dalla scarpa... Ma siamo qua, dove dobbiamo essere. Dove la Signora Omicidi e i Perdenti Onesti hanno sempre raccolto briciole e sberleffi. E verrebbe voglia di assecondare la provocazione di chi chiede di vedere il Diavolo solo in Europa. Fuori, una volta per tutte, da questo maleodorante cortile tricolore.
09 settembre, 2006
RICCHIUTI E MAZZIATI
SERIE B TIM 2006-2007
Prima Giornata, sabato 9 settembre 2006
Stadio Romeo Neri di Rimini
RIMINI-JUVENTUS 1-1
RETI: 15 s.t. Paro, 29 s.t. Ricchiuti.
RIMINI: Handanovic; Vitiello, Milone, Peccarisi, Regonesi; Barusso, Cristiano; Pagano (21 s.t. Baccin), Ricchiuti, Jeda (33 s.t. Tasso); Matri (30 s.t. Moscardelli).
A disposizione: Pugliesi, Bravo, Digao, Valiani.
Allenatore: Acori.
JUVENTUS: Buffon, Birindelli, Kovac, Boumsong, Chiellini; Marchionni (33 s.t. Camoranesi), Giannichedda (18 Bojinov), Paro, Nedved; Del Piero (40 s.t. Palladino), Zalayeta.
A disposizione: Mirante, Balzaretti, Marchisio, Guzman.
Allenatore: Deschamps.
ARBITRO: Saccani di Mantova.
ASSISTENTI: Battaglia, Cariolato.
QUARTO ARBITRO: Ruini.
AMMONITI: 26 p.t. Giannichedda, 30 p.t. Crisitano, 40 p.t. Barusso, 23 s.t. Cristiano, 40 s.t. Birindelli, 46 s.t. Paro, 50 Zalayeta.
ESPULSI: 23 s.t. Cristiano per doppia ammonizione.
Prima Giornata, sabato 9 settembre 2006
Stadio Romeo Neri di Rimini
RIMINI-JUVENTUS 1-1
RETI: 15 s.t. Paro, 29 s.t. Ricchiuti.
RIMINI: Handanovic; Vitiello, Milone, Peccarisi, Regonesi; Barusso, Cristiano; Pagano (21 s.t. Baccin), Ricchiuti, Jeda (33 s.t. Tasso); Matri (30 s.t. Moscardelli).
A disposizione: Pugliesi, Bravo, Digao, Valiani.
Allenatore: Acori.
JUVENTUS: Buffon, Birindelli, Kovac, Boumsong, Chiellini; Marchionni (33 s.t. Camoranesi), Giannichedda (18 Bojinov), Paro, Nedved; Del Piero (40 s.t. Palladino), Zalayeta.
A disposizione: Mirante, Balzaretti, Marchisio, Guzman.
Allenatore: Deschamps.
ARBITRO: Saccani di Mantova.
ASSISTENTI: Battaglia, Cariolato.
QUARTO ARBITRO: Ruini.
AMMONITI: 26 p.t. Giannichedda, 30 p.t. Crisitano, 40 p.t. Barusso, 23 s.t. Cristiano, 40 s.t. Birindelli, 46 s.t. Paro, 50 Zalayeta.
ESPULSI: 23 s.t. Cristiano per doppia ammonizione.
06 settembre, 2006
LA GRANDE INTER
Pasticca nerazzurra
[Espresso.it] Pillole nel caffè. Che Herrera dava ai giocatori. Molti dei quali sono morti. Un ex racconta il doping della Grande Inter. E chiama in aula tutti i campioni di allora. Colloquio con Ferruccio Mazzola.
Sono campioni che hanno fatto la storia del calcio italiano quelli che passeranno, uno dopo l'altro, in un'aula del tribunale di Roma a parlare di doping. Come Giacinto Facchetti, splendido terzino sinistro e oggi presidente dell'Inter; o come Sandro Mazzola, Mariolino Corso, Luis Suarez. E ancora: Tarcisio Burnich, Gianfranco Bedin, Angelo Domenghini, Aristide Guarneri. Tutti chiamati a testimoniare da un loro compagno di squadra di allora, Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, che vuole sentire dalla loro voce - e sotto giuramento - la verità su quella Grande Inter che negli anni '60 vinse in Italia e nel mondo.
«Non l'ho cercato io, questo processo: mi ci hanno tirato dentro. Ma adesso deve venire fuori tutto», dice Ferruccio.
A che cosa si riferisce, Mazzola?
«Sono stato in quell'Inter anch'io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l'allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno "il caffè" di Herrera divenne una prassi all'Inter».
Cosa c'era in quelle pasticche?
«Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro...».
Suo fratello?
«Sì. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi...».
A chi si riferisce?
«Il primo è stato Armando Picchi, il capitano di quella squadra, morto a 36 anni di tumore alla colonna vertebrale. Poi è stato il turno di Marcello Giusti, che giocava nelle riserve, ucciso da un cancro al cervello alla fine degli anni '90. Carlo Tagnin, uno che le pasticche non le rifiutava mai perché non era un fuoriclasse e voleva allungarsi la carriera correndo come un ragazzino, è morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli se n'è andato nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, il portiere di riserva, è morto nel 2002 per una cirrosi epatica evoluta da epatite C. Enea Masiero, all'Inter tra il '55 e il '64, sta facendo la chemioterapia. Pino Longoni, che è passato per le giovanili dell'Inter prima di andare alla Fiorentina, ha una vasculopatia ed è su una sedia a rotelle, senza speranze di guarigione...».
A parte Picchi e forse Tagnin, gli altri sono nomi meno noti rispetto ai grandi campioni.
«Perché le riserve ne prendevano di più, di quelle pasticchette bianche. Gliel'ho detto, noi panchinari facevamo da cavie. Ne ho parlato per la prima volta qualche mese fa nella mia autobiografia ("Il terzo incomodo", scritto con Fabrizio Càlzia, Bradipolibri 2004, ndr), che ha portato al processo di Roma».
Perché?
«Perché dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell'Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità».
Ma lei di Facchetti non era amico?
«Sì, ma lasciamo perdere Facchetti, non voglio dire niente su di lui. Sarebbero cose troppo pesanti».
Pensa che dal dibattimento uscirà un'immagine diversa dell'Inter vincente di quegli anni?
«Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all'Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere...».
Ma era solo nell'Inter che ci si dopava in quegli anni?
«Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti...».
De Sisti smentisce di essersi dopato.
«"Picchio" in televisione dice una cosa, quando siamo fuori insieme a fumare una sigaretta ne dice un'altra...».
E alla Lazio?
«Lì ci davano il Villescon, un farmaco che non faceva sentire la fatica. Arrivava direttamente dalla farmacia. Roba che ti faceva andare come un treno».
Altre squadre?
«Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all'Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Giuliano Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel '69?».
Ma secondo lei perché ancora adesso nessuno parlerebbe? Ormai sono - siete - tutti uomini di sessant'anni...
«Quelli che stanno ancora nel calcio non vogliono esporsi, hanno paura di rimanere tagliati fuori dal giro. Sono tutti legati a un sistema, non vogliono perdere i loro privilegi, andare in tv, e così via. Prenda mio fratello: è stato trattato malissimo dall'Inter, l'hanno cacciato via in una maniera orrenda e gli hanno perfino tolto la tessera onoraria per entrare a San Siro, ma lui ha lo stesso paura di inimicarsi i dirigenti nerazzurri e ne parla sempre benissimo in tv. Mariolino Corso, uno che pure ha avuto gravi problemi cardiaci proprio per quelle pasticchette, va in giro a dire che non mi conosce nemmeno. Anche Angelillo, che è stato malissimo al cuore, non vuole dire niente: sa, lui lavora ancora come osservatore per l'Inter. A parlare di quegli anni sono solo i parenti di chi se n'è andato, come Gabriella Beatrice o Alessio Saltutti, il figlio di Nello. È con loro che, grazie all'avvocato della signora Beatrice, Odo Lombardo, ora sta nascendo un'associazione di vittime del doping nel calcio».
Certo, se un grande campione come suo fratello fosse dalla vostra parte, la vostra battaglia avrebbe un testimonial straordinario...
«Per dirla chiaramente, Sandro non ha le palle per fare una cosa così».
E oggi secondo lei il doping c'è ancora?
«Sì, soprattutto nei campionati dilettanti, dove non esistono controlli: lì si bombano come bestie. Quello che più mi fa male però sono i ragazzini...».
I ragazzini?
«Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c'è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto».
[Espresso.it] Pillole nel caffè. Che Herrera dava ai giocatori. Molti dei quali sono morti. Un ex racconta il doping della Grande Inter. E chiama in aula tutti i campioni di allora. Colloquio con Ferruccio Mazzola.
Sono campioni che hanno fatto la storia del calcio italiano quelli che passeranno, uno dopo l'altro, in un'aula del tribunale di Roma a parlare di doping. Come Giacinto Facchetti, splendido terzino sinistro e oggi presidente dell'Inter; o come Sandro Mazzola, Mariolino Corso, Luis Suarez. E ancora: Tarcisio Burnich, Gianfranco Bedin, Angelo Domenghini, Aristide Guarneri. Tutti chiamati a testimoniare da un loro compagno di squadra di allora, Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, che vuole sentire dalla loro voce - e sotto giuramento - la verità su quella Grande Inter che negli anni '60 vinse in Italia e nel mondo.
«Non l'ho cercato io, questo processo: mi ci hanno tirato dentro. Ma adesso deve venire fuori tutto», dice Ferruccio.
A che cosa si riferisce, Mazzola?
«Sono stato in quell'Inter anch'io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l'allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno "il caffè" di Herrera divenne una prassi all'Inter».
Cosa c'era in quelle pasticche?
«Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro...».
Suo fratello?
«Sì. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi...».
A chi si riferisce?
«Il primo è stato Armando Picchi, il capitano di quella squadra, morto a 36 anni di tumore alla colonna vertebrale. Poi è stato il turno di Marcello Giusti, che giocava nelle riserve, ucciso da un cancro al cervello alla fine degli anni '90. Carlo Tagnin, uno che le pasticche non le rifiutava mai perché non era un fuoriclasse e voleva allungarsi la carriera correndo come un ragazzino, è morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli se n'è andato nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, il portiere di riserva, è morto nel 2002 per una cirrosi epatica evoluta da epatite C. Enea Masiero, all'Inter tra il '55 e il '64, sta facendo la chemioterapia. Pino Longoni, che è passato per le giovanili dell'Inter prima di andare alla Fiorentina, ha una vasculopatia ed è su una sedia a rotelle, senza speranze di guarigione...».
A parte Picchi e forse Tagnin, gli altri sono nomi meno noti rispetto ai grandi campioni.
«Perché le riserve ne prendevano di più, di quelle pasticchette bianche. Gliel'ho detto, noi panchinari facevamo da cavie. Ne ho parlato per la prima volta qualche mese fa nella mia autobiografia ("Il terzo incomodo", scritto con Fabrizio Càlzia, Bradipolibri 2004, ndr), che ha portato al processo di Roma».
Perché?
«Perché dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell'Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità».
Ma lei di Facchetti non era amico?
«Sì, ma lasciamo perdere Facchetti, non voglio dire niente su di lui. Sarebbero cose troppo pesanti».
Pensa che dal dibattimento uscirà un'immagine diversa dell'Inter vincente di quegli anni?
«Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all'Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere...».
Ma era solo nell'Inter che ci si dopava in quegli anni?
«Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti...».
De Sisti smentisce di essersi dopato.
«"Picchio" in televisione dice una cosa, quando siamo fuori insieme a fumare una sigaretta ne dice un'altra...».
E alla Lazio?
«Lì ci davano il Villescon, un farmaco che non faceva sentire la fatica. Arrivava direttamente dalla farmacia. Roba che ti faceva andare come un treno».
Altre squadre?
«Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all'Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Giuliano Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel '69?».
Ma secondo lei perché ancora adesso nessuno parlerebbe? Ormai sono - siete - tutti uomini di sessant'anni...
«Quelli che stanno ancora nel calcio non vogliono esporsi, hanno paura di rimanere tagliati fuori dal giro. Sono tutti legati a un sistema, non vogliono perdere i loro privilegi, andare in tv, e così via. Prenda mio fratello: è stato trattato malissimo dall'Inter, l'hanno cacciato via in una maniera orrenda e gli hanno perfino tolto la tessera onoraria per entrare a San Siro, ma lui ha lo stesso paura di inimicarsi i dirigenti nerazzurri e ne parla sempre benissimo in tv. Mariolino Corso, uno che pure ha avuto gravi problemi cardiaci proprio per quelle pasticchette, va in giro a dire che non mi conosce nemmeno. Anche Angelillo, che è stato malissimo al cuore, non vuole dire niente: sa, lui lavora ancora come osservatore per l'Inter. A parlare di quegli anni sono solo i parenti di chi se n'è andato, come Gabriella Beatrice o Alessio Saltutti, il figlio di Nello. È con loro che, grazie all'avvocato della signora Beatrice, Odo Lombardo, ora sta nascendo un'associazione di vittime del doping nel calcio».
Certo, se un grande campione come suo fratello fosse dalla vostra parte, la vostra battaglia avrebbe un testimonial straordinario...
«Per dirla chiaramente, Sandro non ha le palle per fare una cosa così».
E oggi secondo lei il doping c'è ancora?
«Sì, soprattutto nei campionati dilettanti, dove non esistono controlli: lì si bombano come bestie. Quello che più mi fa male però sono i ragazzini...».
I ragazzini?
«Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c'è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto».
05 settembre, 2006
COSE CHE NON HANNO PREZZO
[Juventus.com] Serie B Tim, 05 set 2006 - Ripartiamo insieme!
Sabato 9 settembre inizia per la Juventus la serie B. Una realtà che ancora non conosciamo, ma dalla quale dobbiamo e vogliamo ripartire con la grinta e l'entusiasmo che ha segnato ogni singola partita della nostra gloriosa storia. Comprendiamo la delusione di voi tifosi, ma è più che mai necessario il vostro supporto: vi conosciamo bene e sappiamo che quello non verrà mai a mancare, perché il vostro amore per la maglia bianconera, come spesso avete gridato, non retrocede. Ora è necessario concentrarsi sul futuro, finalmente sarà il campo a parlare. E lì ogni cosa ritrova la sua giusta dimensione. Troveremo tanti avversari nuovi, ma ugualmente forti e agguerriti. Li affronteremo come sempre: con il massimo rispetto e con la consapevolezza di avere l'enorme responsabilità di meritare, una volta di più, il vostro amore. Ce la metteremo tutta, per voi, insieme a voi!".
Ci hanno provato. Si erano scritti la sentenza per l'illecito "strutturato e reiterato". Avevano patteggiato la Serie B con una "congrua penalizzazione" in punti. Forse speravano che sarebbe arrivata la Zia Marisa a mettere a posto tutte le cose, come già nel 1980. E chissà quante altre volte ancora. Avevano detto: visto? noi siamo cambiati, abbiamo fatto pulizia! Pretendevano l'indulto. E invece, sai che ridere, sono stati presi alla lettera... Volete la B? Let it B!
Ventisei anni di attesa, ma ne valeva la pena. E ora, IMPAZZIRE DI CADETTERIA!
Sabato 9 settembre inizia per la Juventus la serie B. Una realtà che ancora non conosciamo, ma dalla quale dobbiamo e vogliamo ripartire con la grinta e l'entusiasmo che ha segnato ogni singola partita della nostra gloriosa storia. Comprendiamo la delusione di voi tifosi, ma è più che mai necessario il vostro supporto: vi conosciamo bene e sappiamo che quello non verrà mai a mancare, perché il vostro amore per la maglia bianconera, come spesso avete gridato, non retrocede. Ora è necessario concentrarsi sul futuro, finalmente sarà il campo a parlare. E lì ogni cosa ritrova la sua giusta dimensione. Troveremo tanti avversari nuovi, ma ugualmente forti e agguerriti. Li affronteremo come sempre: con il massimo rispetto e con la consapevolezza di avere l'enorme responsabilità di meritare, una volta di più, il vostro amore. Ce la metteremo tutta, per voi, insieme a voi!".
Ci hanno provato. Si erano scritti la sentenza per l'illecito "strutturato e reiterato". Avevano patteggiato la Serie B con una "congrua penalizzazione" in punti. Forse speravano che sarebbe arrivata la Zia Marisa a mettere a posto tutte le cose, come già nel 1980. E chissà quante altre volte ancora. Avevano detto: visto? noi siamo cambiati, abbiamo fatto pulizia! Pretendevano l'indulto. E invece, sai che ridere, sono stati presi alla lettera... Volete la B? Let it B!
Ventisei anni di attesa, ma ne valeva la pena. E ora, IMPAZZIRE DI CADETTERIA!
31 agosto, 2006
IL BACIO DI "SHEVY"
L'estate del 2006 resterà nella storia. Non dico tanto la storia del calcio: il Calcio in questo paese è morto il 26 di luglio, e viva il Calcio. Mi riferisco alla storia individuale di ognuno di noi che, fino a pochi mesi fa, immaginavamo ci fosse ancora qualcosa da salvare. Il fatto è che la realtà si è spinta ben oltre la soglia dell'immaginazione. Che Moggi fosse un farabutto, lo avevamo capito dai tempi della monetina di Alemao (altro scudetto graziosamente sfilato al Milan dalla cupola dell'epoca). Che si scegliesse gli arbitri e i guardalinee anche per il Trofeo Berlusconi, onestamente, nessuno se lo sarebbe sognato: delirio di onnipotenza. Noi ci accontentavamo di credere alla teoria un po' romantica della "sudditanza psicologica", tutto sommato rassicurava immaginare che il condizionamento fosse solo telepatico. Era un calcio d'altri tempi, nipotino di quello epico degli Anni Sessanta, quando l'eufemismo ipocrita (tipicamente italiota) fu coniato con riferimento alla cosiddetta Grande Inter di Moratti padre e Italo Allodi: il papà spirituale e il mentore di Big Luciano. Leggere le intercettazioni delle telefonate di De Santis e annessa "combriccola romana" è stato come diventare adulti. In effetti, questa estate del 2006 è la stagione della perdita dell'innocenza.
Borrelli ha concluso, senza mezzi termini, che il calcio italiano è stato «un grande inganno ai danni dei tifosi». Penso spontaneamente a De Santis che ride in faccia ad Ancelotti, lo scorso agosto nel pantano di Ascoli. Poi penso ad Ancelotti che a Torino concordava il calendario con Moggi, il direttore sportivo che lo aveva scoperto molti anni prima alla Roma. E infine penso a Meani che, seduto in panchina con Ancelotti, guarda le bandierine «andare su» o «stare giù» sempre a senso unico, poi la sera chiama il designatore dei guardalinee Mazzei e dice che Galliani ne ha abbastanza. Il triste epilogo della vicenda, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. E noi allo stadio ad illuderci e deluderci? Viene da domandarsi cosa resti, dopo. Per quattro mesi siamo stati accerchiati, presi a bersaglio e coperti di fango. Hanno raccontanto che noi eravamo come la Juve, e se intanto loro si portavano a casa anche gli scudetti (oltre che i bigliettoni dei diritti televisivi) era solo perché Galliani era un po' più pirla di Giraudo. Ma non meno disonesto. La società ha tenuto un profilo basso, nel senso che ha lasciato dire. Il Presidente ha preso la parola una volta sola e per chiedere indietro due scudetti: Guido Rossi ha risposto nominando Borrelli all'Ufficio Indagini e preparando le carte per il Golpe degli Onesti. Poi il silenzio. Silenzio assenso? I legali hanno lavorato per salvare la pelle dell'amministratore delegato, mai il blasone del club: i grandi interrogativi sollevati a giugno restano tutti aperti.
I conti continuano a non tornare, o forse sì. Il nostro vicecapitano ha commentato che «se qualcuno ha detto che Juve e Milan hanno sbagliato, allora lo scudetto dell'Inter è giusto». Come scriverebbe il candido Cannavò: fatemi capire... E il bel capitano cosa dice? Non dice, oppure dice che la Serie A senza la Juve non è la stessa cosa. Personalmente, ne ho abbastanza: non voglio più guardare.
Sento che qualcuno ha avuto la forza di scandalizzarsi perché Shevchenko, all'esordio in blues nella Community Shield, naturalmente ha stampato il portiere del Liverpool - done this a few times before - e istintivamente ha baciato la maglia numero 7. Ancelotti ha persino ritenuto di dover ironizzare: «si vede che si è affezionato in fretta».
Il grande inganno continua. Ci parlano di sentimenti - dei nostri sentimenti - pur sapendo che in campo scendono semplicemente dei professionisti, per i quali la maglia è un indumento di gioco. Un indumento a colori. E in società siedono dirigenti per i quali i colori sono una voce di entrata del bilancio, al capitolo merchandising. Hanno teorizzato lo smantellamento dei vivai, perché «un grande club non può permettersi di aspettare un giovane: bisogna vincere subito!». Dimenticando che gli unici professionisti dai quali ci si può attendere un attaccamento sincero e non ipocrita alla maglia sono quelli che hai allevato in casa, con quei colori addosso. «Per dirla tutta, l'unica maglia che mi sentirei di baciare veramente è quella dell'Ucraina», ha chiosato Sheva. Come dargli torto.
Dopo trent'anni di abbonamento a San Siro, io dico che preferisco non guardare. Guarderò ovviamente molta Serie B, tutta la Champions League, e quel tanto di Premiership che basta a rifarsi il palato. Ma a scanso di equivoci, SHEVALOVE continuerà a vivere. Perché di autentico restano sicuramente i gesti del campo. Quelli che la Gazzetta dello Sport non potrà incidere sul dvd commemorativo dello storico scudetto Telecom. Restano 173 palloni scaraventati in fondo al sacco e i (pochi) titoli sportivi che quei gol hanno contribuito a conquistare, sul campo. E restano le emozioni che essi hano suscitato: su tutte, la notte magica di Manchester. Perché le grandi storie d'amore possono finire - e spesso purtroppo finiscono - ma i grandi amori non finiscono. MAI.
Borrelli ha concluso, senza mezzi termini, che il calcio italiano è stato «un grande inganno ai danni dei tifosi». Penso spontaneamente a De Santis che ride in faccia ad Ancelotti, lo scorso agosto nel pantano di Ascoli. Poi penso ad Ancelotti che a Torino concordava il calendario con Moggi, il direttore sportivo che lo aveva scoperto molti anni prima alla Roma. E infine penso a Meani che, seduto in panchina con Ancelotti, guarda le bandierine «andare su» o «stare giù» sempre a senso unico, poi la sera chiama il designatore dei guardalinee Mazzei e dice che Galliani ne ha abbastanza. Il triste epilogo della vicenda, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. E noi allo stadio ad illuderci e deluderci? Viene da domandarsi cosa resti, dopo. Per quattro mesi siamo stati accerchiati, presi a bersaglio e coperti di fango. Hanno raccontanto che noi eravamo come la Juve, e se intanto loro si portavano a casa anche gli scudetti (oltre che i bigliettoni dei diritti televisivi) era solo perché Galliani era un po' più pirla di Giraudo. Ma non meno disonesto. La società ha tenuto un profilo basso, nel senso che ha lasciato dire. Il Presidente ha preso la parola una volta sola e per chiedere indietro due scudetti: Guido Rossi ha risposto nominando Borrelli all'Ufficio Indagini e preparando le carte per il Golpe degli Onesti. Poi il silenzio. Silenzio assenso? I legali hanno lavorato per salvare la pelle dell'amministratore delegato, mai il blasone del club: i grandi interrogativi sollevati a giugno restano tutti aperti.
I conti continuano a non tornare, o forse sì. Il nostro vicecapitano ha commentato che «se qualcuno ha detto che Juve e Milan hanno sbagliato, allora lo scudetto dell'Inter è giusto». Come scriverebbe il candido Cannavò: fatemi capire... E il bel capitano cosa dice? Non dice, oppure dice che la Serie A senza la Juve non è la stessa cosa. Personalmente, ne ho abbastanza: non voglio più guardare.
Sento che qualcuno ha avuto la forza di scandalizzarsi perché Shevchenko, all'esordio in blues nella Community Shield, naturalmente ha stampato il portiere del Liverpool - done this a few times before - e istintivamente ha baciato la maglia numero 7. Ancelotti ha persino ritenuto di dover ironizzare: «si vede che si è affezionato in fretta».Il grande inganno continua. Ci parlano di sentimenti - dei nostri sentimenti - pur sapendo che in campo scendono semplicemente dei professionisti, per i quali la maglia è un indumento di gioco. Un indumento a colori. E in società siedono dirigenti per i quali i colori sono una voce di entrata del bilancio, al capitolo merchandising. Hanno teorizzato lo smantellamento dei vivai, perché «un grande club non può permettersi di aspettare un giovane: bisogna vincere subito!». Dimenticando che gli unici professionisti dai quali ci si può attendere un attaccamento sincero e non ipocrita alla maglia sono quelli che hai allevato in casa, con quei colori addosso. «Per dirla tutta, l'unica maglia che mi sentirei di baciare veramente è quella dell'Ucraina», ha chiosato Sheva. Come dargli torto.
Dopo trent'anni di abbonamento a San Siro, io dico che preferisco non guardare. Guarderò ovviamente molta Serie B, tutta la Champions League, e quel tanto di Premiership che basta a rifarsi il palato. Ma a scanso di equivoci, SHEVALOVE continuerà a vivere. Perché di autentico restano sicuramente i gesti del campo. Quelli che la Gazzetta dello Sport non potrà incidere sul dvd commemorativo dello storico scudetto Telecom. Restano 173 palloni scaraventati in fondo al sacco e i (pochi) titoli sportivi che quei gol hanno contribuito a conquistare, sul campo. E restano le emozioni che essi hano suscitato: su tutte, la notte magica di Manchester. Perché le grandi storie d'amore possono finire - e spesso purtroppo finiscono - ma i grandi amori non finiscono. MAI.
30 agosto, 2006
LET IT B
Sono stati compilati questa sera i calendari del campionato di massima divisione italiana, Serie A TIM, e del campionato di categoria inferiore, Serie B TIM. Sono stati compilati in diretta televisiva alla presenza del neopresidente di Lega, Antonio Matarrese: il nuovo che avanza!
Con l'occasione, Trenitalia comunica che il il treno bianconero in partenza da Torino viaggia con 30 punti di ritardo e ferma alle stazioni di: La Spezia, Genova, Albino-Leffe, Trieste, Vicenza, Brescia, Verona, Mantova, Modena, Bologna, Piacenza, Rimini, Cesena, Arezzo, Frosinone, Pescara, Napoli, Bari e Crotone.
Con l'occasione, Trenitalia comunica che il il treno bianconero in partenza da Torino viaggia con 30 punti di ritardo e ferma alle stazioni di: La Spezia, Genova, Albino-Leffe, Trieste, Vicenza, Brescia, Verona, Mantova, Modena, Bologna, Piacenza, Rimini, Cesena, Arezzo, Frosinone, Pescara, Napoli, Bari e Crotone.
02 agosto, 2006
ANCORA GRAZIE GALLIANI
AC Milan admitted to UEFA Champions League.
UEFA Emergency Panel admits AC Milan to UCL Third qualifying round.
[Uefa.com] Having examined the request of the Italian Football Association (FIGC) to register AC Milan for the UEFA Champions League 2006/07, the submissions of the Chief Disciplinary Inspector of UEFA, and the statements of AC Milan and the FIGC, the UEFA Emergency Panel has today admitted AC Milan to participate in the Third qualifying round of the 2006/07 UEFA Champions League. As a result, the Italian club plays the two legs of the competition's third qualifying round as drawn on 28 July 2006 in Nyon.
The UEFA Emergency Panel, being competent to decide on this matter, came to the conclusion that it had no choice but to admit AC Milan for the UEFA club competitions 2006/07 for formal reasons because of an insufficient legal basis in the regulations which would allow not admitting AC Milan under the specific circumstances.
The UEFA Emergency Panel made a clear statement to the club that "this admission is far from being given with the utmost conviction. AC Milan takes the advantage of the fact that UEFA lacks of legal grounds to refuse the club's admission. In this respect, AC Milan is herewith informed that the necessary adaptations will be made to the Regulations concerned. The UEFA Emergency Panel is deeply concerned that AC Milan has created the impression of being involved in the improper influencing of the regular course of matches in the Italian football championship".
From the statement of AC Milan the Panel concluded that "the club has obviously not yet properly perceived the troubles it is in and the damage it already caused to European Football. UEFA and the club's opponents will observe with the utmost attention the future attitude of AC Milan around UEFA club competition fixtures. UEFA will not hesitate to intervene severely, should AC Milan be involved in any activities aiming to arrange improperly the outcome of a match".
Media Release Date: 02/08/2006 - Communiqué aux médias No. 089
Quindici anni dopo i riflettori di Marsiglia e la squalifica per un anno da tutte le competizioni continentali, questa umiliazione planetaria. E la società tace? Tace e incassa il gettone di presenza per il turno preliminare di Champions League. Chiunque abbia a cuore la causa Rossonera deve alzarsi ora e gridare con forza: GALLIANI, VATTENE!
UEFA Emergency Panel admits AC Milan to UCL Third qualifying round.
[Uefa.com] Having examined the request of the Italian Football Association (FIGC) to register AC Milan for the UEFA Champions League 2006/07, the submissions of the Chief Disciplinary Inspector of UEFA, and the statements of AC Milan and the FIGC, the UEFA Emergency Panel has today admitted AC Milan to participate in the Third qualifying round of the 2006/07 UEFA Champions League. As a result, the Italian club plays the two legs of the competition's third qualifying round as drawn on 28 July 2006 in Nyon.
The UEFA Emergency Panel, being competent to decide on this matter, came to the conclusion that it had no choice but to admit AC Milan for the UEFA club competitions 2006/07 for formal reasons because of an insufficient legal basis in the regulations which would allow not admitting AC Milan under the specific circumstances.
The UEFA Emergency Panel made a clear statement to the club that "this admission is far from being given with the utmost conviction. AC Milan takes the advantage of the fact that UEFA lacks of legal grounds to refuse the club's admission. In this respect, AC Milan is herewith informed that the necessary adaptations will be made to the Regulations concerned. The UEFA Emergency Panel is deeply concerned that AC Milan has created the impression of being involved in the improper influencing of the regular course of matches in the Italian football championship".
From the statement of AC Milan the Panel concluded that "the club has obviously not yet properly perceived the troubles it is in and the damage it already caused to European Football. UEFA and the club's opponents will observe with the utmost attention the future attitude of AC Milan around UEFA club competition fixtures. UEFA will not hesitate to intervene severely, should AC Milan be involved in any activities aiming to arrange improperly the outcome of a match".
Media Release Date: 02/08/2006 - Communiqué aux médias No. 089
Quindici anni dopo i riflettori di Marsiglia e la squalifica per un anno da tutte le competizioni continentali, questa umiliazione planetaria. E la società tace? Tace e incassa il gettone di presenza per il turno preliminare di Champions League. Chiunque abbia a cuore la causa Rossonera deve alzarsi ora e gridare con forza: GALLIANI, VATTENE!
01 agosto, 2006
IL SISTEMA MILAN
Quando penso ai sette anni rossoneri di Shevchenko, resto immancabilmente avvilito difronte ad un banale rilievo statistico: titoli vinti in Italia, 1. Uno, il campionato 2004 (le varie coppe Tim contano solo nella bacheca degli Onesti). Un titolo in sette anni! E parlano di patto d'acciaio. E raccontano di scudetti spartiti come le fette di una torta. Chiunque abbia seguito con occhio minimamente imparziale le vicende della stagione che è oggetto di indagine (il 2004/2005) non potrà fare a meno di ricordare una sequenza impressionante di "sviste arbitrali" che ebbero l'esito, da un lato, di consolidare la posizione di primato della Juventus di Capello e, dall'altro, di fiaccare l'inseguimento (prima dell'aggancio in vetta) e la resistenza (nel testa a testa finale) dell'unica antagonista per la corsa al titolo: sempre e solo il nostro Milan. Avendo ora mai letto e riletto tutte le intercettazioni telefoniche, risulta persino superfluo menzionare gli episodi di Bologna (arbitro Pieri), di Torino nello scontro diretto (arbitro Bertini), di San Siro contro lo stesso Bologna (arbitro De Santis) e la già celeberrima sconfitta di Siena, dopo il latrocinio bianconero dell'Olimpico e del Bentegodi. Solo per dire dei casi più eclatanti. Alla medesima conclusione era giunta la procura di Napoli, se è vero che l'indagine "Off side" dedica al Milan un capitolo che in premessa chiarisce quanto segue: «Gli elementi acquisiti rafforzano il dato investigativo complessivamente emerso, circa il consolidato sistema di strapotere che Luciano Moggi esercita sull'intero settore calcistico, ponendo maggiormente in rilievo una situazione resa ancor più allarmante dall'esclusività di un tale potere, al quale non corrisponde un contraltare, non si affianca alcuna forza capace comunque di contrastarlo».
A cosa si riferisce, pertanto, il capo Ufficio Indagini Borrelli quando teorizza, a sorpresa, l'esistenza di un Sistema Milan, in tutto e per tutto antagonista del Sistema Moggi? La risposta è da leggersi fra le righe, ma è sufficiente ancora una volta concentrare lo sguardo sulle premesse: «La fitta rete dei rapporti intercorsi tra soggetti a vario titolo partecipanti al mondo del calcio, trova origine e spiegazioni in un contesto ben più ampio che ruota attorno a temi sportivi ed economici: in particolar modo, l'attenzione dovrà essere posta prioritariamente sulle tematiche della ripartizione dei diritti televisivi, delle procedure di iscrizione ai campionati, del "mercato" dei calciatori». Ecco dunque il nodo della questione: i diritti televisivi. Big Luciano aveva inquadrato il bersaglio già nel 1990, dopo gli episodi indecorosi di quel famoso Atalanta-Napoli vinto a tavolino grazie alla sceneggiata di Alemao e Carmando. Prima della sentenza del giudice sportivo, l'allora direttore sportivo azzurro si era scagliato contro Berlusconi: «Forse lui pensa di influenzare i giudici, ma invece può solo influenzare la gente con quelle sue televisioni che parlano di monetine». E dopo la sentenza: «Noi del Napoli non abbiamo intenzione di replicare ai tentativi di condizionamento messi in atto dal Milan con potenti mezzi, incluse le televisioni private». Sedici anni dopo, sono cambiate le divise sociali ma la musica è la stessa. In estrema sintesi, se oggi ci ritroviamo sul banco degli imputati e oltre al danno del tricolore sfilato (ancora una volta) da Moggi dobbiamo subire le beffe della giustizia sportiva, la colpa non è poi tanto del ristoratore di Lodi e delle sue telefonate malandrine.
Riporto integralmente da La Voce della Campania, a firma Marco Liguori.
Sono le somme percepite in anticipo dai diritti tv a far comprendere quanto la Juve sia un potere forte. La società ha incassato con un anticipo di due anni i diritti televisivi satellitari criptati delle partite casalinghe, oltre al corrispettivo di alcuni contratti commerciali: il beneficio economico, rilevabile alla voce risconti passivi nel 2002/2003 è ammontato a 165,34 milioni, mentre nel 2001/2002 è stato di 151 milioni. Il bilancio chiuso al 30 giugno 2005 evidenzia un dimezzamento (71,32 milioni) dei risconti passivi dai 140 milioni della stagione precedente: la loro quasi totalità è costituita dalla cessione in anticipo dei diritti ceduti a Sky per la stagione 2005/06 e «dalla fatturazione anticipata dei proventi derivanti dalla cessione dei diritti tv per la diffusione via digitale terrestre» per le partite casalinghe della stagione 2005/06. Questi ultimi importi derivano da Mediaset. La spiegazione di questo grazioso regalo è contenuta a pagina 10 del prospetto informativo della quotazione in borsa della Juve, datata dicembre 2001. In esso si sottolinea che il club bianconero fa parte del «gruppo di società facenti capo alla società Giovanni Agnelli &C». Il passo più importante è però questo: «Ove la società non facesse più parte del gruppo, i vantaggi connessi a tale appartenenza potrebbero venire meno con possibili ricadute sull'operatività e sui progetti di sviluppo della società e, quindi con possibili effetti negativi sui risultati economico-finanziari». Tradotto dal borsese, ciò significa che i trattamenti di favore alla Juve derivano soltanto dalla sua appartenenza al gruppo Agnelli. Moggi ha parlato anche del sistema Milan e del potere di chi possiede le tv, ossia Mediaset (controllata dalla Fininvest). Anche qui Lucianone ha dimenticato un particolare. Una delle prove evidenti del patto d'acciaio Juve-Milan, ossia tra Agnelli-Berlusconi, è sottolineato dal diritto di prima negoziazione sottoscritta da Mediaset con i bianconeri. Questa clausola era contenuta nell'accordo siglato il 28 giugno 2004, ossia due giorni prima della chiusura del bilancio Juve, e consiste nel diritto per la società del gruppo Fininvest di sedersi per prima al tavolo con la Juve pagando 20 milioni di euro e pagandone invece soltanto 12 milioni (ossia 4 all'anno) per le stagioni 2004-2005, 2005-2006 e 2006-2007 per i diritti digitale terrestre, cavo e Adsl. Il motivo di quei 20 milioni versati da Mediaset è presto spiegato: si sono potuti contabilizzare subito nell'esercizio 2003/04, riducendo così proprio di 20 milioni le perdite della società bianconera. Invece, i restanti 4 annui si possono contabilizzare soltanto in ciascun esercizio successivo. Con questo trattamento di favore, la Juve ha ridotto in quell'anno le perdite chiudendo l'esercizio con un rosso di soli 17 milioni di euro.
E dunque, il patto d'acciaio non era fra Juventus e Milan, ma fra Giovanni Agnelli & C. e Mediaset. E il conflitto d'interessi (che abbiamo pagato sul campo e continuiamo a pagare a caro prezzo) non era fra il Galliani presidente di Lega e il Galliani amministratre delegato del Milan, ma fra il capo della Lega e il dirigente Fininvest. Ecco finalmente spiegato il "sofferto silenzio" difronte agli abusi settimanali perpetrati sul campo, a danno del Milan e non certo di Mediaset, dal sistema arbitrale controllato da Moggi. A tanto ha portato l'evoluzione dei club di football da società sportive a società per azioni: le ragioni del bilancio prevalgono sulle ragioni del campo. Con buona pace del Popolo Rossonero.
A cosa si riferisce, pertanto, il capo Ufficio Indagini Borrelli quando teorizza, a sorpresa, l'esistenza di un Sistema Milan, in tutto e per tutto antagonista del Sistema Moggi? La risposta è da leggersi fra le righe, ma è sufficiente ancora una volta concentrare lo sguardo sulle premesse: «La fitta rete dei rapporti intercorsi tra soggetti a vario titolo partecipanti al mondo del calcio, trova origine e spiegazioni in un contesto ben più ampio che ruota attorno a temi sportivi ed economici: in particolar modo, l'attenzione dovrà essere posta prioritariamente sulle tematiche della ripartizione dei diritti televisivi, delle procedure di iscrizione ai campionati, del "mercato" dei calciatori». Ecco dunque il nodo della questione: i diritti televisivi. Big Luciano aveva inquadrato il bersaglio già nel 1990, dopo gli episodi indecorosi di quel famoso Atalanta-Napoli vinto a tavolino grazie alla sceneggiata di Alemao e Carmando. Prima della sentenza del giudice sportivo, l'allora direttore sportivo azzurro si era scagliato contro Berlusconi: «Forse lui pensa di influenzare i giudici, ma invece può solo influenzare la gente con quelle sue televisioni che parlano di monetine». E dopo la sentenza: «Noi del Napoli non abbiamo intenzione di replicare ai tentativi di condizionamento messi in atto dal Milan con potenti mezzi, incluse le televisioni private». Sedici anni dopo, sono cambiate le divise sociali ma la musica è la stessa. In estrema sintesi, se oggi ci ritroviamo sul banco degli imputati e oltre al danno del tricolore sfilato (ancora una volta) da Moggi dobbiamo subire le beffe della giustizia sportiva, la colpa non è poi tanto del ristoratore di Lodi e delle sue telefonate malandrine.
Riporto integralmente da La Voce della Campania, a firma Marco Liguori.
Sono le somme percepite in anticipo dai diritti tv a far comprendere quanto la Juve sia un potere forte. La società ha incassato con un anticipo di due anni i diritti televisivi satellitari criptati delle partite casalinghe, oltre al corrispettivo di alcuni contratti commerciali: il beneficio economico, rilevabile alla voce risconti passivi nel 2002/2003 è ammontato a 165,34 milioni, mentre nel 2001/2002 è stato di 151 milioni. Il bilancio chiuso al 30 giugno 2005 evidenzia un dimezzamento (71,32 milioni) dei risconti passivi dai 140 milioni della stagione precedente: la loro quasi totalità è costituita dalla cessione in anticipo dei diritti ceduti a Sky per la stagione 2005/06 e «dalla fatturazione anticipata dei proventi derivanti dalla cessione dei diritti tv per la diffusione via digitale terrestre» per le partite casalinghe della stagione 2005/06. Questi ultimi importi derivano da Mediaset. La spiegazione di questo grazioso regalo è contenuta a pagina 10 del prospetto informativo della quotazione in borsa della Juve, datata dicembre 2001. In esso si sottolinea che il club bianconero fa parte del «gruppo di società facenti capo alla società Giovanni Agnelli &C». Il passo più importante è però questo: «Ove la società non facesse più parte del gruppo, i vantaggi connessi a tale appartenenza potrebbero venire meno con possibili ricadute sull'operatività e sui progetti di sviluppo della società e, quindi con possibili effetti negativi sui risultati economico-finanziari». Tradotto dal borsese, ciò significa che i trattamenti di favore alla Juve derivano soltanto dalla sua appartenenza al gruppo Agnelli. Moggi ha parlato anche del sistema Milan e del potere di chi possiede le tv, ossia Mediaset (controllata dalla Fininvest). Anche qui Lucianone ha dimenticato un particolare. Una delle prove evidenti del patto d'acciaio Juve-Milan, ossia tra Agnelli-Berlusconi, è sottolineato dal diritto di prima negoziazione sottoscritta da Mediaset con i bianconeri. Questa clausola era contenuta nell'accordo siglato il 28 giugno 2004, ossia due giorni prima della chiusura del bilancio Juve, e consiste nel diritto per la società del gruppo Fininvest di sedersi per prima al tavolo con la Juve pagando 20 milioni di euro e pagandone invece soltanto 12 milioni (ossia 4 all'anno) per le stagioni 2004-2005, 2005-2006 e 2006-2007 per i diritti digitale terrestre, cavo e Adsl. Il motivo di quei 20 milioni versati da Mediaset è presto spiegato: si sono potuti contabilizzare subito nell'esercizio 2003/04, riducendo così proprio di 20 milioni le perdite della società bianconera. Invece, i restanti 4 annui si possono contabilizzare soltanto in ciascun esercizio successivo. Con questo trattamento di favore, la Juve ha ridotto in quell'anno le perdite chiudendo l'esercizio con un rosso di soli 17 milioni di euro.
E dunque, il patto d'acciaio non era fra Juventus e Milan, ma fra Giovanni Agnelli & C. e Mediaset. E il conflitto d'interessi (che abbiamo pagato sul campo e continuiamo a pagare a caro prezzo) non era fra il Galliani presidente di Lega e il Galliani amministratre delegato del Milan, ma fra il capo della Lega e il dirigente Fininvest. Ecco finalmente spiegato il "sofferto silenzio" difronte agli abusi settimanali perpetrati sul campo, a danno del Milan e non certo di Mediaset, dal sistema arbitrale controllato da Moggi. A tanto ha portato l'evoluzione dei club di football da società sportive a società per azioni: le ragioni del bilancio prevalgono sulle ragioni del campo. Con buona pace del Popolo Rossonero.
31 luglio, 2006
ONESTOPOLI
C'era un volta un petroliere onesto... Per dieci anni ci hanno raccontato questa fiaba incantevole. Nulla da dire, ci ha fatto sorridere. Ha regalato non poche soddisfazioni. Soprattutto sul campo, in ogni angolo d'Italia e in quel poco d'Europa che gli Onesti hanno frequentato. Che Moratti come dirigente non sia il massimo, ora mai lo hanno capito persino gli interisti: si evince, banalmente, dal pallottoliere di milioni che in questi anni ha sperperato per raccogliere, in cambio, solo insulti (dai tifosi della sua squadra) e pernacchie (dal resto del mondo). Ma anche fuori dal campo, in quanto a prodezze manageriali, il petroliere onesto non ha avuto eguali. Lo scorso novembre, ad esempio, pare abbia ceduto in leasing il marchio FC Internazionale alla banca Italease per 160 milioni. Il gruzzoletto necessario a ripianare una perdita di bilancio di 118 milioni (il passivo più pesante di tutta la Serie A) ed evitare l'ennesima ricapitalizzazione. Una volta venduto il blasone, si capisce che resta poco da salvare. Restano solo gli amici. E così il petroliere onesto si è ricordato di un amico di vecchia data, un amico che può dirsi a ragion veduta straordinario. Il Sole 24 Ore racconta, per citare un altro esempio, di un'operazione di cosmesi contabile messa in atto dal petroliere onesto per realizzare una plusvalenza fittizia di 158 milioni di euro. Quando la Covisoc ha chiesto all'Inter di ricapitalizzare per 100 milioni, pena la mancata iscrizione al campionato 2006/2007, Moratti si è presentato dal Commissario Figc che, con un colpo di bacchetta magica, ha cancellato il 60% (secondo altre fonti, addirittura l'80%) di quel debito. Dici Commissario Straordinario e pensi alla farsa dei Tre Saggi e allo scudetto a tavolino: in sostanza, non uno scudetto di stoffa ma di legno.
La trama del romanzo popolare di Calciopoli è arcinota. Ad aprile, le intercettazioni Telecom fanno saltare gli organi federali. La Figc viene commissariata e la massima carica è affidata a Guido Rossi. Rossi ha rivestito il mandato di presidente Telecom ed è amico di vecchia data di Moratti. Non solo. Per quattro anni ha seduto nel CdA neroblu, col petroliere onesto in persona (che è consigliere Telecom), con il vicepresidente Buora (che è amministratore delegato Telecom) e con Tronchetti Provera (che è presidente Telecom). Anni in cui nell'Inter ha giocato - poco, ma questa è un'altra favola moderna tutta morattiana - un uruguayano con passaporto comunitario falsificato. Illecito, sportivo e ordinario, per il quale il dirigente Oriali e il giocatore Recoba hanno patteggiato una pena di sei mesi di reclusione. Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport (Gruppo editoriale RCS, partecipato fra gli altri da Pirelli ovvero, di nuovo, da Tronchetti Provera) iniziano un tam-tam mediatico finalizzato a diffondere nel paese un sentimento collettivo, che infine si fa Opinione Pubblica: lo scudetto vada agli Onesti! La Federazione emette le sentenze di condanna e riscrive la graduatoria dell'ultimo campionato (che peraltro non è oggetto di indagine giudiziaria): «Abbiamo cercato di interpretare un sentimento collettivo, abbiamo ascoltato la gente comune e provato a metterci sulla lunghezza d'onda», riconoscerà il giudice della corte Mario Serio. «Nella calura dell'estate italiana spira il venticello del buon senso...», chioserà trionfalmente il candido Cannavò. L'epilogo di fine mese è tristemente noto. Mi pare che non sia necessario chiamare il Tenente Colombo per accorgersi che i tasselli del puzzle sono tutti sul tavolo: il quadro che ne emerge ha già i contorni del crimine perfetto. Mancherebbe solo una prova: chi commissionò le intercettazioni telefoniche a Telecom?
Riporto un articolo di Giuseppe Davanzo, pubblicato lo scorso mese di maggio su Repubblica. Oggetto è l'indagine della Procura di Milano in merito alle attività del detective privato fiorentino Emanuele Cipriani e della sua società Polis d'Istinto, per conto di Telecom.
Per quanto racconta Cipriani ai magistrati, nei file illegali della Polis d'Istinto ci sono alcuni dossier raccolti, su input dell'Inter di Massimo Moratti e ordine di Marco Tronchetti Provera, contro l'arbitro Massimo De Santis, il direttore sportivo di Messina e Genoa Mariano Fabiani, il direttore sportivo del Catanzaro Luigi Pavarese. La scoperta ha amareggiato (e irritato) molto la Procura di Milano. Ai pubblici ministeri, tre anni fa, è stata segnalata la confessione che l'arbitro Danilo Nucini affida in privato al presidente dell'Inter, Giacinto Facchetti. La giacca nera racconta il metodo Moggi; le pratiche occulte utilizzate per aggiustare i risultati prima della partita; le modalità e i luoghi degli incontri clandestini del direttore della Juve con gli arbitri addomesticati. Addirittura indica i numeri di telefono coperti utilizzati dalla banda per comunicare in sicurezza. Facchetti invita Nucini a incontrare i magistrati. L'arbitro non ne vuole sapere, non se la sente di strappare il velo. Il presidente dell'Inter insiste. Pena un po'. Alla fine, la spunta. Nucini va in procura, ma è un buco nell'acqua. L'arbitro non conferma le sue accuse. Tocca ora a Facchetti. Se la sente di diventare attore della denuncia riferendo ai magistrati le rivelazioni di Nucini, peraltro registrate dal presidente dell'Inter? Facchetti affida la decisione al patron della squadra, Massimo Moratti. Che esclude la testimonianza per non compromettere il presidente del club. La storia sembra morta lì. Invece continua per vie oblique (da qui l'irritazione della procura che si sente oggi utilizzata e gabbata dall'Inter). Il club neroazzurro si rivolge alla rete spionistica di Telecom, alla Polis d'Istinto di Emanuele Cipriani, per venire a capo della presunta corruzione di Massimo De Santis, indicato da Nucini come uno dei protagonisti dei trucchi. Il Corriere della Sera ha già svelato la nota di accompagnamento dell'indagine spionistica: «Con il presente report siamo a riportare quanto emerso dall'attività di intelligence attualmente in corso a carico di Massimo De Santis e della di lui coniuge, sviluppata al fine di individuare eventuali incongruità in particolare dal punto di vista finanziario e patrimoniale a carico del soggetto di interesse».
Solo per gli annali: nel 1927, lo scudetto fu revocato al Torino per illecito sportivo e non assegnato al secondo classificato, il Bologna, per il fatto che il Presidente Federale - il bolognese Arpinati, eletto nel frattempo - non volle dare adito a sospetti di favoritismo.
Altri tempi. E lo chiamano lo Scudetto degli Onesti...
La trama del romanzo popolare di Calciopoli è arcinota. Ad aprile, le intercettazioni Telecom fanno saltare gli organi federali. La Figc viene commissariata e la massima carica è affidata a Guido Rossi. Rossi ha rivestito il mandato di presidente Telecom ed è amico di vecchia data di Moratti. Non solo. Per quattro anni ha seduto nel CdA neroblu, col petroliere onesto in persona (che è consigliere Telecom), con il vicepresidente Buora (che è amministratore delegato Telecom) e con Tronchetti Provera (che è presidente Telecom). Anni in cui nell'Inter ha giocato - poco, ma questa è un'altra favola moderna tutta morattiana - un uruguayano con passaporto comunitario falsificato. Illecito, sportivo e ordinario, per il quale il dirigente Oriali e il giocatore Recoba hanno patteggiato una pena di sei mesi di reclusione. Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport (Gruppo editoriale RCS, partecipato fra gli altri da Pirelli ovvero, di nuovo, da Tronchetti Provera) iniziano un tam-tam mediatico finalizzato a diffondere nel paese un sentimento collettivo, che infine si fa Opinione Pubblica: lo scudetto vada agli Onesti! La Federazione emette le sentenze di condanna e riscrive la graduatoria dell'ultimo campionato (che peraltro non è oggetto di indagine giudiziaria): «Abbiamo cercato di interpretare un sentimento collettivo, abbiamo ascoltato la gente comune e provato a metterci sulla lunghezza d'onda», riconoscerà il giudice della corte Mario Serio. «Nella calura dell'estate italiana spira il venticello del buon senso...», chioserà trionfalmente il candido Cannavò. L'epilogo di fine mese è tristemente noto. Mi pare che non sia necessario chiamare il Tenente Colombo per accorgersi che i tasselli del puzzle sono tutti sul tavolo: il quadro che ne emerge ha già i contorni del crimine perfetto. Mancherebbe solo una prova: chi commissionò le intercettazioni telefoniche a Telecom?
Riporto un articolo di Giuseppe Davanzo, pubblicato lo scorso mese di maggio su Repubblica. Oggetto è l'indagine della Procura di Milano in merito alle attività del detective privato fiorentino Emanuele Cipriani e della sua società Polis d'Istinto, per conto di Telecom.
Per quanto racconta Cipriani ai magistrati, nei file illegali della Polis d'Istinto ci sono alcuni dossier raccolti, su input dell'Inter di Massimo Moratti e ordine di Marco Tronchetti Provera, contro l'arbitro Massimo De Santis, il direttore sportivo di Messina e Genoa Mariano Fabiani, il direttore sportivo del Catanzaro Luigi Pavarese. La scoperta ha amareggiato (e irritato) molto la Procura di Milano. Ai pubblici ministeri, tre anni fa, è stata segnalata la confessione che l'arbitro Danilo Nucini affida in privato al presidente dell'Inter, Giacinto Facchetti. La giacca nera racconta il metodo Moggi; le pratiche occulte utilizzate per aggiustare i risultati prima della partita; le modalità e i luoghi degli incontri clandestini del direttore della Juve con gli arbitri addomesticati. Addirittura indica i numeri di telefono coperti utilizzati dalla banda per comunicare in sicurezza. Facchetti invita Nucini a incontrare i magistrati. L'arbitro non ne vuole sapere, non se la sente di strappare il velo. Il presidente dell'Inter insiste. Pena un po'. Alla fine, la spunta. Nucini va in procura, ma è un buco nell'acqua. L'arbitro non conferma le sue accuse. Tocca ora a Facchetti. Se la sente di diventare attore della denuncia riferendo ai magistrati le rivelazioni di Nucini, peraltro registrate dal presidente dell'Inter? Facchetti affida la decisione al patron della squadra, Massimo Moratti. Che esclude la testimonianza per non compromettere il presidente del club. La storia sembra morta lì. Invece continua per vie oblique (da qui l'irritazione della procura che si sente oggi utilizzata e gabbata dall'Inter). Il club neroazzurro si rivolge alla rete spionistica di Telecom, alla Polis d'Istinto di Emanuele Cipriani, per venire a capo della presunta corruzione di Massimo De Santis, indicato da Nucini come uno dei protagonisti dei trucchi. Il Corriere della Sera ha già svelato la nota di accompagnamento dell'indagine spionistica: «Con il presente report siamo a riportare quanto emerso dall'attività di intelligence attualmente in corso a carico di Massimo De Santis e della di lui coniuge, sviluppata al fine di individuare eventuali incongruità in particolare dal punto di vista finanziario e patrimoniale a carico del soggetto di interesse».
Solo per gli annali: nel 1927, lo scudetto fu revocato al Torino per illecito sportivo e non assegnato al secondo classificato, il Bologna, per il fatto che il Presidente Federale - il bolognese Arpinati, eletto nel frattempo - non volle dare adito a sospetti di favoritismo.
Altri tempi. E lo chiamano lo Scudetto degli Onesti...
26 luglio, 2006
IL CALCIO E' MORTO
[Figc.it] Roma, 26 luglio 2006 - La FIGC ha ricevuto in data 24 luglio 2006 il parere consultivo della Commissione composta da Gerhard Aigner, Massimo Coccia e Roberto Pardolesi sul quesito riguardante l'assegnazione del titolo di Campione d'Italia in caso di modifica della classifica finale del campionato. La Commissione ha concluso che, in caso di mera revoca del titolo di Campione d'Italia senza modificazioni di classifica, il titolo rimane necessariamente vacante. Diversamente, in caso di sanzioni che comportano modificazioni di classifica (come penalizzazioni di punti o retrocessione all'ultimo posto), l'art. 49 delle NOIF prevede l'automatica acquisizione del titolo di campione d'Italia per la squadra che risulta prima classificata, tenuto conto delle sanzioni. Gli organi federali possono tuttavia intervenire con un apposito provvedimento di non assegnazione quando ricorrono motivi di ragionevolezza e di etica sportiva, ad esempio quanto ci si renda conto che le irregolarità sono state di numero e portata tale da falsare l'intero campionato ovvero che anche squadre non sanzionate hanno tenuto comportamenti poco limpidi. Il Commissario straordinario ha ritenuto di attenersi alle conclusioni del parere e che non ricorrono motivi per l'adozione di provvedimenti di non assegnazione del titolo di Campione d'Italia per il Campionato 2005/2006 alla squadra prima classificata all'esito dei giudizi disciplinari. Rimane vacante il titolo di Campione d'Italia 2004/2005.
La farsa di Onestopoli giunge, con ciò, al suo atto finale. Non resta che lasciare l'estremo commento a una penna neroblu, Michele Serra di Repubblica (avessi detto Il Giornale o Libero): «Moratti non può ignorare che questo scudetto virtuale è pura carta bollata in un mare già illeggibile di scartoffie, intercettazioni, sentenze già monche. Che è parte integrante del collasso morale del gioco del calcio. Fa ancora in tempo a rifiutarlo, rimandando un concetto impegnativo come "vittoria" a tempi migliori. Noi tifosi gliene saremmo eternamente grati».
La farsa di Onestopoli giunge, con ciò, al suo atto finale. Non resta che lasciare l'estremo commento a una penna neroblu, Michele Serra di Repubblica (avessi detto Il Giornale o Libero): «Moratti non può ignorare che questo scudetto virtuale è pura carta bollata in un mare già illeggibile di scartoffie, intercettazioni, sentenze già monche. Che è parte integrante del collasso morale del gioco del calcio. Fa ancora in tempo a rifiutarlo, rimandando un concetto impegnativo come "vittoria" a tempi migliori. Noi tifosi gliene saremmo eternamente grati».
10 luglio, 2006
PIZZA E MANDOLINO
Cala (e finalmente!) il sipario sulla stagione più vergognosa dell'ultimo ventennio di calcio italiano. Nella bolgia del Circo Massimo, S.p.q.r. in delirio acclama i miserabili Campioni del Mondo. Panem et circenses, come ai tempi dei loro nonni coi cristiani. Un mese fa a Fiumicino li rincorrevano coi bastoni, oggi li inseguono col tricolore tatuato sulle guance o sulle natiche. Tricolori appesi a tutti i balconi, da nord a sud, rigorosamente capovolti (col rosso a sinistra e il verde a destra) o addirittura stesi in orizzontale, che neanche i magiari il 20 agosto a Budapest. Le bieche cospirazioni di EpoCannavaro alle spalle del povero Brindellone, le puntate clandestine a sei zeri di Buffon e Iaquinta, le convocazioni raccomandate a Mister GeaLippi dai vari figli di papà: tutti i peccati sono rimessi e condonati nel grande giubileo romano... solo anime linde, i nostri eroi di Berlino. Il Belpaese! Dai verdetti del popolo a quelli del senato pallonaro il passo è breve. Prepariamoci quindi ad assistere all'inesorabile smantellamento del castello accusatorio costruito con fervore giustizialista dal paladino di Piedi Puliti, il "poliziotto" Borrelli. Sarà un altro storico insabbiamento, come ai bei tempi di De Biase con la Juventus nel 1980 e con l'Inter nel 1983. Dalla nostra sponda del Naviglio, nel contempo, non possiamo che osservare come certuni ectoplasmi rossoneri, che per l'intera stagione o quasi hanno tirato sistematicamente indietro la gambetta, in Germania siano miracolosamente tornati in vita: mi riferisco, in particolare, a Pirlo e ai brasiliani. Il retrogusto è sempre più amarognolo, e finisce per prevalere sull'insipido generalizzato di un Mondiale poverello di spunti tecnici e di emozioni. Sospetto che di questo trionfo iridato, ai posteri sarà consegnata poco più che la memoria della testata di Monsieur Zizou a PsicoMaterazzi. Gli antenati Azzurri del Calcioscommesse, nel 1982, avevano saputo fare ben altro, guadagnandosi di diritto una pagina d'immortalità. A noi resta la soddisfazione (esigua, oltre che personale e non condivisa dalla massa) di aver visto il nostro secondo marcatore di sempre portare, da capitano, i suoi connazionali fino ai Quarti di Finale.
01 luglio, 2006
INTER 1983
Paolo Ziliani, Non si fanno queste cose a cinque minuti dalla fine! (2005).
Un gol che non doveva essere segnato. Una partita che non doveva essere vinta. Un giocatore famoso (Bagni) che i compagni dell'Inter rifiutano di abbracciare. Una rissa negli spogliatoi con pugni, insulti e accuse infamanti. Sullo sfondo, sospetti di scommesse al Totonero fatte da celebrati campioni e andate male. Due giovani giornalisti che annusano lo scandalo, iniziano una paziente inchiesta e arrivano a toccare con mano realtà scabrose: club al degrado, risultati accomodati, giocatori che scommettono, giornalisti corrotti, giudici che indagano, giudici che insabbiano, tribunali che si trasformano in saloon, avvocati disposti a tutto, agguati, intrighi, manovre di Palazzo e addirittura la scoperta di un Giuda che si aggira nella gloriosa redazione del quotidiano «Il Giorno» di Milano. È questa la vera storia del giallo Genoa-Inter: una partita che il club nerazzurro vinse per sbaglio. Una ricostruzione fedele, documentata, certificata, con retroscena inediti vissuti e testimoniati in prima persona da uno dei giornalisti (Paolo Ziliani) che fecero esplodere il caso. Un caso discusso e scottante che per cento giorni tenne banco sui giornali e in televisione grazie al puntiglio e all'ostinazione dei due giovani cronisti e di un «ispettore di campagna» decisi ad avventurarsi nell'intricata giungla del pallone dove la sola regola era - e forse ancora è - non ci sono regole. Una storia vera, emblematica e istruttiva di uno scandalo molto italiano che fece tremare un club glorioso come l'Inter e i piani alti del Palazzo del calcio. Un romanzo-verità, ma anche uno spaccato esemplare di un mondo - quello del calcio e del giornalismo - dove le zone d'ombra spesso hanno il sopravvento. E dove succedono storie inconfessabili. Come questa.
Prefazione, di Rino Tommasi.
Non so quali siano state le motivazioni che hanno spinto Paolo Ziliani a tirar fuori dal cassetto la meticolosa, eccellente eppure osteggiatissima inchiesta che, in compagnia di Claudio Pea, all'epoca suo collega al «Giorno», svolse più di ventuno anni fa.
La circostanza la ricordo bene. Era i127 marzo 1983 e si giocava la venticinquesima giornata di un campionato che fortunatamente era ancora a sedici squadre, il format ideate per il nostro calcio.
L'Inter era in quarta posizione staccata di sei punti dalla Roma, ormai avviata a vincere il secondo scudetto della sua storia, e giocava a «Marassi» contro il Genoa che era impegnato, come spesso gli capitava, nella lotta per evitare la retrocessione, che peraltro avrebbe conosciuto nella stagione successiva.
Per i motivi che leggerete nel libro, fu una partita che si rive-16 ideale per «costruire» un risultato utile per i clienti del Totonero e senza i sospetti che di regola accompagnano le gare delle ultimissime giornate di campionato. Il pareggio andava bene a tutti ma soprattutto a coloro che avevano puntato delle forti somme su quel risultato.
Sul 2 a 2 a cinque minuti dalla fine Salvatore Bagni, fedele al cliché di giocatore in perenne trance agonistica, realizzò invece il gol che avrebbe dato la vittoria all'Inter. Di regola anche in una partita poco importante chi segna un gol decisivo quasi allo scadere del tempo viene sommerso dagli abbracci, non tutti sinceri ma un po' isterici, che fanno parte di un rito.
Nulla di tutto questo. Bagni fu snobbato e insolentito dai compagni, insultato e minacciato dagli avversari. E negli spogliatoi, di 11 a poco, successero cose talmente strane da attirare l'attenzione dei giornalisti prima e far scattare l'inchiesta dell?Ufficio Indagini poi.
Poiché conosco abbastanza bene la storia del pugilato, ho affermato più volte, con una punta di provocazione ma anche con profonda convinzione, che ci sono stati meno incontri truccati in tutta la storia della boxe che in una qualsiasi stagione dei nostri campionati di calcio.
L'episodio di Genova non aveva bisogno di prove ma Ziliani e Pea le trovarono e le raccolsero. Esplose cosi un caso che mise a rumore il mondo del calcio e che tenne banco per 100 giorni: un giallo a regola d'arte che ogni giorno si arricchiva di una pagina scottante, di un retroscena torbido.
Pea e Ziliani si trovarono a fronteggiare, naturalmente, l'omertà degli addetti ai lavori, lo scetticismo dei benpensanti, l'astio di colleghi giornalisti scorretti quando non corrotti, le barriere difensive dei dirigenti del Palazzo convinti che la credibilità del calcio andasse difesa a ogni costo e a dispetto dell?evidenza e della verità.
Ho conosciuto Paolo Ziliani quando abbiamo lavorato insieme nella redazione sportiva di Canale 5 e lo avrei voluto con me quando sono diventato il primo direttore di Telepiù. Purtroppo non accettò, ma questo non ha diminuito la stima che ho sempre avuto per lui. Alla scrupolosa meticolosità, del recto confermata dal racconto di quella lontana inchiesta, Ziliani sa unire anche il raro dono dell'ironia.
Mi auguro che il suo racconto, uno spaccato fedele di che cos'erano ? e ancora sono ? il mondo del calcio e il mondo del giornalismo sportivo, faccia riflettere: perché questi due mondi dipinti spesso come idilliaci sono in realtà, ancor'oggi, ricettacolo di losche manovre, gol fasulli, abbracci finti o abbracci mancati, terreno di conquista di dirigenti, giornalisti e addetti ai lavori il cui unico scopo e nascondere la verità.
Un gol che non doveva essere segnato. Una partita che non doveva essere vinta. Un giocatore famoso (Bagni) che i compagni dell'Inter rifiutano di abbracciare. Una rissa negli spogliatoi con pugni, insulti e accuse infamanti. Sullo sfondo, sospetti di scommesse al Totonero fatte da celebrati campioni e andate male. Due giovani giornalisti che annusano lo scandalo, iniziano una paziente inchiesta e arrivano a toccare con mano realtà scabrose: club al degrado, risultati accomodati, giocatori che scommettono, giornalisti corrotti, giudici che indagano, giudici che insabbiano, tribunali che si trasformano in saloon, avvocati disposti a tutto, agguati, intrighi, manovre di Palazzo e addirittura la scoperta di un Giuda che si aggira nella gloriosa redazione del quotidiano «Il Giorno» di Milano. È questa la vera storia del giallo Genoa-Inter: una partita che il club nerazzurro vinse per sbaglio. Una ricostruzione fedele, documentata, certificata, con retroscena inediti vissuti e testimoniati in prima persona da uno dei giornalisti (Paolo Ziliani) che fecero esplodere il caso. Un caso discusso e scottante che per cento giorni tenne banco sui giornali e in televisione grazie al puntiglio e all'ostinazione dei due giovani cronisti e di un «ispettore di campagna» decisi ad avventurarsi nell'intricata giungla del pallone dove la sola regola era - e forse ancora è - non ci sono regole. Una storia vera, emblematica e istruttiva di uno scandalo molto italiano che fece tremare un club glorioso come l'Inter e i piani alti del Palazzo del calcio. Un romanzo-verità, ma anche uno spaccato esemplare di un mondo - quello del calcio e del giornalismo - dove le zone d'ombra spesso hanno il sopravvento. E dove succedono storie inconfessabili. Come questa.
Prefazione, di Rino Tommasi.
Non so quali siano state le motivazioni che hanno spinto Paolo Ziliani a tirar fuori dal cassetto la meticolosa, eccellente eppure osteggiatissima inchiesta che, in compagnia di Claudio Pea, all'epoca suo collega al «Giorno», svolse più di ventuno anni fa.
La circostanza la ricordo bene. Era i127 marzo 1983 e si giocava la venticinquesima giornata di un campionato che fortunatamente era ancora a sedici squadre, il format ideate per il nostro calcio.
L'Inter era in quarta posizione staccata di sei punti dalla Roma, ormai avviata a vincere il secondo scudetto della sua storia, e giocava a «Marassi» contro il Genoa che era impegnato, come spesso gli capitava, nella lotta per evitare la retrocessione, che peraltro avrebbe conosciuto nella stagione successiva.
Per i motivi che leggerete nel libro, fu una partita che si rive-16 ideale per «costruire» un risultato utile per i clienti del Totonero e senza i sospetti che di regola accompagnano le gare delle ultimissime giornate di campionato. Il pareggio andava bene a tutti ma soprattutto a coloro che avevano puntato delle forti somme su quel risultato.
Sul 2 a 2 a cinque minuti dalla fine Salvatore Bagni, fedele al cliché di giocatore in perenne trance agonistica, realizzò invece il gol che avrebbe dato la vittoria all'Inter. Di regola anche in una partita poco importante chi segna un gol decisivo quasi allo scadere del tempo viene sommerso dagli abbracci, non tutti sinceri ma un po' isterici, che fanno parte di un rito.
Nulla di tutto questo. Bagni fu snobbato e insolentito dai compagni, insultato e minacciato dagli avversari. E negli spogliatoi, di 11 a poco, successero cose talmente strane da attirare l'attenzione dei giornalisti prima e far scattare l'inchiesta dell?Ufficio Indagini poi.
Poiché conosco abbastanza bene la storia del pugilato, ho affermato più volte, con una punta di provocazione ma anche con profonda convinzione, che ci sono stati meno incontri truccati in tutta la storia della boxe che in una qualsiasi stagione dei nostri campionati di calcio.
L'episodio di Genova non aveva bisogno di prove ma Ziliani e Pea le trovarono e le raccolsero. Esplose cosi un caso che mise a rumore il mondo del calcio e che tenne banco per 100 giorni: un giallo a regola d'arte che ogni giorno si arricchiva di una pagina scottante, di un retroscena torbido.
Pea e Ziliani si trovarono a fronteggiare, naturalmente, l'omertà degli addetti ai lavori, lo scetticismo dei benpensanti, l'astio di colleghi giornalisti scorretti quando non corrotti, le barriere difensive dei dirigenti del Palazzo convinti che la credibilità del calcio andasse difesa a ogni costo e a dispetto dell?evidenza e della verità.
Ho conosciuto Paolo Ziliani quando abbiamo lavorato insieme nella redazione sportiva di Canale 5 e lo avrei voluto con me quando sono diventato il primo direttore di Telepiù. Purtroppo non accettò, ma questo non ha diminuito la stima che ho sempre avuto per lui. Alla scrupolosa meticolosità, del recto confermata dal racconto di quella lontana inchiesta, Ziliani sa unire anche il raro dono dell'ironia.
Mi auguro che il suo racconto, uno spaccato fedele di che cos'erano ? e ancora sono ? il mondo del calcio e il mondo del giornalismo sportivo, faccia riflettere: perché questi due mondi dipinti spesso come idilliaci sono in realtà, ancor'oggi, ricettacolo di losche manovre, gol fasulli, abbracci finti o abbracci mancati, terreno di conquista di dirigenti, giornalisti e addetti ai lavori il cui unico scopo e nascondere la verità.
JUVENTUS 1980
Carlo Petrini, Nel fango del dio pallone (2000).
Domenica 13 gennaio 1980 si doveva giocare Bologna-Juventus. I bianconeri erano in una situazione disastrosa: erano reduci da tre sconfitte consecutive e in classifica stavano scivolando in zona retrocessione. Il giovedì prima della partita il direttore sportivo del Bologna, Riccardo Sogliano, alla fine dell'allenamento ci radunò tutti nello spogliatoio - titolari e riserve - e ci disse: «Ci siamo messi d'accordo con la Juve per pareggiare la partita di domenica. E' chiaro per tutti?». Nessuno di noi giocatori ebbe niente da obiettare, cosi Sogliano se ne andò tutto soddisfatto: un favore del genere alla Juve poteva tornare molto comodo al Bologna, nel futuro... A quel punto parlò il nostro allenatore Perani, che ci propose di scommettere sul risultato di quella partita. Solo due giocatori si tirarono indietro, Renato Sali e Franco Castronaro: loro non vlevano partecipare a scommesse. Discutemmo con Perani la somma da puntare e si decise per 50 milioni. Mentre stavo lasciando lo spogliatoio per andare a telefonare la puntata a Cruciani, l'allenatore mi prese da parte e mi disse di aggiungere alla scommessa altri 5 milioni a nome suo, suoi personali. Dovetti telefonare a Cruciani varie volte: era dubbioso, non si fidava. Infatti mi disse che ultimamente aveva preso più di una fregatura: certi giocatori gli avevano promesso risultati che in campo non erano stati mantenuti, così lui ci aveva rimesso un mucchio di soldi. Si convinse solo quando gli dissi che gli accordi per il pareggio non li avevamo presi noi giocatori , ma i dirigenti delle due società. La prova di quello che dicevo, Cruciani la trovò nella Gazzetta dello Sport della domenica mattina: «Alla Juve basta un pareggio» dichiarava l'allenatore juventino Trapattoni.
Anche per noi giocatori era una garanzia il fatto che il pareggio fosse stato combinato dalle due dirigenze. Infatti nelle ore che precedettero la partita, cercammo altre strade per scommettere ancora e vincere più soldi. Colomba telefonò al suo amico Chiodi (un ex del Bologna passato al Milan) a Milanello, e gli chiese di scommettere per noi sulla piazza di Milano il pareggio di Bologna-Juve. Ricordo come fosse ieri, allo stadio Comunale imbiancato dalla neve caduta nella notte, i minuti che precedettero l'ingresso in campo. Io ero destinato alla panchina, quando uscii dagli spogliatoi incrociai Trapattoni. Gli raccomandai il rispetto dell'accordo, e lui mi disse che potevamo stare tranquilli, che non c'era nessun problema. Con Trapattoni avevo giocato nel Milan e nel Varese, sapevo che era una persona seria. I miei compagni , nel sottopassaggio prima di entrare sul terreno di gioco, fecero lo stesso con alcuni giocatori juventini (che quel giorno erano: Zoff, Cuccureddu, Cabrini, Gentile, Brio, Scirea, Causio, Prandelli, Tavola, Bettega, Merocchino). Gli dissero che avevamo scommesso sul pari, uno di loro rispose: «Noi oggi non abbiamo scommesso, il colpo l'abbiamo fatto già due domeniche fa con l'Ascoli».
Quando si concordavano i pareggi si puntava allo 0 a 0, proprio per evitare di trovarci in situazioni imbarazzanti o che il controllo del risultato potesse sfuggire di mano. Fu cosi anche per il primo tempo di quella partita combinata: il nostro primo tiro nella porta juventina lo facemmo al 35° minuto, e la Juve non fece niente di meglio. Il pubblico cominciò a protestare, sembrava una commedia più che una partita di calcio: alla fine del primo tempo arrivarono in campo fischi e palle di neve. Nella ripresa il nostro portiere Zinetti , totalmente deconcentrato, ne combinò una grossa: al 10° minuto, su un innocuo tiro da lontano di Causio, si impaperò e il pallone gli scivolò nella rete. In campo l'imbarazzo fu generale. Causio, più dispiaciuto che contento per il gol, si avvicinò alla panchina e discusse con Trapattoni. Perani, preoccupato, mi fece entrare in campo. Nel giro di pochi minuti cominciammo a sospettare che alcuni giocatori della Juve non volessero più rispettare l'accordo, e che ormai - già che c'erano - puntassero a vincere la partita. La tensione in campo divenne alta, noi insultavamo gli juventini, che tacevano imbarazzati. A un certo punto Bettega ci disse «Calmatevi, la responsabilità di farvi fare gol me la prendo io». Meno di un quarto d'ora dopo la situazione venne risolta dagli stessi bianconeri: su calcio d'angolo di Dossena, Brio ci regalò una bella autorete. Tutti a posto, tutti conntenti. Tutti meno il pubblico, che a fine garà ci saltò con bordate di fischi e con una pioggia di palle di neve.
L'indomani, leggendo sui giornali la cronaca della partita, ce la ridemmo di gusto. Il Resto del Carlino scriveva: «Le due squadre erano così amiche che i bianconeri non hanno nemmeno protestato per un mani in area di Albinelli su tiro di Bettega... Qualcuno sussurra che le due squadre si sono messe d'accordo». E la Gazzetta dello Sport: «Sembrava che il Bologna collaborasse alla soluzione della crisi juventina... E' un pareggio che sembra tacitamente concordato. Piuttosto strano il comportamento di Causio subito dopo il gol, la sua esultanza è stata freddina».
(...) L'ufficio inchieste della Federazione cominciò gli interrogatori. Capimmo che gli inquirenti della giustizia sportiva non erano interessati a sapere tutta la verità dei fatti: avevano fretta di chiudere la faccenda al più presto, volevano solo l'ammissione di qualche nome da dare in pasto all'opinione pubblica. In abase al regolamento federale, non dovevano dimostrare loro la nostra colpevolezza, dovevamo dimostrare noi la nostra innocenza. Ma noi eravamo convinti che bastasse tenere duro e negare tutto, anche noi volevamo che l'inchiesta si chiudesse in fretta. (...) Ai primi di maggio la Figc chiuse la sua inchiesta. Per la partita Bologna?Juventus del 13 gennaio venivo rinviato a giudizio insieme a Savoldi e Colomba, al presidente Fabretti e all'allenatore Perani. Processati anche il presidente della Juve Boniperti e l'allenatore Trapattoni. (...) Il turno di noi del Bologna arrivò il 23 maggio. Mi si avvicinò il presidente juventino Boniperti accompagnato dall'avvocato Chiusano. Disse che voleva parlarmi in disparte. Andammo nell'ufficio box della società bianconera all'interno della Federazione. A quel punto Boniperti mi disse: «Petrini, è nell'interesse di tutti - nostro ma anche suo - che domani Cruciani non venga in aula a testimoniare. Noi rischiamo la retrocessione in Serie B, ma lei rischia la radiazione. Bisogna rintracciare Cruciani e convincerlo a non presentarsi». Poi il presdiente juventino aggiunse: «Gli dica e gli prometta quello che vuole, ma lo convinca a non essere qui... Se lei darà una mano a noi, poi noi daremo una mano a lei». Non la feci tanto lunga, ero talmente solo e disperato che per avere una mano dalla Juve avrei fatto qualunque cosa. «Si sbrighi a trovarlo» concluse Boniperti, «ci sono pochissime ore di tempo. Gli dica pure che ha parlato con noi e gli prometta quello che vuole».
Sabato 24 maggio 1980, il superteste Cruciani non si presentò in aula a testimoniare. Il magistrato sportivo Corrado De Biase, per Bologna-Juventus, chiese l'assoluzione delle due società per mancanza di prove, ma una squalifica di sei mesi per Sogliano, Savoldi e Petrini.
Il Corriere della Sera del giorno successivo: "C'è un nuovo giallo che ha per protagonista Massimo Cruciani, uno dei due accusatori romani, la cui deposizione nella prima parte del processo ha compromesso la posizione di Paolo Rossi, squalificato per tre anni. Risulta che, nella notte tra venerdì e sabato, Cruciani avrebbe pernottato in un albergo del centro di Milano. Cruciani, quindi, sarebbe giunto da Roma a Milano per deporre davanti alla Commissione disciplinare relativamente alle tre partite in discussione, ma avrebbe poi sorprendentemente cambiato idea, decidendo di rientrare a Roma senza presentarsi nell'aula del tribunale calcistico. Aumentano quindi i sospetti su questa defezione dell'amico di Alvaro Trinca, il quale proprio davanti alla Commissione disciplinare ha ironizzato pesantemente sull'assenza di Cruciani". E La Gazzetta dello Sport, sulle richieste di condanna e assoluzione: "Sono richieste tali da lasciare profondamente sconcertato chiunque abbia seguito un po' da vicino questo maledetto e sporco imbroglio... La gente oggi si chiede anzitutto come mai i super-accusatori, i super-scommettitori Cruciani e Trinca, e i loro amici, vengano creduti come l'oracolo per certi episodi e vengano invece disattesi come bugiardoni patentati per certi altri. Ecco, si vorrebbe capire perché Cruciani e i suoi amici sono credibilissimi quando parlano di Paolo Rossi, tanto che basta la loro parola per infliggere a questo calciatore tre anni di squalifica; mentre credibili non lo sono più quando affermano di aver sentito dire da Petrini che la partita Bologna-Juve era stata già combinata per il pareggio.
Lunedì 26 maggio 1980, la sentenza di assoluzione piena per le due società, inclusi i due presidenti, i due allenatori e il direttore sportivo del Bologna, Sogliano. Condanna alla squalifica di 3 mesi per il giocatore Colomba e di 6 mesi per i giocatori Savoldi e Petrini.
Domenica 13 gennaio 1980 si doveva giocare Bologna-Juventus. I bianconeri erano in una situazione disastrosa: erano reduci da tre sconfitte consecutive e in classifica stavano scivolando in zona retrocessione. Il giovedì prima della partita il direttore sportivo del Bologna, Riccardo Sogliano, alla fine dell'allenamento ci radunò tutti nello spogliatoio - titolari e riserve - e ci disse: «Ci siamo messi d'accordo con la Juve per pareggiare la partita di domenica. E' chiaro per tutti?». Nessuno di noi giocatori ebbe niente da obiettare, cosi Sogliano se ne andò tutto soddisfatto: un favore del genere alla Juve poteva tornare molto comodo al Bologna, nel futuro... A quel punto parlò il nostro allenatore Perani, che ci propose di scommettere sul risultato di quella partita. Solo due giocatori si tirarono indietro, Renato Sali e Franco Castronaro: loro non vlevano partecipare a scommesse. Discutemmo con Perani la somma da puntare e si decise per 50 milioni. Mentre stavo lasciando lo spogliatoio per andare a telefonare la puntata a Cruciani, l'allenatore mi prese da parte e mi disse di aggiungere alla scommessa altri 5 milioni a nome suo, suoi personali. Dovetti telefonare a Cruciani varie volte: era dubbioso, non si fidava. Infatti mi disse che ultimamente aveva preso più di una fregatura: certi giocatori gli avevano promesso risultati che in campo non erano stati mantenuti, così lui ci aveva rimesso un mucchio di soldi. Si convinse solo quando gli dissi che gli accordi per il pareggio non li avevamo presi noi giocatori , ma i dirigenti delle due società. La prova di quello che dicevo, Cruciani la trovò nella Gazzetta dello Sport della domenica mattina: «Alla Juve basta un pareggio» dichiarava l'allenatore juventino Trapattoni.
Anche per noi giocatori era una garanzia il fatto che il pareggio fosse stato combinato dalle due dirigenze. Infatti nelle ore che precedettero la partita, cercammo altre strade per scommettere ancora e vincere più soldi. Colomba telefonò al suo amico Chiodi (un ex del Bologna passato al Milan) a Milanello, e gli chiese di scommettere per noi sulla piazza di Milano il pareggio di Bologna-Juve. Ricordo come fosse ieri, allo stadio Comunale imbiancato dalla neve caduta nella notte, i minuti che precedettero l'ingresso in campo. Io ero destinato alla panchina, quando uscii dagli spogliatoi incrociai Trapattoni. Gli raccomandai il rispetto dell'accordo, e lui mi disse che potevamo stare tranquilli, che non c'era nessun problema. Con Trapattoni avevo giocato nel Milan e nel Varese, sapevo che era una persona seria. I miei compagni , nel sottopassaggio prima di entrare sul terreno di gioco, fecero lo stesso con alcuni giocatori juventini (che quel giorno erano: Zoff, Cuccureddu, Cabrini, Gentile, Brio, Scirea, Causio, Prandelli, Tavola, Bettega, Merocchino). Gli dissero che avevamo scommesso sul pari, uno di loro rispose: «Noi oggi non abbiamo scommesso, il colpo l'abbiamo fatto già due domeniche fa con l'Ascoli».
Quando si concordavano i pareggi si puntava allo 0 a 0, proprio per evitare di trovarci in situazioni imbarazzanti o che il controllo del risultato potesse sfuggire di mano. Fu cosi anche per il primo tempo di quella partita combinata: il nostro primo tiro nella porta juventina lo facemmo al 35° minuto, e la Juve non fece niente di meglio. Il pubblico cominciò a protestare, sembrava una commedia più che una partita di calcio: alla fine del primo tempo arrivarono in campo fischi e palle di neve. Nella ripresa il nostro portiere Zinetti , totalmente deconcentrato, ne combinò una grossa: al 10° minuto, su un innocuo tiro da lontano di Causio, si impaperò e il pallone gli scivolò nella rete. In campo l'imbarazzo fu generale. Causio, più dispiaciuto che contento per il gol, si avvicinò alla panchina e discusse con Trapattoni. Perani, preoccupato, mi fece entrare in campo. Nel giro di pochi minuti cominciammo a sospettare che alcuni giocatori della Juve non volessero più rispettare l'accordo, e che ormai - già che c'erano - puntassero a vincere la partita. La tensione in campo divenne alta, noi insultavamo gli juventini, che tacevano imbarazzati. A un certo punto Bettega ci disse «Calmatevi, la responsabilità di farvi fare gol me la prendo io». Meno di un quarto d'ora dopo la situazione venne risolta dagli stessi bianconeri: su calcio d'angolo di Dossena, Brio ci regalò una bella autorete. Tutti a posto, tutti conntenti. Tutti meno il pubblico, che a fine garà ci saltò con bordate di fischi e con una pioggia di palle di neve.
L'indomani, leggendo sui giornali la cronaca della partita, ce la ridemmo di gusto. Il Resto del Carlino scriveva: «Le due squadre erano così amiche che i bianconeri non hanno nemmeno protestato per un mani in area di Albinelli su tiro di Bettega... Qualcuno sussurra che le due squadre si sono messe d'accordo». E la Gazzetta dello Sport: «Sembrava che il Bologna collaborasse alla soluzione della crisi juventina... E' un pareggio che sembra tacitamente concordato. Piuttosto strano il comportamento di Causio subito dopo il gol, la sua esultanza è stata freddina».
(...) L'ufficio inchieste della Federazione cominciò gli interrogatori. Capimmo che gli inquirenti della giustizia sportiva non erano interessati a sapere tutta la verità dei fatti: avevano fretta di chiudere la faccenda al più presto, volevano solo l'ammissione di qualche nome da dare in pasto all'opinione pubblica. In abase al regolamento federale, non dovevano dimostrare loro la nostra colpevolezza, dovevamo dimostrare noi la nostra innocenza. Ma noi eravamo convinti che bastasse tenere duro e negare tutto, anche noi volevamo che l'inchiesta si chiudesse in fretta. (...) Ai primi di maggio la Figc chiuse la sua inchiesta. Per la partita Bologna?Juventus del 13 gennaio venivo rinviato a giudizio insieme a Savoldi e Colomba, al presidente Fabretti e all'allenatore Perani. Processati anche il presidente della Juve Boniperti e l'allenatore Trapattoni. (...) Il turno di noi del Bologna arrivò il 23 maggio. Mi si avvicinò il presidente juventino Boniperti accompagnato dall'avvocato Chiusano. Disse che voleva parlarmi in disparte. Andammo nell'ufficio box della società bianconera all'interno della Federazione. A quel punto Boniperti mi disse: «Petrini, è nell'interesse di tutti - nostro ma anche suo - che domani Cruciani non venga in aula a testimoniare. Noi rischiamo la retrocessione in Serie B, ma lei rischia la radiazione. Bisogna rintracciare Cruciani e convincerlo a non presentarsi». Poi il presdiente juventino aggiunse: «Gli dica e gli prometta quello che vuole, ma lo convinca a non essere qui... Se lei darà una mano a noi, poi noi daremo una mano a lei». Non la feci tanto lunga, ero talmente solo e disperato che per avere una mano dalla Juve avrei fatto qualunque cosa. «Si sbrighi a trovarlo» concluse Boniperti, «ci sono pochissime ore di tempo. Gli dica pure che ha parlato con noi e gli prometta quello che vuole».
Sabato 24 maggio 1980, il superteste Cruciani non si presentò in aula a testimoniare. Il magistrato sportivo Corrado De Biase, per Bologna-Juventus, chiese l'assoluzione delle due società per mancanza di prove, ma una squalifica di sei mesi per Sogliano, Savoldi e Petrini.
Il Corriere della Sera del giorno successivo: "C'è un nuovo giallo che ha per protagonista Massimo Cruciani, uno dei due accusatori romani, la cui deposizione nella prima parte del processo ha compromesso la posizione di Paolo Rossi, squalificato per tre anni. Risulta che, nella notte tra venerdì e sabato, Cruciani avrebbe pernottato in un albergo del centro di Milano. Cruciani, quindi, sarebbe giunto da Roma a Milano per deporre davanti alla Commissione disciplinare relativamente alle tre partite in discussione, ma avrebbe poi sorprendentemente cambiato idea, decidendo di rientrare a Roma senza presentarsi nell'aula del tribunale calcistico. Aumentano quindi i sospetti su questa defezione dell'amico di Alvaro Trinca, il quale proprio davanti alla Commissione disciplinare ha ironizzato pesantemente sull'assenza di Cruciani". E La Gazzetta dello Sport, sulle richieste di condanna e assoluzione: "Sono richieste tali da lasciare profondamente sconcertato chiunque abbia seguito un po' da vicino questo maledetto e sporco imbroglio... La gente oggi si chiede anzitutto come mai i super-accusatori, i super-scommettitori Cruciani e Trinca, e i loro amici, vengano creduti come l'oracolo per certi episodi e vengano invece disattesi come bugiardoni patentati per certi altri. Ecco, si vorrebbe capire perché Cruciani e i suoi amici sono credibilissimi quando parlano di Paolo Rossi, tanto che basta la loro parola per infliggere a questo calciatore tre anni di squalifica; mentre credibili non lo sono più quando affermano di aver sentito dire da Petrini che la partita Bologna-Juve era stata già combinata per il pareggio.
Lunedì 26 maggio 1980, la sentenza di assoluzione piena per le due società, inclusi i due presidenti, i due allenatori e il direttore sportivo del Bologna, Sogliano. Condanna alla squalifica di 3 mesi per il giocatore Colomba e di 6 mesi per i giocatori Savoldi e Petrini.
30 giugno, 2006
23 giugno, 2006
DOPO I DEFERIMENTI: ADDIO CARLONE?
Appresa la notizia del deferimento, il fischietto di Tivoli ha aperto la bocca: «Abbiamo presentato un'istanza all'Ufficio Indagini perché faccia un accertamento su Carlo Ancelotti». Dice De Santis: "non si è mai accorto di nulla, stava nella compagnia juventina e non sapeva?". Per inciso, il nostro Buon Carlone sostituì Lippi nel 1998-1999, e poi guidò i bianconeri nel 1999-2000 e nel 2000-2001. Complessivamente, sette gare dirette da De Santis, con 6 vittorie e 1 sconfitta. Stai a vedere che i conti cominciano a tornare...
22 giugno, 2006
DEFERIMENTI: ADDIO ADRIANO...
Adriano Galliani è stato deferito e si dimette: lascia la presidenza della Lega, ma evita l'incriminazione per illecito sportivo. L'accusa formulata dal procuratore federale è di avere trasgredito "il dovere di comportarsi secondo i principi di lealtà, correttezza e probità" (Titolo I, Art. 1 del c.g.s.): "Avallava la condotta di Meani", che è accusato del tentativo di "alterare lo svolgimento o il risultato di una gara" (Titolo I, Art. 6), ovvero di illecito sportivo. La gara in questione è Milan-Chievo, del 20 aprile 2005. A quando le dimissioni da AD della società?
20 giugno, 2006
I CONTI CHE NON TORNANO
Oggi l'Ufficio Indagini della FIGC consegna la sua relazione su Calciopoli (già Moggiopoli) al procuratore federale, che emetterà i deferimenti per club e tesserati coinvolti a vario titolo nello scandalo. Restiamo in attesa di capire in quale misura Meani e Galliani abbiano agito slealmente, a norma di regolamento sportivo. Ma a prescindere dalla sentenza che verrà a breve, da Rossonero, sento il bisogno di esprimere un sentimento che scaturisce spontaneo.
Per quanto è emerso negli ultimi 40 giorni, dal lavoro delle procure e attraverso le intercettazioni telefoniche pubblicate dalla stampa (più e meno schierata), il Sistema Moggi esisteva e l'A.C. Milan ne era perfettamente a conoscenza. Nessuno dei nostri dirigenti o legali mi risulta abbia mai dichiarato il contrario. Si è molto fantasticato sulla famosa visita di Big Luciano a Palazzo Grazioli, un mese dopo il via del campionato 2005-2006. A nessuno è dato sapere cosa si siano raccontati il direttore generale della Juventus e il Presidente del Consiglio nell'occasione. Ciò che so per certo è che ancora tre mesi fa, Berlusconi dichiarava: "E' vero, Moggi e Giraudo restano alla Juve: nessuna dirigenza con la testa sulle spalle se li lascerebbe scappare" (Ansa, 21 marzo 2006). Come dimenticare, peraltro, le proverbiali cene degli amiconi Antonio e Adriano, a corollario di ogni sfida fra Juve e Milan (inclusa l'ultima, inquietante, sulla sabbia del Delle Alpi con arbitro De Santis)? Vorrei anche aggiungere che il Buon Carlone, ai giudici napoletani, avrebbe confermato le illazioni emerse nelle telefonate di Meani a Collina, riguardo ai favori ottenuti dal fischietto di Tivoli ai tempi della sua panchina bianconera (fra cui il celeberrimo Juventus-Parma, con gol regolare di Cannavaro annullato al 90°), per non parlare dei calendari di Serie A pilotati ad agosto.
Ora, fatico a scorgere la coerenza di tali premesse con la postuma presa di distanze - unanime quanto tardiva - dalla Triade di Piazza Crimea (ormai Biade, dopo le lacrime di Bettega allo stadio) o dichiarazioni più recenti di Berlusconi, del genere: "Esigiamo che ci restituiscano i due scudetti che ci spettano. Siamo stanchi di subire ingiustizie. Attendere che tutto sia dimostrato? Ma più chiaro di così..." (Ansa, 14 maggio 2006). Il nostro ineffabile Vicario, spalleggiato in conferenza stampa dall'Avvocato Cantamessa, a maggio riferiva di sentirsi ferito nell'intimo per l'inatteso voltafaccia del Grande Accusato/Accusatore, dal momento che le sue relazioni con Moggi afferivano "la sfera dei sentimenti". Chi mi legge - o chi ha voglia di spulciare nell'archivio dei post - ricorderà peraltro una mia esternazione scomposta all'ormai epica: "La mia posizione di presidente di Lega mi obbliga a un sofferto silenzio e quindi di Milan non parlo" dopo l'arbitraggio scandaloso subito a Firenze (Assemblea di Lega, 21 novembre 2005).
I conti non tornano. In primo luogo, questi signori dovranno rendere conto del loro assordante silenzio, che vale come un'ammissione di connivenza. Secondariamente, trovo allarmante (oltre che grottesco) che l'unica linea difensiva espressa finora dalla società sia stata quella di isolare il carneade lodigiano, liquidandolo come un "povero diavolo": oste di professione con l'hobby del calcio e il vizietto di millantare crediti presso il Palazzo, spendendo il nome del Presidente di Lega e/o del Premier. "Sono il mandante di me stesso"...? I conti tornano sempre di meno. Per il semplice motivo che un club di blasone e comprovata tradizione manageriale non assegna a un povero diavolo la responsabilità di gestire (oltre tutto, in autonomia) le delicate relazioni con la classe arbitrale e gli organi federali.
In estrema sintesi: l'asse inscindibile Ancelotti-Galliani ha già prodotto più danni del lecito. Quelli tecnici sono sotto gli occhi di tutti, da due stagioni piene. Quelli disciplinari saranno quantificati a giorni e, purtroppo per noi, a prescindere dal vantaggio sportivo conseguito sul campo dalla squadra. Come dire: dopo i danni, le beffe. Il tentativo di illecito, se comprovato, peserà meno dell'illecito pieno solo nel quantificare il grado della pena. In qualasiasi caso, questi nostri signori non ne escono puliti. Senza voler attribuire tinteggiature politiche ai (mal)costumi acquisiti dalla dirigenza nell'ultimo decennio, non ho potuto fare a meno di osservare - con un senso di crescente disagio, ormai convertito in disgusto - come il cinismo di Moggi o l'affarismo di Giraudo suscitassero in tempi non sospetti perlomeno la considerazione, se non addirittura la stima, della nostra proprietà. Aggiungo: diventa sempre più difficile identificarsi in un club che corteggia galantuomini come Moggi e Giraudo, e sul mercato cerca rinforzi dello spessore umano di Materazzi, Poulsen e Ibrahimovic. Un tempo esistevano "le facce da Milan". Calciatori, allenatori, dirigenti e tifosi. I nostri colori erano l'icona dei nostri valori, che alcuni bollano con l'etichetta sprezzante del populismo: per noi, semplicemente, valori romantici. Nel 1980 scendemmo in B perché, nel Sistema, Colombo contava qualcosa meno di Boniperti e Prisco. Ma quella retrocessione fu e resta il nostro punto d'orgoglio, perché fummo gli unici (con la Lazio) a pagare per tutti. Anche e soprattutto per la Juventus (e per il Bologna).
Oggi, con un Vicepresidente tradito e sbugiardato pubblicamente dai suoi sodali di ieri, e tuttavia incatenato alla poltrona della Lega, più che l'orgoglio restano solo imbarazzo e amaro in bocca. A prescindere dalla penalizzazione che sarà, auspichiamo, sportiva e non politica.
Per quanto è emerso negli ultimi 40 giorni, dal lavoro delle procure e attraverso le intercettazioni telefoniche pubblicate dalla stampa (più e meno schierata), il Sistema Moggi esisteva e l'A.C. Milan ne era perfettamente a conoscenza. Nessuno dei nostri dirigenti o legali mi risulta abbia mai dichiarato il contrario. Si è molto fantasticato sulla famosa visita di Big Luciano a Palazzo Grazioli, un mese dopo il via del campionato 2005-2006. A nessuno è dato sapere cosa si siano raccontati il direttore generale della Juventus e il Presidente del Consiglio nell'occasione. Ciò che so per certo è che ancora tre mesi fa, Berlusconi dichiarava: "E' vero, Moggi e Giraudo restano alla Juve: nessuna dirigenza con la testa sulle spalle se li lascerebbe scappare" (Ansa, 21 marzo 2006). Come dimenticare, peraltro, le proverbiali cene degli amiconi Antonio e Adriano, a corollario di ogni sfida fra Juve e Milan (inclusa l'ultima, inquietante, sulla sabbia del Delle Alpi con arbitro De Santis)? Vorrei anche aggiungere che il Buon Carlone, ai giudici napoletani, avrebbe confermato le illazioni emerse nelle telefonate di Meani a Collina, riguardo ai favori ottenuti dal fischietto di Tivoli ai tempi della sua panchina bianconera (fra cui il celeberrimo Juventus-Parma, con gol regolare di Cannavaro annullato al 90°), per non parlare dei calendari di Serie A pilotati ad agosto.
Ora, fatico a scorgere la coerenza di tali premesse con la postuma presa di distanze - unanime quanto tardiva - dalla Triade di Piazza Crimea (ormai Biade, dopo le lacrime di Bettega allo stadio) o dichiarazioni più recenti di Berlusconi, del genere: "Esigiamo che ci restituiscano i due scudetti che ci spettano. Siamo stanchi di subire ingiustizie. Attendere che tutto sia dimostrato? Ma più chiaro di così..." (Ansa, 14 maggio 2006). Il nostro ineffabile Vicario, spalleggiato in conferenza stampa dall'Avvocato Cantamessa, a maggio riferiva di sentirsi ferito nell'intimo per l'inatteso voltafaccia del Grande Accusato/Accusatore, dal momento che le sue relazioni con Moggi afferivano "la sfera dei sentimenti". Chi mi legge - o chi ha voglia di spulciare nell'archivio dei post - ricorderà peraltro una mia esternazione scomposta all'ormai epica: "La mia posizione di presidente di Lega mi obbliga a un sofferto silenzio e quindi di Milan non parlo" dopo l'arbitraggio scandaloso subito a Firenze (Assemblea di Lega, 21 novembre 2005).
I conti non tornano. In primo luogo, questi signori dovranno rendere conto del loro assordante silenzio, che vale come un'ammissione di connivenza. Secondariamente, trovo allarmante (oltre che grottesco) che l'unica linea difensiva espressa finora dalla società sia stata quella di isolare il carneade lodigiano, liquidandolo come un "povero diavolo": oste di professione con l'hobby del calcio e il vizietto di millantare crediti presso il Palazzo, spendendo il nome del Presidente di Lega e/o del Premier. "Sono il mandante di me stesso"...? I conti tornano sempre di meno. Per il semplice motivo che un club di blasone e comprovata tradizione manageriale non assegna a un povero diavolo la responsabilità di gestire (oltre tutto, in autonomia) le delicate relazioni con la classe arbitrale e gli organi federali.
In estrema sintesi: l'asse inscindibile Ancelotti-Galliani ha già prodotto più danni del lecito. Quelli tecnici sono sotto gli occhi di tutti, da due stagioni piene. Quelli disciplinari saranno quantificati a giorni e, purtroppo per noi, a prescindere dal vantaggio sportivo conseguito sul campo dalla squadra. Come dire: dopo i danni, le beffe. Il tentativo di illecito, se comprovato, peserà meno dell'illecito pieno solo nel quantificare il grado della pena. In qualasiasi caso, questi nostri signori non ne escono puliti. Senza voler attribuire tinteggiature politiche ai (mal)costumi acquisiti dalla dirigenza nell'ultimo decennio, non ho potuto fare a meno di osservare - con un senso di crescente disagio, ormai convertito in disgusto - come il cinismo di Moggi o l'affarismo di Giraudo suscitassero in tempi non sospetti perlomeno la considerazione, se non addirittura la stima, della nostra proprietà. Aggiungo: diventa sempre più difficile identificarsi in un club che corteggia galantuomini come Moggi e Giraudo, e sul mercato cerca rinforzi dello spessore umano di Materazzi, Poulsen e Ibrahimovic. Un tempo esistevano "le facce da Milan". Calciatori, allenatori, dirigenti e tifosi. I nostri colori erano l'icona dei nostri valori, che alcuni bollano con l'etichetta sprezzante del populismo: per noi, semplicemente, valori romantici. Nel 1980 scendemmo in B perché, nel Sistema, Colombo contava qualcosa meno di Boniperti e Prisco. Ma quella retrocessione fu e resta il nostro punto d'orgoglio, perché fummo gli unici (con la Lazio) a pagare per tutti. Anche e soprattutto per la Juventus (e per il Bologna).
Oggi, con un Vicepresidente tradito e sbugiardato pubblicamente dai suoi sodali di ieri, e tuttavia incatenato alla poltrona della Lega, più che l'orgoglio restano solo imbarazzo e amaro in bocca. A prescindere dalla penalizzazione che sarà, auspichiamo, sportiva e non politica.
19 giugno, 2006
IL PRIMO SIGILLO MONDIALE
Dopo Spagna-Ucraina (4-0) ho visto spurgare un bel po' di veleno dalle bocche e le penne dei sedicenti tifosi traditi e i vari scribacchini di corte. Ho letto ironie sulla "squadra materasso" del Mondiale, malignità sul suo capitano bolso che ora - a quanto dicono - "si risparmia per il Chelsea" (sic), un innaturale silenzio da parte di chi fino a un mese fa inneggiava al "Vento di Passioni". Tristi italioti, malati di provincialismo! La mia verità è che non si vuole digerire il boccone amaro di una scelta motivata dal buon senso, oltre che dagli equilibri famigliari (su cui nessuno ha facoltà di esprimere giudizio). Milano non vale Londra, il Milan di oggi non vale il Chelsea (perlomeno in campo nazionale) e quello di domani è un'incognita assoluta, Ancelotti non vale Mourinho, un Berlusconi di ritorno non vale un Abramovich allo zenit e - perché no? - 4 o 5 milioni di ingaggio non ne valgono 9 o 10. Shevchenko ha detto: no, grazie. Ma attenzione, anche Eto'o ha detto: no, grazie. E infine Henry ha detto: no, grazie. Forse varrebbe la pena spostare il tiro e mirare altrove...
Nel frattempo, "Shevy" è tornato alla grande (primo sigillo mondiale con cabezazo e strepitoso assist per l'interessantissimo Kalinichenko, dopo una progessione delle sue per trenta metri), l'Ucraina ha restituito il 4-0 all'Arabia Saudita e veleggia (Tunisia permettendo) verso uno storico approdo agli ottavi di finale (dove potrebbe trovare la Svizzera). Mica male per una debuttante. Ho dato un occhio al calendario di Germania 2006: sai che divertimento se, nei quarti, il Nostro andasse a incrociare i miserabili Azzurri di Mister GeaLippi ;-)
Nel frattempo, "Shevy" è tornato alla grande (primo sigillo mondiale con cabezazo e strepitoso assist per l'interessantissimo Kalinichenko, dopo una progessione delle sue per trenta metri), l'Ucraina ha restituito il 4-0 all'Arabia Saudita e veleggia (Tunisia permettendo) verso uno storico approdo agli ottavi di finale (dove potrebbe trovare la Svizzera). Mica male per una debuttante. Ho dato un occhio al calendario di Germania 2006: sai che divertimento se, nei quarti, il Nostro andasse a incrociare i miserabili Azzurri di Mister GeaLippi ;-)
15 giugno, 2006
BENTORNATO SILVIO
Abbiamo bisogno di ricominciare a sognare...
«Domani sogneremo altri traguardi, inventeremo altre sfide, cercheremo altre vittorie. Che valgano a realizzare ciò che di buono, di forte, di vero c'è in noi, in tutti noi che abbiamo avuto questa avventura di intrecciare la nostra vita a un sogno che si chiama Milan».
Silvio Berlusconi, 24 marzo 1986
«Domani sogneremo altri traguardi, inventeremo altre sfide, cercheremo altre vittorie. Che valgano a realizzare ciò che di buono, di forte, di vero c'è in noi, in tutti noi che abbiamo avuto questa avventura di intrecciare la nostra vita a un sogno che si chiama Milan».
Silvio Berlusconi, 24 marzo 1986
31 maggio, 2006
PROUD DAY FOR CHELSEA
[ChelseaFC.com] Chelsea Football Club can confirm that Andriy Shevchenko has signed from AC Milan for a club record fee. Shevchenko completed a medical and agreed personal terms at Stamford Bridge today (Wednesday). He has signed a four year contract.
The former European Footballer of the Year said: "I am here for the challenge and the excitement of playing in the Premier League. I am going from one big club to another and joining a team of champions. There is a right moment to join a football club and I think I have arrived here at the perfect time. The Champions League has to be a realistic target for next season but it is not just about the Champions League. Chelsea is going for their third Premiership as well and I like the club's mentality of wanting to win every game they play. I have followed Mr. Mourinho's career carefully for the last few years and have been hugely impressed with the way he manages. He puts team ethic before individual expression which is the way I believe great teams are created. Had money been my motivation for coming, I would probably have stayed in Milan. I am pleased that Chelsea managed to conclude everything before the World Cup - I can go to Germany with a clear mind and proud to be a Chelsea player."
Chelsea manager and first team coach, José Mourinho, said: "Today is a day when the dream became reality. Andriy has always been my first choice for Chelsea since I arrived. Before it was not possible, now it is for real. He has great qualities, ambition, discipline, tactical awareness and of course he is a great goalscorer. I did not need to meet with him to convince him about Chelsea, in the same way we did not need to talk a lot about why I wanted him. Everybody knows him as a player, tactically he can play in the Chelsea system no doubt. Milan is a big club, a great club, but for him to leave Milan for Chelsea is a big statement about where Chelsea is. He is a champion and he is joining a team of champions. I have already spoken to some of our players and they are looking forward to playing with him. Great players want to play with other great players. Chief Executive Peter Kenyon added: "This is another proud day for Chelsea. The signing of Andriy, following on from Michael Ballack and Solomon Kalou shows the ambition of Chelsea. The deal is a new club transfer record and is a straight cash deal. We are delighted to have signed one of Europe's greatest goalscorers. Andriy has an unparalleled record in the Champions League, international matches and Serie A."
Chelsea will formally present Shevchenko at a media conference after the World Cup. Shevchenko is due to meet up with the Ukrainian World Cup squad tomorrow (Thursday).
The former European Footballer of the Year said: "I am here for the challenge and the excitement of playing in the Premier League. I am going from one big club to another and joining a team of champions. There is a right moment to join a football club and I think I have arrived here at the perfect time. The Champions League has to be a realistic target for next season but it is not just about the Champions League. Chelsea is going for their third Premiership as well and I like the club's mentality of wanting to win every game they play. I have followed Mr. Mourinho's career carefully for the last few years and have been hugely impressed with the way he manages. He puts team ethic before individual expression which is the way I believe great teams are created. Had money been my motivation for coming, I would probably have stayed in Milan. I am pleased that Chelsea managed to conclude everything before the World Cup - I can go to Germany with a clear mind and proud to be a Chelsea player."
Chelsea manager and first team coach, José Mourinho, said: "Today is a day when the dream became reality. Andriy has always been my first choice for Chelsea since I arrived. Before it was not possible, now it is for real. He has great qualities, ambition, discipline, tactical awareness and of course he is a great goalscorer. I did not need to meet with him to convince him about Chelsea, in the same way we did not need to talk a lot about why I wanted him. Everybody knows him as a player, tactically he can play in the Chelsea system no doubt. Milan is a big club, a great club, but for him to leave Milan for Chelsea is a big statement about where Chelsea is. He is a champion and he is joining a team of champions. I have already spoken to some of our players and they are looking forward to playing with him. Great players want to play with other great players. Chief Executive Peter Kenyon added: "This is another proud day for Chelsea. The signing of Andriy, following on from Michael Ballack and Solomon Kalou shows the ambition of Chelsea. The deal is a new club transfer record and is a straight cash deal. We are delighted to have signed one of Europe's greatest goalscorers. Andriy has an unparalleled record in the Champions League, international matches and Serie A."
Chelsea will formally present Shevchenko at a media conference after the World Cup. Shevchenko is due to meet up with the Ukrainian World Cup squad tomorrow (Thursday).
A.C. MILAN RINGRAZIA...
[ACMilan.com] L' A.C. Milan comunica di aver ceduto a titolo definitivo le prestazioni sportive del calciatore Andriy Shevchenko al Chelsea Football Club. L' A.C. Milan ringrazia Shevchenko, uomo e attaccante straordinario, per le molteplici emozioni trasmesse nelle sette stagioni in cui ha indossato la maglia rossonera. Le sue 173 reti - secondo cannoniere nella storia del Milan - hanno contribuito in maniera determinante alla conquista di uno scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa di Lega, una Champions League e una Supercoppa Europea.
30 maggio, 2006
LE VERITA' DEL POPOLO BUE
Dopo aver assistito, ieri sera, ad una deprimente edizione di "Studio Milan" sul canale tematico, il sospetto che il livore anti-Sheva fatto Opinione Pubblica attraverso i messaggi degli abbonati (?) sia una manipolazione bulgara, è diventato una certezza: è sufficiente confrontare il rapporto fra SMS benevoli e malevoli pubblicato, sempre ieri, in seconda pagina dal foglio rosa. Fra le molte (troppe) nefandezze lette e ascoltate nelle ultime settimane, mi fa piacere a questo punto riportare una voce fuori dal coro...
The cat is under the table, di Stefano Olivari
Non ci mancherà, Andriy Shevchenko, per la semplice ragione che in un anno guardiamo più partite del Chelsea che del Milan. Però mancherà tantissimo al calcio italiano prima ancora che alla società che presto avrà un Galliani a tempo pieno (e che di sicuro non lo sostituirà con l'ectoplasma di Marcio Amoroso), dal momento che per uno sport che fa della sua furbizia il suo valore fondante avere fra i suoi campioni un esempio di correttezza e di educazione come Shevchenko è decisivo. Tanto più in periodi come questi, pieni di "uomini di calcio" che non mollano nemmeno a parole vittorie palesemente sporche, uno sportivo cresciuto secondo i canoni sportivi della vecchia Unione Sovietica (Sheva l'ha vissuta fino al big bang del 1991, in pratica fino a quindici anni), unica cosa da salvare di quel mondo, ci fa sperare in un futuro migliore. Non a caso Shevchenko sarà ricordato, non solo dai milanisti, al di là dei tanti trofei vinti, vinti quasi sempre con suoi gol decisivi: uno scudetto, una Champions, una Supercoppa Europea, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, mille trofei individuali e 173 gol segnati in tutti i modi. Cifre che dicono moltissimo meno di quella coppa portata sulla tomba del maestro Lobanovsky e di tante risposte gentili date a gente che non avrebbe potuto essergli utile nemmeno in venti vite. Detto questo, è inaccettabile che questa dolorosa partenza, tecnicamente non ancora perfezionata, dopo sette anni di gol e di affetto sia stata venduta come la decisione di un uomo succube della moglie Krysten, la solita Yoko Ono creata ad uso del popolo bue, desiderosa di vivere a Londra e intenzionata ad impartire ai figli (il secondo è in arrivo) un'educazione in una sola lingua, la più diffusa nel mondo. Certo, ci sono le dichiarazioni di Berlusconi e Galliani, bravi nel mascherare una cosa che passa sopra anche alle loro teste, e le parole dello stesso attaccante, che fra poco da mezzo infortunato si giocherà l'unico Mondiale della sua carriera: ''Devo pensare ai miei figli. Noi abbiamo un problema di lingua: comunichiamo solo in italiano, io non parlo inglese, Kristen non parla ucraino. L'unico modo per poter far capire ai nostri figli l'amore che abbiamo per loro è la lingua l'inglese''. Tutte cose prese per buone acriticamente, come se a Milano non esistessero scuole inglesi (quella vicino a San Siro è piena di figli di milanisti e interisti) e Shevchenko in pochi mesi a Londra potesse impadronirsi di una lingua non sua: in questo senso cosa si può fare più di avere una moglie americana? Più utile di Makelele, Cech o delle cassette del genere 'the cat is under the table'... Secondo la stessa logica adesso vengono ingigantiti dopo il vergognoso, per chi asserisce di essere un giornalista, pompieraggio del passato, gli scazzi (reali) con Ancelotti e la sempre minore sopportazione degli anziani grilli parlanti e sempre meno giocanti (Maldini e Costacurta, tirando a indovinare): dinamiche normali in uno spogliatoio, accettabili quando quasi ogni anno si vince o si lotta per vincere qualcosa di importante. In questi casi i giornalisti non hanno però colpe, potendosi basare solo su confidenze e metodi deduttivi piuttosto che su intercettazioni telefoniche, come quelle pubblicate oggi da Tuttosport (Galliani superstar e Juve meno sola), e pedinamenti. Di sicuro in questa strana storia di una partenza che quasi nessuno voleva, con anche lo stesso Abramovich che di un rifiuto si sarebbe fatto una ragione (fra i mille controlla anche Tevez, l'uomo dei prossimi dieci anni), c'è qualcosa che non si può raccontare. Forse minacce, in una lingua universale, con tono e autori ben diversi da quelli che qualche tempo fa fecero passare brutti momenti alla famiglia Shevchenko: quella era "solo" microcriminalità, che secondo la ruota della sfortuna prima o poi ti tocca. Magari a Londra Sheva racconterà la verità, magari non lo farà mai, magari non c'è nessuna verità segreta e il mondo è più piccolo borghese di come ce lo immaginiamo: di sicuro, quando ha detto che partiva per la famiglia non ha mentito. Se un altro eroe ucraino come Sergej Bubka non può girare per Kiev un motivo ci sarà...
(Stefano Olivari, in esclusiva per Indiscreto)
The cat is under the table, di Stefano Olivari
Non ci mancherà, Andriy Shevchenko, per la semplice ragione che in un anno guardiamo più partite del Chelsea che del Milan. Però mancherà tantissimo al calcio italiano prima ancora che alla società che presto avrà un Galliani a tempo pieno (e che di sicuro non lo sostituirà con l'ectoplasma di Marcio Amoroso), dal momento che per uno sport che fa della sua furbizia il suo valore fondante avere fra i suoi campioni un esempio di correttezza e di educazione come Shevchenko è decisivo. Tanto più in periodi come questi, pieni di "uomini di calcio" che non mollano nemmeno a parole vittorie palesemente sporche, uno sportivo cresciuto secondo i canoni sportivi della vecchia Unione Sovietica (Sheva l'ha vissuta fino al big bang del 1991, in pratica fino a quindici anni), unica cosa da salvare di quel mondo, ci fa sperare in un futuro migliore. Non a caso Shevchenko sarà ricordato, non solo dai milanisti, al di là dei tanti trofei vinti, vinti quasi sempre con suoi gol decisivi: uno scudetto, una Champions, una Supercoppa Europea, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, mille trofei individuali e 173 gol segnati in tutti i modi. Cifre che dicono moltissimo meno di quella coppa portata sulla tomba del maestro Lobanovsky e di tante risposte gentili date a gente che non avrebbe potuto essergli utile nemmeno in venti vite. Detto questo, è inaccettabile che questa dolorosa partenza, tecnicamente non ancora perfezionata, dopo sette anni di gol e di affetto sia stata venduta come la decisione di un uomo succube della moglie Krysten, la solita Yoko Ono creata ad uso del popolo bue, desiderosa di vivere a Londra e intenzionata ad impartire ai figli (il secondo è in arrivo) un'educazione in una sola lingua, la più diffusa nel mondo. Certo, ci sono le dichiarazioni di Berlusconi e Galliani, bravi nel mascherare una cosa che passa sopra anche alle loro teste, e le parole dello stesso attaccante, che fra poco da mezzo infortunato si giocherà l'unico Mondiale della sua carriera: ''Devo pensare ai miei figli. Noi abbiamo un problema di lingua: comunichiamo solo in italiano, io non parlo inglese, Kristen non parla ucraino. L'unico modo per poter far capire ai nostri figli l'amore che abbiamo per loro è la lingua l'inglese''. Tutte cose prese per buone acriticamente, come se a Milano non esistessero scuole inglesi (quella vicino a San Siro è piena di figli di milanisti e interisti) e Shevchenko in pochi mesi a Londra potesse impadronirsi di una lingua non sua: in questo senso cosa si può fare più di avere una moglie americana? Più utile di Makelele, Cech o delle cassette del genere 'the cat is under the table'... Secondo la stessa logica adesso vengono ingigantiti dopo il vergognoso, per chi asserisce di essere un giornalista, pompieraggio del passato, gli scazzi (reali) con Ancelotti e la sempre minore sopportazione degli anziani grilli parlanti e sempre meno giocanti (Maldini e Costacurta, tirando a indovinare): dinamiche normali in uno spogliatoio, accettabili quando quasi ogni anno si vince o si lotta per vincere qualcosa di importante. In questi casi i giornalisti non hanno però colpe, potendosi basare solo su confidenze e metodi deduttivi piuttosto che su intercettazioni telefoniche, come quelle pubblicate oggi da Tuttosport (Galliani superstar e Juve meno sola), e pedinamenti. Di sicuro in questa strana storia di una partenza che quasi nessuno voleva, con anche lo stesso Abramovich che di un rifiuto si sarebbe fatto una ragione (fra i mille controlla anche Tevez, l'uomo dei prossimi dieci anni), c'è qualcosa che non si può raccontare. Forse minacce, in una lingua universale, con tono e autori ben diversi da quelli che qualche tempo fa fecero passare brutti momenti alla famiglia Shevchenko: quella era "solo" microcriminalità, che secondo la ruota della sfortuna prima o poi ti tocca. Magari a Londra Sheva racconterà la verità, magari non lo farà mai, magari non c'è nessuna verità segreta e il mondo è più piccolo borghese di come ce lo immaginiamo: di sicuro, quando ha detto che partiva per la famiglia non ha mentito. Se un altro eroe ucraino come Sergej Bubka non può girare per Kiev un motivo ci sarà...
(Stefano Olivari, in esclusiva per Indiscreto)
27 maggio, 2006
SHEVA: 'Un messaggio per i miei tifosi'
Ieri per me è stata una giornata veramente difficile e ho pensato molto prima di prendere questa decisione. La mia è stata una scelta sofferta ma sento che è arrivato il momento di pensare al futuro della mia famiglia e dei miei figli, che sono la cosa più importante della mia vita. Alcuni giorni fa ho spiegato le mie motivazioni a Silvio Berlusconi, lui è per me una persona speciale, importante, è il padrino di mio figlio. Mi ha ascoltato e ha capito. "Fai ciò che è meglio per te" mi ha detto, ed è per questo e per tutto quello che ha fatto per me e per la mia famiglia, che lo ringrazierò per sempre. Ringrazio tanto ache la Società e il signor Galliani che hanno fatto tutto quanto era possibile, e molto di più, per trattenermi. Ma è soprattutto a voi tifosi che mi rivolgo e chiedo di accettare la mia scelta. Ho letto i vostri messaggi in questi giorni, molti mi hanno fatto venire le lacrime agli occhi; capisco anche la vostra rabbia e la delusione ma vi chiedo di accettare la mia scelta come uomo. Quello che mi avete dato in questi anni è unico, mi avete fatto sempre sentire a casa; stare in curva con voi è stata una delle emozioni più forti della mia vita. Voi avete una parte del mio cuore e ci starete per sempre. Andriyda: http://www.sheva7.com/
26 maggio, 2006
BUONA FORTUNA CAMPIONE

Credo sia superfluo soffermarsi sull'amarezza di questo momento. Solamente il tempo, come sempre, darà a tutti (più e meno fanatici di Sheva) l'esatta dimensione di questa perdita. E tuttavia, l'uomo viene prima del calciatore. Sono convinto che molte motivazioni abbiano inciso su una scelta che, fosse stata semplice o non dolorosa, sarebbe arrivata in tempi assai più brevi. Di certo incidono progetti famigliari, ambizioni professionali e serenità interiore. Per ragioni differenti, ritengo che la quadratura di questo complesso sistema di variabili, oggi per Sheva si trovi lontano dalla Serie A, da Milano, da Ancelotti, da Galliani. E purtroppo, inevitabilmente, lontano dal Milan.
Come sempre, gli occhi di Sheva hanno detto più delle parole.
L'unica parola che io mi sento di dire al nostro campione è GRAZIE!
14 maggio, 2006
MILAN 2 - ROMA 1
(4 PT) Kakà su rigore, (33 PT) Mexes, (45 ST) Amoroso su rigore.
Abbiamo giocato con Dida, Simic (Cafu dal 29 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf (Rui Costa dal 22 ST), Kakà, Inzaghi (Amoroso dal 35 ST), Gilardino.
La farsa è finita: Juventinove! La fiaba è finita: Il Balon d'Or ha salutato il Popolo Rossonero dal cuore della Sud. GAME OVER. Resta poco da aggiungere: parlano i post pubblicati in questo blog da agosto ad oggi. Ci sono tutti i nomi (De Santis, Dattilo, Bertini, Pieri...) e tutti i capi d'accusa (dalle designazioni comode alle "sviste" arbitrali alle squalifiche telecomandate). E parlano le mie personalissime interpretazioni sul secondo Scudetto consecutivo graziosamente lasciato sul piatto dei padroni di Piazza Crimea dal maggiordomo brianzolo. Dovesse emergere che la contropartita del baratto erano voti per la poltrona, tornerebbero tutti i conti. Resta solo amaro in bocca. Più di tutto per una perdita incolmabile e ingiustificabile, al di là delle illazioni della stampa cortigiana e delle prese di posizione (di comodo e di rito) di Ancelotti e Galliani. Di 7 Rossonero ce n'è stato uno e non ce ne saranno più.
Abbiamo giocato con Dida, Simic (Cafu dal 29 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf (Rui Costa dal 22 ST), Kakà, Inzaghi (Amoroso dal 35 ST), Gilardino.
La farsa è finita: Juventinove! La fiaba è finita: Il Balon d'Or ha salutato il Popolo Rossonero dal cuore della Sud. GAME OVER. Resta poco da aggiungere: parlano i post pubblicati in questo blog da agosto ad oggi. Ci sono tutti i nomi (De Santis, Dattilo, Bertini, Pieri...) e tutti i capi d'accusa (dalle designazioni comode alle "sviste" arbitrali alle squalifiche telecomandate). E parlano le mie personalissime interpretazioni sul secondo Scudetto consecutivo graziosamente lasciato sul piatto dei padroni di Piazza Crimea dal maggiordomo brianzolo. Dovesse emergere che la contropartita del baratto erano voti per la poltrona, tornerebbero tutti i conti. Resta solo amaro in bocca. Più di tutto per una perdita incolmabile e ingiustificabile, al di là delle illazioni della stampa cortigiana e delle prese di posizione (di comodo e di rito) di Ancelotti e Galliani. Di 7 Rossonero ce n'è stato uno e non ce ne saranno più.
07 maggio, 2006
PARMA 2 - MILAN 3
(28 PT) Kakà su rigore, (43 PT) Cafu, (9 ST) Corradi, (11 ST) Seedorf, (43 ST) Corradi.
Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Nesta, Kaladze, Serginho (Jankulovski dall'11 ST), Gattuso, Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko (Gilardino dal 7 PT), Inzaghi (Rui Costa dal 25 ST).
Ora che il bubbone Moggi è esploso, da piazza Crimea prendono le distanze: scaricheranno, non senza sdegno, Don Luciano. Ma intanto portano a casa il settimo Scudetto Gea: De Santis (che novità!) ha completato il lavoretto al Delle Alpi. E sarà tricolore nel feudo di San Nicola... perché hanno paura anche del Granillo. Epilogo funereo, come il ginocchio gonfio del Balon d'Or, uscito (simbolicamente) al minuto 7 e con un saluto emblematico alla panchina...
Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Nesta, Kaladze, Serginho (Jankulovski dall'11 ST), Gattuso, Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko (Gilardino dal 7 PT), Inzaghi (Rui Costa dal 25 ST).
Ora che il bubbone Moggi è esploso, da piazza Crimea prendono le distanze: scaricheranno, non senza sdegno, Don Luciano. Ma intanto portano a casa il settimo Scudetto Gea: De Santis (che novità!) ha completato il lavoretto al Delle Alpi. E sarà tricolore nel feudo di San Nicola... perché hanno paura anche del Granillo. Epilogo funereo, come il ginocchio gonfio del Balon d'Or, uscito (simbolicamente) al minuto 7 e con un saluto emblematico alla panchina...
30 aprile, 2006
29 aprile, 2006
MILAN 2 - LIVORNO 0
(28 PT) Inzaghi, (20 ST) Inzaghi.
Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Stam (Costacurta dal 40 PT), Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo, Jankulovski, Rui Costa, Shevchenko (Gilardino dal 20 ST), Inzaghi (Amoroso dal 32 ST).
Arroganza del potere di Piazza Crimea: tre gol (nella contrada bianconera) nei primi 8 minuti del primo tempo, in qualsiasi paese non latino, sarebbero materiale da Ufficio Indagini. Evidentemente i capelliani non hanno più di una mezzora nelle gambe. Ma in Via Turati nessuno si scompone: "Oggi abbiamo concluso l'operazione estate tranquilla, missione compiuta" (Adriano Galliani).
Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Stam (Costacurta dal 40 PT), Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo, Jankulovski, Rui Costa, Shevchenko (Gilardino dal 20 ST), Inzaghi (Amoroso dal 32 ST).
Arroganza del potere di Piazza Crimea: tre gol (nella contrada bianconera) nei primi 8 minuti del primo tempo, in qualsiasi paese non latino, sarebbero materiale da Ufficio Indagini. Evidentemente i capelliani non hanno più di una mezzora nelle gambe. Ma in Via Turati nessuno si scompone: "Oggi abbiamo concluso l'operazione estate tranquilla, missione compiuta" (Adriano Galliani).
26 aprile, 2006
BARCELLONA 0 - MILAN 0
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Costacurta (Cafu dal 19 ST), Kaladze, Serginho, Gattuso (Rui Costa dal 23 ST), Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko, Inzaghi (Gilardino dal 35 ST).
Il calcio non è una scienza esatta. Un anno gli episodi puniscono i più forti, un anno gli episodi premiano i più forti. Onore al merito di Rijkaard, che ha imbrigliato Ancelotti con le marcature e il possesso palla: a Parigi va la squadra che da tre anni non perde una gara in casa, non la squadra che nell'intera stagione europea ha vinto una gara in trasferta (coi turchi). Poi - siccome Noi siamo il Milan - ci sta anche di uscire con un gol regolare annullato al Balon d'Or.
Gli OBIETTIVI MINIMI sono stati raggiunti, Galliani un anno fa ci avrebbe "messo la firma": bene, avanti così per altri due anni.
Il calcio non è una scienza esatta. Un anno gli episodi puniscono i più forti, un anno gli episodi premiano i più forti. Onore al merito di Rijkaard, che ha imbrigliato Ancelotti con le marcature e il possesso palla: a Parigi va la squadra che da tre anni non perde una gara in casa, non la squadra che nell'intera stagione europea ha vinto una gara in trasferta (coi turchi). Poi - siccome Noi siamo il Milan - ci sta anche di uscire con un gol regolare annullato al Balon d'Or.
Gli OBIETTIVI MINIMI sono stati raggiunti, Galliani un anno fa ci avrebbe "messo la firma": bene, avanti così per altri due anni.
22 aprile, 2006
MESSINA 1 - MILAN 3
(6 PT) Sculli, (32 PT) Jankulovski, (44 PT) Gattuso, (45 ST) Gilardino.
Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Nesta (Stam dal 19 PT), Kaladze, Serginho, Gattuso, Rui Costa, Seedorf, Kakà (Ambrosini dal 13 PT, Jankulovski dal 28 PT), Shevchenko, Gilardino.
Meno 3 dopo la mattanza sicula. Ancelotti torna (suo malgrado) a sentire odore di Scudetto e nella tonnara del San Filippo schiera il suo Undici ideale: si vada ora a rileggere il virgolettato post derby... Con ciò, andiamo alla resa dei conti del Camp Nou con la squadra a pezzi.
Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Nesta (Stam dal 19 PT), Kaladze, Serginho, Gattuso, Rui Costa, Seedorf, Kakà (Ambrosini dal 13 PT, Jankulovski dal 28 PT), Shevchenko, Gilardino.
Meno 3 dopo la mattanza sicula. Ancelotti torna (suo malgrado) a sentire odore di Scudetto e nella tonnara del San Filippo schiera il suo Undici ideale: si vada ora a rileggere il virgolettato post derby... Con ciò, andiamo alla resa dei conti del Camp Nou con la squadra a pezzi.
18 aprile, 2006
MILAN 0 - BARCELLONA 1
(11 ST) Giuly.
Abbiamo giocato con Dida, Stam (Cafu dal 32 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso (Ambrosini dal 27 ST), Pirlo (Maldini dal 22 ST), Seedorf, Kakà, Gilardino, Shevchenko.
Lezione di tattica olandese a San Siro: dopo un primo tempo equilibrato (e un palo del Gila), l'abbiamo vista poco e giocata male. La differenza ovviamente l'ha fatta il Marziano, tre palloni giocati: con il primo ha messo a sedere il Sindaco, con il secondo ha inventato il gol, con il terzo ha stampato il legno interno. La resa dei conti si avvicina: la condizione atletica è inadeguata, senza i miracoli del Santo Piacentino non si va a Parigi.
Abbiamo giocato con Dida, Stam (Cafu dal 32 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso (Ambrosini dal 27 ST), Pirlo (Maldini dal 22 ST), Seedorf, Kakà, Gilardino, Shevchenko.
Lezione di tattica olandese a San Siro: dopo un primo tempo equilibrato (e un palo del Gila), l'abbiamo vista poco e giocata male. La differenza ovviamente l'ha fatta il Marziano, tre palloni giocati: con il primo ha messo a sedere il Sindaco, con il secondo ha inventato il gol, con il terzo ha stampato il legno interno. La resa dei conti si avvicina: la condizione atletica è inadeguata, senza i miracoli del Santo Piacentino non si va a Parigi.
14 aprile, 2006
MILAN 1 - MERDE 0
(25 ST) Kaladze.
Abbiamo giocato con Dida, Cafu (Costacurta dal 27 ST), Nesta, Kaladze, Maldini, Gattuso, Pirlo (Vogel dal 33 ST), Seedorf, Kakà, Shevchenko (Rui Costa dal 36 ST), Gilardino.
Derby vinto per caso, contro voglia e contro sole: grazie Kakha. Meno 5 e non sentirli: "Se avessimo vinto a Lecce avremmo 3 punti in più, ma saremmo fuori dalla Coppa. Meglio 3 punti in meno e in semifinale" (Carlo Ancelotti).
Abbiamo giocato con Dida, Cafu (Costacurta dal 27 ST), Nesta, Kaladze, Maldini, Gattuso, Pirlo (Vogel dal 33 ST), Seedorf, Kakà, Shevchenko (Rui Costa dal 36 ST), Gilardino.
Derby vinto per caso, contro voglia e contro sole: grazie Kakha. Meno 5 e non sentirli: "Se avessimo vinto a Lecce avremmo 3 punti in più, ma saremmo fuori dalla Coppa. Meglio 3 punti in meno e in semifinale" (Carlo Ancelotti).
09 aprile, 2006
MILAN 4 - CHIEVO 1
(13 PT) Pellissier, (28 PT) Nesta, (17 ST) Kakà, (25 ST) Kakà su rigore, (46 ST) Kakà.
Abbiamo giocato con Dida, Cafu (Simic dal 39 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo (Vogel dal 34 ST), Seedorf, Kakà, Gilardino, Inzaghi (Rui Costa dal 28 ST).
Meno 7 a cinque turni dalla fine. Se Ancelotti a Lecce avesse schierato una squadra, oggi sarebbero stati 4 i punti da recuperare. QUATTRO PUNTI IN CINQUE GIORNATE. La domanda è una: chi ha avuto paura di vincere questo Scudetto... Dirigenza? Allenatore? Giocatori? Il Popolo Rossonero attende una risposta.
Abbiamo giocato con Dida, Cafu (Simic dal 39 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo (Vogel dal 34 ST), Seedorf, Kakà, Gilardino, Inzaghi (Rui Costa dal 28 ST).
Meno 7 a cinque turni dalla fine. Se Ancelotti a Lecce avesse schierato una squadra, oggi sarebbero stati 4 i punti da recuperare. QUATTRO PUNTI IN CINQUE GIORNATE. La domanda è una: chi ha avuto paura di vincere questo Scudetto... Dirigenza? Allenatore? Giocatori? Il Popolo Rossonero attende una risposta.
04 aprile, 2006
MILAN 3 - LIONE 1
(25 PT) Inzaghi, (31 PT) Diarra, (43 ST) Inzaghi, (48 ST) Shevchenko.
Abbiamo giocato con Dida, Stam (Costacurta dal 24 PT), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso (Maldini dal 33 ST), Pirlo (Ambrosini dal 27 ST), Seedorf, Kakà; Shevchenko, Inzaghi.
L'Olimpyque sbaglia l'ultima mezzora e il Diavolo punisce con le sue proverbiali virtù individuali: classe, rabbia e cuore Rossonero. SuperPippo da impazzire, come nel 2003 contro l'Ajax. Il Balon d'Or eguaglia Eusebio con 57 eurogol: secondo bomber di sempre in tutte le Coppe. Ringraziamo quindi il Santo Piacentino e il Sindaco Gennaro se siamo ancora nel tabellone, perché a 2 minuti dalla fine eravamo FUORI DA TUTTO.
Abbiamo giocato con Dida, Stam (Costacurta dal 24 PT), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso (Maldini dal 33 ST), Pirlo (Ambrosini dal 27 ST), Seedorf, Kakà; Shevchenko, Inzaghi.
L'Olimpyque sbaglia l'ultima mezzora e il Diavolo punisce con le sue proverbiali virtù individuali: classe, rabbia e cuore Rossonero. SuperPippo da impazzire, come nel 2003 contro l'Ajax. Il Balon d'Or eguaglia Eusebio con 57 eurogol: secondo bomber di sempre in tutte le Coppe. Ringraziamo quindi il Santo Piacentino e il Sindaco Gennaro se siamo ancora nel tabellone, perché a 2 minuti dalla fine eravamo FUORI DA TUTTO.
02 aprile, 2006
LECCE 1 - MILAN 0
(9 ST) Konan.
Abbiamo consegnato lo Scudetto 2006 con Dida, Simic (Cafu dal 15 ST), Maldini, Kaladze, Jankulovski, Vogel, Pirlo (Seedorf dal 19 ST), Ambrosini, Rui Costa, Amoroso (Inzaghi dall'11 ST), Gilardino. Allenatore: Carlo Ancelotti. Vice Presidente Vicario e Amministratore Delegato: Adriano Galliani.
Shevalover torna a parlare: per dire GRAZIE! Grazie di cuore a questa squadra, a questo allenatore, a questa dirigenza, che per il secondo anno consecutivo rinunciano a lottare per il titolo a favore del partner commerciale Juventus F.C.
Abbiamo consegnato lo Scudetto 2006 con Dida, Simic (Cafu dal 15 ST), Maldini, Kaladze, Jankulovski, Vogel, Pirlo (Seedorf dal 19 ST), Ambrosini, Rui Costa, Amoroso (Inzaghi dall'11 ST), Gilardino. Allenatore: Carlo Ancelotti. Vice Presidente Vicario e Amministratore Delegato: Adriano Galliani.
Shevalover torna a parlare: per dire GRAZIE! Grazie di cuore a questa squadra, a questo allenatore, a questa dirigenza, che per il secondo anno consecutivo rinunciano a lottare per il titolo a favore del partner commerciale Juventus F.C.
31 marzo, 2006
29 marzo, 2006
LIONE 0 - MILAN 0
Abbiamo giocato con Dida, Costacurta (Maldini dal 16 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo (Vogel dal 40 ST), Seedorf, Kakà, Shevchenko, Gilardino (Inzaghi dal 16 ST).
Venti minuti di illusione, i primi. Strappiamo un pari pericoloso, su un campo che ha visto comunque uscire battuti 14 avversari su 18 nelle gare di Champions. I francesi in trasferta non perdono da 38 turni e avranno il Pernambucano per i calci piazzati. Si gode per la patetica comparsata della Goeba fuori dal cortile italiota, come da consolidata tradizione.
Venti minuti di illusione, i primi. Strappiamo un pari pericoloso, su un campo che ha visto comunque uscire battuti 14 avversari su 18 nelle gare di Champions. I francesi in trasferta non perdono da 38 turni e avranno il Pernambucano per i calci piazzati. Si gode per la patetica comparsata della Goeba fuori dal cortile italiota, come da consolidata tradizione.
25 marzo, 2006
MILAN 3 - FIORENTINA 1
(13 PT) Toni, (20 PT) Shevchenko, (3 ST) Kakà, (15 ST) Gattuso.
Abbiamo giocato con Dida, Costacurta (Maldini dal 27 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko (Rui Costa dal 38 ST), Inzaghi.
"Ci confortano molto di più i 5 punti di vantaggio sull'Inter che i 2 punti guadagnati sulla Juve. I nerazzurri in questo momento sono il nostro avversario diretto, alla rincorsa scudetto non pensiamo". Così parla Carlo Ancelotti, allenatore del Milan fino al 2008.
Abbiamo giocato con Dida, Costacurta (Maldini dal 27 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko (Rui Costa dal 38 ST), Inzaghi.
"Ci confortano molto di più i 5 punti di vantaggio sull'Inter che i 2 punti guadagnati sulla Juve. I nerazzurri in questo momento sono il nostro avversario diretto, alla rincorsa scudetto non pensiamo". Così parla Carlo Ancelotti, allenatore del Milan fino al 2008.
19 marzo, 2006
UDINESE 0 - MILAN 4
(42 PT) Shevchenko, (15 ST) Gilardino, (20 ST) Shevchenko, (s6 ST) Seedorf
Abbiamo giocato con Dida, Costacurta, Nesta, Kaladze, Serginho, Vogel (Ambrosini dal 27 ST), Pirlo, Seedorf (Jankulovski dal 37 ST), Kakà, Shevchenko (Amoroso dal 27 ST), Gilardino.
La macchina infernale non si arresta: 18mo gol in campionato, si avvicinano i trenta nella stagione del Balon d'Or. Dida non subisce un gol da oltre cinquecento minuti: il problema erano i difensori o la fase difensiva? Si vedano i post autunnali.
Abbiamo giocato con Dida, Costacurta, Nesta, Kaladze, Serginho, Vogel (Ambrosini dal 27 ST), Pirlo, Seedorf (Jankulovski dal 37 ST), Kakà, Shevchenko (Amoroso dal 27 ST), Gilardino.
La macchina infernale non si arresta: 18mo gol in campionato, si avvicinano i trenta nella stagione del Balon d'Or. Dida non subisce un gol da oltre cinquecento minuti: il problema erano i difensori o la fase difensiva? Si vedano i post autunnali.
12 marzo, 2006
JUVENTUS 0 - MILAN 0
Abbìamo giocato con Dida, Stam (Costacurta dal 14 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf (Ambrosini dal 34 ST), Kakà, Shevchenko, Inzaghi (Gilardino dal 22 ST).
Hanno messo la SABBIA sul prato. Tanto di Capello: Juventinove. Da Ascoli a Torino, ha chiuso il circolo vizioso De Santis: Gattuso unico Sindaco. Antonio (Giraudo) e Adriano (Galliani) hanno brindato a cena.
Hanno messo la SABBIA sul prato. Tanto di Capello: Juventinove. Da Ascoli a Torino, ha chiuso il circolo vizioso De Santis: Gattuso unico Sindaco. Antonio (Giraudo) e Adriano (Galliani) hanno brindato a cena.
08 marzo, 2006
MILAN 4 - BAYERN 1
(8 PT) Inzaghi, (25 PT) Shevchenko, (35 PT) Ismael, (2 ST) Inzaghi, (14 ST) Kakà.
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Kaladze, Serginho, Vogel, Pirlo, Seedorf; Kakà (Rui Costa dal 41 ST), Shevchenko (Ambrosini dal 31 ST), Inzaghi (Gilardino dal 27 ST).
Due minuti per dire addio alle streghe di Istanbul: tanto passa dal rigore ciabattato su Kahn alla cornata feroce che mette a tacere il crauto isterico. Il Balon d'Or così ha salutato Raul (52mo gol e primato assoluto in Champions). Il Santo Piacentino (50mo gol in tutte le Coppe) mette alle spalle l'altro mito merengue, Di Stefano.
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Kaladze, Serginho, Vogel, Pirlo, Seedorf; Kakà (Rui Costa dal 41 ST), Shevchenko (Ambrosini dal 31 ST), Inzaghi (Gilardino dal 27 ST).
Due minuti per dire addio alle streghe di Istanbul: tanto passa dal rigore ciabattato su Kahn alla cornata feroce che mette a tacere il crauto isterico. Il Balon d'Or così ha salutato Raul (52mo gol e primato assoluto in Champions). Il Santo Piacentino (50mo gol in tutte le Coppe) mette alle spalle l'altro mito merengue, Di Stefano.
04 marzo, 2006
MILAN 3 - EMPOLI 0
(22 ST) Inzaghi, (36 ST) Shevchenko, (41 ST) Inzaghi.
Abbiamo giocato con Kalac, Simic, Costacurta, Kaladze, Jankulovski, Gattuso, Vogel, Seedorf (Kakà dall'1 ST), Rui Costa (Pirlo dall'11 ST), Inzaghi, Gilardino (Shevchenko dal 25 ST).
Sheva e Pippo: 14 volte in coppia e 14 vittorie. Il Professore tocca 450 presenze in Serie A, icona e amuleto: tredici volte in campo nella stagione e sempre i tre punti per il Diavolo.
Abbiamo giocato con Kalac, Simic, Costacurta, Kaladze, Jankulovski, Gattuso, Vogel, Seedorf (Kakà dall'1 ST), Rui Costa (Pirlo dall'11 ST), Inzaghi, Gilardino (Shevchenko dal 25 ST).
Sheva e Pippo: 14 volte in coppia e 14 vittorie. Il Professore tocca 450 presenze in Serie A, icona e amuleto: tredici volte in campo nella stagione e sempre i tre punti per il Diavolo.
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