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21 giugno, 2008

LA PROSSIMA EUROPA

[ACMilan.com] La Uefa ha reso note ieri le date della della Coppa Uefa 2008/2009. Il Milan esordirà il 18 settembre nell'andata del primo turno. La gara di ritorno, invece, si svolgerà il 2 ottobre. I rossoneri conosceranno il nome della prossima avversaria europea il 29 agosto alle ore 18.00 quando a Monaco andrà in scena il sorteggio del Primo Turno. La finalissima della Coppa Uefa 2008/2009 si disputerà il 20 maggio 2009 ad Istanbul all'Saraçoglu Stadium, stadio del Fenerbahce. Il cammino verso la Turchia prende il via il 1 luglio con il sorteggio del primo turno preliminare. Tra le 74 partecipanti spazio anche a quelle entrate grazie alla classifica Fair Play: Manchester City, Hertha BSC Berlin e FC Nordsjælland. Altre 27 squadre inizieranno dal secondo turno, comprese le ultime sette vincitrici della Coppa Intertoto Uefa. Le 32 compagini vittoriose se la vedranno con altre 48 (comprese le 16 eliminate dal terzo turno preliminare di Champions League) nella fase a gironi che durerà, dal 23 ottobre al 19 dicembre. Le prime tre dei gironi a cinque, più le terze in quelli di Champions League, parteciperanno alla fase a eliminazione diretta che inizierà il 18 febbraio.

QUESTE LE DATE DEI SORTEGGI DELLA COPPA UEFA 2008/2009

1 LUGLIO 2008 - 13.30 - Nyon: Primo turno preliminare
1 LUGLIO 2008 - 13.30 - Nyon: Secondo turno preliminare
29 AGOSTO 2008 - 18.00 - Monaco: Primo turno
7 OTTOBRE 2008 - 12.00 - Montecarlo: Fase a gironi
19 DICEMBRE 2008 - 13.00 - Nyon: Sedicesimi e ottavi
20 MARZO 2009 - 13.00 - Nyon: Quarti, semifinali e finale

QUESTO IL CALENDARIO COMPLETO DELLA COPPA UEFA 2008/09

Primo turno preliminare, andata 17 LUGLIO 2008
Primo turno preliminare, ritorno 31 LUGLIO 2008
Secondo turno preliminare, andata 14 AGOSTO 2008
Secondo turno preliminare, ritorno 28 AGOSTO 2008
Primo turno, andata 18 SETTEMBRE 2008
Primo turno, ritorno 2 OTTOBRE 2008

Fase a gironi, Matchday 1 - 23 OTTOBRE 2008
Fase a gironi, Matchday 2 - 6 NOVEMBRE 2008
Fase a gironi, Matchday 3 - 27 NOVEMBRE 2008
Fase a gironi, Matchday 4 - 3/4 DICEMBRE 2008
Fase a gironi, Matchday 5 - 17/18 DICEMBRE 2008

Sedicesimi, andata 18/19 FEBBRAIO 2009
Sedicesimi, ritorno 26 FEBBRAIO 2009
Ottavi, andata 12 MARZO 2009
Ottavi, ritorno 18/19 MARZO 2009
Quarti, andata 9 APRILE 2009
Quarti, ritorno 16 APRILE 2009
Semifinale, andata 30 APRILE 2009
Semifinale, ritorno 7 MAGGIO 2009

FINALE ad Istanbul (Saraçoglu Stadium) - 20 MAGGIO 2009

05 giugno, 2008

PELATO AL 150%

Galliani non teme confronti: Il Milan è il re del mercato.

[Gazzetta.it] Adriano Galliani non ci sta. A chi gli chiede se il Milan abbia bisogno urgente di rinforzi, risponde così: «Mi sembra che il Milan si possa considerare la squadra che finora ha agito meglio sul mercato, non mi risulta che gli altri club italiani hanno fatto quanto noi». Queste le parole del vicepresidente rossonero all'arrivo a Roma per il consiglio federale. Riferendosi al mercato del Milan, Galliani ha voluto ricordare quali operazioni siano già state effettuate dalla dirigenza del club di via Turati: «Abbiamo fatto tornare un attaccante come Borriello che ha fatto 19 gol, non credo che un ritorno del genere sia meno importante di un nuovo acquisto. Poi abbiamo preso un portiere (Abbiati), un terzino e un centrocampista importanti (Zambrotta e Flamini). Adesso vediamo se riusciamo a raggiungere l'obiettivo di un altro grande attaccante». Sul nome della nuova punta del Milan sono circolate voci di un possibile accordo già raggiunto con il giocatore dell'Arsenal Adebayor, ma Galliani ha voluto ricordare la norma che «esiste una norma per cui non si possono stringere accordi privati con i calciatori che sono sotto contratto con altri club». E ha aggiunto: «Non so se la nuova punta arriverà dall'Inghilterra, vedremo». In ogni caso, Galliani ha voluto sottolineare i meriti del presidente Berlusconi: «Sono 22 anni che fa grandi investimenti e, visto che il Boca Juniors è stato eliminato questa notte dalla coppa Libertadores, il Milan rimarrà comunque fino al 2009 il club più titolato al mondo». Sulle vicende legate al futuro del tecnico Carlo Ancelotti, Galliani è stato chiarissimo: «Carlo resta con noi non al 100%, ma al 150%».

19 maggio, 2008

UN CAPITANO COSI'

Fare i complimenti quando si è vinto è facile, io all’Inter stavolta non li faccio...
Chiamatemi pure rosicone, come si dice a Roma, ma io "bravo" all’Inter non lo dico.
Fra due anni ci si ricorderà solo della classifica, non della storia di questa stagione.
Credo sia giusto soffermarsi su quanto avvenuto, sul perché non abbiamo vinto.
Lo scudetto non l’abbiamo perso a Catania.
La differenza l’hanno fatta i due mesi in cui i nerazzurri erano in difficoltà, ma sono riusciti a vincere 9 partite su 10, e tutti sappiamo come.
Il campionato è falsato, e non solo per quello che abbiamo subito noi: basti pensare al Parma, che fino a 5 minuti dalla fine della sfida di San Siro all’andata era in vantaggio.
È un peccato dovere parlare di questi episodi, ma il campionato non si può ridurre a due partite perché quest'anno è successo il finimondo.
Noi abbiamo vinto partite che non meritavamo di vincere e viceversa, ma questo è il calcio. Invece quello che è successo quest'anno non è calcio.
I giocatori dell'Inter se lo sono sudato lo scudetto, ma un campionato così particolare non si vedeva da tanto tempo... Mi chiedo cosa sarebbe potuto accadere se fosse successo alla Juve quello che è successo all'Inter.
Non ho voluto dire queste cose prima, per non caricare ulteriormente la domenica decisiva.
Anche perché erano uscite cose che, sinceramente, non stavano né in cielo né in terra, e mi riferisco alle intercettazioni.

Però resto della mia idea su quei due mesi.
E comunque a Parma c’erano cinquemila tifosi dell’Inter in tribuna?
Qua a Catania c’erano cinquemila persone in campo...

(Daniele De Rossi, capitano sul campo di Catania-Roma)

Onore a questo capitano. E al suo allenatore, che chiosa il concetto: «Daniele ha detto cose sensate e io le condivido». Il nostro, viceversa, a caldo ha commentato: «Congratulazioni all'Inter che ha vinto il suo terzo scudetto consecutivo»... Terzo, sic! In quanto al bel capitano, c'è da supporre che in tarda serata abbia raggiunto i campioni al privé.

ECATOMBE FINALE

Milan, eurobocciatura.

[LaStampa.it] La «speranziella», come l’ha chiamata alla fine Adriano Galliani, è durata 17 minuti. Dal gol del 2-1 (il 100° rossonero di Inzaghi) a quello del successo viola a Torino, il Milan è stato in Champions League. «Più il tempo passava e più ci credevo», confessa l’ad deluso. Sarebbe stata troppa grazia, per chi in tutto l’anno il 4° posto ce l’ha avuto in mano soltanto alla 24ª e alla 36ª giornata. L’eurobocciatura, con retrocessione in Uefa dopo 6 presenze in Champions, arriva così nella domenica di campionato più triste del ciclo ancelottiano: sa ancor più di amaro l’inutile 4-1 sull’Udinese con l’Inter che festeggia il 16° scudetto e che, con la sua apoteosi serale a S. Siro, costringe i rossoneri a liberare in fretta lo stadio. I 4 gol, le due traverse e il rigore sciupato da Kakà che nella debordante ripresa cancellano l’osceno 1° tempo stile tracollo napoletano, servono quantomeno a strappare un applauso finale. Un tiepido arrivederci ad agosto, in attesa del mercato che sarà.

I tifosi chiedono la rifondazione della squadra più vecchia della A. Lo hanno scritto sui volantini («Siamo stufi, basta chiacchiere. Prima il mercato, poi gli abbonamenti») e sottolineato sugli striscioni in curva: «Mantenete le promesse fatte: acquisti». Sfumata l’ultima «speranziella», Galliani provvede a tranquillizzare il popolo in subbuglio: «Finché il Milan sarà di Berlusconi, avrà grandi ambizioni e grandi giocatori. I primi 12-13 non andranno via di sicuro. Non smantelliamo, rinforziamo. Per questo faremo 6-7 innesti, di cui 4 molto importanti». Per Seedorf potrebbero anche non bastare: «La rosa non era così male, ma ci sono stati tanti problemi fisici. Per questo dico che servirebbe un organico da 22, una ricostruzione con nuovi giocatori e nuove motivazioni». Ripartendo da un obiettivo non più eludibile: lo scudetto. «Sarà il nostro traguardo - conferma inevitabilmente Ancelotti -. In campionato, negli ultimi due anni, abbiamo fatto troppo poco. Prendiamo atto della classifica che ci condanna all’Uefa: colpa dei troppi punti persi in casa prima di Natale. Meditiamo sugli errori commessi, prepariamoci a un anno di purgatorio europeo con l’intenzione di essere protagonisti fino in fondo per il tricolore. Il mercato? C’è tempo per far bene. Lavorerò in sintonia con la società, come sempre».

Possibilmente, per non finire più a -21 dall’Inter. Punto sul vivo, Galliani si scuote: «Non baratterei per nessuna ragione al mondo il nostro bottino delle ultime due stagioni con il loro: mentre l’Inter festeggiava lo scudetto 2007, noi diventavamo campioni d’Europa; ora loro sono di nuovo campioni d’Italia ma noi abbiamo vinto Supercoppa europea e Mondiale. Detto questo, garantisco che l’anno prossimo non competeremo più per il 4° posto ma per il 1°». «Senza trascurare la Coppa Uefa - dice Ancelotti -. Giocheremo al giovedì ma con una rosa larga si potranno ruotare gli uomini. E’ una competizione che ci può dare belle soddisfazioni». E’ l’unica coppa che manca nella bacheca del club più titolato del mondo. Da ieri costretto a farsela piacere, a ingoiare il boccone nel giorno più felice per gli eterni rivali. «A noi per primi scoccia essere finiti 21 punti sotto l’Inter - confessa Inzaghi -. Ma non è proprio il caso di buttare via tutto. Il trionfo di Yokohama è roba di nemmeno 6 mesi fa: l’ultimo di una lunga serie. Io sono qui dal 2001: sono stati anni molto importanti e belli». Ha tutta l’aria di essere la frase che chiude un ciclo.

Shevalove ha parlato, come sempre, in tempi non sospetti. L'ecatombe finale di maggio era scritta in tutti i segni, per chi li sa leggere. Ora buon viaggio all'Inferno, povero Diavolo brianzolo.

08 maggio, 2008

C'ERA UNA VOLTA UN SOGNO CHIAMATO MILAN

Presidenza del Milan: la lettera di Sivio Berlusconi.

L'assunzione dell'incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri mi impone, ai sensi della legge 215/2004, di rassegnare le dimissioni dalle cariche sociali. Con vivo rammarico, pertanto, rassegno con effetto immediato le dimissioni dalle cariche di Presidente e di Consigliere della Società A.C. MILAN S.p.A.

Cordialmente
Silvio Berlusconi

dal sito ufficiale, AcMilan.com

05 maggio, 2008

CAMPAGNA ELETTORALE (fine)

Berlusconi: Ronaldinho non serve, ci basta il nostro SuperPippo.

[LaStampa.it] Da Ronaldinho a Inzaghinho. Euforico per il successo nel derby, Silvio Berlusconi annulla i buoni propositi preelettorali e stravolge le strategie di mercato. «Sono stato sempre dubbioso su Ronaldinho e a maggior ragione adesso - ha detto ai microfoni di Sky -. Credo che non ne abbiamo bisogno». Lo spogliatoio del Milan esulta, i tifosi un po’ meno. L’acquisto sbandierato prima del voto politico viene ridimensionato. «Presidente, presidente, ci compri Dinho» chiedevano anche ieri quelli della tribuna d’onore a Berlusconi. Due settimane fa la risposta consegnata al popolo era: «Siamo in pole position, penso proprio che arriverà». Ora la versione presidenziale è diventata: «Ma che ce ne facciamo? Abbiamo Inzaghi». I numeri certificano che Superpippo ha ancora colpi in canna da grande fuoriclasse: in cinque gare consecutive ha segnato nove gol.

La preclusione riguarda soltanto Ronaldinho o il dietro front apre le porte a una prima punta di peso come da mesi si augura Ancelotti? Adriano Galliani lascia intendere che il tecnico potrebbe essere accontentato: «Sono un appassionato di calcio brasiliano e penso che Kakà giochi meglio con un prima punta come Pippo, piuttosto che con Robinho e Ronaldinho». Ancelotti si allinea al pensiero societario e incrocia le dita: magari invece che Shevchenko e Ronaldinho arriverà il suo giocatore preferito: Drogba. Il brasiliano del Barça prima sembrava una necessità, adesso è quasi un oggetto scomodo (e conteso dall’Inter). I maligni insinuano che sia stata solo una mossa elettorale, il Milan invece sostiene che sono cambiate alcune prerogative fondamentali: il prezzo del suo cartellino e l’umore dello spogliatoio. Ipotesi numero due: che sia un modo per fare diminuire le pretese del Barcellona? Bronzetti aspetta di conoscere la reazione di Laporta per relazionare a Galliani. Berlusconi non vuole pagare i 40 milioni chiesti dal club catalano e forse prova la strategia della retromarcia per ottenere uno sconto. Chi segue il Milan da vicino ha già detto a Berlusconi che servono investimenti pesanti per ringiovanire la rosa.Il primo colpo è stato messo a segno: tra giovedì e venerdì è arrivata la firma dello svincolato Flamini. È costato euro zero, ma prenderà un bello stipendio: 4,5 milioni per quattro anni. Il francese è atterrato ieri sera a Milano, ha cenato con Galliani e oggi sarà sottoposto alle visite mediche. L’ad rossonero è euforico: «Era conteso da tutti, l’ultima settimana si è scatenato l’inferno». La rifondazione milanista parte dall’ex centrocampista dell’Arsenal che anche la Juve voleva.

Berlusconi ieri era troppo felice per essersi riaffacciato alla zona Champions per addentrarsi nelle vicende di mercato. Il presidente ha lasciato lo stadio soddisfatto (ma nello spogliatoio ha sgridato Pato: «Dovevi entrare più deciso in partita»). «Nel finale c’è stato un grande batticuore, mi sono emozionato e stancato più negli ultimi 10 minuti che nei mesi di campagna elettorale» ha raccontato ai microfoni di Milan Channel. Poi, prima di salire in auto, ha commentato: «Era il derby che sognavo, il Milan ha giocato da Campione del mondo, in grande spolvero e con un fraseggio sensazionale. Potevamo vincere la partita solo in questo modo, con la nostra tecnica, considerando anche che loro avevano messo un uomo in marcatura su Pirlo». L’ultimo pensiero è andato a Inzaghi: «È un grande. Lo sappiamo tutti, magari trovassimo una clinica per ringiovanirlo». E la Champions? Berlusconi fa lo scaramantico: «Non dico nulla, incrociamo le dita. Nel frattempo faccio gli auguri all’Inter: domenica vincerà di sicuro lo scudetto».

01 maggio, 2008

C'ERA UNA VOLTA UN PRESIDENTE

Gli stimoli di Ronaldinho.

Il caso Ronaldinho è più interessante di altri analoghi, anche degli altri riguardanti il Milan, perché smaschera in maniera brutale i meccanismi dell'informazione non solo italiana. Il punto di partenza è che il ventottenne brasiliano è stato un fenomeno fino ad un anno fa, quando l'appagamento (ha vinto tutto, dal Mondiale alla Champions, passando per i premi personali) sportivo ed una vita fuori dal campo che farebbe sembrare Adriano un penitente con il cilicio lo hanno fatto scivolare via dal Barcellona e dal calcio vero. Complici anche piccoli e medi infortuni, comunque non tali da poterlo definire rotto. L'altro grande partente Rijkaard ha spiegato che Ronaldinho merita di giocare una partita d'addio con i blaugrana ed il Barcellona lo sta da mesi offrendo a mezza Europa: ma Abramovich, inebriato dalla Kalinka cantata dai tifosi del Chelsea, non è quello di due anni fa, le altre big inglesi non sono interessate (la più circuibile sembra il Manchester City del dopo Ericsson), in Italia Moratti lo apprezza ma non sa cosa fare di Mancini (che ha avuto referenze pessime e nella remota ipotesi che rimanga all'Inter, come scommessa preferirebbe Cassano) mentre al Milan lo vuole fortemente solamente una persona, che per sfortuna di Ancelotti, anzi di Lippi, si chiama Silvio Berlusconi.

Per una cifra vicina ai 20 milioni, di solo cartellino, l'affare si può fare, e per una volta la stampa sportiva non mente dicendo che da mesi la società rossonera ha in mano il giocatore. L'aspetto mediaticamente ridicolo della questione è evidente leggendo i giornali spagnoli ed italiani: il Barcellona deve far sembrare un grande affare la sua partenza, per questo i media della casa hanno dato grande risalto alle parole di Beguiristain sul prezzo fissato a 50 milioni, ma certi giorni 40 ed altri 60, ben sapendo che la realtà sta a livelli molto inferiori. Dall'altro lato, i giornalisti di osservanza gallianiana devono far sembrare un colpo fenomenale l'ingaggio di un giocatore grande, potenzialmente ancora grandissimo, ma che a parte Berlusconi non vuole letteralmente nessuno. Ed allora è tutto un susseguirsi di improbabili aste, offerte a sorpresa, blitz in ristoranti dove tossici italiani in camicia bianca ed escort moldave in microgonna nera fanno da contorno a trattative interminabili che in realtà si potrebbero chiudere in un minuto. Mentre incolpevoli aragoste muoiono in un modo atroce, che non augureremmo nemmeno ad un serial killer, e vengono anche avanzate sul piatto da questa feccia (escort moldave a parte) dell'umanità.

La verità non scrivibile, ma ben raccontata ai tavoli degli amici (non paganti) degli amici (paganti), è che mezzo Milan pensa che Berlusconi non abbia più il polso della situazione e che sia calcisticamente fuori di testa: di qui le amare interviste di Gattuso, pronto a trasferirsi al Manchester United, i messaggi per niente in codice di Pirlo e Seedorf, ma soprattutto i missili di Ancelotti contro Ronaldinho. Quale allenatore convinto di restare direbbe mai del sogno presidenziale: "Due anni fa lo volevano tutti" e "Ronaldinho serve se lavora"? Non esattamente un benvenuto, ma il pensiero di campioni che vorrebbero rimanere al Milan e che non possono dire queste cose ad alta voce. In mezzo sta Galliani, che la pensa una volta tanto come Ancelotti e che prova a cavalcarlo per non doversi esporre lui con il capo. In 'mezzissimo' il solito Bronzetti, perché forse il numero telefonico del Barcellona è stato tolto dall'elenco... Previsioni? Sull'esito finale, impossibili: il Milan ce l'ha in mano, ma come abbiamo visto, gran parte dell'ambiente rema contro il volere di Berlusconi. Se Ronaldinho non arriverà sarà tutto un fiorire di articoli sulla sua vita privata scandalosa, mentre per l'integerrimo Sacchi vale la tutela della privacy; se invece arriverà sarà per rilanciarsi, perché è motivatissimo e la Coppa Uefa lo riempie di stimoli.

di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva

25 aprile, 2008

C'È SOLO UN CAPITANO (segue)

Gattuso, la verità.

[Corriere.it] «Io sono più milanista di Galliani». Nelle sue nove stagioni di vita rossonera Rino Gattuso ha ripetuto spesso questa frase ad effetto, forse un modo come un altro per tenere sotto carica costante emozioni, stimoli e adrenalina. E del resto che il rosso e il nero siano i colori dominanti nei suoi cromosomi è ormai fuori discussione, come testimonia il fatto che il cuore del tifo duro e puro lo abbia da tempo dipinto come «uno di noi, Gattuso uno di noi». Il preambolo è fondamentale per comprendere i dubbi che stanno popolando la testa di questo ragazzo del Sud, cresciuto a corsa e fatica, così caparbio da azzerare nel tempo certi grossolani handicap tecnici, così generoso nel cuore e professionale nella quotidianità dei gesti da essere ormai incoronato come uno dei capi carismatici nella sacralità dello spogliatoio di Milanello. Se Rino oggi — nove anni e otto trofei dopo — tentenna, si interroga sul suo futuro rossonero, non è certo perché la sua capacità di «essere più milanista di Galliani» si sia annacquata. Anzi...

E neppure c'entra, come pure è stato insinuato, la vexata quaestio legata all'eredità di Paolo Maldini. Certo, dopo essersi dimostrato tiepido in passato («Queste cose sono per chi veste giacca e cravatta, non per me»), ora la fascia di capitano appagherebbe il suo orgoglio e forse qualche equivoco può averlo ingenerato il club, promettendola nei momenti di euforia ora all'uno (in corsa, in rappresentanza di un passato ricco di medaglie, c'è pure Ambrosini) ora all'altro (Kaká, sostanzialmente il futuro), ma non è questo il nocciolo del problema. Il problema vero è molto «umano» e sta sostanzialmente nel fatto che Rino Gattuso, trasparente come un pezzo di cristallo, si è reso conto che il tempo è passato, lasciando tracce profonde del suo scorrere. Può essere che questa annata complicata, figlia del successo nel Mondiale giapponese per club, abbia accentuato malesseri latenti in lui, certo è che nella sua analisi autocritica Ringhio si è scoperto improvvisamente nudo, senza più il sacro fuoco degli stimoli di una volta. E a questo impaccio mentale, alla testa appesantita dagli stress e dalle pressioni di decine e decine di partite sempre decisive, dentro o fuori, si è venuta a sommare la consapevolezza di non essere più lo stesso anche nel fisico.

Nella sua onestà intellettuale (si dice così?) il maratoneta di Ancelotti ha intuito che, dopo migliaia e migliaia di chilometri trascorsi a correre, la resistenza ma pure la brillantezza, si sono appannate: difficile per uno come lui mascherare la fatica con le magie della tecnica. Un giochino di questo tipo potrebbe riuscire a Kaká, un Pallone d'oro non lo si vince mai per caso, non a un muscolare tout court. Rino era stato investito da una analoga crisi di coscienza già dopo la dolorosa e per certi versi irripetibile sconfitta di Istanbul: ora però, con altri due anni di successi e di amarezze nel motore, lo scenario è soltanto in apparenza simile a quello dell'estate del 2005. Ritrovarsi trentenne a fare avanti e indietro sulla fascia può risultare insostenibile anche per chi ha fatto della fatica la stella cometa della sua vita, e qui, ovviamente, si mescolano pure l'immutabilità di un modulo che non è mai stato generoso con lui e la carenza di alternative che rischiano di spedire in sanatorio anche Pirlo e Ambrosini.

Ecco perché il milanista doc Gattuso Gennaro da Corigliano Schiavonea, Cosenza, sogna di andare a caccia di un calcio più lieve e meno intossicante, ovviamente al di fuori dei patrii confini. E, anche se qualcuno potrebbe sospettare il contrario, non è una faccenda di soldi. «Per il calciatore che sono, guadagno fin troppo» è un altro dei suoi slogan. Uno così è a suo modo un idealista e potrebbe magari tornare sui suoi passi, sulla vecchia strada. Perché non si è più milanisti di Galliani per caso.


Per "essere milanisti più di Galliani" è sufficiente non essere nati a Monza di fede goeba. Ma non è questo il punto. Da quasi tre anni, Shevalove racconta la verità che non si legge sulla stampa di regime e non si ascolta sui canali bulgari: la verità del Popolo Rossonero, cioè del Vecchio Cuore che batte ancora in qualche settore di San Siro, depresso ma non lottizzato dagli sponsor istituzionali e dalla curva degli impiegati ultras che cantano a comando. Racconta la storia di un gruppo di uomini ostinati e predestinati, che ha saputo sopravvivere alla notte delle streghe turche e persino a se stesso, per chiudere il cerchio fantastico delle rivincite contro Liverpool e Boca Juniors. Il ciclo del Milan di Carlo Ancelotti era finito ad Istanbul il 25 maggio 2005, e Rino Gattuso - l'unico e autentico capitano sul campo di quel gruppo - lo aveva capito forse un momento prima dei vari Kakà, Pirlo e Shevchenko: giusto per citare i nomi di chi, fra l'ecatombe dell'Ataturk e il golpe bianco di Calciopoli, aveva già deciso di dare una svolta alla propria vita. La storia poi racconta che di quei Fantastici 4 - per una quantità di motivi che qui è superfluo ribadire - fu sacrificato solo il Balon d'Or, con ciò ripianando per la prima volta nel ventennio berlusconiano un bilancio fisiologicamente deificitario. Altro che le filastrocche sul "traditore".

Ringhio ha staccato la spina da non meno di un anno: diciamo (con amarezza) da quando compare più spesso negli spot televisivi che nello score dei palloni recuperati a centrocampo. Ma da almeno due anni manda segnali chiari ed inequivocabili alla società: la rosa va rinvigorita, meno calciomarketing e più calciomercato. In Rino veritas. L'esito delle sue lamentazioni ha preso a tutt'oggi le fattezze indegne dei vari Bobone Vieri, Marcio Amoroso, "Erre punto" Oliveira, Ronaldo, Emerson, e a seguire forse Ronaldinho. Come direbbe l'amico Pupone sul set romano: famo a capisse... Triste constatarlo, ma quella di Gattuso è solo un'altra faccia (una fra le tante perse alla causa) della progressiva decadenza di un sogno che un tempo era chiamato Milan. Raggiungere il famigerato "obiettivo minimo" di Galliani & Ancelotti (obiettivo finanziario e non già sportivo) significherebbe solamente prolungare di un anno ancora l'equivoco degli "immortali" e la lenta agonia di questo nostro povero Diavolo. Da Rossonero, non è una partecipazione velleitaria alla Champions League ciò che mi auguro per il 2009, ma finalmente una stagione competitiva in Italia. E perché no, un'altra cavalcata europea per l'unico trofeo che non compare nella bacheca di Via Turati. Per poi ricominciare a sognare quella stella in più da cucire sul petto.

10 aprile, 2008

CAMPAGNA ELETTORALE

Berlusconi: Sheva torna.

[Gazzetta.it] La rutilante campagna elettorale non impedisce a Silvio Berlusconi di lanciare proclami sul Milan. In particolare su Andriy Shevchenko. Anzi, il suo Andriy. Perché... toccategli tutto, ma Sheva no. Ospite a "La7", Berlusconi ha affermato: «Sto cercando di riportarlo al Milan e ci sono molte probabilità che ci riesca». Il numero uno di via Turati ha inoltre commentato le perplessità di Carlo Ancelotti sull'ipotesi di rientro dell'ucraino. «Ancelotti - ha spiegato - ha manifestato una sua opinione, che non è un convincimento perché ora ci ho parlato io».

Maldini apre le porte di Milanello sia a Dinho che a Sheva.

[LaStampa.it] «Credo che questa operazione si farà». Adriano Galliani ostenta ottimismo: al termine dell’assemblea della Lega a Milano, l’ad rossonero continua a pensare che il club di via Turati sia faorito nella corsa al fuoriclasse del Barcellona, nonostante ci sia il chiaro interesse dell’Inter. «Mi risulta un loro interesse - commenta Galliani -. Io vengo informato costantemente di ogni telefonata che parte da Branca». Discorso simile per Andryi Shevchenko. «Sheva è un giocatore sotto contratto, sia lui che Ronaldinho sono nostri desideri, nostri auspici, ma sono tesserati l’uno col Chelsea, l’altro col Barcellona. Penso che se entrambi i giocatori si muoveranno verranno al Milan - spiega ancora il dirigente del Milan -. Ancelotti gradisce molto entrambi, ma non è detto che arrivino».

Il Milan ripartirà da Andriy Shevchenko e Ronaldinho. Almeno questo sembra essere l’obiettivo di Silvio Berlusconi che vuole riportare in rossonero l’attaccante ucraino e, finalmente, realizzare il sogno di vedere il fuoriclasse brasiliano con la maglia del suo Milan. Paolo Maldini apre le porte di Milanello sia a Sheva che a Dinho, partendo dall’ex che ha lasciato l’Italia due anni fa e che adesso non vede l’ora di tornare. «Dal punto di vista dell’ambiente non esiste il problema, assolutamente - assicura Maldini in un’intervista rilasciata a Sky nell’ambito della rubrica il »rosso e nero» -. Tutti quelli che hanno dato tanto a questa squadra, saranno sempre ben accetti da parte della società e dei giocatori. E qui si chiude il discorso che riguarda noi calciatori e lo spogliatoio. Poi, i discorsi tattici, di mercato, sono da fare con altre persone». Da Sheva a Ronaldinho il concetto di capitan Maldini non cambia. «È un grandissimo giocatore e sta bene in qualsiasi squadra. Poi - spiega Maldini -, c’è il discorso tecnico, tattico ma anche economico che è tutto da valutare».

03 aprile, 2008

IL BOIA DI REGGIOLO

Ancelotti il tenero, diventa cattivo.

[LaStampa.it] Quando nel pomeriggio di ieri si è diffusa la notizia di un Carlo Ancelotti arrabbiato e non più disposto ad assecondare le esigenze personali di alcuni giocatori del Milan, il canale tematico rossonero è trasalito: «Milanello non è una caserma». Qualsiasi illazione di questi tempi viene considerata destabilizzante. Ancelotti però non si cura di ciò che viene detto all’esterno e sembra intenzionato a portare avanti le sue convinzioni. Nonostante le smentite, in questi giorni ha cambiato registro con la squadra ed ha assunto atteggiamenti più duri. La sconfitta casalinga con l’Atalanta (seconda di fila) ha costretto l’allenatore a rivedere i programmi di allenamento. Nessuno, sia chiaro, accusa la squadra di scarsa professionalità, ma per non lasciare niente al caso si è deciso di tenere il più possibile Maldini e compagni a Milanello. Ieri ad esempio, c’è stata una doppia seduta di allenamento, questa mattina invece i giocatori si ripresenteranno alle undici per una riunione tecnica. Non era mai successo durante la gestione Ancelotti, perché di tattica si parla generalmente alla vigilia. Il mini ritiro diventerà effettivo domani dal momento che Milan-Cagliari si giocherà di sabato. Per superare il momento no, non basta soltanto cambiare uomini (certi i recuperi di Inzaghi, Kakà, Cafu e Serginho) e modulo. Ancelotti e Galliani (che ieri ha visto Arsenal-Liverpool in un ristorante milanese con Roberto De Assis, fratello e procuratore di Ronaldinho), infatti, sono convinti che il problema sia anche di atteggiamento. Non è quindi un problema solo di condizione fisica se a San Siro ha raccolto la miseria di 19 punti.

Il Giuda di ReggioloAncelotti spera di risolvere il problema facendo rivedere alla squadra le partite giocate e mettendo maggiormente in rilievo gli errori. Pare che abbia alzato la voce in un paio di occasioni e che i giocatori non se la siano presa più di tanto perché comprendono il momento. Se il Milan, infatti, dovesse restare fuori dall’Europa sarebbe il primo a pagare.
Persino le certezze di Berlusconi mostrano qualche crepa. «Gli voglio bene, mi auguro che sia ancora lui il nostro allenatore», dice a Radio Kiss Kiss. Se lo augura, ma con quali rinforzi? «Cercheremo di portare campioni autentici». Anche alla luce dei rischi che corre attualmente, Ancelotti è intenzionato a chiedere garanzie per la prossima stagione, in particolare vuole avere un maggiore controllo sulla campagna acquisti.

Non è un mistero, infatti, che non sia favorevole al ritorno di Shevchenko. L’allenatore del Milan desidera una squadra rifondata ed è stufo di veder arrivare a Milanello giocatori a parametro zero dalla scarsa affidabilità fisica. In difesa secondo lui c’è bisogno di un rinnovamento completo e non crede si possa risolvere la questione confermando Cafu, Serginho e Simic. Anche a centrocampo servono nuovi innesti: Gourcuff è stato definitivamente bocciato nonostante Berlusconi continui a pensare che sia un grande giocatore ed Emerson ha problemi ad entrambe le tibie. Gattuso, Pirlo e Ambrosini hanno bisogno di tirare il fiato. Capitolo Dida: c’è una richiesta del Lione, ma solo per il prestito. Il nodo, va da sè, è il mega-contratto: i francesi saranno disposti ad accollarselo? Galliani dovrà fare il mediatore, convincendo Berlusconi a investire cifre importanti e soprattutto a rimangiarsi la parola data a Sheva. A Leonardo, invece, il compito di setacciare il mercato. La strada però è in salita. Flamini vuole la garanzia di giocare in Champions ed è conteso dalla Juventus (al di là delle smentite di Wenger) mentre lo Stoccarda ha chiesto 50 milioni di euro per Gomez. Braida, intanto, da alcuni mesi è in pensione e non ricopre più la carica di direttore generale per ragioni fiscali e amministrative. E’ consulente iscritto all’ordine dei direttori sportivi senza però potere di firma.

Scenario sempre più apocalittico per questo nostro povero Diavolo. Distruggere il tempio per ricostruire tutto dalle macerie: solo l'ecatombe finale di maggio potrà restituirci il Milan.

29 marzo, 2008

SENATORI (segue)

Mercato e quarto posto nei pensieri di Ancelotti.

[Agi/Italpress] La mente dovrebbe essere rivolta al campionato e a un quarto posto vitale come l’aria, ma la tentazione è forte. La tentazione di sapere se e come sarà il Milan del futuro, dal momento che la primavera è la stagione che porta con sè le novità più importanti. Il fermento del calciomercato c'è già, lo si sente in ogni discorso, e le parole in questa fase pesano come macigni. Ecco perché quello che Carlo Ancelotti afferma circa la compatibilità tra Pato e il figliol prodigo Shevchenko non passerà sotto silenzio e creerà più di un malumore, soprattutto nel presidente Berlusconi, il primo a voler rivedere Sheva con la casacca rossonera. «Come coppia non sono l’ideale - entra a piedi uniti il tecnico - perché sono due attaccanti con caratteristiche abbastanza simili. Si muovono su tutto il fronte d’attacco e non sono statici. Una coesione tra due grandi giocatori - prova a correggere - è però possibile». Se non è una bocciatura, poco ci manca.

Meglio allora girare la questione, e sondare il terreno su chi potrebbe far coppia con l’astro nascente brasiliano. «I giocatori che possono coesistere più facilmente sono i giocatori con caratteristiche diverse - spiega Ancelotti - ad esempio Gomez ha caratteristiche diverse da Pato, è alto e meno veloce, sta più in area di rigore, ma anche Gilardino è compatibile con Pato. Borriello? Ha caratteristiche diverse dal brasiliano, quindi è compatibile». Tirando le somme le indicazioni sono chiare: no a Shevchenko, sì a uno tra Borriello e Gomez, con Gilardino citato a puro titolo di cortesia: «Il suo procuratore dice che non ha giocato molto? Le sue chance le ha sempre avute, penso che sia stato uno dei giocatori più utilizzati quest’anno». Se sul fronte mercato le cose sono in costante evoluzione, diverso è il discorso per quanto riguarda le panchine, che Ancelotti vede ben più stabili di quanto si senta dire in giro. «Le panchine di Juventus, Fiorentina, Milan e Roma mi sembrano molto stabili - afferma - non dico anche quella dell’Inter perché dopo le dichiarazioni di Mancini credo che alla fine dell’anno ci sarà un chiarimento con la società».

Il tempo è galantuomo e Shevalove ha parlato sempre in tempi non sospetti: nel Senato di Milanello, Ancelotti fu il primo cecchino del Balon d'Or. Al di là del buonismo paciarone imparato in gioventù sulle sponde del Tevere, dove auspichiamo di rivedere a luglio il pervicace di Reggiolo.

12 marzo, 2008

PAROLA DI SILVIO (segue)

Un tesoretto da 50 milioni per ridisegnare la squadra.

Nella prossima campagna acquisti estiva il Milan potrà fare affidamento su almeno 50 milioni di euro. Sarebbe questa l’entità del "tesoretto" messo a disposi­zione dal presidente Berlu­sconi. Il numero uno di via Turati, interve­nendo lunedì se­ra in diretta ad Antenna 3 Lom­bardia, ha fatto una promessa importante: l’ac­quisto di un fuo­riclasse, con chiaro riferi­mento ad un attaccante di un certo peso e prestigio. Gli in­dizi conducono a uno fra Drogba, Amauri e Adebayor. Quest’ultimo appare sfavo­rito per il fatto che è extraco­munitario e, quindi, toglierebbe il posto al rientrante Shevchenko. La scelta verrebbe ridotta a Drogba e Amauri. L’ivoriano e il brasiliano sono soggetti a una discriminante che potreb­be fare la differenza. Drogba viene valutato dal Chelsea al­meno 35 milioni di euro. Zam­parini ha fissato in 25 milioni di euro il prezzo di Amauri. Berlusconi ha annunciato anche un intervento piuttosto importante anche in difesa. Il gettonatissimo Zambrotta sta già preparando le valigie e do­vrebbe costare almeno 6 mi­lioni di euro, poco più della metà di quanto l’aveva pagato il Barcellona. Il rientro alla base di Marzoratti contribuirebbe ad abbassare l’età media del­l’organico milanista. Scontato il di­vorzio da Dida, in via Turati ci si sta interrogando sull’eventualità di puntare anche su un portiere esperto e afferma­to come Frey (valutato alme­no 20 milioni di euro) oppure su un giovane promettente co­me Lloris, anche lui francese, attualmente fra i pali del Niz­za. Si tratta di una scommes­sa del valore di 3,5 milioni di euro. La campagna acquisti rossonera dovrebbe essere completata dagli ingaggi di Shevchenko (ceduto in presti­to gratuito dal Chelsea) e da Flamini. Il potente centro­campista dell’Arsenal è in scadenza di contratto e il Mi­lan l’ha già opzionato.

dal Corriere dello Sport di oggi.

07 marzo, 2008

HAPPY HOUR

La vita è adesso, soprattutto nello sport professionistico. Per questo nessun ciclo del Milan si è interrotto a San Siro contro l'Arsenal, al di là della lezione di calcio data per 180 minuti da Wenger: perché, bisogna ricordarlo, la stessa rosa dei Gunners allenata non da un passante ma, mettiamo, da Trapattoni, anche contro un Milan logoro avrebbe faticato ad uscire dalla metà campo. Tolti Fabregas e Van Persie (che era in panchina, in ogni caso), una squadra di giocatori medi ma nel fiore degli anni e bene allenati potrebbe far trarre l'affrettata conclusione che questo Milan sia da pensionare. Ma dove? Anche senza la scontata citazione delle recenti vittorie, a livello di primi undici per una squadra che deve vincere nel presente, tolto Maldini l'età è quella giusta. I due uomini da vetrina, Kakà e Pirlo, hanno 26 e 29 anni, la difesa con Zambrotta (che comunque ha la stessa età di Jankulovski) al posto di Maldini sarebbe tutta di gente intorno alla trentina, Seedorf (che anche zoppo è il giocatore decisivo di Ancelotti nelle partite senza domani: non a caso mancava) si può sempre gestire, Pato può solo crescere, tutti gli altri sono tranquillamente sostituibili con giocatori sul mercato. Drogba fa titolo, ma con meno di 20 milioni l'attaccante ideale, per fisico e tecnica, per aprire il campo a Kakà e Pato esiste già e si chiama Amauri. Non a caso è già stato cercato, al di là della sua nazionalità calcistica ancora da definire (scegliesse l'Italia guadagnerebbe punti Milan).

Tutto il resto è contorno, ricordando l'ovvio: negli ultimi anni Galliani ha sistematicamente sbagliato nella scelta delle seconde linee, un po' per bronzettismo (Emerson ha dato qualche segno di vita nell'ultimo mese, ma rapportato all'ingaggio è impresentabile), un po' per errori puri e moltissimo per non rovinare equilibri societari e di spogliatoio. Bonera perché ha lo stesso procuratore di Pirlo, Ba perché porta bene, Cafu perché è simpatico, Digao per ammorbidire suo fratello, Favalli perché piace a Fini, Simic perché non si è autoridotto l'ingaggio e non si è riusciti a cederlo, Serginho perché non ha pretese se non quella di essere pagato, Brocchi perché ha tanti affari a Milano, e così via: a parte Gourcuff e pochi altri il Milan Due è più una squadra di amici, di gestori di locali e di pubbliche relazioni che un'alternativa in grado di dare respiro in campionato al Milan Uno. Non è di per sé una cosa negativa, la panchina da happy hour: le gestione di giocatori di pari livello è spesso impossibile e prima di fare l'allenatore Ancelotti qualche anno sul campo l'ha passato. Insomma, con un attaccante di valore, qualche rincalzo sano di livello Empoli o Cagliari ed una scelta chiara del portiere, questa squadra rimarrebbe da Champions League anche con Lippi, facendo in campionato meglio del probabile quarto posto di quest'anno. Gli scenaristi sono già scesi in campo, ma fra un titolone e l'altro scommettiamo sul fatto che non ci sarà alcuna rivoluzione: i giornalisti di area servono a far sognare il tifoso con Ronaldinho e Gerrard, ma uno dei segreti dei 22 anni berlusconiani è stato sempre quello di cambiare poco da un anno all'altro. L'unica volta in cui si è derogato da questa regola, nell'estate 1997 (quella di Kluivert, Ziege, Bogarde, Ba, Leonardo e del ritorno di Capello), mezza squadra giocò contro allenatore e società.

di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva.

05 marzo, 2008

UN PASSO AVANTI

Cesc e i suoi fratelli, sipario sui campioni.

[LaStampa.it] Venticinque minuti, è il tempo di un cambio generazionale sopra un campo di pallone. Quanto ci mettono i ragazzi dell’Arsenal a prendere le misure e il coraggio, a tirar fuori la furbizia a sconvolgere l’ordine costituito. Non è una rivoluzione violenta e neanche un ’68 sbandierato con la forza e gli slogan di tattiche mai viste. Wenger li piazza bene e poi li lascia fare ed è questione di un centimetro per volta, non di un colpo di stato. Si riparte da una botta sulla traversa: Adebayor all’andata e Fabregas al ritorno. Due ammaccature sopra il potere che crolla a 5’ dalla fine. Sempre loro: Fabregas e Adebayor, vent’anni uno, 24 l’altro e non hanno più voglia né tempo di farsi dare ancora dei bambini. Dall’altra parte possono solo provare a resistere e non perché non sanno che altro fare, ci credono. Mangiare il tempo, spegnere i tiri avversari, sbiadire l’ardore di chi non si sente più un giovane, ma rivale, pronto e competitivo. Hanno una sola via per uscirne e la provano. È esperienza contro consapevolezza ed è lì che diventa difficile e si inceppa il sistema, prima era storia contro voracità e vince sempre la storia: troppo solida per buttarla giù a morsi. Ma ormai Fabregas non è più talento acerbo, Adebayor non è più tutto paura di sbagliare, Flamini non è più il cocco di Wenger e Hleb è geniale quanto Pirlo, ma più veloce di lui e in serata decisamente migliore. Ancelotti si arrende: «Abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità». Il duello ha cambiato prospettiva, all’improvviso sono convinti anche i giovinastri, più maliziosi che spavaldi: non iniziano facendo gli sbruffoni, si insinuano e la vecchia guardia non se lo aspetta. Restano fermi dentro il loro passato: attaccanti sganciati e sollevati da ogni responsabilità perché è così che il Milan ha già vinto, anche l’ultima Champions. Però questa è pure peggio di una finale, è una partita di confine. Segna il limite, il passaggio di consegne. Lo sa bene Berlusconi cosa vuol dire trovarsi davanti la faccia nuova, che sforzi richiede avere a che fare con quello che tutti battezzano fresco, diverso, rapido e infatti prima della partita si piazza nel corridoio che porta al campo e stringe la mano a ogni calciatore con la maglia rossonera. Di solito regala pacche e sorrisi, entusiasmo americano, ma questo giro ci mette più presenza e non dice una parola. Si ferma solo su Kakà e allunga l’altra mano per toccargli la spalla come fosse un’investitura. Dà fiducia al talento e il pallone d’oro gli risponde con un cenno sereno. Non basterà. Il Presidente può solo congratularsi e guardare la Champions sparire dall’orizzonte: «Non ci hanno fatto vedere palla». In campo Kakà è costretto ad arretrare, non è una partita da giocare sulla memoria di quanto è stato. Qui non serve quello che ha funzionato prima, perché Flamini sta metri oltre la zona affollata e chiama fuori i suoi ed esce Inzaghi. Qualcosa più di una sostituzione. Il pubblico saluta l’uomo che ha deciso la finale 2007 contro il Liverpool, l’attaccante che ha rapinato aeree e scardinato partite, se ne va la possibilità di ripetersi. Anche Gattuso non funziona, non è una partita fisica, viene saltato e non solo fisicamente. Superato da una corrente, da un altro modo di far girare la palla che non prevede ringhi solo passaggi e freschezza. Lo spiega Wenger: «I miei sono cresciuti, uscivano da una brutta settimana e hanno dimostrato di avere la maturità e la calma per venir fuori nel momento che conta. Quel che mi dà soddisfazione è che la squadra era pronta per questa notte». Al Milan resta Pato, l’unico pezzo di futuro a disposizione. Ha ancora le spalle strette, è il giocatore che capisce meglio cosa fare, ma non ha ancora bene idea di come. Nel primo tempo spreca, nel secondo cresce, ma non gli riesce di farlo abbastanza in fretta. Ancelotti gli parla, di continuo, ci sono momenti in cui si concentra solo su di lui, un corso accelerato: «Come dimostrare di essere campioni». Lui esegue, trova degli spazi, poi viene spazzato via dall’onda. Kakà impreca e non lo aveva mai fatto, il pubblico applaude perché sa cosa ha visto ed è giusto salutare, omaggiare e ringraziare. È finito un mondo, cambiata un’epoca e il campo è di un’altra generazione.

Il Punto, di Roberto Beccantini.

Cesc Fabregas, vent’anni. Emmanuel Adebayor, ventiquattro. La sentenza è nell’età, più che nei nomi e nei gol. La gioventù dell’Arsenal spazza via le rughe e le stampelle del Milan. Giù il cappello. Verdetto limpido. E pochi rimorsi: se non le due punte (più Kakà) schierate da Ancelotti. Visti i triboli patiti a metà campo, perché non uno sherpa in più? Dettagli, comunque. Prima o poi doveva succedere. È successo. Il Milan gioca sulla memoria; l’Arsenal, a memoria. Due grandi squadre: una alla frutta, l’altra al primo. Applausi a entrambe: è così che si fa. Il pressing alto dei «gunners» ha ingoiato le rare sgommate di Kakà. Era lui, la differenza in Europa. Era. Berlusconi dovrà rinfrescare la rosa. I «quaranta» di Paolo Maldini commuovono, ma per far strada in Champions servono altre risorse. Un Pato meno acerbo, per esempio. Non si può sempre e comunque giocare a poker. Il giorno in cui al tavolo si siede un Arsenal - e la spalla di Inzaghi non funziona - finisce che ti spennano. Ho sbagliato pronostico. Ho trascurato i talenti di Wenger. Fabregas ha acceso i suoi, non altrettanto è riuscito a Pirlo. Gran duello, il loro: anche se a distanza. E Flamini, che pugnale nel costato. L’aggressività e la freschezza degli inglesi (per modo di dire) hanno scavato il fosso. Era il migliore dei Milan possibili, avaro, sgonfio, incollato al mestiere e a un’idea. Troppo poco. La baracca l’hanno tenuta su i difensori e Kalac. Oltre alla leziosità endemica degli Adebayor. Cruciale la staffetta fra Eboué e Walcott. Ha disarcionato Maldini. Rifornire Kakà, Inzaghi e Pato non era facile. E vigilare in otto, nemmeno. Al Milan, a «questo» Milan, non possiamo che dire grazie. È arrivato nudo e cotto alla meta, la qual cosa - infortuni a parte - chiama in causa i vertici societari. Da ieri sera, c’è un solo obiettivo: il quarto posto in campionato. Gira e rigira, chi ci rimette è sempre la Juventus.

Ancelotti: Io non me ne vado.

«Adesso dovete prepararvi bene per il campionato, da qui in avanti giocheramo dodici finali». Silvio Berlusconi e Adriano Galliani provano a consolare i giocatori rossoneri, ma all’interno dello spogliatoio del Milan c’è solo delusione. La società ha subito indirizzato il proprio pensiero al quarto posto in serie A perché come dice Berlusconi a Mediaset: «Non arrivare in Champions sarebbe inconcepibile». Kakà chiamerà la sconfitta contro l’Arsenal «un brutto incidente». Ancelotti non si sente in bilico: «Dimettermi? Non credo proprio che le cose andranno così, questa squadra ha vinto tanto e siamo pronti per ricominciare». I tifosi sono convinti che il ciclo sia finito, Ancelotti che ha ricevuto un coro d’incoraggiamento dalla Curva, però non è d’accordo: «Fin quando Berlusconi resterà presidente il ciclo non finirà». Il Cavaliere d’altra parte allontana l’ipotesi Lippi: «Carletto resta». Kakà puntualizza: «A fine stagione alcuni giocatori smetteranno e la società dovrà fare le sue valutazioni». Berlusconi vuole rifare il contratto a Ronaldo e riportare Shevchenko a Milanello, gli ultras, invece, si aspettano investimenti seri e duratori. Saranno mesi caldi per tutti.

Secondo un copione già scritto, il penultimo passo verso l'ecatombe finale di maggio. Ieri sera a San Siro, una lezione solare di calcio: dai tempi del Maestro di Fusignano non vedevo una squadra imporre il proprio gioco attraverso un possesso palla così geometrico e applicato a ritmi tanto ossessivi. Il pervicace di Reggiolo, dal canto suo, ha mandato il nostro povero Diavolo al massacro, schiacciando i due incontristi (sfiancati per mancata rotation, da noi detto turn-over) a ridosso della linea dei difensori e isolando le due punte sessanta metri più avanti: per raggiungerle, cavalcate di sessanta metri a testa bassa di Kakà in versione Gondrand (al secolo, la buonanima di Giancarlone Pasinato) o in alternativa, lanci di sessanta metri di Pirlo in versione pirla (leggasi appoggio sui piedi dell'avversario nell'azione che ha scatenato il gol del vantaggio, idem pochi minuti prima a ridosso dell'area di rigore, episodio miracolosamente oscurato da tutti i cronisti e da tutti gli highlights televisivi...). Come a dire, il calcio degli anni sessanta.

28 febbraio, 2008

IL COMMISSIONER PELATO

Contro il campo.

Non sarà mai troppo tardi per parlare di playoff, anche se il discorso sembra sempre fatto contro chi al momento sta vincendo: ma una serie A ridotta almeno a 16 non dovrebbe e non potrebbe farne a meno, come pensa anche il commissioner del futuro (che purtroppo coincide con quello del passato). Non è un mistero che Antonio Matarrese non piaccia più a nessuno, per motivi strettamente finanziari: né alle grandi che l'hanno visto passivo di fronte alla legge Melandri, che peraltro non avrà vita lunga, nè alle piccole stizzite per la gestione della vicenda dei diritti televisivi della B. Prima subordinati ad uno sconto di Platini per la subcessione di quelli europei (figura meschina globale) della Rai, poi dopo la persistente inerzia dell'emittente di Stato offerti a mezzo mondo, da canali porno ad emittenti localissime, senza incassare nemmeno l'offerta di accollo dei costi di produzione (15mila a partita, per una cosa che non sembri il filmino del compleanno). Politicamente l'ex deputato Dc (18 anni di sporadiche visite a Montecitorio) non ha più sponde, la sua ora sta per arrivare ma prima devono andare nella loro casella alcune pedine.

E non occorre essere Kasparov per intuire che la prima è Adriano Galliani, che punta alla presidenza della Lega ma non vuole ritornare, soprattutto nel caso di scissione fra A e B, al doppio incarico che tanto fece discutere (anche gente che l'aveva votato, tipo Moratti e Sensi, e che avrebbe dovuto prendersla con se stessa): il vicepresidente del Milan viene ritenuto adatto dai peones a contrattare con le tivù le migliori condizioni possibili, soprattutto per chiaro e highlights, anche senza arrivare al miliardo di Matarrese. Con Berlusconi presidente del Consiglio su uno sbocco del genere si potrebbe giurare, con conflitto di interessi saltato all'italiana attraverso la gestione del Milan da parte di un manager sportivo di assoluta fiducia. Non Luciano Moggi, sogno di Berlusconi (un po' meno di Galliani), come lo stesso Moggi va dicendo negli ultimi giorni a giornalisti amici, per la banale ragione che c'è una squalifica ancora da scontare: ci sarà tempo e modo per rendersi utile, comunque.

I nomi caldi sono diversi, niente è ancora deciso, ma per evitare di fare la lista della spesa per poi puntare allo «Io l'avevo detto» ne facciamo solo uno, non come dirigente di grande visibilità ma come braccio del Galliani emigrato in via Rosellini: Gino Natali, ben noto agli appassionati basket come dirigente in genere delle società di Giorgio Corbelli. L'ultima in ordine cronologico l'Olimpia Milano, dalla quale Natali è stato allontanato in circostanze poco chiare (nel senso che la mossa di Corbelli potrebbe essere stata solo di facciata) qualche mese fa in seguito non tanto ai risultati scadenti, quanto ad un mercato gestito in maniera fallimentare: un capolavoro il contratto di Danilo Gallinari, non prolungato per tempo ed adesso legato ad una clausola capestro (in sintesi: se a giugno Gallinari vorrà cambiare squadra rimanendo in Europa l'Olimpia continuerà a controllarlo e potrà guadagnarci, se invece come probabile sceglierà la Nba l'Olimpia lo perderà a zero). Natali viene tenuto in caldo per progetti cestistici slegati da Corbelli, ma intanto è stato gradualmente introdotto da Galliani nel mondo Milan, ormai non c'è evento nel quale non lo si incroci (domenica sera gli abbiamo quasi sbattuto addosso a Milan-Palermo), e quella rossonera è una società così organizzata che fare danni è difficile. Curiosità: sua figlia è legata all'indimenticato Ciccio Colonnese, uno dei pupilli di Moggi (davanti ai nostri occhi una volta lo chiamò "papà", senza ironia), che a suo tempo ne consigliò l'ingaggio a Moratti per la serie «noi uomini di calcio». Insomma, Natali o non Natali, saremo sempre vicini a quel mondo, con ovviamente un personaggio di indiscusso prestigio a fare da garante: chi meglio di Paolo Maldini?

Memorabile, ma in positivo, è [l'articolo] di Fiorenza Sarzanini sul Corsera di quasi due anni fa (26 maggio 2006), che avevamo ritagliato, perso e adesso abbiamo ritrovato grazie all'archivio storico online del Corriere. L'argomento era una delle tante telefonate di Leonardo Meani, l'uomo-arbitri di Galliani temporaneamente tornato ai suoi risotti. In questo caso la telefonata era di puro cazzeggio, al guardalinee Puglisi, per commentare i sorteggi arbitrali relativi ai quarti di Champions del 2005. Parlando della designazione di De Bleeckere per la partita della Juve contro il Liverpool i due amici giudicano l'arbitro belga «uomo di Pairetto» nel calcio internazionale e quindi se la prendono con la Juve che, secondo loro, influenzerebbe anche le designazioni a livello europeo. In una successiva telefonata con l'arbitro Morganti, Meani continua a sparare contro la Juve, affermando che «De Bleeckere è praticamente il figlioccio di Pairetto nella Uefa». Non ci ricordiamo particolari scandali, in quel Liverpool-Juve finito 2 a 1 per i Reds, anzi se vogliamo dirla tutta a Del Piero fu annullato un gol per un fuorigioco che non c'era. Questo per la precisione, magari il guardalinee non era "figlioccio" di Pairetto, mentre a livello politico rimaneva il fatto che questa fosse la fama dell'arbitro belga. Protagonista senza fare danni di altre partite con italiane in campo, da Italia-Ucraina quarto del Mondiale 2006 a Milan-Manchester United dell'anno scorso. Fino alla partita di Anfield Road, con in campo la peggior Inter di stagione (a pari merito con quella di Istanbul) e fuori dal campo Materazzi dopo mezzora per un secondo fallo stupido ed un un primo inesistente. Davanti al televisore chissà la reazione di Pairetto davanti alla decisione del vecchio amico... C'è chi, come Adriano Galliani, crede che la soluzione ai mali del calcio italiano siano i fantomatici "arbitri stranieri", infallibili e privi di condizionamenti. Un consiglio: chieda a Meani.

di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva di oggi.

11 febbraio, 2008

UN RAGGIO DI SOLE

Milan, è baby boom.

[LaStampa.it] Pato più Paloschi, uguale Patoschi. Prepariamoci all’ennesimo tormentone dopo la scoperta del baby rossonero che, parole di Adriano Galliani, «domenica sera ho ordinato di riprendere dal torneo di Viareggio dopo l’infortunio di Pato, così in attacco abbiamo anche il Pa-Pa». Adesso i fenomeni non sono soltanto quelli che scendono in campo. Il Gallianone ha la sfera di vetro e vede nel futuro. Forse sapeva che il ragazzo, nato il 2 gennaio 1990 a Cividate al Piano in provincia di Bergamo, sarebbe stato determinante, avrebbe tenuto il Milan in corsa per un posto in Champions. Meno male che non ha anche detto che era sicuro che avrebbe segnato il gol-partita. E che gol: lancio profondo di Seedorf destro al volo in corsa nell’angolo alla sinistra di Manninger. Una rete strepitosa da attaccante che ha numeri importanti. Bisogna avere qualità e faccia tosta per compiere quel gesto tecnico a freddo. Fatto storico: il baby, che è più giovane di Pato di quattro mesi, era entrato in campo da 20 secondi appena. Ancelotti prima ha riso, poi siccome ha un cuore tenero si è perfino commosso. Sky l’ha colto con l’occhio umido, mentre scuoteva il testone e diceva: «Non è possibile». Già, il calcio è strano. Rischi di non vincere la partita con giocatori a corto di condizione e pronti per essere serviti sul carrello dei bolliti (età media di ieri 33 anni), e ti ritrovi la vittoria in tasca grazie a un pivellino che un’emozione come quella di ieri poteva soltanto sognarla.

Paloschi ha risolto una partita molto incasinata. Carletto aveva provato a battere il Siena con Ronaldo che ha giocato per un tempo in pigiama e ciabatte e con Inzaghi, reduce da una lunga assenza. Tentativo avventuroso e soprattutto inutile. Il colpaccio alla squadra dei matusa è riuscito grazie a questo ragazzino che al Milan non è costato niente. Utilizzarlo subito sarebbe stato forse troppo, Carletto ha preferito l’usato sicuro prima di dare spazio al nuovo fenomeno che cuce la bocca anche a Moratti. Il presidente interista qualche giorno fa: «Pato è costato oltre venti milioni, mentre Balotelli l’abbiamo pagato 350 mila euro». Purtroppo per lui nella corsa al ribasso, il Milan è balzato al comando. Prezzo di Paloschi: euro zero. Prelevato sette anni fa dalla Civitadese e inserito nelle giovanili rossonere grazie al fiuto di Chicco Evani, Alberto è cresciuto nella Primavera di Filippo Galli e ha dimostrato di essere così bravo che è già stato inserito nella lista B della Champions. Lo volevano Rimini e Lecce. Nulla da fare, Ancelotti, in grave emergenza attaccanti, ne ha bloccato il prestito. Gli sono valsi il lasciapassare per l’Europa i due gol segnati al Catania in Coppa Italia. Quello di ieri è una conferma di cose già note, un di più.

Galliani a fine partita ha atteso il ragazzo, che a luglio sosterrà la maturità scientifica, al culmine della scaletta che porta negli spogliatoi. Un grande abbraccio e il solito sorrisone delle grandi occasioni. Poi una massima da ricordare: «Il problema nel calcio non è essere giovani o meno giovani. È essere bravi o non bravi. Non dimenticate che Paloschi ha segnato tre gol e tutti a difese di serie A». Ripresosi dall’emozione, Ancelotti, ovviamente, ha detto che lui ci credeva: «In allenamento avevo capito che la qualità c’era. Lui è un predestinato: tre gol in una partita e due spezzoni. È il nostro attaccante con la percentuale-gol più alta. Ora diamogli la possibilità di crescere, credo che mercoledì nel recupero con il Livorno partirà titolare. Anch’io al debutto ho sfiorato il gol dopo un minuto che ero in campo». Dai grandi ha già imparato l’esultanza. La corsa verso la bandierina del calcio d’angolo impugnata come un trofeo di guerra. A fine partita, anche per l’emozione, non riusciva a fare pipì ed è rimasto a lungo all’antidoping. Poi ha portato la sua faccia da bravo ragazzo che ha soltanto il foglio rosa e agli allenamenti va con un bus, davanti alle telecamere, autodenunciandosi subito come amico di Balotelli: «Vedo spesso Mario fuori dal campo. Dedico il gol alla famiglia e non mi esalto. Sto al mio posto, ho tanto da imparare. Soprattutto da Inzaghi che è il mio modello di attaccante». Nota a margine: dopo il gol, gli ultrà rossoneri hanno insultato più Balotelli che esaltato il ragazzino tutto casa, scuola e calcio. Dov’è la novità?

Premesso (e ribadito) il concetto che per leggere una critica non deforme sulle cose sportive di Milano è necessario leggere una pagina non pubblicata a Milano, torno oggi a scrivere volentieri di cronaca del campo perché ieri pomeriggio è accaduto qualcosa di nuovo. Un lancio lungo, la volata in profondità, il colpo secco scoccato dal limite, una saetta a fil di palo: il miracolo sublime del Calcio si è consumato di nuovo a San Siro! Erano almeno due anni che un gesto tecnico tanto perfetto quanto inatteso, insperato, come quello del 18enne "Patoschi" non faceva saltare dal sedile persino un orfano inconsolabile del Balon d'Or, rassegnato e disilluso come il sottoscritto. Un raggio di sole, anzi di più: una scarica di elettricità ad alto voltaggio nella spina dorsale di un pubblico pagante sempre più scarno, intontito e sperso nei meandri del Jurassic Park di Ancelotti. Conosciamo i nostri polli: non fosse stato per la concomitanti defezioni di Gilardino (squalificato), Pato (infortunato) e Ronaldo (acciaccato all'intervallo), il non-papero bergamasco avrebbe trascorso un'indimenticabile domenica pomeriggio in panchina assieme al non-brasiliano Gourcuff. Ma il dio del pallone ne sa una più del Diavolo. E fu così che al minuto 19 del secondo tempo di Milan-Siena, il Popolo Rossonero potè esplodere in una spontanea standing ovation all'indirizzo dell'esordiente col numero 43: fino a 18 secondi prima, solo una sagoma nera senza foto sul tabellone delle formazioni. Perché il Calcio non è Crescina99. Il Calcio è Paloschi. Tutto il resto è lo zelig di Galliani su Sky.

06 febbraio, 2008

GIUGNO DUEMILAOTTO

Con un anno di ritardo, perché giustamente un ciclo doveva avere il suo coronamento con il Mondiale per club, Carlo Ancelotti lascerà il Milan. Secondo il Corsport il primo dei suoi antipatizzanti, Adriano Galliani, ha lasciato filtrare un «prenderemo Lippi» in contesti semiprivati. Se non è vera è verosimile, perché il c.t campione del mondo a Berlusconi è sempre piaciuto: tanto è vero che se non fosse stato per le note vicende al Milan sarebbe arrivato anche il suo direttore generale di fiducia. Oggi opinionista un po' imbolsito, incalzato in alcuni casi da giornalisti che chiedevano raccomandazioni per l'assunzione dei figli, ma che in quel tipo di progetto (Milan più italiano e più ancorato al territorio, in grado di camminare da solo senza metterci soldi ogni anno) ci sarebbe stato benissimo. Che vinca o no la Champions (a maggior ragione nel primo caso) un ciclo è concluso, al di là di un contratto fino al 2010 che gli garantisce giusto un paracadute nel caso non maturi la panchina azzurra: il ritiro già annunciato di Maldini è più di un segnale, visto che uno della sua classe giocando sulla mattonella avrebbe potuto resistere in dieci grandi partite all'anno ancora per un paio di stagioni. Con un Berlusconi presente e catalizzatore d'attenzioni si sarebbe potuto anche lanciare Costacurta, prima ancora di Tassotti; con un Berlusconi quasi certo presidente del Consiglio occorre uno indiscutibile come Lippi. Zambrotta potrebbe essere un indizio ulteriore, ma va detto che Galliani e Braida (per non dire Bronzetti) lo vorrebbero a prescindere dal nome dell'allenatore. Meglio se Lippi, comunque. Uno sul quale poter scaricare eventuali fallimenti in sede di ricostruzione. Alla fine la principale funzione dell'allenatore rimane questa...

di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva del 5 febbraio 2008

Sul fronte calcistico bisogna vedere cosa succederà alla Lega Calcio: Antonio Matarrese è stato sfiduciato dalla B ma è cocciuto e resta in sella. Appena caduto il governo Prodi, una mezza dozzina di presidenti ha telefonato però subito ad Adriano Galliani, per cercare di convincerlo a tornare alla guida della Confindustria del calcio. Non si sa cosa abbia risposto Galliani ma per farlo dovrebbe rinunciare al suo amato Milan, di cui è vicepresidente e amministratore delegato, perché le due cariche sono incompatibili. Ma, di sicuro, Galliani è il più esperto di diritti tv, e lo ha dimostrato negli anni quando portava molti cappelli (Mediaset, Milan, Lega Calcio...) Giancarlo Abete dovrebbe ricandidarsi alla guida della Federcalcio: è stanco, è vero, ma c'è ancora molto da fare. Improbabile che Matarrese voglia dare battaglia per la Figc, almeno al momento. Abete quindi non dovrebbe avere rivali. Intanto sta cercando un direttore generale per la Figc. La ricerca è lunga e complessa, dura da mesi ormai. Probabile che Abete si orienti su un esterno, esperto di finanze e marketing. Ma le strutture federali vanno irrobustite, su questo non ci sono dubbi.

da SpyCalcio del 6 febbraio 2008

Il pervicace a passeggio (o a Roma?), l'antennista in Lega: sarebbe il collasso definitivo dell'inscindibile coppia, dopo l'ecatombe di maggio, e la quadratura perfetta del cerchio. Ma anche l'alba di un giorno nuovo per questo nostro povero Diavolo...

14 gennaio, 2008

MISSION IMPOSSIBLE

«Questa sera abbiamo deciso di ritrovarci per raccontare noi stessi, per raccontare ancora una volta la splendida favola del Milan. Vent'anni fa la missione che ci eravamo prefissi era stata quella di scendere in campo e risultare, tramite il bel gioco, più forti della sfortuna, dell'invidia e dell'ingiustizia e di riuscire ad essere padroni del campo. Oggi quel Milan è diventato il Club più titolato al mondo, la missione dunque è stata compiuta! Adesso però dobbiamo impegnarci per il futuro. La nostra missione da oggi in poi sarà quella di vincere altrettanti trofei nei prossimi vent'anni. Il nostro impegno è nei confronti di coloro che ci amano, ci seguono e prendono ad esempio di lealtà e sportività questa grande società. Grazie a tutti voi e un saluto a tutti gli amici napoletani con la speranza che possano uscire dalle loro contingenze negative».

Silvio Berlusconi, 13 gennaio 2008.

16 dicembre, 2007

IL CERCHIO FANTASTICO

Yokohama, 16 Dicembre 2007: Milan 4 - Boca Juniors 2. Il Milan è campione del mondo per la quarta volta nella storia e diventa il club più titolato di sempre con 18 trofei internazionali.L'ultimo cerchio si è chiuso. Nel giorno dell'anniversario del Diavolo, il Destino consuma l'ultima fatale rivincita di questo gruppo di uomini ostinati e predestinati. È la fine del ciclo di Ancelotti, il pervicace di Reggiolo. È la fine del Milan di Maldini, il bel capitano dei record. È la fine del Milan di Dida, Cafu, Serginho, il clan brasiliano che ha ospitato fra gli altri anche le comparse Ronaldo ed Emerson. È forse (purtroppo) la fine anche del Milan di Inzaghi, il santo piacentino del Buon Carlone. Immenso, infinito, irripetibile esecutore d'area.

L'ultima icona capace di muovere ancora un fremito, di riaccendere la passione dissanguata e scarnificata di questi anni di decadenza brianzola. Superpippo a fine partita ha parlato con splendida lucidità: «oggi si chiude un cerchio fantastico». Il Grande Arrigo, collegato da Milano con Yokohama, ha mostrato gli occhi lucidi. Dentro le sue lacrime c'è tutta la nostalgia (la sua e la nostra) per un sogno chiamato Milan. Perché il Presidente non investirà per ricostruire, le carte ora mai sono scoperte. La finale giapponese ha messo a fuoco, oltre ai punti di forza (da cui si dovrebbe ripartire), tutti i punti deboli che di questo gruppo sono risaputi da non meno di tre stagioni. Parlo di 4 o 5 innesti di peso nell'undici titolare (portiere, laterali di difesa, centrocampista d'incontro, punta) oltre a 3 o 4 elementi d'esperienza e/o di buona prospettiva per la panchina (portiere, centrocampista di costruzione, punta).

Per completare il piano senza sbracare come un petroliere onesto, a Berlusconi occorrerebbe Moggi nel ruolo che è di Galliani. Non per nulla ci aveva provato in tempi non sospetti. Al più, potremo invece attenderci qualche nuovo colpo di teatro (alla Ronaldinho) per trascinare il carrozzone di questo calcio-zelig fino alla prossima campagna abbonamenti. Il geometra dal cranio lucente, dal canto suo, ha già assimilato il concetto: «il Milan non comprerà nessuno perché può contare su un gruppo molto forte capace di raggiungere venti finali internazionali». Fino a quando durerà l'inganno? Auspichiamo, non oltre l'ecatombe finale del prossimo mese di maggio. A quel punto saremo sufficientemente lontani sia da Mosca che dal dannato "obiettivo minimo", a meno di una imprevedibile joint-venture con i fratelli Della Valle... Un male cospicuo, ma necessario.

03 dicembre, 2007

DOPO SHEVA IL NULLA

Sheva, inizi a mancarci...

[Goal.com] Tre gol fatti in 7 partite a San Siro, dei quali due su rigore e uno (quello di Seedorf contro il Parma) arrivato da un rimpallo su calcio d’angolo. Numeri talmente netti da essere impietosi e invitare tutti ad un’analisi più approfondita del problema. Perché il Milan ha un problema tra le mura amiche in campionato ed è tanto evidente quanto sorprendente che nessuno in società, impegnato tra i festeggiamenti per il meritato Pallone d’Oro di Kakà (ma Pirlo meritava almeno il podio) e la partenza imminente per Tokyo – magari cercando domani di chiudere contro il Celtic al primo posto il girone di Champions, onde evitare un ottavo di finale da brivido – paia preoccuparsene. Adesso tutti aspettano il Messia Pato: i tifosi si augurano vivamente che a gennaio la situazione possa risolversi ma per il quarto posto, che sarebbe ad ogni modo un risultato deludente per le premesse di inizio stagione, occorre iniziare a correre da subito: la situazione è cambiata rispetto all’anno scorso e un margine pesante sarà ben più faticoso da recuperare.

Non piacerà sentirselo dire ai tifosi più viscerali del Diavolo, che considerano Shevchenko un traditore dopo il suo addio nel momento più difficile della storia recente rossonera, ma da quando è partito l’ucraino l’attacco del Milan non è più lo stesso. Il motivo tattico è di facile intuizione: Ancelotti non ha più a disposizione - se si eccettua Ronaldo, ormai però oggetto del mistero - uno stoccatore là davanti che sia capace di svariare su tutto il fronte dell’attacco e concludere anche dalla lunga distanza. Gilardino e Inzaghi hanno un’altra tipologia di gioco, che ben si adattava in simbiosi con l’ex numero sette del Milan: a loro non si possono richiedere certi movimenti perché non sono nel loro DNA, da qui lo spostamento in avanti di Kakà e Seedorf cui viene più facile partire da lontano e concludere anche da fuori area. Ma, i numeri lo dicono chiaramente, non è la stessa cosa.

Un giocatore come Shevchenko – e parliamo del vero Sheva, non della pallida copia di scena al Chelsea negli ultimi due anni – non è mai realmente stato sostituito dalla dirigenza. Non è tempo adesso di tornare a far emergere vecchie (ma sempre attuali, purtroppo) polemiche sulle strategie societarie; tuttavia la problematica tecnica è lampante e andrà risolta al più presto se si vuole continuare a poter parlare di “dimensione internazionale”. Questa passa senza appello dall’accesso alla prossima Champions e affidarsi solo alle prodezze di un 18enne di talento potrebbe risultare alla lunga deleterio nonché negativo per la crescita costruttiva del giovane su cui stanno ricadendo troppe speranze. Constatato che Ronaldo non dà ormai certezze, serve un attaccante in rosa capace di risolvere alcune gare con un guizzo personale senza attendere in area il lavoro offensivo della squadra (peraltro meno efficace con due interditori puri come Gattuso ed Ambrosini). Sheva l’ha fatto diverse volte in passato, togliendo spesso e volentieri le castagne dal fuoco ad Ancelotti. Da scartare un suo ritorno ma urge trovare un giocatore di tali caratteristiche. Parlano i numeri nel calcio, parlano però anche i nomi: tre stagioni fa, il Milan contava sul tandem Shevchenko – Crespo (il suo mancato riscatto grida ancora vendetta) con Kakà alle spalle e Tomasson o Inzaghi pronti all’uso. Ora i rossoneri giocano con Gilardino o Inzaghi supportati dal solo Kakà ed in panchina l’unico giocatore offensivo è Gourcuff. Aspettando Pato, qualcosa vorrà pur dire...