20 novembre, 2005

FIORENTINA 3 - MILAN 1

(10 PT) Toni, (24 PT) Gilardino, (32 ST) Jorgensen, (42 ST) Toni.

Abbiamo giocato con Dida, Stam (Cafu dal 18 ST), Nesta, Maldini, Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf (Rui Costa dal 15 ST), Kakà (Inzaghi dal 29 ST), Shevchenko, Gilardino.

Il tema tattico: l'Undici dei Sogni vs l'undici dei viola. Carlo Ancelotti è fermo all'Ottomaggio, è il suo giorno della marmotta. Ha undici nomi in testa: sono i più forti e sono i più belli. Toccano il pallone di fino e quando girano all'unisono, i virtuosismi diventano sinfonia. Eccoli allineati, come un mazzetto di figurine Panini. Da Dida a Gila: sono tutti in campo, non occorre pretattica. Fatta salva la fisiologica alternanza Stam-Cafu nel ruolo di laterale destro, quindici giorni fa lui li aveva immaginati così. E poco conta che le Nazionali gli abbiano restituito, come di norma, sacchi vuoti di energie fisiche e nervose. Pirlo torna fantasma impalpabile, il Sindaco non ringhia ma grufola sulla mediana: e con ciò ne avremmo abbastanza per dire che il centrocampo è viola, laddove l'ottimo e onesto Prandelli aggiunge un uomo (il talentino atalantino Montolivo) per rinunciare a una punta. Stesso tema tattico di Genova (là fu Zauli per Flachi) e analogo esito. Da subito, la trequarti è terra di conquista: subiamo due ripartenze a freddo, col settore di destra pericolosamente aperto (Jappone è fuori giri): rimedia la coppia d'assi al centro. Dieci minuti e siamo in corto circuito sul primo calcio da fermo. Senza spinta sulle fasce (a sinistra Sergio ha poca gamba, dall'altro lato non se ne parla nemmeno), la manovra è retta ora e sempre dallo Zionero: ma porta i guanti neri, segno che è infastidito dal clima. Non pervenuto Kakà, le uniche note liete vengono dalla linea d'offesa: rientra Sheva dopo giorni trentuno, e fa splendida coppia con il Gila più concreto della stagione. In sofferenza il Balon d'Or (forzato da subito a 90 minuti ingiustificabili), l'alchimia tecnica e tattica della nuova coppia è esplosiva, almeno in prospettiva: i due highlight della domenica li confezionano loro in finissimo fraseggio, uno per tempo e senza fortuna nella conclusione. Il Gila punisce, però, sul primo e ultimo tocco magico di Sergio. Ne mette due ma, come contro Udine, gliene cancellano uno (pesante): farebbero 10 in dieci turni... e ho già detto in passato. Con ciò, mettiamo la Fiorentina in soggezione per almeno un'ora: raccolta in trenta metri, a difendere. Ma ci puniscono (come a Marassi) gli episodi: subiamo tre tiri nello specchio e tre gol (là furono due e due gol). I colpi mortali li inferisce, peraltro, la coppia arbitrale: in quel momento, come altrove, invece di ruggire mugoliamo e dalla panchina arriva un harakiri, con Seedorf ereticamente escluso per Rui Costa. Imbarazzante il quarto d'ora finale a tre punte, di cui non ricordo precedenti su questa sponda del Naviglio...

Gli episodi chiave: odore acre di Juventinove... 45 minuti per eliminare dal campo il Bambino d'Oro: questa volta non occorre un mastino alla Poulsen o alla Simons, basta un anonimo Rodomonti da Roma. Scientifica la sequenza degli interventi nella prima mezzora. Su una copertura difensiva, palleggio e carambola fortuita sul braccio: punizione e gol. Sulla fascia, contrasto a spallate con Brocchi: fallo e cartellino giallo da urlo. Infine, fuga (l'unica) nella corsia centrale con intervento in scivolata subìto da tergo, caduta e fischio contro per fallo di mano! Un'apoteosi, suggellata da una spinta sulla schiena del Gila al limite dell'area: tutto regolare, nel finale in crescendo rossonero che poteva cambiare il corso della gara. Dopo l'intervallo, il fischietto cede le redini dell'incontro allo sbandieratore di linea, che fissa il risultato finale. In area viola, Sheva gioca di tacco con spalle alla porta: Brocchi si adagia all'indietro e con il braccio aperto intercetta il pallone a terra. Copelli ha la prospettiva migliore, da pochi metri, ma non segnala a Rodomonti (verosimilmente coperto dalla mischia). Segnala, di converso - e questo è il capolavoro della giornata - un fallo del Gila sul volo d'angelo spettacolare che inchioderebbe il pari a due. Per onore di cronaca: Dainelli tiene a distanza il nostro con il braccio destro teso, Gilardino con il sinistro si divincola e scivola, perdendo l'appoggio: qui si regge alla spalla del difensore (che cade su se stesso) e coglie lo slancio per il tuffo vincente. Non fossero stati tollerati contatti analoghi del corazziere Toni sul capitano, se ne potrebbe anche parlare... infatti Rodomonti aveva convalidato, né avevano protestato difensori e portiere. Coerenza zero. Si riprende e Toni mette il 3 a 1 finale, come si conviene. Prova della malafede arbitrale è l'episodio in area Milan nei minuti successivi: mani solare di Nesta, la giacchetta nera a cinque metri lascia proseguire. Ciò detto dei gol che ci hanno impedito di realizzare. Dei gol subiti (i due rilevanti) va rimarcata un'amnesia imperdonabile sul primo: se marchiamo a zona i calci da fermo, Toni lo deve prendere Sergio e non Paolo. Non è un difensore, e lo conferma al secondo 32 della ripresa: scivola Rino in interdizione sulla trequarti, parte un cross senza pretese a centro area, scivola Nesta sul piede d'appoggio in rinvio: la palla sfiora il tacco e fila sul piede di Jorgensen (posizione dubbia?) che fredda Dida, in splendida solitudine. Domenica no. E lo conferma lo stiramento di Cafu, a tempo scaduto: con Stam squalificato, si andrà a Istanbul con la destra scoperta.

La tribuna di Steve: il sofferto silenzio dei parvenu. "Questo non è più calcio... mi dispiace per chi crede ancora che il calcio sia una cosa seria: la logica è che dovevamo perdere il campionato". Gianni Rivera, 12 marzo 1972. Parlavamo così trent'anni fa, perché la storia del pallone in Italia non è mai stata diversa da oggi. Non si vince il tricolore nelle annate
in cui Piazza Crimea esprime una squadra competitiva. Dura Lex. Un anno fa, di questi stessi tempi, la medesima sceneggiatura: Juve in calo, Milan in crescita. Ad un turno dallo scontro diretto, occorreva salvaguardare il divario di 4 punti: e fu il capolavoro di Pieri a Bologna. A Torino, la direzione epocale di Bertini. Più avanti vennero Olimpico e Bentegodi sul fronte bianconero; per noi venne Bologna (a San Siro), poi Siena e il tripudio di maggio, entrambi griffati Collina. Quast'anno ho parlato in tempi non sospetti, ovvero dopo una tripla e una cinquina. Implacabile, la Legge. Avvicinarsi pericolosamente alla capolista equivale a incappare in quelle sfortunate sviste arbitrali... Oggi come trent'anni fa sul campo di Cagliari. Sabato all'Olimpico occorreva un lavoretto pulito, come per Roma-Juve della passata edizione: nulla di così clamoroso, è stato sufficiente chiudere gli occhi su una cintura di Cannavaro a Montella (sullo 0-0) e lasciare correre il fenomeno slavosvedese a gomiti alti (toh) per chiudere il conto. Il resto del copione lo recitano avversari mediocri o compiacenti e scribacchini o strilloni zelanti. Così accade di leggere di un Milan "schiantato" dalla Fiorentina e di un Toni "stratosferico": per inciso, ne ha viste due in 90 minuti, azzerato per il resto da Nesta&Maldini. Bravo a toccarle di testa, ma per decenza non sfiorate il Gila! Inghiottiamo fiele, siamo avvezzi: questo è il calcio da divulgazione per il pubblico bue del brogiess' de lluneddì. Ma c'è un limite alla sopportazione. Che la Televisione di Stato incoroni Copelli come un collaboratore "di personalità" per le iniziative che ha preso e non preso è un po' oltre il buon gusto. Oggi come trent'anni fa, quando su Mamma(santissima) Rai la domenica sportiva era quella che decideva di raccontare Carlo Sassi. Ai tempi avevamo un capitano di classe e carisma: il Gianni ci metteva faccia, opere (d'arte) e parole. E portava a casa quattro mesi di squalifica, se necessario: stagioni concluse a marzo, con buona pace di Barbaresco e Michelotti. Perciò lo chiamavamo "la Bandiera Rossonera". Oggi abbiamo solo omissioni, parole garbate del nostro capitano tumefatto ed il solito "sofferto silenzio" della dirigenza: mi obbliga la mia posizione di Presidente di Lega... oh, so politically correct. Congratulazioni Galliani. Resti ben saldo alla sua Poltrona, seduto al convivio dei Grandi, e si compiaccia della sua scalata al Potere. Arrossisca anche, quando arrivano schiaffi in volto, ma poi taccia e raccolga le briciole. Se ne lascia la Vecchia Signora.

No, questo non è più calcio. Questo non è più Milan. Quelle non sono più le nostre Bandiere.

16 novembre, 2005

HIC SUNT LEONES, 1968-2005


COMUNICATO

"Non abbiamo voluto scrivere un comunicato in merito alla vicenda di Milan-Juve perché in queste occasioni non siamo soliti rispondere con questi mezzi ed anche questa volta non faremo alcuna comunicazione sui fatti, ci limitiamo solo a dire che un'esposizione di parte e di comodo può arrivare a far presupporre anche la più ignobile delle infamie, pur di accreditarsi una posizione di vantaggio, ma un'accusa ha bisogno di riscontri oggettivi e pertinenti, non può essere ambigua od evasiva perché altrimenti è delazione.
Questa storia ha posto in evidenza punti di vista ormai inconciliabili all'interno della nostra curva e dopo avere discusso e riscontrato divergenze incolmabili ed insanabili, siamo giunti all'amara ma orgogliosa decisione di scioglierci e chiudere così la meravigliosa avventura della Fossa dei Leoni.
Non è nostra intenzione utilizzare questo comunicato per difenderci dalle accuse mosseci, perché siamo certi che chi ha avuto l'onore di conoscere o di scontrarsi con la Fossa dei Leoni non può nemmeno immaginare che qualcuno possa essersi reso responsabile di ciò che ci viene addebitato.
Per 37 anni tutti i ragazzi che hanno fatto parte della Fossa dei Leoni hanno condiviso con essa i valori e lo spirito dei fondatori, li hanno portati avanti con passione, con dedizione ed una convinzione ineguagliabile, per tutte le generazioni succedutesi e mantenendo tra esse un filo conduttore senza interruzioni di sorta.
Queste sono state le nostre fortune, le nostre forze e le nostre conquiste e tutti noi anche oggi, in un giorno che mai avremmo immaginato, dobbiamo essere felici, orgogliosi e fieri d'avervi fatto parte, perché oggi finisce la storia della Fossa dei Leoni ma rimangono vivi e saldi dentro ciascuno di noi quei valori e quello spirito che sempre ci hanno contraddistinto".

Grazie a tutti.

Fossa dei Leoni

06 novembre, 2005

MILAN 5 - UDINESE 1

(25 PT) Gilardino, (37 PT) Seedorf, (45 PT) Pirlo, (8 ST) Gilardino, (15 ST) rig. Iaquinta, (32 ST) Kakà.

Abbiamo dato spettacolo con Dida, Cafu, Nesta, Maldini, Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf (Jankulovski dal 20 ST), Kakà (Vogel dal 35 ST), Inzaghi (Rui Costa dal 26 ST), Gilardino.

Il tema tattico: la sinfonia del Diavolo. Dopo il trionfo di sabato e il passo falso di martedì, c'è tanta voglia di Milan a San Siro. E il Milan ha voglia di rispondere sul campo per confermare il trend di crescita. Lo si vede da subito, perché partiamo all'assalto. Dieci undicesimi sono quelli anti-Juve, salvo Cafu rientrante per Stam (ancora un risentimento muscolare, dopo le due battaglie in quattro giorni). Nei primi minuti, cross da sinistra e controcross da destra (pennellato da Rino) danno un assaggio di quella che sarà la domenica ad alta tensione di Pippo: sale come lui sa fare, in anticipo secco sulla coppia centrale, e la disegna a filo del palo. Cresce il ritmo, sebbene i friulani coprano con ordine gli spazi e l'antico Sensini si muova con la maestria di un Professore di nostra conoscenza. Ma i tempi sono maturi per l'esplosione definitiva dell'alter-ego di Pippo, Supergila. Mi piace insistere sul passaggio ideale di consegne che io vedo ad ogni turno sul campo fra il passato/presente che è Inzaghi e il presente/futuro che è Gilardino: nessuno come loro sa muoversi negli ultimi 10-15 metri, specie con le spalle alla porta; più fisico il biellese, più agile il piacentino, ma entrambi con il fiuto letale del cobra. E la pioggia battente è la cornice ideale per una gara giocata con biglie veloci sull'erba bagnata, che esalta le doti di palleggio basso dei nostri fini dicitori di centrocampo e le finalizzazioni fulminanti della Supercoppia d'attacco. Primo e secondo centro a San Siro per il grande flop del calciomercato (e son 7 in 9 presenze): cade anche l'ultimo argomento utile per i vaniloqui in rosa. Di lì in avanti è una sinfonia in crescendo. Tocchi magistrali di prima per uscire in alleggerimento dalla fase difensiva, e di prima un grande Pirlo distribuisce lanci sempre in verticale. Tutta l'orchestra dà il meglio di sè, e il risultato corale è un calcio che riempie gli occhi e il cuore del Popolo Rossonero, come non accadeva da un Milan-Samp nell'anno dell'ultimo tricolore. Dietro abbiamo un'altra coppia monumentale: il capitano è costante nel rendimento d'eccellenza e Sandronesta addirittura disarmante per la naturalezza con la quale azzera ogni pericolo. Ma la palma del migliore in campo va all'amato Sergio che, nella posizione notoriamente a lui meno gradita, riesce a conciliare in una sintesi sublime la concretezza del mastino di difesa (almeno tre chiusure poderose, incluso un anticipo di tacco sull'uomo) con progressioni incontenibili in ripartenza, assist e bordate che procurano gol. Quando i ragazzi girano così, chapeau anche a Carlone (quarto anniversario sulla panca del Diavolo, quinto allenatore di sempre per numero di presenze). E pensare che non c'è Sheva...

Gli episodi chiave: decide la Supercoppia. In tre minuti il Gila ne mette due: la prima gliela tolgono per offside (grande però il controllo di sinistro e la rasoiata di destro), il secondo è già griffe d'autore. Pippo punta Sensini sulla fascia e gioca teso al centro: Gila ha le spalle alla porta, Felipe sul collo. Accarezza con l'interno del piede sinistro per spostarla sul destro, piede perno e stilettata sotto la schiena del portiere: magistrale! Dopo il vantaggio perdiamo terreno, cedendo almeno venti metri all'Udinese, che alza il baricentro. Fondamentale un'uscita in pressing del Sindaco su Di Natale. Quel possesso recuperato a centrocampo, in un momento di crescita degli ospiti, passerà inosservato ma cambia la storia della domenica, se è vero che sulla rimessa laterale costruiamo la prima azione da cineteca della partita e il secondo gol. Seedorf dalla trequarti verticalizza su Kakà, spalle alla porta: il colpo di tacco a seguire è per Pippo, che fa a sportellate con Sensini al limite dell'area, nasconde il pallone sul raddoppio e attende il tempo del rientro dello Zionero: controllo a seguire e fiondata dal limite verso l'angolino basso. Una meraviglia, e sono due assist di Pippo! Alla fine del tempo, Pieri giudica fallosa una scivolata da tergo di Pinzi su Kakà (dal vivo non sembrava): va Pirlo e come otto giorni fa non perdona allo scadere. Gara virtualmente chiusa, anche se dopo il riposo appare evidente che i ragazzi hanno ancora tanta voglia. Fioccano le occasioni di rimessa, ma spesso le leggiamo male con Kakà. Legge benissimo, viceversa, Riccardino una nuova verticalizzazione per Clarence che dà palla col contagiri verso il fondocampo a Sergio: allungo, e dalla linea parte il colpo di biliardo per il doppio Gila. A questo punto, Pieri trova il modo di ricordare al mondo che oltre ad essere un arbitro mediocre è anche un arbitro disonesto: prima inventa un rigore per Iaquinta (Rino pizzica il pallone in chiaro anticipo), poi ne nega uno evidente ancora a Iaquinta (tirato giù da Nesta) e per compensare ne nega uno anche a Kakà (schienato da Bertotto). Poco conta, c'è ancora tempo per una cavalcata indomabile di Sergio: parte dalla mediana e... uno-due uomini saltati come birilli, finta l'appoggio al centro ma cambia passo e direzione... tre-quattro e si allarga per il sinistro di potenza: smanaccia Paoletti, ma Kakà è in posizione per il tap-in. Cinquina.

La tribuna di Steve: numeri di crescita. Dopo Bertini, ecco Pieri. Il designatore arbitrale ci propone in sequenza due protagonisti assoluti dello Juventotto 2005. Segnali forti dal Palazzo, quando il calendario diventa più fitto e insidioso. Con ciò, per un'ora siamo al comando della graduatoria (sul nostro 4-0, sblocca la Juve contro il Livorno). Un bianconero vale l'altro e merita la legge dell'uno-due-tre in 45 minuti. Peraltro, splendido test psicologico trovarsi di nuovo al riposo con il triplo vantaggio. Soprattutto contro un'Udinese che mercoledì in Champions ne aveva rimontati tre (in sei minuti...) al Werder Bremen: l'esito è noto e fa il paio con quello di sabato. Fil"otto" di vittorie dunque: eguagliamo il record di febbraio-marzo di quest'anno. Segniamo però 7 gol in più e tre/quarti del bottino nel primo tempo: l'anno scorso accadeva l'inverso. Inoltre, vinciamo per la prima volta con più di due gol di scarto. Potremmo dilagare, ma il Bambino d'Oro brucia un assist (in area) del Gila e un suo colpo di tacco smarcante. Lo perdoniamo (anche se sull'errore arriva l'azione del rigore per gli ospiti) perché a fine gara dichiara, con il suo sorriso ampioo: "Ancelotti sa che ogni tanto devo fare qualche fantasia...". Sublime. Più in generale, però, ho la sensazione che continuiamo a non avere schemi nelle situazioni di superiorità numerica: è un peccato, perché anche contro la Juve nel secondo tempo poteva terminare in goleada. Ma mi rendo conto che dirlo oggi è come cercare il pelo nell'uovo. Chiudiamo il ciclo con l'ultima sosta autunnale, ed è un peccato perché siamo in netta crescita.

01 novembre, 2005

PSV 1 - MILAN 0

(11 PT) Farfan.

Abbiamo giocato con Dida, Stam, Maldini, Nesta, Kaladze (Serginho dal 1 ST), Seedorf, Pirlo, Gattuso (Jankulovski dal 1 ST), Kakà, Vieri, Gilardino (Shevchenko dal 28 ST).

Il tema tattico: Hiddink bestia nera. La vecchia volpe olandese ne sa una più del Diavolo, è il caso di dire. Sicuramente una più di Carlone, che nell'arco dei 180 minuti ha dato prova di capire poco di questo PSV: un punto e zero gol! Emblematico che abbia cambiato due uomini nell'intervallo: un inedito che vale come ammissione di colpa. Abbiamo sofferto oltre modo le marcature a uomo (Kakà azzerato da Simons, tanto all'andata quanto al ritorno) e la velocità impressionante dei due laterali (per referenze rivolgersi a Stam, che ha trovato poco l'americano Beasley e soprattutto ha trovato i due gialli di Poll). A leggere i nomi dei biancorossi (dieci illustri sconosciuti, a parte il capitano Cocu), si intende come l'organizzazione di gioco, più che il talento individuale (oggettivamente scarso), abbia fatto la differenza in campo. Da parte nostra, ci attendevamo una prova di intensità pari a quella di sabato contro la Goeba. In altre parole, si sperava in una conferma. Viceversa, l'unica conferma è stato lo schieramento di partenza, per nove undicesimi. Folle attendersi che il medesimo centrocampo potesse replicare una prestazione atletica e nervosa eclatante dopo appena tre giorni. Con ciò, Ancelotti conferma anche di non avere imparato la lezione dell'8 maggio: allora schierò nella finale tricolore gli stessi uomini di coppa, quattro giorni dopo la battaglia di Eindhoven, con ciò neutralizzando l'unico vantaggio che avevamo su Capello: la rosa più ampia. Errare humanum est, perseverare...

Gli episodi chiave: decidono gli errori. Partiamo bene, tutto sommato. Dopo due-minuti-due, il Sindaco mette Vieri solo al limite dell'area olandese: ciabattata indecorosa fra le braccia di Gomes, quando c'erano spazio e tempo per il controllo e tiro. Ma il disegno tattico di Ancelotti crolla troppo presto, a causa di un tocco maldestro di Kaladze. La sensazione è che vada sul pallone indeciso se rinviare o appoggiare all'indietro. Probabilmente stacca anche male e non trova la spinta necessaria per il colpo di testa. Ne esce una mezza carezza che mette il pallone a due metri da Farfan: bravo il peruviano a crederci e fortunato sul tiro di destro. Una botta carica di effetto, che indovina la base del primo palo e schizza infondo al sacco. Vero che Dida non chiude del tutto lo specchio, ma 99 volte su 100 quel rimbalzo torna in campo. Aggiungo che la distanza è irrisoria in proporzione alla velocità del pallone, togliendo a Nelson il tempo di reazione: responsabilità minima, quindi, rispetto a quella del nostro triste georgiano. Determinante poi il fattore Poll: dirige all'inglese con i padroni di casa e all'italiana con noi. Il giallo prematuro a Rino (intervento deciso, ma pur sempre primo fallo) è un segnale forte e chiaro, che condiziona la gara del nostro centrocampo e costringe Ancelotti a un cambio imprevisto: per evitare danni. Ma i danni Poll li fa ugualmente, su Stam: eresia il primo giallo, con intervento (di nuovo) deciso ma pulito in tackle. Una sanzione che produce i suoi effetti devastanti nel secondo tempo, quando restiamo in dieci nel quarto d'ora finale: cioè, nel momento chiave dell'assalto per il pareggio. Anche in questo caso, episodio poco fortunato: Jappone va gambe all'aria sulla fascia (la stessa fascia sulla quale siamo scivolati un po' troppo spesso) ed è costretto a strattonare il furetto Baisley, che andava in porta. Sorprende che il PSV finisca la gara senza cartellini, quando un intervento per tempo era da ammonizione chiara. Due pesi e due misure. Nel finale, il cuor di leone inglese non se la sente di deludere la bolgia della Philips Arena con un calcio di rigore: sacrosanto, per la spinta di Lamey su Sergio a fondo area.

La tribuna di Steve: il destino ancora a Istanbul. Che il capitano avesse pescato dall'urna di Nyon bussolotti incandescenti si era capito subito, ma forse nessuno si aspettava un girone così livellato. Il pari in Germania ci poteva stare, quello a San Siro con gli olandesi ovviamente no. Nel doppio confronto abbiamo prevalso per numero di palle gol create (e distrutte). Ad aprile-maggio era andata esattamente all'inverso: direi che abbiamo estinto il nostro debito con la Philips. La probabilità concreta di uscire dai giochi esiste: per rimpicciolirla, occorrerà un grande Milan nelle ultime due giornate. Più dinamico sul campo e più concreto sotto porta (Vieri è oggettivamente impresentabile e abbiamo pagato cara l'assenza del Balon d'Or: quando entra, al primo calcio piazzato centra il sette... miracolo di Gomes). Il clima Champions, come già a Gelsenkirchen, evidentemente incide sulle prestazioni nostre come dei padroni di casa, ma anche degli arbitri. Solo un antipasto, temo, di quanto troveremo a Istanbul contro un Fenerbahce in piena corsa per la qualificazione. Non siamo Capello e non siamo Mancini, lo stile Milan non contempla piagnistei. Auspichiamo però una direzione di gara equa quando si decideranno le sorti. Dice Sheva: "E' un bene tornare a giocare proprio lì una partita importante. Dobbiamo vincere. Se il Milan vincerà forse finalmente finiranno le voci sulla maledizione di Istanbul". O vittoria o morte, dunque. Ben sapendo che basterebbe un pareggio, a condizione di battere poi i tedeschi a San Siro. Tuttavia, conclude: "A questo punto, se non vinceremo le prossime due partite sarebbe anche giusto essere eliminati". Altra cultura sportiva.

31 ottobre, 2005

OTTOBRE 2005: Il sogno Mondiale

29 ottobre, 2005

MILAN 3 - JUVENTUS 1

(14 PT) Seedorf, (26 PT) Kakà, (45 PT) Pirlo, (31 ST) Trezeguet.

Li abbiamo ridicolizzati con Dida, Stam, Nesta, Maldini, Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf (Kaladze dal 39 ST), Kakà, Inzaghi (Vieri dal 24 ST), Gilardino (Cafu dal 34 ST).

Il tema tattico: la Juve è lenta, il Milan è hard rock! La notte delle streghe di Halloween si consuma a San Siro con una luna di anticipo. Lezione di calcio: ancora una volta, Capello esce a testa bassa dal confronto con Ancelotti (parziale di 7 vittorie a 3), la sua squadra ridimensionata. Diabolico pensare di demolire la spocchiosa capolista con le sue stesse armi: aggressività all'eccesso e intensità mentale assoluta. Un solo calo di tensione, a un quarto d'ora dalla fine, regala un golletto alla "bandiera senza colori" e cancella l'imbarazzante 0 dietro al 3 dei gol subiti: episodio che premia la Vecchia Signora (...Patrizia?) ben oltre i suoi meriti, se è vero che l'armata invincibile (9 successi in sequenza dal via del campionato, contro le scartine della Serie A: quanto basta affinché il foglio rosa strillasse al miracolo...) non entra mai in lizza. Dieci minuti di studio per non commettere il primo errore, poi partono i fuochi d'artificio. Lo stratega Don Fabio l'aveva pensata grossa: Zambrotta traslocato a destra per arginare il fiume in piena di Sergio e Clarence; a sinistra basterà il grigio Pessotto, in assenza di Cafu... E allora Carlone manda Riccardino a fantasticare su quell'ala: proprio dalle corsie esterne parte l'urto devastante che spazzerà via la Juve. Temevamo il loro strapotere al centro, ma è in mezzo al campo di battaglia che abbiamo sovrastato i fenomeni Emerson e Vieira con un Sindaco di dimensioni esorbitanti: anima e ringhio della squadra, trasforma la notte umida di fine ottobre in una bolgia di fuoco e fiamme... Inferno Rossonero! Davanti è prezioso e oscuro il logorio incessante perpetrato dai nostri Super alter-ego, Pippo & Gila, che manda in corto circuito il sistema nervoso della Goeba. Dietro è esemplare la prova della linea difensiva: il capitano sterilizza lo slavo-svedese con la complicità di Sandronesta, sulle laterali Sergio si conferma diligente nel ruolo di terzino puro, mentre Stam spazza senza pietà ogni briciola lasciata a terra dagli avversari (inclusa una parrucca gialla nel secondo tempo). E Pirlo torna ad essere se stesso, per la prima volta nella stagione: fuoriclasse assoluto, illumina, dirige e finalizza come un chirurgo. Per una notte, ci siamo travestiti da qualcosa che non siamo, senza risparmiare i colpi bassi. Ma la Juve di Capello si batte così. Peccato non avere avuto la forza di farlo anche l'8 maggio scorso.

Gli episodi chiave: ecatombe bianconera, malgrado Bertini. Ci ha provato anche quest'anno, come dodici mesi fa, a dirigere la gara verso il risultato che sapeva lui: il pari, l'unico sostenibile da una Juve in netto calo atletico, ora come allora. E come dodici mesi fa, in campo ha giocato una squadra sola. Al Delle Alpi uscimmo mortificati dagli episodi, con l'illusione di avere portato a casa un punto comunque prezioso. Quest'anno la sorte ci ha restituito il maltolto, e con mano pesante ha punito: ferocemente e splendidamente sotto la curva nord, imbrattata di bianco e nero. A scansione regolare di un quarto d'ora, le stilettate che hanno scritto la parola fine sull'imbattibilità degli undici piemontesi tosti. Tre esecuzioni in 45 minuti: tale è la dimensione dell'ecatombe, per chi nei 9 turni precedenti ne aveva patite soltanto due! E uno: il Gila nasconde la palla a Thuram dentro l'area di rigore e chiude la triangolazione allo Zionero, che quando vede gobbo carica il suo destro più mortifero: piedino del francese e... pluff, parabola letale per Chimenti. E due: Riccardino prende i calcioni sulla fascia, palla in mezzo e mischia risolta con un tocco loffio dal napoletano: a centro area c'è ancora musica e magia, per una demi-volée che manda la biglia sotto il legno lungo. E tre: altri calcioni a Kakà, altra punizione. Va Pirlo con la faccia di chi la vuole mettere di nuovo al centro, Chimenti si sposta sul secondo palo e... zot, parte la rasoiata maligna sul primo. Apoteosi rossonera e si abbassano gli altri vessilli in un muro di silenzio. Intanto in campo, ai capelliani salta la vena e allora ci pensa Bertini: calcolo non meno di quattro gialli sottratti ai campioni d'Italia, dei quali due avrebbero fruttato il rosso nell'arco dei novanta minuti. Eresia che uno squadrista come Emerson finisca la gara con la fedina penale intonsa. Emblematico l'episodio di fine tempo: Chiellini porta via un pallone con il braccio (solare dalla mia posizione) e punta Sandronesta, che lo affronta in tackle: punizione contro e ammonizione! In quel momento il recupero è scaduto, ma vuoi negare alla Juve l'opportunità di rientrare in gara a bocce ferme? Ritenta Bertini! sarai più fortunato... A testa bassa nel tunnel. Il secondo tempo è uno stillicidio di giochi sporchi per manifesta inferiorità tecnica e tattica: ci pestano come fabbri, secondo le migliori tradizioni. In successione: gomitata di Thuram sulla tempia del Gila, Bertini a cinque metri: bene così. Nedved cammina sulla schiena del Sindaco, steso a terra: tutto regolare. Mutu carica Nesta in area e con un calcio in ricaduta tenta di colpire la mano protetta dal tutore: vede rosso persino Dida, e ho detto tutto. Nervi tesi? è il segno della resa.

La tribuna di Steve: hic et nunc, dimenticare Ataturk. C'era una volta la Juve e adesso non c'è più. "Abbiamo preso gol in un momento di gioco in cui il Milan non esisteva proprio. Il secondo, due rimpalli... Perché abbiamo perso? semplice, i loro tiri sono finiti in porta e i nostri no". Ipse dixit. Che il grande allenatore sia un piccolo uomo è un fatto di pubblico dominio. Ma le parole biascicate da Mister "Io? mai alla Juve!" sono la riprova che l'uno-due-tre in un tempo e la sistematica demolizione di tutte le certezze bianconere (il centrocampo mondiale, il fenomeno Ibrahimovic, la difesa impenetrabile) hanno squarciato in profondità una coscienza già scossa dalla batosta di Champions contro il Bayern. Il tempo dirà in che misura i segni della devastazione produrranno danni al loro sistema neurale. Dal canto nostro, possiamo sotterrare per sempre i fantasmi di Istanbul: essere andati al riposo, di una gara che vale da sola come mezza finale per il titolo, con il vantaggio sinistro di tre reti ed essere tornati sul campo con il triplo della determinazione e della concentrazione, senza concedere un tiro fino a un quarto d'ora della fine, è sintomo della piena guarigione. Anche dopo il gol di Trezeguet, abbiamo tenuto gli oppositori al largo da Dida. Vittoria fondamentale, dunque, per l'identità del gruppo, per la consapevolezza dei valori caratteriali oltre che tecnici della squadra. Non ci saranno sempre strisce bianconere davanti agli occhi, ma è importante capire che certi duelli si devono combattere di spada più che di fioretto. Milan-Juventus è la storia del calcio italiano: i nostri grandi valori romantici contro la loro ferrea disciplina militare, i nostri colpi di punta e tacco contro i loro gomiti alti e i calcioni. Parlano i numeri: è la sfida più giocata in Serie A (174 volte), è il confronto fra grandi club più datato (prima edizione nel 1901, a Torino in Piazza della Armi: 3 a 2 per i bisnonni rossoneri), è il derby delle due primatiste nell'albo d'oro del campionato (45 scudetti in un secolo, senza contare coppe e supercoppe). Una contrapposizione senza fine che da sempre è sinonimo di equilibrio (61 vittorie per noi, 68 per loro, 67 i pareggi fra tutte le competizioni). E da sempre, buttare giù la Juve è il primo passo verso la gloria tricolore. Di qui in avanti non resta che continuare a marciare. Intanto scaliamo a meno due, e aspettiamo il Balon d'Or...

26 ottobre, 2005

EMPOLI 1 - MILAN 3

(34 PT) aut. Simic, (45 PT) Gilardino, (5 ST) Gilardino, (10 ST) Vieri.

Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Costacurta, Simic, Kaladze, Seedorf (Vogel dal 39 ST), Pirlo, Jankulovski (Gattuso dal 15 ST), Rui Costa, Vieri, Gilardino (Kakà dal 22 ST).

Il tema tattico: il turnover logora chi non lo fa. Tredici punti nelle ultime cinque giornate con 6 gol dello scugnizzo Tavano, il terribile Empoli resta in gara per un tempo: fin tanto che ha gambe per raddoppiare e triplicare tutte le marcature a tutto campo, correndo a due o tre velocità più dei nostri. Carlone calca la mano, schierando la dodicesima formazione in dodici gare: emergenza vera dietro, con il capitano a riposo, più Nesta e Stam ancora in infermeria. Va di conseguenza il terzo gettone in otto giorni per il Professore. Impiegato poco (e mai nel suo ruolo), con Billy fa coppia centrale Simic, come solo a Bruges un paio d'anni fa (prova d'orgoglio in inferiorità numerica e magia-Kakà nel finale). Mezzora a ritmi esasperanti, peggio che mai. Manovra leziosa, movimento senza palla inesistente, supponenza di tocchi e tacchi e tunnel in salsa portoghese. Sul centrosinistra, Jankulovski si conferma sugli standard di mediocrità di domenica; sul centrodestra, Seedorf (come sempre nei teatri di provincia) visibilmente non ne ha voglia. Ci si attenderebbe una prova d'appello per lo svizzero e invece torna ad ansimare in regia Pirlo. Ma dopo l'illusione del vantaggio e i tre colpi da ko, non ci crede più nessuno con la maglia blu e il mercoledì di campionato finisce per premiare chi ha i ricambi buoni. Di lì al novantesimo è una sgambata d'allenamento, come in pineta a Carnago. A quel passo, persino il piedelento di Manuel sembra di un altro pianeta...

Gli episodi chiave: tutto in dieci minuti. Nella calma piatta, un fulmine a ciel sereno: al primo affondo dei padroni di casa, tiro da fuori area di Vannucchi, fiancata di Simic e palla nell'angolino opposto a Dida. Così va il calcio. Non basta: due minuti e lasciamo la corsia di destra aperta. Classico contropiede. Assist smarcante per Almiron, fiondata a botta sicura sul primo palo, ma c'è il Didone dei tempi belli a salvare partita e stagione... non fosse che, istanti dopo, la Juve infila il gol del vantaggio sulla Samp e vola avanti di 8: capolinea, si scende. Segue un quarto d'ora di apnea e cattivi pensieri. La rimonta dei ragazzi e la ripartenza del campionato si raccontano in dieci minuti. Il nostro biellese timido già al ventesimo aveva mandato segnali di vitalità e un avvertimento a Berti: pallone domato con il petto, spalle alla porta, piede perno e tocco di testa a seguire, palleggio di coscia e destraccio dal limite (fuori). Il pari arriva nell'unico minuto di recupero, Rui Costa apre la corsia a Kaladze che per una volta affonda e centra maliziosamente a filo d'erba. La zampata del Gila è puro stile Inzaghi: anticipo feroce sul difensore e puntatina dal basso in alto, con palla a sibilare sotto la traversa. Ossigeno. Cinque minuti di ripresa e Cafu gioca bene la sovrapposizione sulla fascia di destra, portandosi appresso il laterale di difesa: orizzonte spalancato per Rui Costa (50 assist in cinque anni), che crossa col compasso un pallone a centro area. Il Gila si alza in armonia e accarezza di testa, il tanto che basta per sfiorare la base del secondo palo. Ben atterrato Supergila! Il testimone del 9 Rossonero è solo tuo... e l'abbraccio a fondo campo (con Pippo in prima fila) non lascia margini di dubbio. Neanche il tempo di domandarsi come, e lo Zionero va in profondità sulla fascia, pennella a giro ancora per il Gila, che si traina a rimorchio difensore e Vieri: pallonata sul faccione e tutti a casa.

La tribuna di Steve: è nato un Supergila. La sesta vittoria consecutiva (+5 in media inglese) coincide con la prestazione più deludente del mese. Il turno infrasettimanale conferma che la nuova Serie A è un torneo a tre gironi: in alto, le solite note che pretendono al titolo (come sempre a inizio stagione... poi viene l'autunno, cadono le foglie e si frantumano i sogni tricolori); più sotto, un lotto di provinciali ricche che hanno i mezzi per puntare alla quarta posizione Champions (direi Fiorentina, Palermo e Sampdoria, salvo un rientro di Udinese e Roma); le rimanenti giocano un campionato a margine. Battiamo un Empoli di fascia alta, nel terzo girone di Serie A, e portiamo a casa tre punti di vanagloria. La gioia vera è ritrovare il Didone dell'Old Trafford, se è vero che prima nega il raddoppio e nel finale intercetta un altro fendente dalla distanza, che avrebbe riaperto i giochi. A partire dalle sue mani grandi si può costruire un sogno... Fino al rientro del Balon d'Or, testa e piedi li metterà il Gila. Messo alla gogna dai fogli rosa per due mesi, il flop del calciomercato per inciso viaggia sulla media dei 5 gol in 7 presenze. E' il prezzo da pagare per aver soffiato un talentino azzurro alla real casa sabauda... Da campione a brocco il passo è breve. Ma noi siamo il Milan. E Gila crescerà da Supergila, alla scuola di Pippo. Parola di Shevalover.

23 ottobre, 2005

MILAN 2 - PALERMO 1

(28 PT) Caracciolo, (29 PT) Gattuso, (32 ST) Inzaghi.

Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Costacurta, Maldini, Serginho, Gattuso (Seedorf dal 29 ST), Vogel (Pirlo dal 1 ST), Jankulovski, Kakà, Inzaghi, Gilardino (Vieri dal 21 ST).

Il tema tattico: Maldini-Gattuso-Inzaghi, spina dorsale. Cuore e classe, cuore e rabbia, cuore e istinto. Questo è il nostro Milan. Torno a sottolineare come, ancora un mese fa, i fogli rosa fossero inchiostrati di cattive intenzioni: il primo per smettere, il secondo per andarsene, il terzo per arrendersi. Una cosa che non potranno mai toglierci è il cuore, il Vecchio Cuore Rossonero! In assenza di schemi e idee (undicesima formazione in undici partite, siamo in media Mancini), tanto basta per prendere tre punti fondamentali. Orfani del Balon d'Or, perdiamo anche Stam nel riscaldamento: al centro della difesa ricompare la coppia inossidabile. Ma il cosiddetto turnover di Ancelotti ha poco di funzionale: serve solo a confondere l'identità della squadra. Centrocampo insipido e leggero: Rino lascia un numero inusitato di palloni agli avversari, lo svizzero ne tocca pochi (troppo pochi per la posizione che occupa), il ceco ne tocca molti ma con poca qualità: escludere lo Zionero, come sempre, significa rinunciare a geometria e classe (tangibili al suo ingresso, nel decisivo quarto d'ora finale). Il primo tempo è equilibrato: subiamo pressing a tutto campo - sui livelli di Gelsenkirchen - come nelle migliori tradizioni del 4-4-2 targato Clouseau; dietro i delneriani hanno la difesa munita di granatieri e siamo sempre in inferiorità, con Gila & Pippo in cerca (soprattutto) di se stessi. Peraltro, la nostra fase difensiva ormai funziona, se è vero che il Palermo costruisce in totale due palle gol: sulla prima siamo graziati da Santana, sulla seconda puniti da Caracciolo. L'azione parte da un altro pallone buttato da Gattuso, e proprio per questo è il Sindaco che va a mettere il pari sessanta secondi più tardi: esagera e lo mette a palombella. Poi corre a perdifiato sotto la curva (come a Perugia), i pugni sollevati al cielo e in gola il ruggito della battaglia: icona della rinascita.

Gli episodi chiave: il cuore di Pippo oltre l'ostacolo. In controtendenza, vediamo il primo cambio già nell'intervallo: bocciato Vogel, dentro Pirlo. Secondo tempo di intensità superiore, come mercoledì contro gli olandesi. I rosanero si chiudono a riccio e non graffiano più davanti. Ma il nostro play ha gambe molli e Kakà conferma di averne solo per 45 minuti. Nel primo tempo aveva spinto forte, con due (infruttuose) cavalcate delle sue, un destro da fuori e un tacco smarcante per Rino. Nella ripresa è sfiancato dai calcetti di Mutarelli, al punto da leggere malissimo due situazioni di contropiede: sulla prima ignora il Gila, sulla seconda (in superiorità numerica) Inzaghi e Vieri. Si gioca di nervi più che di testa. Ancelotti ribalta il centrocampo, escludendo clamorosamente Gattuso. Ma la indovina, perché alla mezzora Jankulovski gioca l'unico pallone di qualità del suo pomeriggio (cross col contagiri), Pippo stacca in orizzontale, col cuore in mano e un sogno negli occhi: torsione a volo d'angelo e palla in fondo al sacco. Un anno e mezzo dopo l'ultimo in Serie A (3-1 alla Samp), un anno e passa dopo l'ultimo in assoluto (3-1 al Celtic): Popolo Rossonero in delirio! La corsa liberatoria questa volta non è sotto la curva ma incontro a chi ha creduto sempre in lui: a Carlone riconosciamo lo spessore umano. Per quantificare la dimensione di Superpippo basta un episodio nei concitati minuti finali: già in preda ai crampi, fa a sportellate sulla fascia, commette fallo, cade, si rialza, intercetta la punizione, punta di nuovo il difensore, subisce il tackle, conquista la rimessa. Non c'è altro da aggiungere, e lo capisce anche il friulano dislessico, finalmente placato in panchina. Monumentale il capitano, Billy è ieratico, i nostri "terzini" brasiliani sono preziosi come non mai quando c'è da sostituire i tocchi di classe con le pallonate, la grinta, il sudore. Resta il trempo di vedere Vieri inciampare in un pallone disegnato col compasso da Seedorf. Tra lui e il Gila, due ingranaggi ancora estranei al meccanismo. Escluso che dalla panchina qualcuno si occupi di disegnare per loro un paio di schemi ad hoc, sarà il tempo a dire quando impareranno a muoversi in armonia con la squadra.

La tribuna di Steve: ora che conta, occhio al fischietto. La settimana che porta allo scontro diretto è iniziata. Si parte per Empoli da -5. Impossibile non tornare con la memoria alla vigilia di un anno fa, al capolavoro di Tiziano Pieri che tenne la capolista a distanza di sicurezza... Quest'anno ci ha pensato tale Oscar Girardi a cancellare Flachi da Juventus-Sampdoria di mercoledì (doppia ammonizione al minuto 81). Che dire, quel fischietto farà strada...

19 ottobre, 2005

MILAN 0 - PSV 0

Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Stam, Maldini, Kaladze, Gattuso, Pirlo, Seedorf (Serginho dal 29 ST), Kakà, Shevchenko (Inzaghi dal 4 ST), Vieri.

Il tema tattico: scacco matto a Carlone. La vecchia volpe Guus Hiddink - che ad aprile ci aveva spedito a Istanbul con un pallottolliere di gol falliti - non ha più il demonio coreano Park a fare flipper sul fronte d'attacco, ma si presenta con tre pseudo-punte che sono, in realtà, i primi marcatori dei nostri uomini di costruzione. Altro che calcio universale, questi olandesi sembrano belgi: stile Club Brugge di qualche nervoso 0-0, ai tempi d'oro dei Tulipani. L'obiettivo è quello, tignosamente perseguito e conseguito con l'atteggiamento da provinciale che, notoriamente, soffriamo. Al punto che, quando nel secondo tempo gli uomini della Philips hanno un paio di palloni da giocare in superiorità numerica, rinunciano a puntare l'area di rigore e retrocedono verso il centro del campo! Per rendere l'idea, Didone nostro si sporca i guanti giusto due volte: raccoglie un tiro e un cross. Ma sta a noi alzare il ritmo e cercare la via più breve verso il gol. Viceversa, nel primo tempo non si verifica mai l'atteso cambio di passo. Solo nella fase centrale abbiamo un sussulto: con un tentativo di Kakà, non sfruttato in tap-in da Seedorf, e con una buona verticalizzazione (l'unica) per Sheva, che è poco fortunato nel controllo, rimedia, ma strozza il destro. Nel finale, un Pirlo avanzato ci prova da fuori area. Le corsie laterali non funzionano: da un lato Cafu è visibilmente scarico; dall'altro Kaladze avanza a intermittenza, ma con i mezzi mediocri di cui dispone. Anche al centro abbiamo poca qualità nelle giocate dei fantasisti. Aggiungo che tutto il mondo ha imparato la lezione di Poulsen: stasera il mastino di turno si chiama Simons. Non mollerà l'osso un secondo, se non per una magia-Kakà nel secondo tempo: finta a uscire d'esterno e tiro (fuori) come sa fare lui.

Gli episodi chiave: se si ferma Sheva... Il primo tempo si chiude con il fiato sospeso per una smorfia di dolore del Balon d'Or. Chiede il cambio, ma dopo i quindici minuti di riposo è ancora in campo. Mi domando il perché. Appena 180 secondi, e su un pallone non trattenuto da Gomes, il 7 Rossonero si lancia in anticipo: il gigantesco portiere brasiliano lo afferra per un piede (rigorino?) e il muscolo tira. Fine del tour-de-force, con i dovuti ringraziamenti a Carlone. Entra Pippo, ed è l'unica nota lieta della serata. Al primo pallone giocabile, costringe Reiziger (è ancora in circolazione) al fallo da cartellino: ecco il fattore Inzaghi. Proviamo ancora dalla distanza (Kaladze, Seedorf, Cafu), ma nulla. Sui palloni alti, giganteggia Alex (mi pare lo avessimo cercato quest'estate) e scompare Vieri. Domanda: non era stato acquistato esattamente per risolvere queste partite, esattamente per sfruttare queste situazioni tattiche? Sospendiamo il giudizio, solo perché siamo ad ottobre. C'è tanta più intensità nel secondo tempo, ma concretizziamo poco in proporzione a quanto costruiamo: il match report parla di 25 occasioni da gol. Uno sproposito da analizzare. Il meglio viene nell'ultimo quarto d'ora, quando dalla panchina si alza Sergio: assist d'oro per Kakà (ciabattato a lato) e pallone in corridoio per Pippo, che salta il portierone come ai vecchi tempi ma strappa solo un corner. Rientrerà negli spogliatoi con un cartellino giallo per proteste (buon segno, più difficile che accada al suo pacioso compagnone di reparto) e un contatto dubbio in area olandese, ma senza dolori al ginocchio: è questo che conta. Bentornato davvero, caro Superpippo!

La tribuna di Steve: fenomeni in patria, randagi in Europa. E il terzo giorno di Champions cascarono gli asini. Sorseggiamo questo calice di Porto (2-0 ai neroblu) per accompagnare la gustosa Bavarese di martedì (2-1 ai bianconeri, immortale Magath!). Sicché invincibili e imperatori non esistono, se non nell'immaginario collettivo costruito ad arte dalla stampa in rosa: sufficiente varcare i confini dell'orticello tricolore per riequilibrare pesi e misure. Ennesima conferma della mediocrità del calcio nostrano, livellato in basso dal torneo a venti. Non che dal canto nostro abbiamo molto da gioire. Nel girone E, graduatoria più corta e pericolosa con turchi e olandesi a un punto, tedeschi a meno tre: tutto lascia intendere che il destino si compirà di nuovo a Istanbul, fra un mese.

16 ottobre, 2005

CAGLIARI 0 - MILAN 2

(1 PT) Gilardino, (27 PT) Shevchenko.

Abbiamo giocato con Dida, Stam, Costacurta, Maldini, Serginho, Gattuso, Vogel, Seedorf, Rui Costa (Kakà dal 23 ST), Shevchenko (Inzaghi dal 39 ST), Gilardino (Jankulovski dal 33 ST).

Il tema tattico: avanti adagio. Ancora una volta, la buona sorte ci sorride, regalandoci il vantaggio dopo meno di trenta secondi. Bravo il Gila a crederci (terzo centro, sempre lontano da San Siro: sarà un caso?), a inseguire e guastare il cuore della difesa sarda: un gol alla Inzaghi, che è anche un tributo all'insperato ritorno del nostro 9 Rossonero: dieci minuti in chiusura, ma questa volta non solo per la gloria. Il gioco, di fatto, è sempre il solito: lento, compassato e mai ficcante. Finché il Balon d'Or - col naso gonfio di sinusite - non decide di accendere i riflettori e prendere a pallonate Carini. Due osservazioni sull'emergenza difensiva (indisponibili Nesta, Cafu, Kaladze). Billy gioca da Professore senza consumare metri superflui, come si conviene a un centrale esperto, che a fine carriera dirige l'orchestra e randella chirurgicamente, col carisma dei veterani. Resto convinto che di uno così (come di Pippo) a Istanbul avremmo fatto un monumento. Non trascuriamo però la pochezza dell'avversario, mai veramente in partita. Risulta prezioso per dare fiato agli assenti, non certo per affrontare serenamente una stagione che - di qui a poco - diventerà tosta. Discorso analogo per l'amato Sergio, che conferma il momento di grazia, chiudendo diagonali vertiginose a centro area. A lui, si sa, piace poco "correre dietro agli avversari" e molto "farsi rincorrere dagli avversari", mentre corre dietro alla palla negli spazi aperti. Un elogio per la dedizione, nel momento del bisogno. Ma senza illudersi che a 34 anni un brasiliano genio e sregolatezza possa decidere di cambiare ruolo. Davanti, tutto il resto è noia: dalla consueta indolenza portoghese al cronico isolamento delle punte, distanti troppe decine di metri dal centrocampo.

Gli episodi chiave: risolve un pallone d'oro. Ma quanto mi piace questo Sheva volitivo ed egoista (come solo un fromboliere di lignaggio superiore ha il diritto di essere) che nel giro di un quarto d'ora traccia prima un paio di stelle filanti col destro e poi carica il sinistro letale: il calibro è da euroderby! Indecente parlare di fortuna per questa soluzione balistica, cercata e trovata, con buona pace del lento estremo argentino (un fenomeno, ricordo, finché ha gravitato intorno al pianeta Juve...). Siamo avvezzi alla campagna denigratoria della stampa, specie quella in rosa: un leit motiv per la stagione 2005-2006. Leggo sottovalutata anche la prova dello svizzero, che viceversa tocca un numero infinito di palloni e tira calci (deo gratias!) quando è necessario. Bene Didone per la sicurezza che torna a infondere al reparto grazie al proverbiale senso del piazzamento, che gli consente di raccogliere palloni apparentemente innocui senza mai macchiare la maglia smeraldo.

La tribuna di Steve: in venti non è più bello. Mite questo autunno, che ci porta sull'Isola a raccogliere un'altra vittoria leggera, senza infamia e senza lode. E assomiglia sempre più a un campionato da periferia del Continente, la Serie A allargata, con le due grandi (tre? mah...) a giocarsi il titolo e un divario imbarazzante fra la prima e la seconda colonna della graduatoria. Divario tecnico, come sempre; ma come mai prima, divario di intensità agonistica. Sui campi di provincia (e in casa contro le provinciali) abbiamo spesso perso punti pesanti: quest'anno, le comparsate di Lazio, Reggina e Cagliari nessuno se le sarebbe attese. Cauti, dunque, a fantasticare che le dure lezioni del passato siano state definitivamente metabolizzate. C'è da sorridere, sicuro, per la crescita lenta ma continua di tante pedine del gruppo che - a quanto pare - Carlone ha imparato essere fondamentali nelle giornate interlocutorie come quella di domenica sera, nelle quali conta il bottino più che il gioco. Di qui alla prossima pausa autunnale si farà sul serio: Champions (un doppio PSV) e campionato (test probanti contro Palermo, Juventus, Udinese) ci diranno dove possiamo arrivare.

02 ottobre, 2005

MILAN 2 - REGGINA 1

(5 PT) Maldini, (20 PT) Maldini, (47 ST) Cavalli.

Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Maldini, Serginho, Gattuso, Vogel, Seedorf, RuiCosta, Shevchenko (Kakà dal 29 ST), Vieri.

Il tema tattico: silenzio, parla il capitano. Varrebbe la pena chiudere qui il diario della giornata, perché tanto era giusto dire. Ma aggiungo, per la cronaca: vittoria facile, quanto può essere una sgambatura d'allenamento. Difronte alla Reggina più modesta delle ultime edizioni, Carlone azzarda infine un paio di varianti sul menù. Il mistero Vogel è svelato e Pirlo ha tregua, prima della chiamata alle armi lippiane: diligente e geometrico, copre con rigore (beh, svizzero!) le zolle critiche fra le due linee e con buona lucidità distribuisce palloni a corto raggio. Diranno che è un ragioniere del centrocampo, ma di Albertini avrebbero detto che era un metronomo. Onestamente, non apprezzo la differenza. Bene dunque tutto il reparto nevralgico, con lo Zionero d'Olanda ancora ispirato dalla notte tedesca e Rino sempre più Sindaco old style: segnali confortanti. Dietro, si conferma l'ottimo momento di Stam: come contro il Siena, punta il suo oppositore di fascia e un paio di volte lo beffa al galoppo; i colpi di testa sono tutti suoi. Nel contesto carico di magia del pomeriggio, rientra anche la miglior prestazione carioca di sempre sull'altra corsia: puntiglioso nei recuperi, a memoria ricordo almeno tre tackle di Sergio da terzino vero; non conoscessimo le sue lune, ci sarebbe da sperare che abbiamo guadagnato un laterale per la difesa (non guasterebbe). Davanti, altra musica: presto detto del solito portoghese indisponente (e tuttavia, dalla bandierina una palla col contagiri per il cabezazo del capitano), Sheva davvero non ne ha più (LUI, però, non riposa... crollasse il mondo?) e Vieri le prova da ogni angolo del campo, ma sempre invano: "Fantozzi contro tutti", dirà la Voce calabrese della nostra coscienza. In Rino veritas.

Gli episodi chiave: quindici minuti da cuore di drago. Un quarto d'ora per cancellare un'estate intera di sospetti, malignità e allusioni. Maldini vuole smettere, Maldini ha le ginocchia malate, Maldini non giocherà mai più due gare di seguito. Le sibille cumane avevano pronunciato l'oracolo: un tam-tam mediatico che dal foglio rosa a doppio velo era diventato prima opinione pubblica e poi sentenza, secondo il più becero costume italiota. Ma il capitano prende le misure e risponde sul campo. E' il suo costume, lo è sempre stato. In quindici minuti riscrive la sua storia: straordinaria l'azione personale del primo gol, con tunnel al difensore ed esterno destro piazzato sul secondo palo; imperioso lo stacco a centro area per il raddoppio. Il record di presenze in Serie A (752) è bagnato con la prima doppia marcatura in carriera. Il tutto, quattro giorni dopo la battaglia di Gelsenkirchen, con assist al bacio per il Balon d'Or. Totale: otto turni fra Coppa e campionato e sei presenze (a parte il nubifragio di Ascoli, ha saltato solo la Lazio). Classe 1968, classe di campioni... e di Shevalover :-)

La tribuna di Steve: ma quanto è bello essere Rossoneri? L'atmosfera surreale di San Siro sotto il primo diluvio autunnale è una cornice semplicemente magica: la curva per una volta vuota e muta di cori e invettive ultras, amplifica le voci del campo, i tonfi sordi del cuoio sull'erba e l'acqua che frusta i pannelli di policarbonato traslucido, su al terzo anello... Fosse sempre questa la domenica allo stadio! Gonfiamo il petto, perché sotto continua a battere il nostro Vecchio Cuore Rossonero. Il calo di tensione a tempo scaduto (fine dell'imbattibilità per Nelson) serve solo a tenere accesa la spia delle perplessità. Ora verranno le Nazionali: sia chiaro per tutti che, dalla ripresa del torneo alla sosta successiva, ogni errore costerà più caro.

30 settembre, 2005

29 settembre, 2005

BUON COMPLEANNO ANDRIY :-)

151 candeline per il Balon d'Or

Settembre è il mese di Sheva. Come sempre a inizio stagione, mentre l'interista fa lo spaccone, il Balon d'Or spacca la rete. Regolare. Sette gare ufficiali (cinque di campionato e due di coppa) e sei gol. Quando non ha segnato (a Genova), con un colpo di tacco ha mandato in porta il Gila su un tappeto volante. Gol e assist, fa reparto da solo e mette punti in cascina per l'inverno che verrà. Ogni domenica, ogni mercoledi, Sheva scrive una pagina di storia. Ma lo fa con la naturalezza e la discrezione che ne rendono unico lo stile: "i numeri non contano, conta solo che abbia vinto il Milan".

Domenica a Padova contro il Treviso, era entrato nell'Olimpo dei nostri marcatori di sempre: 150 reti con il 7 Rossonero sulla pelle. Dinanzi a sé, ora vede solo l'eroe di Wembley '63, Josè Altafini; la Bandiera Rossonera per antonomasia, Gianni Rivera; e il mito lontano del Pompierone svedese, Gunnar Nordhal: inavvicinabile, anzi, innominabile per chiunque... prima dell'Era di Sheva. Scusate se è poco.

Il tempo di scendere di nuovo in campo, ed è ancora record: 50 gol nelle competizioni Uefa (scavalcato il mito merengue Di Stefano). A Gelsenkirchen, finalmente una stoccata di fronte piena dopo sei colpi di piede (destro). Lo aspettavo quasi con apprensione vista l'aria che tira, specie in Serie A. Dopo la triste pantomima inscenata da Psychomaterazzi nell'euroderby dell'eurovergogna, lo zigomo sinistro del nostro fenomeno sembra infatti diventato un bersaglio mobile per tutti. E in appena cinque giornate, al bersaglio hanno già tirato in due: il prode Tudor, di scuola sabauda, e tale Stefano Lorenzi della cenerentola Treviso: c'è da presumere, un discendente dell'infame Benito... In compenso le terne arbitrali, come le proverbiali tre scimmiette, sul campo non vedono, non sentono, non parlano. MAI. Ma ci vuole altro per fermare la macchina infernale.

Buon compleanno Sheva, centocinquanta e uno di questi gol!
E buon compleanno al Presidente, che ci ha regalato (anche) questo sogno :-)

28 settembre, 2005

SCHALKE 2 - MILAN 2

(1 PT) Seedorf, (3 PT) Larsen, (14 ST) Shevchenko, (25 ST) Altintop.

Abbiamo giocato con Dida, Cafu (Stam dal 30 ST), Nesta, Maldini, Kaladze, Gattuso, Pirlo, Seedorf, Kakà (Rui Costa dal 28 ST), Shevchenko. Gilardino (Vieri dal 26 ST).

Il tema tattico: notte di coppa, notte da leoni. L'Arena di Gelsenkirchen è un muro umano di luci e tamburi: magia Champions senza fine. Per chi ne avesse dubitato, sugli Champs Elisée non arriveremo in carrozza. Chiedere a Poulsen e a Rodriguez, ma anche a Lincoln e a Kuranji per referenze. Come dire: gomiti e polmoni, punta e tacco. I ruvidi minatori della Ruhr - che nel '97 ci fecero sognare con il beniamino belga Marc Wilmots (Coppa Uefa sollevata davanti a settantamila neroblu con la bandiera e la trombetta, nel loro "Giuseppe Meazza") - oggi sono una compagine tosta, che picchia duro e ricama di fino. Splendida battaglia. Nel mezzo è una bolgia di pressing e raddoppi, spintoni e scarpate: Riccardino ci mette la sua faccia pulita e cade nella tela del ragno danese. Dirà Seedorf: "veniva voglia di ammazzarlo" e il sentimento è condiviso. Totti, che all'Europeo aveva reagito alla romana (sputinbocca) si è guadagnato la comprensione collettiva. Kakà non sputa, ma in compenso si innervosisce e tocca (male) pochi palloni. Pirlo (settima partita in venti giorni) annaspa. Totale: Gila (debuttante in Champions, e si nota) è di nuovo isolato in attacco e Sheva deve scendere a portar su palloni dalle fasce. Film già visto. In più, oggi abbiamo una certezza: Seedorf e Gattuso hanno in testa solo la Coppa con le grandi Orecchie. Sovrapensiero a Padova, lo Zionero gioca una gara straordinaria per quantità (cede solo nel finale), mentre il Rino triste di domenica torna a ringhiare dietro a tutto quello che si muove. Bentornato Sindaco! Sono segnali di salute, ma vanno interpretati. Converrà non attendersi troppo dal nostro campionato?

Gli episodi chiave: ancora lenti sulle palle alte. Iniziamo alla turca, con golasso di Seedorf dopo una ventina di secondi. Troppo facile per essere vero, infatti al primo affondo dei tedeschi andiamo a farfalle: quattro tocchi di testa su una rimessa laterale, contrasto al limite dell'area perduto, stile La Coruna, rimpallo fortuito al centro e noi fermi a guardare: pari. Possibile che non riusciamo ad attaccare quelle dannate palle alte? Dietro sbandiamo pericolosamente: la prima mezzora, la difesa si apre a destra e al centro. Per fortuna, davanti loro non hanno cecchini di razza. Dopo l'intervallo, il film non cambia. Ritmo parossistico dei tedeschi, con l'altro danese che fischia poco e ammonisce nessuno. Ma il calcio, che è un bel gioco per questo, serve la beffa allo Schalke 04: nel momento di massima pressione, il capitano coraggioso galoppa come un leone sulla sua fascia, mette a sedere un paio di panzer, e traccia la parabola letale a centro area. Il Balon d'Or si muove in armonia, scivola in mezzo ai due centrali, spicca il volo e frusta il pallone telecomandato da Maldini sulle dita di Rost... pieganodole (cinquantesimo gol di coppe). Ruggito da Vecchio Cuore Rossonero, vien voglia di crederci. Abbiamo tre palle in contropiede per chiudere il conto ma, come a Genova, leggiamo male i movimenti negli ultimi venti metri. La punizione arriva come un fulmine a ciel sereno.

La tribuna di Steve: più vicini a Istanbul che a Paris. Sicché il brodino della settimana scorsa era acqua tiepida: dopo la Samp, il primo avversario vero ci ha messo sotto. Pesante il 67% di possesso palla subìto nella fase centrale del secondo tempo. Stam doveva entrare un quarto d'ora prima che andassimo in apnea (di nuovo fondamentale su almeno quattro palle alte nel finale di fuoco) e Kakà andava sostituito prima di arrivare a subire il prevedibile cartellino giallo. Finezze che in panchina, a quanto pare, nessuno coglie. C'è da farsene una ragione: fino a giugno, ha detto il Presidente, non si muoverà una foglia.

25 settembre, 2005

TREVISO 0 - MILAN 2

(44 PT) Shevchenko, (28 ST) Gilardino.

Abbiamo giocato con Dida, Stam (Cafu dal 8 ST), Maldini, Nesta, Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf (Kaladze dal 26 ST), Kakà, Shevchenko (Rui Costa dal 30 ST), Gilardino.

Il tema tattico: lavori in corso... Sui tre punticini di Padova, e sulla porta di Dida rimasta inviolata per il secondo turno consecutivo, c'è poco da arrotare iperboli. E' il triste record del non gioco. Siamo riusciti a subire l'iniziativa del Treviso - si rammenti: compagine di categoria inferiore, iscritta al campionato di Serie A ad agosto non per merito sportivo ma per altrui disavventure societarie: zero punti e un gol segnato in quattro giornate - esattamente per un'ora di gioco, equamente ripartita fra i due tempi! Imbarazzante. Stam ci ha messo, a memoria, almeno quattro pezze: due ragguardevoli nei primi cinque minuti del secondo tempo. Seedorf e Serginho erano altrove, seppure schierati nell'undici iniziale: turno di riposo. Non riposa MAI, viceversa, Pirlo (sesta partita in diciotto giorni); al che viene da domandarsi - assunto che lo svizzero non sia presentabile al pubblico - se Carlone non abbia un qualche conto in sospeso con Rui Costa: il portoghese (che non è un fulmine di guerra, ma è l'unico rifinitore di cui disponiamo) entra solo a risultato acquisito: come a dire, per evitare danni... Ribadisco che Ringhio non ringhia, ma al massimo grufola dietro agli avversari: lo si vede da come corre, e mette tristezza perché è l'ombra del Sindaco che conosciamo. Incorniciato il grigio quadro del nostro centrocampo, non fa notizia che al Gila (seconda ciliegina) vengano meno i rifornimenti. Sheva e Kakà, che in questo momento hanno più gamba, i palloni scendono a prenderseli fin sulla mediana: poi è un flipper di tocchi e finte e dribbling per aprirsi un varco. Preoccupante e indicativo che la manovra trovi respiro sulla fascia (l'unica) solo quando entra nonno Cafù...

La tribuna di Steve: sole per gli annali. Quattro mesi esatti dopo la notte delle streghe turche, Sheva torna sul dischetto senza paura. Ne aveva voglia: si nota da come guarda l'arbitro Palanca alla moda dell'Old Trafford, prima della rincorsa. E' il pomeriggio dei record: celebriamo il centocinquantesimo gol del Balon d'Or, che ancora una volta sblocca uno 0-0 paludato. E celebriamo anche il capitano coraggioso: 800 presenze in Serie A (demolito un altro primato del bianconero Dinosauro Zoff). Per il traguardo storico, poca enfasi mediatica, quasi indifferenza: d'altronde, la linea editoriale è stata tracciata a inizio stagione. Ma poco conta. Si sa che vende meglio lo strillone delle ginocchia malate. E allora non resta che attendere Gelsenkirchen: solo la notte di coppa dirà se il polso del malato dà segnali autentici di ripresa.

21 settembre, 2005

MILAN 2 - LAZIO 0

(12 PT) Shevchenko, (14 PT) Kakà.

Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Nesta (Costacurta dal 41 ST), Stam, Kaladzea Ambrosini, Pirlo, Seedorf (Gattuso dal 29 ST), Kakà, Shevchenko, Vieri (Serginho dal 36 ST).

Il tema tattico: due dadi per il brodino. Le luci a San Siro son sempre accese: terza notturna, terza vittoria. Per intenderci, giusto una minestrina per il nostro Milan debilitato. Abbiamo giocato il solito calcio macchinoso, perimetrale, nervoso: la sintesi dello stato attuale di stasi tattica della gestione Ancelotti. Abbiamo verticalizzato poco. Quel poco con alterna precisione, più spesso con Seedorf che non con Pirlo (quinta partita in quindici giorni: non vede più la palla). Dietro, Stam ha usato i muscoli e l'anticipo, come più gli garba: efficace, anche se scomposto. A destra, segnali di ripresa da nonno Cafù, che nel secondo tempo ha provato addirittura a divertirsi negli spazi aperti. Dall'altro lato, il titolare unico della fascia sinistra non ha replicato i danni di Genova... peraltro, non aveva degni oppositori. Davanti, il veterano Vieri ha giocato di sponda (rientro, appoggio breve e ripartenza), tentando di addomesticare con i mezzi di cui dispone - prevalentemente braccia e avambraccia - i palloni giocabili (pochi) che sono spiovuti nella sua zona. Specialista nello stop a inseguire, il nostro centravanti a parametro zero è tirato a lucido: asciutto e indubbiamente motivato. Ma il calcio, a casa Milan, è uno sport diverso.

La tribuna di Steve: non è tempo di chiacchiere, ma di silenzio e sudore. Premesso che la Lazietta di Delio Rossi è la compagine più rinunciataria comparsa alla Scala del Calcio nell'anno solare, va da sé che non fosse stato il Balon d'Or a rompere lo sterile equilibrio iniziale (dribbling feroce e un'altra stella filante nel sacco), a mio modo di vedere avremmo rischiato di arrotolarci sullo 0-0 fino al novantesimo. Il resto della frittata l'ha cucinata Sereni (complice Vieri), che in compenso ha rubato la centocinquantesima candelina al nostro fenomeno in almeno due occasioni. Ambro è una conferma e va vicinissimo al suo secondo gol consecutivo a San Siro. A questo punto, evitiamo di sbandierare ottimismo (inteso, Galliani?). Come insegna Sheva: "la strada è ancora lunga, ed è una strada da fare tutti insieme".

18 settembre, 2005

SAMPDORIA 2 - MILAN 1

(19 PT) Gilardino, (38 PT) Bonazzoli, (13 ST) Tonetto.

Abbiamo giocato con Dida, Cafu (Vieri dal 33 ST), Stam, Maldini, Kaladze, Gattuso (Serginho dal 17 ST), Pirlo (Ambrosinidal 30 ST), Seedorf, Kakà, Shevchenko, Gilardino.

Il tema tattico: le gambe non girano ancora. Che Samp-Milan dovesse essere il primo crocevia del nostro campionato lo avevano intuito tutti. Forse un presagio. Monzon ci ha messo sotto prima sul piano agonistico che su quello tattico: non abbiamo vinto un contrasto, le gambe sembravano legate, i riflessi ritardati: la Samp non aveva giocato tre giorni prima? Temo che il nostro torpore, però, sia mentale più che fisico. Svuotato Pirlo, appannato Kakà, non pervenuti i laterali. Le nostre velleità di innescare le macchine da gol che abbiamo davanti sono appese al filo dell'iniziativa personale. Pare che l'unico schema d'attacco che siamo in grado di mettere in campo sia la percussione a testa bassa nella mischia degli avversari. Giochiamo a scartare? suvvia Carlone, questo è calcio da oratorio! E al limite dell'area di rigore, mai l'iniziativa di un tiro: è indispensabile cercare SEMPRE il passaggio smarcante davanti al portiere? mi pare calcio da Playstation. Quando non ci pensa il Balon d'Or è peggio che andar di notte. Troppo facile parlare di errori della difesa, se Seedorf è la controfigura di se stesso e Ringhio non ha più sangue da sputare per sé e per gli altri. Il timore di fatto è che ci avviamo ad una stagione di transizione, più che di rivincite.

La tribuna di Steve: quando Sheva ha la mira turca... Un pari, una vittoria, una sconfitta. Siamo punto e a capo un anno fa, dopo tre giornate. Gli stessi limiti, con un anno in più di battaglie (perse) nelle gambe. Non mi riferisco solo alle ginocchia di Maldini (un grande capitano, peraltro, anche a Genova). Se Pirlo è costretto a giocare quattro partite in dodici giorni e se sulle fasce non abbiamo alternative credibili a Cafù (un titolo mondiale da difendere fra 9 mesi) e Kaladze (non abbiamo forse tentato di cederlo al Chelsea per tutta l'estate?) significa che la campagna acquisti a parametro zero non basta. Lo svizzero sarà maturo per dare il cambio a Pirlo, forse, a primavera... in quanto al ceco, mi pare che due apparizioni estive siano state sufficienti per accorgersi che non ha i movimenti del laterale difensivo (accorgersene prima?). Totale: non abbiamo corretto i difetti di rosa della scorsa stagione. Aggiungo che non abbiamo corretto i difetti di mentalità: d'altronde, l'unica terapia era liberare Ancelotti. Sarebbe stato maledettamente stile Juve, ma con lo stile Milan noto che si vincono pochi scudetti. Pochi rispetto alla potenzialità del gruppo, che rimane di prim'ordine, non fosse per la carenza di ricambi in difesa. Per quanto doloroso, quando l'ambiente ha bisogno di una scossa, l'unica soluzione è cambiare allenatore. E dopo Istanbul, mi pare che occorresse un elettroshock più che una scossa. Sconfitta amara, dunque. Negli occhi resta di buono la gioia del Gila al primo centro (ne sono certo, di una lunga serie) e l'abbraccio sincero che lo soffoca due istanti dopo: per la cronaca, il primo della fila è Vieri. Segnali inconfondibili di stile Milan, questo sì. E mercoledì si gioca ancora, con una certezza. Sarà la prima vera serata da leoni, sarà una serata da VECCHIO CUORE ROSSONERO!

13 settembre, 2005

MILAN 3 - FENERBAHÇE 1

Kakà (18 PT), Alex su rigore (17 ST), Kakà (43 ST), Shevchenko (44 ST).

Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Nesta, Maldini, Kaladze, Gattuso (Vogel dal 25 ST), Pirlo (Serginho dal 25 ST), Ambrosini, Kakà, Shevchenko, Vieri (Gilardino dal 32 ST).

Il tema tattico: in ritardo sulla fase difensiva. Il problema non sono i difensori: Maldini, con o senza ginocchia, resta sovrannaturale. Ma il centrocampo a tre non copre a dovere le zolle di competenza: troppe anche per due incontristi. Peraltro, nella fase offensiva mancano (da sempre con Ancelotti) gli schemi, ciò che mette in risalto la pochezza tecnica di un badilante come Vieri. Per lo stesso motivo il Gila - una prima punta pura, da alimentare con la regolarità dei movimenti corali - ha sofferto nelle prime uscite, a prescindere dal ritardo di condizione atletica. Tutto ciò mentre il più grande realizzatore di cui disponiamo intristisce ora all'ala destra, ora all'ala sisnistra, ora a centrocampo... Tardive (ma non impara mai?) le correzioni dalla panchina. No comment sul crocefisso nel palmo della mano di Carlone.

Gli episodi chiave: decidono due colpi di classe. In attesa del coro, ci godiamo gli acuti dei nostri virtuosi. Delizioso il colpo di tacco di Pirlo (peccato siano diventate così rare le sue apparizioni offensive) che apre la corsia centrale per Riccardino: il movimento è pura magia-Kakà. Pallone spostato con l'esterno del piede per mandare a vuoto il difensore, il corpo si coordina in armonia e libera il colpo di destro: potente e preciso alla base del primo legno. Nella ripresa, l'inglese Riley pizzica Rino in un recupero scomposto e ingenuo su Anelka: il penalty ci sta. Nel finale arrivano i fuochi d'artificio: Ambro prepara a metacampo la galoppata del nostro purosangue brasiliano. Progressione incontenibile e uno, due, tre, quattro turchi saltati come i birilli. Prodigiosa, però, è la chiusura: rabbiosa e tesa a filo d'erba. Golasso! Chiude Sergio con una discesa delle sue, il sinistro non è trattenuto da Volkan, che regala al Balon d'Or il terzo sigillo stagionale.

La tribuna di Steve: ripartire da Istanbul. Prima notte da Vicecampioni d'Europa, sognando lo Stade de France. Trovo preoccupante il tionfalismo dei nostri nel post-partita: possibile che la magia-Kakà abbia cancellato dalla memoria di TUTTI quella mezzora di apnea nel secondo tempo in cui prima abbiamo perso metri a vista d'occhio, poi abbiamo puntualmente subito il pari, infine abbiamo arruffato calcio più con la forza della disperazione che con la lucidità degli schemi? Non a caso, la gara si è risolta solo ed esclusivamente su un colpo individuale. Io mi auguro che la notte non sia passata invano: intervenire oggi è possibile, fra un mese potrebbe essere tardi. Mi domando solo se non sarebbe stato più salutare un esordio amaro con pareggio.

10 settembre, 2005

MILAN 3 - SIENA 1

Ambrosini (15 PT), Shevchenko 31 (PT), Tudor (44 PT), Kakà (36 ST).

Abbiamo giocato con Dida, Stam (Cafu dal 6 ST), Nesta, Maldini, Serginho, Ambrosini, Pirlo, Seedorf (Gattuso dal 22 ST), Rui Costa (Kakà dal 29 ST), Shevchenko, Gilardino.

Il tema tatico: ancora poca intensità sulle palle inattive. La partenza è forte e confesso di avere assaporato per qualche minuto il gusto della goleada imminente: e invece ciccia. Basta un calcio piazzato per mandarci in ansia, la tensione si taglia a fettone. Scende spessa dagli spalti e rotola fino in ara di rigore, dove vedo solo belle statuine. Dobbiamo toglierci il vizio, o saranno dolori. Che sia venuto meno il senso di squadra, il sacrificio corale, l'intensità mentale? Chiedetelo a Ringhio, che fa la muffa in panchina. Intanto godiamoci una magia-Kakà, che è auspicio di aver ritrovato il Bambino d'Oro del 2003. In quanto al Gila, bene lo stesso. Sei palle gol sbagliate significano SOLO che la serata era storta: i movimenti sono quelli del cecchino di razza. Ora turiamoci naso, occhi e orecchie e passiamo attraverso la prossima campagna mediatica demolitiva sul primo grande flop del calciomercato... Noi siamo il Milan, e questo biellese timido (un giorno non lontano) ci farà sognare. Parola di Shevalover.

Gli episodi chiave: il 7 Rossonero è ovunque. Imprendibile. Punta d'infilata tutto il centrodestra senese (sic) e dal fondo scocca un colpo di biliardo nell'area piccola: sponda e gol. Bravo Ambro a crederci, bravo a inserirsi, bravo a toccarla. Questo è il valore aggiunto del nostro vicecapitano, ciò a cui abbiamo spontaneamente rinunciato il maggio scorso. Non basta. Palla vagante sui venti metri? Si tramuta in stella filante nel sette, 2 a 0! Che Sheva, ragazzi... A primo tempo quasi scaduto subiamo un corner velenoso dal solito Chiesa: Tudor sale a prenderlo indisturbato e ci manda al riposo con la bocca amara. Il ritmo della gara cambia irrimediabilmente in samba a un quarto d'ora dalla fine. Otto minuti di ambientamento e parte Riccardino, di nuovo da destra: accelerazione letale e sinistro a incrociare. Pura magia-Kakà.

La tribuna di Steve: luci a San Siro. Su il sipario, si accendono i riflettori. Si torna a casa! L'emozione è la stessa di sempre, ogni anno come la prima volta. L'odore dell'erba rasata, le facce da Milan che ti circondano, una nuova prospettiva del campo... ormai le ho provate quasi tutte :-) Il nostro campionato è iniziato stasera, ad handicap come dodici mesi fa. Esordiamo con una vittoria però, e che sia di buon auspicio per l'epilogo della stagione. Vedo un grande capitano ruggire negli anticipi, immortalare scivolate da spot, spingere forte verso la metacampo avversaria: la replica più eloquente ai teorici delle ginocchia malate. Senza bisogno di aggiungere molte altre parole. Al resto ci pensa il Balon d'Or.

05 settembre, 2005

SHEVAMONDIALE

Con l'Ucraina a Germania 2006.

"Ci credevamo solo noi. Credo che questo ci abbia dato la carica. I problemi del Paese? Nessuno di noi può non averci pensato, era impossibile. Siamo stati ancora più orgogliosi di essere ucraini. Siamo così, resteremo così anche ai Mondiali. Perché questa è la nostra anima. Cercheremo di crescere, useremo le amichevoli per cercare un gioco migliore di quello che abbiamo, ma non cambieremo faccia. Gioco per i miei compagni, per la squadra. So che devo tirarmi addosso tre o quattro difensori perché un altro segni e cerco di farlo. In tutti questi mesi ho pensato soltanto all'obiettivo, e mai ai miei gol".

La Nazionale di Shevchenko è la prima europea a partire per i Campionati del Mondo. Impresa storica, che non può non aprirci il cuore. Bastano le sue parole per dare una dimensione all'evento. Parole e immagini: suggerisco una visita al sito ufficiale di Andriy - il link è in spalla destra del blog - sezione "Galleria". Si trova, fra le prime, una foto dello scorso dicembre. Scenario invernale. Al cospetto del Colonnello Lobanovsky, il pallone d'oro appoggiato sulla panchina di legno. Andate a guardare i suoi occhi... Dicono tutto.

Buon viaggio, 7 gialloazzurro!