11 aprile, 2007

THE REPUTATION OF SERIE A

Seven wonders of sublime United dazzle and destroy helpless Roma

[Guardian.co.uk] Kevin McCarra at Old Trafford, Wednesday April 11, 2007 - Manchester United obliterated Roma and all but erased the reputation of Serie A. No one believed it possible to treat an Italian club quite like this. The victors, nonetheless, will give more thought to their immediate future than to this contribution to the lore of European football. Their burden now is the widespread expectation that they will beat Bayern Munich or Milan in the last four and go on to the Champions League final.

06 aprile, 2007

LA BESTIA NERA

Serie B TIM 2006-2007
Trentatreesima giornata, venerdì 6 aprile 2007
Stadio Olimpico di Torino

JUVENTUS - ALBINOLEFFE 1-1
RETI: 32 p.t. Ruopolo, 38 p.t. Balzaretti

JUVENTUS: Buffon; Birindelli, Boumsong, Chiellini, Balzaretti; Camoranesi (17 s.t. Bojinov), Paro, Giannichedda (33 s.t. Marchisio), Nedved; Palladino (28 s.t. Marchionni), Trezeguet.
A disposizione: Mirante, Legrottaglie, De Ceglie, Zalayeta.
Allenatore: Deschamps.

ALBINOLEFFE: Marchetti; Colombo, Dal Canto, Santos; Innocenti, Belinghieri (1 s.t. Previtali), Del Prato, Poloni, Peluso; Bonazzi (19 s.t. Cristiano), Ruopolo (15 s.t. Cellini).
A disposizione: Acerbis, Donadoni, Rabito, Ferrari.
Allenatore: Mondonico.

ARBITRO: Damato di Barletta.
ASSISTENTI: Rubino e Altomare.
QUARTO UOMO: Massa.
AMMONITI: 13 p.t. Poloni, 20 p.t. Birindelli, 31 p.t. Nedved, 37 s.t. Marchetti.

SILENZIO! MORATTI TI ASCOLTA... (segue)

Non solo Vieri e Ronaldo: spiati anche Mutu e Jugovic
I verbali e le investigazioni. Cipriani: «L' Inter fatturò a una società estera»

[Corriere.it] - Foto-trappola per incastrare i poliziotti corrotti. Quattro calciatori spiati e pedinati con un contratto pagato all' estero «perché era nelle intenzioni dell'Inter che non risultasse individuabile». E un ex agente segreto che giura di aver intascato 120 mila euro per raccontare «solo mie fantasie» sui dossier del Sisde. Sono i fatti più sorprendenti che emergono dai verbali, depositati con gli ultimi 13 arresti, dei protagonisti della maxi-centrale di spionaggio gestita dalla divisione sicurezza Pirelli-Telecom.

«TANGENTI CON IL FLASH» - Alfredo Nonnis, ispettore della Digos di Genova e poi artificiere della questura di Milano, per ora è l'unico indagato che i magistrati hanno scarcerato. Difeso dall'avvocato Giuseppe Cannella, ha ammesso le proprie responsabilità già nel primo interrogatorio davanti al gip Giuseppe Gennari. Una confessione sofferta, che ha aperto uno squarcio anche sui metodi usati dai superspioni per trasformare stimati poliziotti in complici ricattabili per sempre. L'aggancio è affidato ad altri poliziotti: l'ispettore passa notizie riservate a un collega e pensa a un favore, non a un reato. Poi la banda insiste per pagarlo. E qui scatta la trappola. Nonnis spiega che Marco Bernardini (l' ex agente Sisde che ha evitato l'arresto confessando centinaia di corruzioni) gli ha fissato un appuntamento nell'estate 2004 in stazione Centrale a Milano. C'è da ritirare la prima busta con 500 euro. A consegnarla sono due emissari di Bernardini. Proprio mentre prende i soldi, il poliziotto si vede fotografare con il flash da uno spione. Impaurito, chiama Bernardini, che gli risponde di stare tranquillo: è il nostro metodo, serve solo a verificare che i soldi sono finiti alla persona giusta. Da quel momento Nonnis non può più dire di no e diventa una delle tante reclute della «polizia parallela» agli ordini di Giuliano Tavaroli, l'ex carabiniere diventato capo della security Pirelli-Telecom.

RONALDO, BOBO VIERI, MUTU E JUGOVIC - Sono i quattro calciatori che l'investigatore Emanuele Cipriani ammette di aver spiato nel campionato 1999-2000: «Tavaroli mi chiese un'investigazione approfondita con pedinamenti, rilevamenti su tutte le persone frequentate, sulle loro società, appostamenti sotto casa, informazioni Sdi (banca dati della polizia), anagrafe tributaria.. Il compenso mi è stato corrisposto dall' Internazionale F.C.». Domanda dei pm: perché ha fatturato con la sua società estera Wcs e non con l'italiana Polis d'Istinto? «Perché nelle intenzioni dell'Inter, così come segnalatomi da Tavaroli, era opportuno che l'investigazione non risultasse o fosse difficilmente individuabile». Il presidente Moratti ha confermato l'investigazione, ma ha negato che l'Inter abbia mai saputo che fu eseguita con mezzi illeciti.

31 marzo, 2007

MARZO 2007: La primavera di Shevy

LONDON - MARCH 19: Andrei Shevchenko of Chelsea scores the opening goal during the FA Cup sponsored by E.ON Quarter Final replay match between Tottenham Hotspur and Chelsea at White Hart Lane on March 19, 2007 in London, England. (Photo by Jamie McDonald/Getty Images)

13 marzo, 2007

IL GRAN SIGNORE

Moratti e quel gestaccio. Ora rischia il deferimento?

[Repubblica.it] Palla avvelenata. Più che mai. Massimo Moratti, patron dell'Inter, che in tribuna vip (vip?) a San Siro fa il gesto dell'ombrello e apostrofa così il suo ex pupillo Ronaldo ("vai a cagare, stronzo..."). Stranamente il procuratore federale non se ne accorge, eppure ci sono un sacco di immagini tv, e non lo deferisce in base all'articolo 1 (codice di lealtà). In molti altri casi, Stefano Palazzi, che aspira a fare il capo della nascente Superprocura del pallone, era stato molto più attento. Strano. Moratti ha ammesso di aver fatto "quel gesto" ma non ha intenzione stavolta di scusarsi: a Livorno aveva dato del "coglione" all'arbitro ma in quel caso aveva chiesto successivamente scusa.

12 marzo, 2007

VICOLO CIECO

Da Istanbul 2005 al derby: i 652 giorni dell'agonia-Milan.
A dispetto dell'orgoglio mostrato in Champions, il declino della squadra di Ancelotti è sotto gli occhi di tutti: anche dei suoi dirigenti?

Se Brigitte Bardot fosse italiana, dopo la campagna contro lo sterminio delle balene si starebbe dedicando, anima e corpo, a un’altra iniziativa di tipo umanitario: la campagna contro la demolizione del Milan. La demolizione del Milan è un fenomeno - apparentemente inspiegabile – in atto da 652 giorni, per l’esattezza dalla sera del 25 maggio 2005, sera in cui si giocò, a Istanbul, la finale di Champions League tra Milan e Liverpool. Come molti ricorderanno, fu la più incredibile finale giocata dal giorno dell’invenzione del pallone: il più bel Milan di sempre chiuse il primo tempo sul 3-0 (Maldini, Crespo, Crespo), pensò di avercela fatta, tornò in campo distratto, si fece fare 3 gol in 7 minuti, riprovò a prendere in mano la partita ma la palla non volle più saperne di entrare nella porta di Dudek. Così, si andò ai calci di rigore, gli inglesi furono più bravi e la Coppa finì in Inghilterra. Per la cronaca: il Milan aveva vinto la Champions due anni prima, a Manchester, ai rigori contro la Juventus, ma non aveva giocato bene, e non era sembrato forte come il Milan targato 2004-2005: quello, appunto, della notte folle di Istanbul.

Ebbene: dal 25 maggio 2005, una specie di 5 maggio moltiplicata per 5 (tornano anche i conti!), il Milan di Carlo Ancelotti – un vero e proprio inno al calcio con la formula magica di un centrocampo composto da Gattuso, Pirlo, Seedorf e Kakà, due esterni di difesa come Cafu e Maldini, un bomber insaziabile, e infallibile, come Shevchenko – è andato via via sbriciolandosi. Quel Milan, che si permetteva il lusso di tenere Rui Costa in panchina e di mandare in tribuna, il giorno della finale, un certo Inzaghi, perché in campo andavano Shevchenko e Crespo (2 gol) e in panchina bastava Tomasson; quel Milan che sfiorò, senza toccarla, la Perfezione (nel primo tempo di Istanbul, Kakà giocò come nemmeno Rivera e Cruijff fusi assieme in laboratorio); quel Milan, nei 652 giorni che si sono susseguiti, è diventato ben presto la controfigura di se stesso. E adesso, inseguendo una gloria ormai appassita, si dibatte disperatamente alla ricerca di un’identità perduta, in una partita persa in partenza.


Diciamo le cose come stanno. Il Milan sta arrancando perché i giocatori di oggi sono più vecchi, più stanchi e più scarsi di quelli che lo fecero grande nel periodo d’oro di Ancelotti: il ciclo, breve ma intenso, iniziato il 28 maggio 2003 all’Old Trafford di Manchester e concluso il 25 maggio 2005 allo stadio Ataturk di Istanbul col bottino di una Champions League, uno scudetto, una Supercoppa Europea e una Coppa Italia, più una Coppa Intercontinentale e una seconda Champions buttate via.
Più vecchi, più stanchi, più scarsi. Con tutto il rispetto per giocatori – anzi, campioni – che hanno fatto la storia del calcio, la verità sul conto del Milan è questa. Un Milan che annovera oggi tra le sue fila Costacurta, 40 anni e 11 mesi; Maldini, 38 anni e 9 mesi; Cafu, 36 anni e 9 mesi; Serginho, 35 anni e 9 mesi; per non parlare di nonno Fiori e dei molti altri over 30. Un Milan che nell’ultima campagna-acquisti ha pensato di rafforzarsi puntando sul 35enne Favalli, sul quasi 31enne Oddo, sul 30enne Storari; e ancora Ricardo Oliveira (sic), e poi Bonera e Gourcuff (praticamente ignorato da Ancelotti), e infine Ronaldo (ma il Fenomeno merita un discorso a parte). Un Milan che ha appena annunciato i rinnovi di contratto del 31enne Seedorf (fino al 2011), del 34enne Kalac (fino al 2010) e del 33enne Dida (fino al 2010), giocatori che hanno abbondantemente dato il meglio di sè e che già oggi, anzi già ieri, apparivano in chiara fase discendente.

Se a questo aggiungete il fatto che Shevchenko, l’estate scorsa, è stato ceduto al Chelsea per 45 milioni (di cui metà buttati per acquistare Ricardo Oliveira, che vale meno di Pozzi dell’Empoli); che Gilardino e Inzaghi, lontano da Sheva, hanno subìto un processo di “imbrocchimento” imprevisto ma evidente; che Kakà, unico fuoriclasse nello splendore della carriera, è costretto una partita sì e l’altra pure a provare a vincere, da solo, ogni match, Ascoli o Celtic non ha importanza; che i grandi vecchi – vedi Cafu, vedi Serginho, vedi Maldini - hanno smesso di essere i formidabili campioni di sempre, e ormai mostrano la corda di una carriera giunta al capolinea; se al quadro aggiungete queste pennellate, otterrete il Milan che abbiamo davanti agli occhi. Il Milan che una Roma in palla travolge come un birillo, a San Siro come all’Olimpico; il Milan che deve penare 210 minuti contro un modestissimo Celtic aspettando il prodigio del solo uomo capace di compiere i miracoli (per l’appunto, Kakà); il Milan che prova, con le unghie e coi denti, a vincere il derby – o almeno, a fare bella figura - ma che alla fine viene demolito a spallate da un’Inter più forte, più giovane, più dirompente, più cattiva. Il Milan che dopo 27 giornate naviga a 33 punti di distacco dall’Inter prima in classifica. Forse è veramente il caso di farlo stendere sul lettino e fargli dire 33!

Sia chiaro: nessuno discute il fatto che il Milan, unico club in Europa, sia giunto ai quarti di finale di Champions per il 5° anno consecutivo; nessuno discute la grandezza di un club che nel torneo più difficile e prestigioso arriva due volte in finale (una vittoria e una sconfitta) e una volta in semifinale nelle ultime 5 edizioni; nessuno discute l’importanza di vedere il Milan unico sopravvissuto in Champions fra gli 8 club approdati ai quarti un anno fa. Quello che il Milan sta facendo, a dispetto degli anni, degli acciacchi e dei guai, è una cosa grande, e nessuno lo può disconoscere. È giusto però chiedere ai dirigenti, e cioè a Galliani e Braida (o forse bisogna girare la domanda a Berlusconi?) se la strada che il Milan ha imboccato dopo la notte di Istanbul è la strada giusta oppure no. Perché a noi – anche se Ancelotti riuscisse nell’impresa di far fuori il Bayern e di saltare un’altra volta in semifinale – la strada su cui cammina il Milan sembra, davvero, un vicolo cieco.


di Paolo Ziliani

10 marzo, 2007

MANTOVA MANTOVA

Serie B TIM 2006-2007
Ventisettesima Giornata, sabato 10 marzo 2007
Stadio Danilo Martelli di Mantova (campo neutro)

BRESCIA - JUVENTUS 3-1
RETI: 4 p.t., 26 p.t. e 46 p.t. Serafini, 10 p.t. Del Piero


BRESCIA: Viviano; Santacroce, Zoboli, Mareco; Zambelli (dal 28 s.t. Stankevicius), Piangerelli, Lima, Hamsik (dal 43 s.t. Cerci), Dallamano; Serafini, Del Nero.
A disposizione: Ambrosio, Cortellini, Jadid, Zambrella, Roussel.
Allenatore: Cosmi.
JUVENTUS: Buffon; Zebina (dal 32 s.t. Bojinov), Boumsong, Chiellini, Balzaretti (dal 14 s.t. Palladino); Camoranesi (dal 1 s.t. Marchionni), Zanetti, Giannichedda, Nedved; Del Piero, Trezeguet.
A disposizione: Mirante, Birindelli, Legrottaglie, Paro.
Allenatore: Deschamps.

ARBITRO: De Marco di Chiavari.
ASSISTENTI: Rossomando e Angrisani.
QUARTO UOMO: Tommasi.
AMMONITI: 14 p.t. Giannichedda, 32 p.t. Zambelli, 40 p.t. Camoranesi, 6 s.t. Mareco, 12 s.t Piangerelli, 22 s.t. Trezeguet.

06 marzo, 2007

LA COPPA RUBATA

Ligue des Champions, le trophée 93 a disparu

[Lequipe.fr] L'Olympique de Marseille s'est fait voler son trophée récompensant sa victoire en Ligue des champions face à l'AC Milan en 1993 (1-0). La réplique de la vraie coupe a disparu des salons d'honneur du Stade Vélodrome. L'alerte a été donnée mardi matin par le personnel du club, qui a toutefois assuré qu'aucune porte n'avait été forcée. Une enquête est en cours.

28 febbraio, 2007

FEBBRAIO 2007: Lo Zar d'Europa

12 febbraio, 2007

IL BILANCIO ONESTO (segue)

Un buco da scudetto

[Indiscreto.it] Un potenziale conflitto d’interessi, un macigno debitorio di 424 milioni, un buon rapporto d’affari con Mediaset e un’operazione di cessione del marchio per ridurre l’indebitamento bancario che giace sotto la spada di Damocle della nullità. E’ questo in sintesi ciò che emerge dal bilancio 2005-06 della Fc. Internazionale, Inter per i suoi fans, che per la prima volta nella sua storia ha composto anche il bilancio consolidato, comprendente le sue società interamente possedute Inter Futura e Inter Brand. Come si legge nel testo del documento, reperibile in Camera di commercio, la scelta della redazione del consolidato è stata fatta per «fornire una adeguata informativa sull’andamento economico e patrimoniale del gruppo». E la differenza del risultato finale di esercizio è molto marcata: la capogruppo Inter spa ha chiuso con un rosso di appena 31,1 milioni di euro, contro i 181,4 milioni del consolidato.

La diversità di cifre è stata causata dall’operazione di “maquillage finanziario” della cessione dei marchi, contabilizzata in Inter spa, alla controllata al 100% Inter Brand, che ha apportato alla capogruppo una plusvalenza straordinaria di 158 milioni. Invece, nel consolidamento sono state eliminate tutte le transazioni con le società controllate. La nota integrativa della società nerazzurra sottolinea che grazie alla cessione dei marchi i debiti bancari di Inter spa sono diminuiti del 34,15%. La maggior parte dell’indebitamento totale del gruppo è nella capogruppo, schiacciata dal peso di 424,4 milioni, in aumento del 54,1% rispetto ai 275,3 milioni del 2004-05. Assieme al contratto di cessione «è stata redatta la relativa scrittura di licenza d’uso dei marchi del valore complessivo di 160 milioni» di durata decennale. Ma l’operazione potrebbe esse sub judice. «La vendita dei marchi dall’Inter alla controllata Inter Brand – spiega l’avvocato Domenico Latino, specializzato in diritto civile e sportivo – configura l’ipotesi del contratto con se stesso: quindi per la legge è nulla». In pratica, è come se il marchio fosse passato dalla tasca destra a quella sinistra. «Inoltre, l’Inter al termine del contratto di licenza d’uso - aggiunge Latino – perderà il marchio. La società avrà tre alternative per evitarlo: può incorporare la Inter Brand, rinnovare l’accordo o riacquistare il marchio» .

INTER BANCA 2 A 0 - Potrebbe essere uno gioco di parole messo ad arte dal destino e forse lo è. Le strade di Interbanca, banca d’affari del gruppo Abn Amro Antonveneta, e l’Inter, si sono incrociate proprio a causa dell’operazione di cessione del marchio effettuata nel dicembre 2005. Infatti, stando alla nota integrativa del bilancio della capogruppo, l’operazione «ha consentito di ottenere da un primario istituto di credito un finanziamento a medio-lungo termine per 120 milioni». Alcuni paragrafi dopo l’Inter rivela il nome della banca, specificando che a garanzia del prestito è stato acceso il «pegno, a favore di Banca Antonveneta, sul 100% delle quote sociali di Inter Brand». C’è però da evidenziare che l’azionista di riferimento e presidente della società nerazzurra, Massimo Moratti, è anche consigliere esecutivo di Interbanca, banca d’affari di Abn Amro Antonveneta: stando alle visure camerali, infatti, è stato «nominato con atto del 21 aprile 2004» per una «durata in carica di tre esercizi» . Quindi, eccoci davanti ad un bel conflitto d’interessi per il generoso presidente nerazzurro, che riveste il contemporaneo doppio ruolo di banchiere e cliente. Un considerevole punto di forza rispetto alle società concorrenti della serie A.

GRAZIE SILVIO - Un altro punto di forza della società nerazzurra, i “risconti passivi”, ossia l’anticipo di ricavi futuri, è risultato in calo da 103,17 milioni a 44,46 milioni per il decremento delle anticipazioni ricevute da società di factoring a fronte di contratti relativi a diritti televisivi». L’Inter ha però sopperito in buona parte a ciò con l’aumento del 15% dei ricavi del conto economico, grazie soprattutto alla crescita della voce “sponsorizzazione e proventi vari” (da 134,11 a 163 milioni). In quest’ultima sono presenti per la prima volta i «diritti di prelazione e prima negoziazione» per 21 milioni stipulati con Rti per la stagione televisiva 2009-2010. Essi consentono alla società del gruppo Mediaset di sedersi per prima al tavolo delle trattative per stipulare il nuovo contratto della trasmissione criptata sul digitale terrestre. Per lo stesso motivo la società del gruppo Fininvest aveva versato 20 milioni alla Juventus nel giugno 2004. La relazione sulla gestione sottolinea ancora di più l’ottimo rapporto d’affari tra l’Inter di Moratti e la Mediset di Silvio Berlusconi. Nel testo si legge infatti che «l’incremento notevole sul valore della produzione è stato determinato da un aumento di 25 milioni sul controvalore della cessione dei diritti televisivi determinato dalla dinamica crescente dei corrispettivi previsti dai contratti in essere e dal rinnovo dei contratti per le stagioni 2007-2010 con Rti». Proprio il 28 giugno scorso, l’Antitrust ha censurato la clausola di prima negoziazione. Del resto, sempre ottimi sono stati i rapporti tra le due famiglie, basti pensare alla lunga e sempre verde militanza berlusconiana del sindaco di Milano Letizia Moratti. Senza tralasciare i proficui rapporti d’affari tra il numero due dell’Inter, Marco Tronchetti Provera, e il Cavaliere, come documentato - per fare un solo esempio - dal passaggio di Edilnord, la corazzata mattonara, da sua Emittenza a mister Telecom.

IL TRUCCO C’É - Nonostante la dichiarata rivalità calcistica, gli stretti legami tra Moratti e Berlusconi sono anche evidenti per la vicenda delle plusvalenze incrociate fittizie di calciatori sconosciuti tra Inter e Milan. La vicenda, strombazzata solo ora dalla stampa nazionale a causa delle indagini per falso in bilancio condotte dal Pm di Milano Carlo Nocerino, era stata evidenziata nel 2003 sul quotidiano Il Manifesto e ai primi del 2004 nel libro “Il pallone nel burrone” e ripetuto il 27 aprile 2004 davanti alla VII Commissione Cultura della Camera dagli autori del volume. Oltre agli ormai celebri Simone Brunelli, Matteo Deinite, Matteo Giordano, Ronny Toma, Salvatore Ferraro, Alessandro Livi, Giuseppe Ticli e Marco Varaldi ci sono stati anche altri scambi di carneadi tra nerazzurri e rossoneri. Tra la stagioni 1999-2000 e 2001-2002 Inter e Milan si sono passati Paolo Ginestra e Matteo Bogani, Fabio Di Sauro e Davide Cordone, Andrea Polizzano e Marco Bonura. Ogni operazione ha fruttato una plusvalenza reciproca variabile tra i 7 e i 10 miliardi di vecchie lire: valutazioni completamente fuori mercato per l’epoca. Ma ci sono stati anche scambi di giocatori celebri, come Francesco Coco e Clarence Seedorf: sia l’Inter che il Milan hanno incassato la stessa cifra di 29 milioni. E proprio qui sta il trucco. La cifra della vendita è identica e quindi l’operazione non movimenta denaro, ma ha solo un risvolto contabile. Le due società hanno segnato nell’esercizio di competenza la plusvalenza incassata, ripartendo invece su cinque anni la cifra della cessione. Quest’ultima è però una passività che pesa sugli anni futuri: ed ecco spiegato il perché Milan e Inter hanno proseguito ad effettuare altri scambi a prezzi ben superiori rispetto ad ogni logica di mercato.

07 febbraio, 2007

LA CURVA DEL VICARIO

Affari, ricatti, posti di lavoro. Tutti gli accordi con gli ultrà. I capi dei tifosi invitati dal club rossonero alla cena di gala per lo scudetto nel 2004. Patto nerazzurro per il controllo della curva: una chiamata e sparisce la croce celtica.

MILANO — Il capo dei Commandos, qualche anno prima, non poteva entrare allo stadio. Però alla festa del Milan campione d’Italia, nel 2004, aveva un tavolo accanto a quello del presidente Berlusconi. «Noi siamo soliti festeggiare con la nostra famiglia allargata» dice la società. Una definizione che comprende sia il presidente della Regione Formigoni e l'allora sindaco di Milano Albertini, sia una quindicina di ultrà esponenti dei Commandos, delle Brigate Rossonere, e della (oggi sciolta) Fossa dei Leoni. Un frammento dei rapporti pericolosi che Inter e Milan intrattengono con i cattivi delle curve. Rapporti leciti, ma alla base di un giro d'affari da milioni di euro, della gestione di un potere su migliaia di ultrà, e di un meccanismo di ricatto più o meno latente verso i club. Che negli ultimi mesi è sfociato in una tentata estorsione ai danni dei rossoneri. Con colpi di pistola e un pestaggio.

Equilibrio sottile
Rapporti a rischio. I capi ultrà viaggiano spesso sugli stessi charter che portano i giocatori e i dirigenti. «Ma volano a loro spese» fanno sapere da Milan e Inter. Entrano negli spogliatoi di San Siro e nelle aree vip. Perché i leader della curva possiedono pass nominali, con tanto di foto per «muoversi liberamente in ogni settore dello stadio, compresi gli spogliatoi dei giocatori» (deposizione di un dirigente del Milan). Lo stesso succede per l'Inter. A volte, i legami diventano lavorativi. Come per un esponente di Alternativa Rossonera, impiegato in un ufficialissimo Milan Point. Infine, sul sito delle Brigate Rossonere, Gilardino, Inzaghi, Kakà e Gattuso mettono gratuitamente a disposizione la loro (costosa) immagine per pubblicizzare magliette, cappellini e felpe del gruppo. Fin qui, niente di illecito. Solo la prova di una certa contiguità tra le società e i gruppi di tifosi più estremi. Di contatti che vengono considerati inevitabili. E da coltivare: servono a «responsabilizzare» i capi dei tifosi, con il risultato «di essere una delle squadre meno sanzionate in Europa e in Italia», come chiarisce un responsabile del Milan in un verbale della Digos. Il fatto è che l'equilibrio è fragile. E il confine tra rapporto corretto e complicità sottile.

Il patto nerazzurro
15 maggio 2005, a San Siro si gioca la partita Inter-Livorno. In curva Nord, quella nerazzurra, compare una croce celtica. Sventola per pochi minuti, poi viene ritirata. Cosa è accaduto? Un responsabile della polizia ha avvertito un referente della curva, che ha girato immediatamente l'ordine: «Fate levare quella roba». Il magistrato che ha indagato sugli ultrà interisti parla di collaborazione «efficace». È il sistema nerazzurro, per come è stato ricostruito dagli investigatori. Funziona così: concessione di benefici «limitati» ai capi-curva in cambio di una sorta di «servizio d'ordine». Il tutto sotto la supervisione della polizia, che però non compare mai sugli spalti. L'Inter assicura cinquanta biglietti omaggio «consegnati a Franco Caravita (leader della Curva Nord, ndr) e da questi gestiti con successiva distribuzione» ad altri esponenti degli ultrà. La contropartita, per l'immagine e per le casse di una società di calcio, è enorme: una curva calma, niente guerriglia urbana (rarissima fuori da San Siro negli ultimi anni), poche multe per incidenti e lancio di fumogeni. Ma come: si tratta con i cattivi? Ci si affida a loro per il servizio d'ordine, anche se alcuni hanno precedenti penali? E qual è il limite di questi accordi? La risposta l'ha data il pm Fabio Roia chiedendo l'archiviazione dell'indagine sul lancio di fumogeni che portò all'interruzione del derby di Champions del 12 aprile 2005: «È evidente come questa intesa possa suscitare qualche perplessità sotto il profilo etico e della eventuale prospettiva investigativa, ma la gestione dell'ordine pubblico in situazioni di particolare complessità comporta una visione ampia e flessibile del problema». Un pragmatismo efficace da un lato, ma che dall'altro rappresenta una sorta di resa del sistema calcio: le società sono i «soggetti deboli» per il principio della responsabilità oggettiva (le intemperanze dei tifosi si pagano con multe e squalifiche del campo); polizia e carabinieri non entrano mai nelle curve di San Siro per evitare «possibili provocazioni», e un anello chiave della sicurezza sono gli ultrà stessi. Viene da pensare: ma cosa succede negli stadi italiani se questo modello, come accertato dopo mesi di indagine, è il risultato della «bonifica culturale» del presidente Moratti? Se il calcio è una macchina da soldi, 3 per cento del Pil, le curve tentano di ritagliarsi la propria fetta. Il tifo che diventa mestiere.

Il giro d’affari
Primo: i biglietti per le trasferte. Di solito le società li vendono ai rappresentanti della curva. Niente di illecito. Ma questo cosa comporta? Uno dei capi ultrà del Milan ha ammesso di rivenderli a 2-3 euro in più. Ed è il primo ricarico. Sui biglietti si fonda poi l'organizzazione dei viaggi: pullman e treni per le trasferte più vicine, aereo per quelle distanti. I curvaioli comprano il pacchetto completo. Che comprende, ovviamente, altri ricarichi. Moltiplicando per le 18 trasferte di campionato, più quelle di coppa Italia e di Champions, alle quali partecipano in media, per le squadre milanesi, tra le mille e le 4 mila persone, si scopre che una stagione calcistica può fruttare 5-600 mila euro. Sottobanco poi, è un'altra storia: biglietti regalati, venduti sottocosto o pagati in modo dilazionato. Per l'Inter la magistratura ha escluso questa prassi, sul Milan (come parte lesa in un tentativo di estorsione da parte di gruppi ultrà) c'è un'indagine in corso. «Ma per società molto importanti — spiega Maurizio Marinelli, direttore del Centro studi sulla sicurezza pubblica — l'omaggio può arrivare anche a un migliaio di biglietti». In questo caso gli introiti per gli ultrà-affaristi si moltiplicano. «I capi tifoseria hanno un potere enorme — aggiunge il procuratore capo di Monza, Antonio Pizzi, che ha condotto l'inchiesta oggi passata a Milano —. Ricattano le società che forniscono loro biglietti sottocosto o in omaggio. Il giro d'affari per una curva è nell'ordine di milioni di euro». A questo fiume di soldi bisogna aggiungere gli aiuti per le coreografie (negati dalle società) e la vendita dei gadget: cappelli, felpe, magliette. Questa è la montagna di soldi da spartire. Che non arriva a tutta la curva, ma nelle tasche dei pochi che comandano. Conseguenza: i capi degli ultrà milanesi pensano più agli affari che alla violenza. Ma appena gli equilibri si spostano, c'è qualcuno che per entrare nel business è pronto a sparare. È quel che sta succedendo intorno a San Siro.

La tentata estorsione
Nell'autunno 2005 si scioglie, dopo 37 anni, la Fossa dei Leoni. È un gruppo storico del tifo rossonero, ma ha due macchie: è l'unico rimasto di sinistra e non risparmia le critiche alla società. La ragione dello scioglimento sembra tutta da cercarsi dentro il codice d'onore ultrà: i Viking juventini hanno rubato lo striscione alla Fossa, che per la restituzione ha chiesto la collaborazione con la Digos. Questa storia è anche un pretesto. In realtà, c'è già un nuovo gruppo, di destra, che sgomita per la leadership: i Guerrieri Ultras. I Guerrieri si sarebbero alleati con le Brigate Rossonere. I Commandos vanno in minoranza. E pagano. «I nuovi cominciano a sgomitare. In due direzioni: per guadagnare spazio nella curva e per ottenere il riconoscimento dalla società. Che consente di partecipare al giro d’affari» spiega un investigatore. Così, l'ottobre scorso, due uomini in moto sparano alle gambe di A. L., 32 anni, esponente dei Commandos, davanti a un supermercato di Sesto San Giovanni. Il 25 gennaio, un altro leader dello stesso gruppo viene picchiato fuori da San Siro da sette persone (due sono state arrestate e stanno per andare a processo). È conciato così male che ancora oggi non si sa se ce la farà. Intanto, i Guerrieri chiedono biglietti alla società. Forse anche abbonamenti. Ma il Milan, per due volte, rifiuta. E, combinazione, subito dopo per due volte dalla curva piovono fumogeni: Milan- Lilla, 6 dicembre, e Milan-Torino, 10 dicembre 2006. Il Milan annuncia una linea più dura: taglia i pass.
Galliani va in procura a Monza, che nel frattempo ha indagato dieci ultrà: «Ma non sono io che mi occupo di queste cose». Non c'è stata nessuna denuncia. La procura è arrivata alla tentata estorsione indagando sulla sparatoria. «Nei nuovi gruppi di ultrà — rivela un investigatore — ci sono molti delinquenti comuni, con precedenti per spaccio e rapine».
Sicuri che valga la pena tenerli in famiglia?

da Il Corriere della Sera del 7 febbraio 2007

31 gennaio, 2007

GENNAIO 2007: Il Re di Coppe

29 gennaio, 2007

C'ERA UNA VOLTA

C'era una volta un Presidente di Lega dal cranio lucente. E c'era un patto d'acciaio fra Mediaset S.p.A. e Giovanni Agnelli & C. S.a.p.a. che consentiva alla Juventus FC di incassare i diritti televisivi satellitari criptati in anticipo di due anni e chiudere i bilanci in attivo fatturandone i proventi. C'erano anche i compagni di merenda del cranio lucente, Antonio e Luciano. E davanti ai soprusi perpetrati ogni domenica sul campo dalla loro "combriccola romana", c'erano i "sofferti silenzi" dell'a.d. del Milan AC, in aperto conflitto d'interessi con la carica di Presidente di Lega. Tutto questo c'era una volta, e oggi non c'è più...

[Corriere.it] Mediaset-Lega Calcio: la partita prosegue in tribunale. Il gruppo di Berlusconi ha infatti depositato un atto di citazione presso il Tribunale di Milano contro la Lega Calcio. L'atto contiene la richiesta di riduzione del prezzo dei diritti in chiaro del campionato di calcio di Serie A in seguito allo scandalo "Calciopoli". Mediaset, si legge in una nota, «è stata costretta alle vie legali dall'atteggiamento della Lega Calcio che non ha mai dato concreto seguito alle richieste di modificare consensualmente il contratto in essere, concluso prima di Calciopoli. Dall'estate 2006 a oggi, infatti, si è sviluppato un intenso carteggio tra Mediaset e Lega Calcio culminato con due incontri di vertice, rassicuranti a parole ma infruttuosi nei fatti. E anche l'auspicio di Mediaset di risolvere la vicenda in forma riservata attraverso un arbitrato «super partes» non ha ricevuto alcun segnale di disponibilitá da parte della Lega. Pertanto, dopo aver atteso anche l'ultima sentenza definitiva sullo scandalo Calciopoli, Mediaset si vede costretta a procedere per vie legali».

PERDITA DI INTERESSE - Mediast afferma che «esaminando diversi parametri ufficiali, è oggettivamente dimostrabile che le retrocessioni e le penalizzazioni irrogate dal giudice sportivo hanno prodotto una forte perdita dell'interesse del pubblico verso il Campionato di A (i tifosi delle squadre retrocesse o penalizzate costituiscono il 40% del numero dei tifosi complessivi) che si traduce in una corrispondente riduzione del valore di mercato dei diritti televisivi in chiaro.

I DATI - Comparando solo alcuni tra i principali valori numerici della stagione calcistica 2005-2006 a quelli della stagione 2006-2007 emergono i seguenti risultati: 1) Abbonamenti stadi Serie A: - 17.5%; 2) Spettatori paganti: - 10.0% (solo nelle prime 13 giornate); 3) Calo valore contratti Pay tv Serie A: -14.8%; 4) Crescita valore contratti Pay tv Serie B: +52.0%». Mediaset, prosegue il comunicato, «deve assicurare ai propri azionisti la tutela degli interessi della società e procedere ad acquisti di diritti televisivi calcolati secondo principi di equità, è pacifico che ora questi diritti non hanno più un valore equo. E davanti alla politica della Lega che insiste nel negare l'evidenza, non resta che la strada del tribunale».

CONTRATTI IN CORSO - L'azienda precisa che continuerà ad onorare i contratti in corso. «Nonostante i dati di fatto esposti, Mediaset non vuole penalizzare il mondo del calcio, soprattutto le squadre e le serie minori a cui vengono redistribuiti i ricavi dei diritti in chiaro. Pertanto, invece di sospendere i pagamenti come sarebbe naturale in questi casi, Mediaset continuerá ad onorare l'impegno finanziario previsto dal contratto, a dimostrazione della propria correttezza e totale buona fede. Ovviamente, il pagamento sarà effettuato con riserva in attesa della decisione del giudice».

27 gennaio, 2007

IMPAZZIRE DI CADETTERIA

SERIE B TIM 2006-2007
Ventunesima Giornata, sabato 27 gennaio 2007
Stadio Alberto Picco di La Spezia

SPEZIA - JUVENTUS 1-1
RETI: Confalone 39 p.t., 47 s.t. Nedved

SPEZIA: Santoni; Nicola, Giuliano, Addona, Gorzegno; Saverino; Guidetti (dal 25 s.t. Padoin), Confalone, Frara, Do Prado (dal 11 s.t. Baù); Varricchio.
A disposizione: Rotoli, Grieco, Ponzo, Alessi.
Allenatore: Soda.
JUVENTUS: Buffon; Birindelli (dal 33 s.t. De Ceglie), Piccolo, Giannichedda, Balzaretti; Camoranesi (dal 45 s.t. Marchionni), Zanetti, Paro (dal 25 s.t. Palladino), Nedved; Del Piero, Trezeguet.
A disposizione: Mirante, Legrottaglie, Marchisio, Bojinov.
Allenatore: Deschamps.

ARBITRO: Rocchi di Firenze.
ASSISTENTI: Alvino e Angrisani.
QUARTO UOMO: Ruini.
AMMONITI: Confalone (32 p.t.), Do Prado (9 s.t.), Gorzegno (15 s.t.), Giannichedda (25 s.t.).
ESPULSI: Giannichedda 34 s.t.

18 gennaio, 2007

LIES, LIES, LIES

[TimesOnline.co.uk] The least of the accusations against Andriy Shevchenko in recent days is that, at a record £30.8 million, he is a waste of money. He has been called a dressing-room snitch, a destabilising influence and the cause of the political infighting that is undermining Chelsea, but in an interview with The Times last night, the Ukraine forward began his fightback. «I am being made a scapegoat for things that have nothing to do with me» he said. Shevchenko’s frustration at his lack of goals — three in 20 Barclays Premiership appearances — is nothing compared with his unhappiness at all the off-field rumours, including the suggestion that he is protected at Stamford Bridge by the patronage of Roman Abramovich. After such a trying baptism in England, it would be understandable if he was to decide that he has had enough and headed back to the familiar surroundings of Serie A, but Shevchenko insists that he will stay at Chelsea, despite the traumas of the past six months. «My contract runs for four years [until 2010]» he said. «I am here now and I am staying here. I am continuing to work to fit inside the team. I have been attacked from all sides but I intend to carry on. I will grit my teeth. I am not a quitter. I just want to be kept out of the politics».

Shevchenko can hardly deny that Abramovich was the driving force behind his move last summer from the San Siro to Stamford Bridge, but Mourinho approved the purchase and the Ukraine striker is particularly hurt by the suggestion that he seeks favours, or acts as the dressing-room eyes and ears of the Chelsea owner. «Those rumours are all lies» he said. «A lot of things have been said which aren’t true. They have caused a lot of hurt to myself and my family. I am a footballer, not a politician. My job is to play, that’s all. It is what I’ve been doing since I was nine years old. People are crossing the limits in what they are saying about me. It is bull***t».

There were further allegations from Italy this week that Shevchenko had proposed the recruitment of Carlo Ancelotti, the coach of AC Milan, in place of José Mourinho but the striker is adamant that he has no communication with Abramovich beyond that of the rest of his team-mates. «There are things written about my relationship with Roman Abramovich which have been overexaggerated» he said. «My relationship with him is the same as every other player. He’s the president and I am a player — it is entirely professional. I see Abramovich in the dressing-room sometimes or occasionally at training. We might have a quick word with each other but that is natural as we both speak Russian. Maybe I shouldn’t speak Russian. Maybe that gives people the wrong idea».

The idea that Shevchenko is one of the main causes of conflict between Abramovich and Mourinho, who have fallen out to the extent that the manager looks certain to depart this summer, grew in strength when the Chelsea owner suggested hiring Avram Grant, the director of football at Portsmouth. Abramovich believes that Grant can help Shevchenko to find his best form but Mourinho regarded the proposal as unwelcome interference. It is just another example of the boardroom politics that Shevchenko is desperate to avoid. «Avram Grant? I know who he is but I don’t know him» he said. «I only know that he was coach of Israel, but it doesn’t concern me if he comes or does not come. This is a decision the club makes. I am just here to play. It is hard when you are thrown in the middle of everything».

Shevchenko is fit to line up against Liverpool on Saturday as the champions attempt to cut the six-point deficit on Manchester United but has no idea whether he will start. He has been left on the substitutes’ bench in recent matches but claims to accept Mourinho’s decision. «If he decides I am not capable, I just have to work harder,” the striker said. «It doesn’t matter what I think».

IL CRANIO LUCENTE

Il Diavolo veste Galliani.

[Espresso.it] Su Adriano Galliani, il vicario di Berlusconi al Milan, l'opinione dei calciofili italiani si divide in due. Da un lato i tifosi rossoneri, che lo amano d'amor viscerale perché allo stadio fa certe facce - e certi gesti - che nemmeno un ultrà. Poi ci sono tutti gli altri, gli avversari, che lo considerano un antennista brianzolo miracolato da Berlusconi (quelli buoni) o uno squalo senza scrupoli (quelli meno buoni). Il Galliani in carne ossa e calvizie è invece un signore di 62 anni che si rade con cura la coroncina di capelli superstiti, si veste da una vita allo stesso modo (giacche blu di Tincati e cravatte gialle di Hermès), si è sposato tre volte (l'ultima con Malika, modella di Rabat più giovane di trent'anni) e a Natale ha finito di scontare la sua condanna per Calciopoli: una squalifica di cinque mesi e mezzo per le relazioni pericolose con gli arbitri di un suo (ex) collaboratore, Leonardo Meani.

Contento che questa inibizione sia finita?
«Sono stati mesi di grande tristezza. Sa, io sono uno che vive per il Milan, 12 ore al giorno dal lunedì al venerdì e tutti i weekend a Milanello o in trasferta. Ma adesso basta, a quella storia non voglio pensare più».

Intende dire Calciopoli?
«Sì, ci voglio tirare sopra una riga, il tempo è galantuomo e il giudizio ormai spetta alla storia. Certo, quel che è successo mi ha fatto parecchio male umanamente. Sono stato condannato per una telefonata di 106 secondi con Meani in cui gli chiedevo se avesse protestato per un gol annullato a Shevchenko. Tutto lì».

Il resto l'ha fatto il suo amico Meani...
«Macché amico, era un consulente esterno a 30 mila euro lordi l'anno. Uno che tra l'altro non avevo portato io al Milan».

E lei si è dovuto pure dimettere dalla presidenza della Lega. C'è chi dice che hanno voluto farla fuori proprio per ottenere questo risultato...
«Sì, credo di aver anche pagato il fatto di essere, all'epoca, presidente di Lega».

Almeno con le sue dimissioni è finito un lungo conflitto di interessi: lei è uomo di Mediaset, azienda che comprava i diritti tv ai club...
«Non c'era nessun conflitto, le regole non impedivano a un dirigente di club di salire ai vertici della Lega. Mi hanno eletto democraticamente due volte e credo di aver portato risorse al calcio italiano».

Veramente il pallone sembra esploso come una bolla di sapone: conti in rosso, bilanci truccati, un fallimento dopo l'altro, perfino presidenti latitanti all'estero. Colpa della sbornia dei diritti televisivi?
«Non c'è stata nessuna sbornia. In Italia non sono i diritti tv a essere cresciuti troppo, sono le altre risorse a essere cresciute troppo poco. Come il merchandising e gli introiti dai biglietti».

Già, allo stadio ci va sempre meno gente. Domenica scorsa, per Milan-Reggina, ad esempio, c'erano meno di 7 mila spettatori paganti...
«È evidente che c'è un problema di impianti. Servono stadi più moderni e attraenti, che siano di proprietà dei club e non dei comuni».

Infatti Moratti per l'Inter vuole costruirne uno tutto suo. E il Milan?
«San Siro è stato solo del Milan dal 1926 al 1947. Poi è arrivata l'Inter, che prima giocava all'Arena. Fino al '35 era anche di nostra proprietà, poi purtroppo è stato venduto al Comune. Insomma, noi siamo molto affezionati a San Siro e non vorremmo andare via. Però, certo, bisogna ristrutturarlo del tutto: metterci ristoranti, negozi e così via».

Avete già pensato come?
«Sì, abbiamo nel cassetto un progetto di Giancarlo Ragazzi (architetto storico del gruppo fin dai tempi dell'Edilnord, ndr). Ma per ora l'impianto è del Comune, in concessione ai due club fino al 2030, con diritto di recesso ogni cinque anni. Se l'Inter dà la disdetta per costruirsi il suo stadio, noi cercheremo di comprarci San Siro e di rifarlo, sempre che aboliscano un po' di vincoli edilizi, come hanno fatto negli anni scorsi in Inghilterra con il Taylor Act».

E poi dovreste trovare i soldi. Pare che Berlusconi non abbia più voglia di spendere per il Milan. Tanto che i tifosi si lamentano per l'ultima campagna acquisti.
«Da tempo abbiamo un input chiaro dalla proprietà: fare quadrare i conti. Non mi sembra che un azionista debba giustificarsi se a un certo punto chiede non dico di portare a casa dei dividendi, ma almeno di non rimetterci più. Bene: il 2006 si chiude con un fatturato record di 253 milioni di euro e - fatto storico - anche con un leggero utile».

Però siete a 28 punti dalla prima.
«Non certo per colpa dell'organico, che è all'altezza di quello dell'Inter».

E allora perché?
«Partire penalizzati è molto disincentivante: se sai di non poter lottare per lo scudetto, è più difficile concentrarsi. E poi ci hanno detto il 25 luglio che dovevamo giocare i preliminari di Champions il 9 agosto, quindi abbiamo dovuto fare una preparazione forzata, che ha inciso sulla forma dei ragazzi e ha provocato in seguito una valanga di infortuni. L'anno prossimo, in condizioni normali, sarà tutto diverso».

Perché lei in tribuna è così esagitato?
«Beh, io sono uno malato di calcio. Da sempre, da quando ero ragazzino e andavo a vedermi il Monza al San Gregorio. Praticamente ho imparato a leggere sulla 'Gazzetta dello Sport'. Mio padre si arrabbiava, mi diceva che a leggere 'la Gazza' non avrei combinato nulla di buono nella vita... E adesso che ci sono le tv satellitari, la sera mi guardo tutte le partite possibili immaginabili».

Chissà com'è contenta sua moglie.
«Malika è brava e non si arrabbia, ma in effetti nei precedenti matrimoni qualche problemino l'ho avuto. Parecchi anni fa, un sabato mattina, sono sceso per fare due passi e ho incontrato degli amici che stavano andando in macchina in Puglia a vedere un Foggia-Cesena. Io mi sono aggregato al volo. Sono tornato a casa il lunedì all'alba e mia moglie non mi ha fatto entrare. Pioveva a dirotto e io: 'Dai, aprimi, ti prego!'. Niente, alla fine sono andato a dormire da mia sorella».

Perché non ha provato a fare il calciatore?
«All'oratorio giocavo da attaccante ma presto mi sono reso conto di essere troppo scarso. Allora ho capito che per me l'unico modo di lavorare nel calcio era diventare dirigente. E quando nel '75 sono entrato nella proprietà del Monza, mi sembrava di aver raggiunto un obiettivo fantastico. Invece il bello doveva ancora arrivare».

E com'è arrivato?
«Nel '79, quando sono diventato socio di Berlusconi, gli ho detto: dottore, io qui lavoro anche 24 ore al giorno, ma i weekend me li lasci liberi perché devo seguire il Monza. Insomma, gli ho fatto capire subito qual era la mia grande passione. Così, quando nell'86 ha preso il Milan, mi ha proposto di venire qui».

E lei è diventato un uomo ricco.
«No. Sa, ho due divorzi alle spalle...».

Quanto guadagna?
«Meno di quello che spendo. Mi piace fare acquisti, per me e per gli altri».

Le dà fastidio quando la chiamano 'zio Fester', il pelatone della famiglia Adams?
«Ma no, ci rido. Mi fanno arrabbiare molto di più altre cose».

Tipo?
«Essere dipinto come uno squalo, un duro, uno spietato, mentre il mio carattere è esattamente l'opposto. Credo di essere una persona mite e buona. Io proprio non mi ci ritrovo nell'immagine che di me danno giornali e tv. A volte quando guardo certe trasmissioni in cui si parla di me - Galliani di qua, Galliani di là - bah, penso che si riferiscano a un altro».

E perché secondo lei la dipingono così?
«Onestamente, non lo so. Forse non ho mai compiaciuto abbastanza i giornalisti, non li ho coccolati. Ci sono altri - imprenditori, manager - che hanno fatto della cura della propria immagine quasi una professione, mentre io ho sempre pensato solo a lavorare sodo per la mia azienda. Pazienza, in fondo qualcosa di simile è successo anche a Ezzelino da Romano».

A chi, scusi?
«Un cavaliere di ventura del Duecento che gli storiografi definiscono 'il terribile' e invece non lo era affatto. Una volta ho letto un libro su questo 'equivoco giornalistico' d'epoca medievale e mi sono consolato».

Altri libri sul suo comodino?
«Il mio preferito è 'Più grandi dell'amore', di Dominique Lapierre: un'opera che insegna a diventare più buoni. Ne ho regalata una copia a ogni giocatore del Milan».

Lei è cattolico?
«Credo in Dio, guardo con simpatia alla Chiesa e le dò il mio 8 per mille».

Nel '68 lei aveva 24 anni: che cosa pensava del movimento?
«Stavo dall'altra parte, ero un anticomunista che simpatizzava per la destra Dc. Come i miei genitori. E come quasi tutti, a Monza. Sono stato anche candidato al consiglio comunale, nel '75, primo dei non eletti».

Ora invece abita a Milano. Discoteche, feste, mondanità?
«Ma no, la sera quando non ci sono partite in tv vado al ristorante con mia moglie e con gli amici: il risotto con l'ossobuco del Matarel e il pesce da Giacomo sono il massimo dei miei peccati».

In che zona vive?"
«Via Bigli, a due passi da casa di Massimo Moratti. Ci incontriamo spesso, la mattina. E sua sorella Bedi è addirittura mia condomina».

Pare che quest'anno, a fine campionato, dovrà fare i complimenti ai suoi vicini.
«Eh, la sensazione è questa».

Già adesso, per via di Calciopoli, le tocca vedere lo scudetto cucito sulle maglie nerazzurre. La cosa le fa girare le scatole?
«Mi perdoni, ma almeno su questo lasci che io mi avvalga della facoltà di non rispondere...».

17 gennaio, 2007

IL FALSO NEL BILANCIO ONESTO

[Sports.it] L'Inter rischia grosso. Il club nerazzurro rischia pesanti sanzioni qualora le indagini su Massimo Moratti, patron dell'Inter, avvalorassero l'accusa di falso in bilancio negli anni in cui era diffusa pratica contabile ripianare i debiti e ritoccare i conti con scambi di giocatori a prezzi gonfiati. Insomma plusvalenze inesistenti per coprire i buchi di bilancio. A dirlo è il Corriere della Sera. Ciò che è grave secondo i calcoli della Finanza e della Procura, senza la pratica del doping amministrativo dei bilanci nerazzurri, l’Inter non sarebbe riuscita a rientrare nei parametri previsti e quindi, per regolamento, non avrebbe potuto partecipare al campionato 2004-05, concluso al terzo posto.

Anche Adriano Galliani è indagato per la stessa ragione ma in difesa del Milan c'è il fatto che non sarebbe stato in discussione la partecipazione al campionato. Le due società, intese come persone giuridiche, sono indagate dal pm Carlo Nocerino in base alla legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle società per reati commessi da propri dirigenti nell’interesse aziendale. Sul fronte si prospettano pesantissime sanzioni pecuniarie nel caso di modelli organizzativi carenti o assenti, e penali, nel caso l'accusa contestata a Moratti e Galliani s'infranga nei brevi termini di prescrizione contemplati dalle norme sul falso in bilancio. Alla fine del campionato 2002-2003, Milan e Inter si scambiarono ben otto giocatori senza che essi giocassero. Le indagini sulla cosmesi dei bilanci indagano sulle plusvalenze generate dalla cessione di giocatori ipervalutati: le plusvalenze, che sono le differenze tra il prezzo di vendita e il prezzo di acquisto, venivano inserite nel bilancio, taroccando i risultati veri.

La Procura di Roma ha già chiesto il rinvio a giudizio del presidente della Roma, Franco Sensi, e dell’ex patron della Lazio, Sergio Cragnotti. A Genova si indaga su Galliani, il presidente della Sampdoria, Garrone, e il proprietario del Genoa, Preziosi. A Torino si indaga sulla Juve su ben 41 contratti di calciatori venduti o acquistati dalla Juventus nell’era dell’ex amministratore delegato Antonio Giraudo e di Luciano Moggi.

13 gennaio, 2007

E BUON ANNO ANCHE A VOI...

SERIE B TIM 2006-2007
Diciannovesima Giornata, sabato 13 gennaio 2007

Stadio Danilo Martelli di Mantova

MANTOVA-JUVENTUS 1-0
RETI: 8 s.t. Bernacci.


MANTOVA: Brivio; Notari, Sacchetti, Cristante, Mezzanotti; Sommese (23 s.t. Tarana), Grauso, Doga, Caridi (37 s.t. Spinale); Bernacci (31 s.t. Noselli), Godeas.
A disposizione: Bellodi, Di Cesare, Antinier, Brambilla.
Allenatore: Di Carlo.
JUVENTUS: Buffon (34 s.t. Mirante); Birindelli (47 s.t. De Ceglie), Zebina, Kovac, Balzaretti; Paro, Piccolo (12 s.t. Camoranesi), Marchisio, Del Piero; Zalayeta, Trezeguet.
A disposizione: Urbano, Bojinov, Guzman, Venitucci.
Allenatore: Deschamps.

ARBITRO: Giannoccaro di Lecce.
ASSISTENTI: D’Agostini, De Luca.
QUARTO UOMO: Andolfatto.
AMMONITI: 24 s.t. Birindelli, 31 s.t. Notari, 43 s.t. Spinale.

10 gennaio, 2007

IL BILANCIO ONESTO

[IlSole24ore.com] Con un passivo di 181,5 milioni di euro nell'ultima stagione, l'FC Internazionale stabilisce il primato delle perdite tra le società di calcio italiane. Il risultato emerge dal bilancio consolidato al 30 giugno 2006, predisposto per la prima volta dalla squadra presieduta da Massimo Moratti, ma non divulgato. Finora era noto il bilancio civilistico dell'Inter, approvato dai soci il 6 novembre. Questo documento dichiara una perdita netta di 31,14 milioni, un deficit contenuto rispetto alle consuetudini del club nerazzurro, reduce da una perdita di 118,7 milioni nel 2004/2005. Il precedente record negativo era del Parma Ac di Calisto Tanzi nel 2002/2003, finito in amministrazione straordinaria con 167,3 milioni di passivo.

Con l'analisi dei conti dell'Inter si apre un'inchiesta del «Sole 24 Ore» sui bilanci delle società di calcio. Conti sempre traballanti, nonostante vengano partoriti nuovi artifici contabili. Dopo la legge salvacalcio, varata nel 2003 e bocciata dall'Ue, le squadre più "intraprendenti" hanno escogitato la rivalutazione e cessione del marchio. Ma si tratta di operazioni in famiglia: la cessione a se stessi. Questo ha consentito di mettere una toppa (di carta) ai buchi della gestione nei bilanci civilistici, nei quali formalmente vengono ammesse plusvalenze anche se realizzate in famiglia e quindi, in realtà, fasulle. Anche la Covisoc, la commissione della Figc che vigila sui conti delle squadre, dopo aver tentato l'affondo del rigore l'estate scorsa è stata tollerante sui conti taroccati.
L'Inter ha dichiarato una plusvalenza di 158 milioni a fine 2005 "vendendo" il marchio alla controllata Inter Brand Srl. Nel bilancio civilistico questo guadagno è stato utilizzato per ridurre le perdite. I revisori della Kpmg però hanno storto il naso,con richiami o eccezioni su questa e altre voci del bilancio di Moratti. Tra l'altro — rileva Kpmg — su questa plusvalenza non è stata accantonata l'Irap, che sarebbe di6,7 milioni e aumenterebbe la perdita finale.Nell'ultimo bilancio l'Inter ha stanziato 111,8 milioni di ammortamenti per assorbire il 35% della svalutazione calciatori fatta con la legge salvacalcio ( per 319,4 milioni totali).Dovrà assorbire i residui 111,8 milioni con il bilancio corrente, al 30 giugno 2007.
Il 9 giugno 2006 l'Inter ha ottenuto da Banca Antonveneta un finanziamento di 120 milioni, dando in pegno il marchio. L'Inter si è impegnata a rispettare parametri economici e finanziari, Moratti si è impegnato «a supportare economicamente e finanziariamente in caso di necessità la società e su tale presupposto è stato redatto il bilancio consolidato», si legge nel documento.

Nel consolidato, che dà una rappresentazione dei conti più realistica, è stata eliminata la plusvalenza di 158 milioni perché infragruppo ed è stato stornato l'ammortamento di 7,9 milioni sui marchi. Questo ha fatto emergere la perdita di 181,5 milioni, anziché di 31 milioni come nel civilistico. Il costo del personale è di 141,95 milioni, su un valore della produzione di 210,45 milioni, escluse le plusvalenze da calciomercato, pari a 7,5 milioni. Altro indice di fragilità è il patrimonio netto consolidato: a fine giugno era negativo per 122,8 milioni, contro debiti verso banche per 209 milioni (e 35 milioni di liquidità). Moratti ha appena varato un rafforzamento patrimoniale e un riassetto, attraverso la fusione tra FC Inter e Inter Capital Srl, la nuova società azionista di controllo del club, costituita il 4 luglio 2006 e posseduta da Internazionale Holding. Con la fusione, approvata ieri dai soci, il club riceverà liquidità per 70 milioni, assicurata da un aumento di capitale di Inter Capital per metà già versato da Moratti, il quale aumenta dall'89 al 92% la sua quota nella squadra di calcio.

08 gennaio, 2007

FOSSE VERO!

I soldi per Oddo e Galliani al capolinea, di Stefano Olivari

[PaoloZiliani.it] Un'inchiesta del Sole 24 Ore ha evidenziato che nel 2006 Silvio Berlusconi e famiglia hanno incassato 215 milioni di euro, fra profitti e riserve, dalle quattro holding che controllano il 61,13 per cento della Finivest (con le altre si arriva al cento per cento, ma gli assegni sono arrivati solo da quattro). Soldi veri, non partite di giro: facile il confronto con i 141 milioni 2005 e i 79 del 2004.

Lasciamo i discorsi pauperistici a quotidiani sempre meno letti e sempre più assistiti dallo stato, ed andiamo direttamente sul Milan. Il Berlusconi in giacca e cappottino leggero ascoltato nel gelo del San Siro post Trofeo Berlusconi non sembrava certo uno disposto ad abbandonare il calcio: dai discorsi sui massimi sistemi alla conferma di Ancelotti, tristemente chiamato "Ancellotti", la motivazione dell'uomo è sembrata ottima. E allora? Solo con i soldi incassati nel 2006, trascurando quelle due lire guadagnate nel mezzo secolo precedente, Berlusconi potrebbe resistere al devastante dimezzamento del decreto spalmammortamenti ed avere le potenzialità per una grande operazione: cose alla Messi (se fosse in vendita), alla Buffon (se non lo avesse già preso l'Inter), alla Henry.

Perché quindi sta esponendo Galliani alla brutta figura di essere in balia della Lazio (e della moglie del giocatore) per Oddo, il giovane di trentun anni che mancava, o al ridicolo di essere sollecitato dall'Udinese a fare una telefonata per Iaquinta che viene via con poco? La motivazione non può che essere una: nella testa presidenziale non c'è di sicuro una smobilitazione, ma un ricambio sì. Per mille motivi non può accompagnare alla porta Galliani, per cinquecento altri (i 22 milioni buttati per Oliveira pesano meno della gestione della vicenda Shevchenko, isolato all'interno di uno spogliatoio che ha già sbarrato la porta all'arrivo gratis di Cassano) spera che sia lui a farsi da parte aprendo la strada ad un nuovo tandem: manager finanziario puro (un Giraudo, non necessariamente Giraudo) più direttore delle operazioni calcistiche (Capello, se viene cacciato da Madrid, se no Costacurta). Bella cosa, la gratitudine...