31 gennaio, 2006
PALERMO 3 - MILAN 0
(10 PT) Gonzalez, (18 PT) Caracciolo, (4 ST) Gonzalez.
Abbiamo toccato il fondo con Kalac, Simic (Inzaghi dal 7 ST), Nesta, Stam, Kaladze (Serginho dal 18 ST), Cafu, Vogel, Seedorf, Jankulovski (Pirlo dal 17 ST), Kakà, Gilardino.
Adesso basta! Al peggio deve pur essere messa fine. Da mesi vado pronunciando facili sentenze: sono sotto gli occhi di chiunque abbia lucidità e competenza le colpe gravi di un gruppo che ha perso, da Istanbul in poi, ogni contatto con la realtà. Lo spettacolo indecente del Barbera è la quadratura spietata di un cerchio vizioso cui è giunta l'ora di trovare rimedio. Senza indugi. Otto minuti per annullare il vantaggio trovatello dell'andata, meno di venti per farsi cancellare dal campo e dal tabellone di coppa; complessivamente novanta di non-gioco, di non-condizione psicofisica, di non-qualità. Né vergogna, né dignità, né onore. Carlo Ancelotti insiste e persiste: avanti così, senza bisogno di scosse, e "supereremo IL MOMENTO come sempre PARLANDONE". Io dico che avanti così marciamo a passo spedito verso l'ecatombe finale: la prospettiva è perdere tutto. Sono definitivamente disgustato dalla supponenza e dall'ignavia di una dirigenza che, nell'ora della sofferenza, si distingue per l'assordante silenzio - ma porta a passeggio fiaccole olimpiche per le vie del centro, invece di stare dentro lo spogliatoio a respirare ogni palpito della squadra - e di un allenatore affezionato a se stesso e alle proprie idee, che vive da due anni nel ricordo di una notte magica a Manchester. Per il bene della squadra e per salvare non certo (ora mai) la stagione, ma almeno I NOSTRI COLORI dal ridicolo, si cali la maschera dell'ipocrisia aziendalista e ideologica del "bel giuoco" che fu. Bisognava cambiare a maggio dell'anno scorso. Si poteva cambiare a dicembre dell'anno scorso. Si DEVE cambiare ora, questa sera stessa. O non vedremo mai la fine del peggio, a cominciare da domenica all'Olimpico.
Abbiamo toccato il fondo con Kalac, Simic (Inzaghi dal 7 ST), Nesta, Stam, Kaladze (Serginho dal 18 ST), Cafu, Vogel, Seedorf, Jankulovski (Pirlo dal 17 ST), Kakà, Gilardino.
Adesso basta! Al peggio deve pur essere messa fine. Da mesi vado pronunciando facili sentenze: sono sotto gli occhi di chiunque abbia lucidità e competenza le colpe gravi di un gruppo che ha perso, da Istanbul in poi, ogni contatto con la realtà. Lo spettacolo indecente del Barbera è la quadratura spietata di un cerchio vizioso cui è giunta l'ora di trovare rimedio. Senza indugi. Otto minuti per annullare il vantaggio trovatello dell'andata, meno di venti per farsi cancellare dal campo e dal tabellone di coppa; complessivamente novanta di non-gioco, di non-condizione psicofisica, di non-qualità. Né vergogna, né dignità, né onore. Carlo Ancelotti insiste e persiste: avanti così, senza bisogno di scosse, e "supereremo IL MOMENTO come sempre PARLANDONE". Io dico che avanti così marciamo a passo spedito verso l'ecatombe finale: la prospettiva è perdere tutto. Sono definitivamente disgustato dalla supponenza e dall'ignavia di una dirigenza che, nell'ora della sofferenza, si distingue per l'assordante silenzio - ma porta a passeggio fiaccole olimpiche per le vie del centro, invece di stare dentro lo spogliatoio a respirare ogni palpito della squadra - e di un allenatore affezionato a se stesso e alle proprie idee, che vive da due anni nel ricordo di una notte magica a Manchester. Per il bene della squadra e per salvare non certo (ora mai) la stagione, ma almeno I NOSTRI COLORI dal ridicolo, si cali la maschera dell'ipocrisia aziendalista e ideologica del "bel giuoco" che fu. Bisognava cambiare a maggio dell'anno scorso. Si poteva cambiare a dicembre dell'anno scorso. Si DEVE cambiare ora, questa sera stessa. O non vedremo mai la fine del peggio, a cominciare da domenica all'Olimpico.
28 gennaio, 2006
MILAN 1 - SAMPDORIA 1
(12 PT) Shevchenko, (36 PT) Gasbarroni
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Kaladze, Serginho (Jankulovski dal 41 ST), Gattuso (Cafu dal 29 ST), Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko, Inzaghi (Gilardino dal 20 ST).
Fine della corsa. Crollano anche le mura amiche, non abbiamo più santi protettori. Venti minuti del primo tempo, con il vantaggio su rigore propiziato dal solito Superpippo, e una decina di minuti al centro del secondo, sono poca fatica per meritare più della Samp. Magrado De Santis, che è una jattura e non a caso ci inchioda al secondo pari stagionale. La trama è la solita: il vantaggio, il calo atletico, lo scollamento tattico, il panico difensivo, il gol subito, l'apnea di mezzora, la fiammata nervosa e la resa finale. In tutto ciò, la dirigenza tace e lascia ad Ancelotti il pietoso sermoncino della sera: "Il Milan non ha bisogno di scosse dal proprio allenatore, come sempre valuteremo tutto insieme con serenità e facendo autocritica". Ai tempi di Radice, con la stessa flemma rotolammo in B. L'unico che non fa autocritica è sempre LUI. E la serenità non la conserveremo a lungo, volando in caduta libera dalla seconda posizione... Le strategie tattiche sono da ritenersi acquisite, un po' per ostinazione e un po' perché con una fila di mezze punte in rosa devi pur fare di necessità virtù: la difesa a quattro e il centrocampo a rombo ce li porteremo fino all'ultimo respiro della stagione. E fino alla consunzione psiscofisica di Seedorf, Pirlo, Gattuso e Kakà. Che la rosa sia mal assortita, si intende a chiare lettere allorché gli infortuni creano emergenza: difetto di programmazione. Se si rompe Ambro - muscoli di cristallo non da ieri, vista la media di 25 presenze a stagione - il Sindaco è costretto a giocare tre volte in otto giorni, dal momento che di Vogel (terzo e ultimo incontrista) si son perse le tracce a ottobre. Lo Zionero è un unicum nel suo ruolo e provare ad alternarlo con Sergio o - dio ci scampi - con Jankulovski ha procurato solo inarcamenti del proverbiale sopracciglio reggiano. Si narra che il ceco sia stato strappato alla concorrenza della Juventus con 9 milioni di euri tintinnanti, trascurando il dettaglio che costui è uno specialista della posizione di esterno sinistro nel centrocampo a quattro in linea: batte il cuoio anche di destro, per cui potrebbe (al più) traslocare sulla fascia opposta, ma nella posizione speculare. Non è un difensore e lo si è capito quando difronte ha trovato un Pasqualino Foggia (mica Garrincha). Dell'assortimento di centrali difensivi riciclati sugli esterni ho già ripetuto alla nausea. Simic avrebbe meritato più attenzione (non da oggi, ma negli ultimi due anni), per la continuità e l'affidabilità che ha dimostrato, ma nel suo ruolo naturale è chiuso dai veterani. Insistere mandandolo a destra è comunque il minore dei mali, se la prima scelta in assenza di Cafu è sempre e solo il pachidermico Stam. In compenso Kaladze, che sull'estrema sinistra è spaesato e inaffidabile, ad agosto risultava da rottamare al Chelsea e a dicembre è diventato "erede naturale" di Costacurta... Quando una squadra annaspa nel marasma tattico e mentale, il primo passo certo verso la terra ferma è quello di restituire ogni uomo alla propria posizione naturale. Se Babbo Natale avesse portato in dono una panchina nuova con sopra - per dirne una che ha già detto bene in situazioni analoghe - Cesarone Maldini, suppongo che a partire dalla cruciale trasferta di Roma sarebbe cambiato qualcosa: a due mesi dal Bayern. Viceversa, ci illuderemo di poter continuare a sopravvivere dei colpi d'istinto, di classe e di cuore dei nostri grandi rifinitori e finalizzatori d'attacco. Anche quando versano in condizioni pietose, vedi Sheva da un mese. Dei gol di Pippo, fatti o procurati, ho romanzato a sufficienza. Rui Costa ha pur dimostrato di avere gamba e voglia quali raramente si erano viste negli ultimi due anni: continuo a non prediligere il suo calcio da "10" vecchia maniera, insistente sino a diventare cervellotico nella ricerca del tocco in profondità; ma gestire il gruppo con duttilità e intelligenza significa ridisegnare, ogni tre giorni, l'assetto tattico in funzione della condizione atletica e mentale di tutti gli uomini della rosa. I Milan di Ancelotti, viceversa, sono da sempre uguali a se stessi: contano 11-12 titolari predestinati, più 4-5 sostituti fissi. A prescindere da ogni fattore, avversario incluso. Se l'avversario modifica il tema, restiamo uguali a noi stessi perché la partita "l'avevamo preparata così". Questa è la pericolosa via di non ritorno verso la demotivazione e lo scoramento: dei titolari, che anche su una gamba sanno di non rischiare il posto; e dei sostituti, che anche al top della condizione sanno di non avere chance (se non per disgrazie altrui, di indisponibilità o squalifica). Chi pagherà a giugno? Di certo, il nostro Milan.
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Kaladze, Serginho (Jankulovski dal 41 ST), Gattuso (Cafu dal 29 ST), Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko, Inzaghi (Gilardino dal 20 ST).
Fine della corsa. Crollano anche le mura amiche, non abbiamo più santi protettori. Venti minuti del primo tempo, con il vantaggio su rigore propiziato dal solito Superpippo, e una decina di minuti al centro del secondo, sono poca fatica per meritare più della Samp. Magrado De Santis, che è una jattura e non a caso ci inchioda al secondo pari stagionale. La trama è la solita: il vantaggio, il calo atletico, lo scollamento tattico, il panico difensivo, il gol subito, l'apnea di mezzora, la fiammata nervosa e la resa finale. In tutto ciò, la dirigenza tace e lascia ad Ancelotti il pietoso sermoncino della sera: "Il Milan non ha bisogno di scosse dal proprio allenatore, come sempre valuteremo tutto insieme con serenità e facendo autocritica". Ai tempi di Radice, con la stessa flemma rotolammo in B. L'unico che non fa autocritica è sempre LUI. E la serenità non la conserveremo a lungo, volando in caduta libera dalla seconda posizione... Le strategie tattiche sono da ritenersi acquisite, un po' per ostinazione e un po' perché con una fila di mezze punte in rosa devi pur fare di necessità virtù: la difesa a quattro e il centrocampo a rombo ce li porteremo fino all'ultimo respiro della stagione. E fino alla consunzione psiscofisica di Seedorf, Pirlo, Gattuso e Kakà. Che la rosa sia mal assortita, si intende a chiare lettere allorché gli infortuni creano emergenza: difetto di programmazione. Se si rompe Ambro - muscoli di cristallo non da ieri, vista la media di 25 presenze a stagione - il Sindaco è costretto a giocare tre volte in otto giorni, dal momento che di Vogel (terzo e ultimo incontrista) si son perse le tracce a ottobre. Lo Zionero è un unicum nel suo ruolo e provare ad alternarlo con Sergio o - dio ci scampi - con Jankulovski ha procurato solo inarcamenti del proverbiale sopracciglio reggiano. Si narra che il ceco sia stato strappato alla concorrenza della Juventus con 9 milioni di euri tintinnanti, trascurando il dettaglio che costui è uno specialista della posizione di esterno sinistro nel centrocampo a quattro in linea: batte il cuoio anche di destro, per cui potrebbe (al più) traslocare sulla fascia opposta, ma nella posizione speculare. Non è un difensore e lo si è capito quando difronte ha trovato un Pasqualino Foggia (mica Garrincha). Dell'assortimento di centrali difensivi riciclati sugli esterni ho già ripetuto alla nausea. Simic avrebbe meritato più attenzione (non da oggi, ma negli ultimi due anni), per la continuità e l'affidabilità che ha dimostrato, ma nel suo ruolo naturale è chiuso dai veterani. Insistere mandandolo a destra è comunque il minore dei mali, se la prima scelta in assenza di Cafu è sempre e solo il pachidermico Stam. In compenso Kaladze, che sull'estrema sinistra è spaesato e inaffidabile, ad agosto risultava da rottamare al Chelsea e a dicembre è diventato "erede naturale" di Costacurta... Quando una squadra annaspa nel marasma tattico e mentale, il primo passo certo verso la terra ferma è quello di restituire ogni uomo alla propria posizione naturale. Se Babbo Natale avesse portato in dono una panchina nuova con sopra - per dirne una che ha già detto bene in situazioni analoghe - Cesarone Maldini, suppongo che a partire dalla cruciale trasferta di Roma sarebbe cambiato qualcosa: a due mesi dal Bayern. Viceversa, ci illuderemo di poter continuare a sopravvivere dei colpi d'istinto, di classe e di cuore dei nostri grandi rifinitori e finalizzatori d'attacco. Anche quando versano in condizioni pietose, vedi Sheva da un mese. Dei gol di Pippo, fatti o procurati, ho romanzato a sufficienza. Rui Costa ha pur dimostrato di avere gamba e voglia quali raramente si erano viste negli ultimi due anni: continuo a non prediligere il suo calcio da "10" vecchia maniera, insistente sino a diventare cervellotico nella ricerca del tocco in profondità; ma gestire il gruppo con duttilità e intelligenza significa ridisegnare, ogni tre giorni, l'assetto tattico in funzione della condizione atletica e mentale di tutti gli uomini della rosa. I Milan di Ancelotti, viceversa, sono da sempre uguali a se stessi: contano 11-12 titolari predestinati, più 4-5 sostituti fissi. A prescindere da ogni fattore, avversario incluso. Se l'avversario modifica il tema, restiamo uguali a noi stessi perché la partita "l'avevamo preparata così". Questa è la pericolosa via di non ritorno verso la demotivazione e lo scoramento: dei titolari, che anche su una gamba sanno di non rischiare il posto; e dei sostituti, che anche al top della condizione sanno di non avere chance (se non per disgrazie altrui, di indisponibilità o squalifica). Chi pagherà a giugno? Di certo, il nostro Milan.
25 gennaio, 2006
MILAN 1 - PALERMO 0
(41 ST) Gilardino.
Abbiamo giocato con Kalac, Simic, Nesta, Costacurta, Kaladze (Serginho dal 17 ST), Gattuso (Pirlo dall'1 ST), Vogel, Jankulovski, Rui Costa (Kakà dal 27 ST), Gilardino, Amoroso.
Un quarto d'ora verdeoro. Basta e avanza per portare a Palermo il vantaggio minimo nell'andata dei quarti di Coppa Italia. Uno si domanderebbe quale punizione più efferata possa esistere se non far compagnia a duemila anime Rossonere sparpagliate a -3 gradi centigradi sui gradoni di San Siro, per l'ennesima notturna casalinga della stagione. Bene, la risposta è davanti ai teleschermi di Mamma RAI che dissotterra per l'occasione Carlo Nesti da Torino e il garrulo Mazzola. Non c'è fine al peggio: il grigio lacché del fu Avvocato spende (fra le varie) un "Costacurta" per "Rui Costa" e passi il gioco dislessico di parole... ma vedere Kaladze andare in gol per Gilardino pare troppo, in considerazione del fatto che il georgiano era comodo in panca da una mezzora! Marchio di fabbrica indelebile. Meglio fermarsi qui e non guardare oltre, in campo, dove Kalac prova ad emulare il miglior Abbiati di questa competizione (memorabili griffe d'autore su un Lazio-Milan 4-0 che valse l'esclusione), Vogel e Jankulovski gareggiano a chi possiede minor tecnica indivduale e personalità, Marcio Amoroso dice tutto già dal nome di battesimo: decomposto, impresentabile. Una menzione d'onore va spesa, viceversa, per il Professore: a questi ritmi da dopolavoro, potrebbe giocare a testa alta e con la fascia di capitano fino a cinquant'anni. Nell'ultimo quarto, Carlone nostro indovina (forse per la legge dei grandi numeri) LA MOSSA, sovrapponendo Sergio e Kakà di spinta sulla fascia sinistra. Il Gila c'è, quando deve: teniamocelo stretto, perché al momento si vede poco di più.
Abbiamo giocato con Kalac, Simic, Nesta, Costacurta, Kaladze (Serginho dal 17 ST), Gattuso (Pirlo dall'1 ST), Vogel, Jankulovski, Rui Costa (Kakà dal 27 ST), Gilardino, Amoroso.
Un quarto d'ora verdeoro. Basta e avanza per portare a Palermo il vantaggio minimo nell'andata dei quarti di Coppa Italia. Uno si domanderebbe quale punizione più efferata possa esistere se non far compagnia a duemila anime Rossonere sparpagliate a -3 gradi centigradi sui gradoni di San Siro, per l'ennesima notturna casalinga della stagione. Bene, la risposta è davanti ai teleschermi di Mamma RAI che dissotterra per l'occasione Carlo Nesti da Torino e il garrulo Mazzola. Non c'è fine al peggio: il grigio lacché del fu Avvocato spende (fra le varie) un "Costacurta" per "Rui Costa" e passi il gioco dislessico di parole... ma vedere Kaladze andare in gol per Gilardino pare troppo, in considerazione del fatto che il georgiano era comodo in panca da una mezzora! Marchio di fabbrica indelebile. Meglio fermarsi qui e non guardare oltre, in campo, dove Kalac prova ad emulare il miglior Abbiati di questa competizione (memorabili griffe d'autore su un Lazio-Milan 4-0 che valse l'esclusione), Vogel e Jankulovski gareggiano a chi possiede minor tecnica indivduale e personalità, Marcio Amoroso dice tutto già dal nome di battesimo: decomposto, impresentabile. Una menzione d'onore va spesa, viceversa, per il Professore: a questi ritmi da dopolavoro, potrebbe giocare a testa alta e con la fascia di capitano fino a cinquant'anni. Nell'ultimo quarto, Carlone nostro indovina (forse per la legge dei grandi numeri) LA MOSSA, sovrapponendo Sergio e Kakà di spinta sulla fascia sinistra. Il Gila c'è, quando deve: teniamocelo stretto, perché al momento si vede poco di più.
22 gennaio, 2006
SIENA 0 - MILAN 3
(12 PT) Kakà, (24 ST) Shevchenko, (39 ST) Kakà.
Abbiamo giocato con Dida, Stam (Simic dal 25 PT), Nesta, Kaladze, Serginho, Pirlo, Gattuso, Seedorf, Kakà (Jankulovski dal 41 ST), Inzaghi (Gilardino dal 31 ST), Shevchenko.
Su la testa, vecchio Diavolo! Quando vediamo bianconero, torniamo a essere SQUADRA. Sarà una coincidenza, ma per la prima volta nella stagione (forse nell'anno solare) Ancelotti e Galliani avevano favellato con misura e buon senso: l'obiettivo è confermare "i piccoli miglioramenti" mostrati domenica a San Siro e, soprattutto, "tenere la bocca chiusa e pensare a far punti". Coerentemente, i ragazzi scendono in campo e mostrano da subito l'approccio mentale dei momenti migliori. Avversari chiusi nella propria trequarti e una gragnuola di corner (6 nei primi 10 minuti) che stanno a significare una cosa sola: abbiamo mirato da subito il bersaglio grosso. Sblocchiamo presto con Kakà, al primo centro in trasferta, e crolla anche l'ultimo vaniloquio del foglio rosa: il Bambino non ha più paura quando è lontano da casa. Anzi, a scanso d'equivoci ne infila un paio: apre e chiude le danze. Sia bene inteso: come già l'Ascoli, questo è un antagonista rabberciato per le pesanti assenze. Però più motivato. E tuttavia, l'episodio chiave è a una manciata di secondi dal fischio d'inizio del secondo tempo: Kaladze rinvia un cross dalla fascia alla georgiana, ovvero col tacco sui piedi di Chiesa, e il nostro implacabile cecchino scarica il pallone della parità sulla base del legno. Allora avremmo raccontato di un altro Milan, il solito... In altri termini, sarà opportuno azzardare pochi paragoni con lo 0 a 3 di Livorno - assai più consistente per la geometria dell'assetto e l'intensità della prestazione nei novanta minuti - e indagare i motivi del calo di tensione (cronico) prima e dopo l'intervallo. La squadra, per una buona mezzora, si allunga a dismisura e perde il proverbiale equilibrio fra i reparti, concedendo al Siena il tema tattico ideale per rientrare. La trattenuta sporca dell'ottimo Mirante , sul cross tagliato dal sinistro letale di Sergio, a metà della ripresa trova un Balon d'Or reattivo per chiudere i giochi. Quasi un fulmine a ciel sereno, se è vero che Sheva appare di nuovo fiacco e svogliato, quasi appesantito nelle movenze e sincopato nei riflessi. Il gol del raddoppio bruciato nel primo tempo dall'area piccola (mezza rovesciata, dopo la deviazione di un difensore su calcio piazzato) fa collezione con gli altri tocchi sotto misura inverosimilmente falliti ad Ascoli e a Verona: giusto per dire di cinque punti lasciati sul campo. Che non sia un'altra Sindrome di Dudek. Ma siccome il calcio non è una scienza esatta, contemporaneamente il 7 Rossonero diventa il terzo marcatore di sempre nella storia del Diavolo: 162 volte in gol! Luci e ombre, insomma, come accade nei giorni della convalescenza. Dobbiamo ripartire dal sacro fuoco del Santo piacentino, dalla vena ritrovata di Dida (scende, decisivo, con la mano aperta ancora su Chiesa, cinque minuti dopo il vantaggio), dalla furia agonistica del Sindaco e dall'eminenza grigia dello Zionero Clarence. E dobbiamo attendere il miglior Pirlo, con i rientri del capitano e magari di Cafu. Se riusciremo a fare quadrato intorno ai nostri pilastri, potremo guardare con fiducia alla fase finale della stagione: superfluo porsi obiettivi, in questo momento vale solo la politica dei piccoli passi.
Abbiamo giocato con Dida, Stam (Simic dal 25 PT), Nesta, Kaladze, Serginho, Pirlo, Gattuso, Seedorf, Kakà (Jankulovski dal 41 ST), Inzaghi (Gilardino dal 31 ST), Shevchenko.
Su la testa, vecchio Diavolo! Quando vediamo bianconero, torniamo a essere SQUADRA. Sarà una coincidenza, ma per la prima volta nella stagione (forse nell'anno solare) Ancelotti e Galliani avevano favellato con misura e buon senso: l'obiettivo è confermare "i piccoli miglioramenti" mostrati domenica a San Siro e, soprattutto, "tenere la bocca chiusa e pensare a far punti". Coerentemente, i ragazzi scendono in campo e mostrano da subito l'approccio mentale dei momenti migliori. Avversari chiusi nella propria trequarti e una gragnuola di corner (6 nei primi 10 minuti) che stanno a significare una cosa sola: abbiamo mirato da subito il bersaglio grosso. Sblocchiamo presto con Kakà, al primo centro in trasferta, e crolla anche l'ultimo vaniloquio del foglio rosa: il Bambino non ha più paura quando è lontano da casa. Anzi, a scanso d'equivoci ne infila un paio: apre e chiude le danze. Sia bene inteso: come già l'Ascoli, questo è un antagonista rabberciato per le pesanti assenze. Però più motivato. E tuttavia, l'episodio chiave è a una manciata di secondi dal fischio d'inizio del secondo tempo: Kaladze rinvia un cross dalla fascia alla georgiana, ovvero col tacco sui piedi di Chiesa, e il nostro implacabile cecchino scarica il pallone della parità sulla base del legno. Allora avremmo raccontato di un altro Milan, il solito... In altri termini, sarà opportuno azzardare pochi paragoni con lo 0 a 3 di Livorno - assai più consistente per la geometria dell'assetto e l'intensità della prestazione nei novanta minuti - e indagare i motivi del calo di tensione (cronico) prima e dopo l'intervallo. La squadra, per una buona mezzora, si allunga a dismisura e perde il proverbiale equilibrio fra i reparti, concedendo al Siena il tema tattico ideale per rientrare. La trattenuta sporca dell'ottimo Mirante , sul cross tagliato dal sinistro letale di Sergio, a metà della ripresa trova un Balon d'Or reattivo per chiudere i giochi. Quasi un fulmine a ciel sereno, se è vero che Sheva appare di nuovo fiacco e svogliato, quasi appesantito nelle movenze e sincopato nei riflessi. Il gol del raddoppio bruciato nel primo tempo dall'area piccola (mezza rovesciata, dopo la deviazione di un difensore su calcio piazzato) fa collezione con gli altri tocchi sotto misura inverosimilmente falliti ad Ascoli e a Verona: giusto per dire di cinque punti lasciati sul campo. Che non sia un'altra Sindrome di Dudek. Ma siccome il calcio non è una scienza esatta, contemporaneamente il 7 Rossonero diventa il terzo marcatore di sempre nella storia del Diavolo: 162 volte in gol! Luci e ombre, insomma, come accade nei giorni della convalescenza. Dobbiamo ripartire dal sacro fuoco del Santo piacentino, dalla vena ritrovata di Dida (scende, decisivo, con la mano aperta ancora su Chiesa, cinque minuti dopo il vantaggio), dalla furia agonistica del Sindaco e dall'eminenza grigia dello Zionero Clarence. E dobbiamo attendere il miglior Pirlo, con i rientri del capitano e magari di Cafu. Se riusciremo a fare quadrato intorno ai nostri pilastri, potremo guardare con fiducia alla fase finale della stagione: superfluo porsi obiettivi, in questo momento vale solo la politica dei piccoli passi.
18 gennaio, 2006
MILAN 1 - ASCOLI 0
(4 PT) Inzaghi.
Abbiamo giocato con Dida, Simic, Stam, Nesta, Jankulovski (Serginho dal 36 ST), Ambrosini (Gattuso dal 42 PT), Pirlo, Seedorf (Kakà dal 19 ST), Rui Costa, Gilardino, Inzaghi.
Un brodino per Ancelotti. L'Ascoli infrasettimanale è lo sparring partner pefetto per il grande malato rossonero. Squalifiche e turnover - domenica andranno a giocarsi uno scontro diretto in bassa classifica - producono un 4-4-2 marchigiano, diligente ma arrendevole. Di meglio non di poteva sperare, dopo il tracollo al Colosseo e la perdita delle ultime certezze. Giro di boa del campionato. I ragazzi si sono parlati, da uomini, martedì sera: lontano da orecchie indiscrete, incluse quelle del tecnico. Era il caso, dal momento che abbiamo cessato di essere "squadra" nell'intorno della sconfitta di Firenze, la prima stagionale: sintomo di fragilità costitzionale, se è vero che di lì in avanti siamo caduti ben quattro volte. Sempre lontano dalle mura AMICHE e non certo sotto i colpi di chissà quali armate. Con candore, Riccardino uscendo dall'Olimpico aveva confessato: fuori da San Siro abbiamo paura. La chiameranno Sindrome di Istanbul, e forse non senza ragioni. Fa comunque specie, perché tolti i 23 anni suoi e del Gila, tutt'intorno vedo solo volti segnati da battaglie decennali e non pochi trionfi, più che clamorose disfatte. Continuo a ritenere che il difetto stia nel manico: la fisionomia morale, prima ancora che tecnica, di un gruppo è plasmata sempre e solo dalla guida in panchina. Altrimenti farebbe lo stesso chiamarsi Sacchi o Maifredi. Sorrido, mestamente, al pensiero della sfuriata di Ancelotti dopo il 4 a 3 contro il Parma... Il buon Carlone - che solo a scriverlo mi fa pensare al "buon cazzone" di Piero Chiara - quando alza la voce lo farà coi toni paciosi di uno zio brizzolato. Con ciò dico che i ragazzi, o ne escono da soli - come ai tempi di un altro romagnolo malinconico di nome Zac (e fu tricolore, con rimonta di 7 punti in sette giornate) - o non ne usciranno affatto. Per il momento, sopravviviamo sui colpi d'istinto, di classe e di cuore dei nostri mostri sacri. Il gol di Pippo dopo minuti quattro è un inno alla vita, morte, resurrezione e miracoli del Santo piacentino. Terzo gol da tre punti (dopo Palermo e Lecce) e terzo schiaffo a chi, ostinatamente, gli infligge i 7 minuti finali di qualsiasi sfida di cartello: quando sta bene come adesso (sessanta metri in progressione sulla bracciata di Dida, come Giorgione ai tempi di Sebarossi), rinunciare al suo modo di stare in campo e di tenere sotto pressione costante le retroguardie nemiche è puro e semplice masochismo: anche se l'alternativa è "lasciare fuori Sheva o Gilardino" e specie quando i due non sono al top della forma... come adesso. Per inciso, i gol di Pippo erano due: un nuovo (Saglietti) zelante sbandieratore ferma il Gila per offiside non esistente. E tuttavia, il Gila esce snaturato nel ruolo di seconda punta, perché deve giocare di sponda, spalle alla porta, invece che girarsi e mirare il bersaglio grosso. Peraltro, fa coppia con il suo alterego per la quarta volta (dopo Palermo, Juventus e Udinese) e cogliamo la quarta vittoria. La decima in casa, non senza i tremori di rito quando arriva il calo fisico e mentale nella parte finale (come già contro Lecce e Parma). Di nuovo, fragilità. Falliamo troppe occasioni per chiudere il conto a causa della concitazione, che è sintomo di insicurezza - osserva, finemente, il miglior Rui Costa dell'anno solare. Nell'intervallo, Giampaolo & Silva (mica Gianni & Pinotto) ridisegnano l'assetto, e i bianconeri (mica quelli veri) riescono a mettere in ambasce squadra e pubblico: il tutto senza mai arrivare al tiro nello specchio della porta, se non su un calcio piazzato... In assenza di prospettive migliori, non resta che continuare a crederci. Ciecamente.
Abbiamo giocato con Dida, Simic, Stam, Nesta, Jankulovski (Serginho dal 36 ST), Ambrosini (Gattuso dal 42 PT), Pirlo, Seedorf (Kakà dal 19 ST), Rui Costa, Gilardino, Inzaghi.
Un brodino per Ancelotti. L'Ascoli infrasettimanale è lo sparring partner pefetto per il grande malato rossonero. Squalifiche e turnover - domenica andranno a giocarsi uno scontro diretto in bassa classifica - producono un 4-4-2 marchigiano, diligente ma arrendevole. Di meglio non di poteva sperare, dopo il tracollo al Colosseo e la perdita delle ultime certezze. Giro di boa del campionato. I ragazzi si sono parlati, da uomini, martedì sera: lontano da orecchie indiscrete, incluse quelle del tecnico. Era il caso, dal momento che abbiamo cessato di essere "squadra" nell'intorno della sconfitta di Firenze, la prima stagionale: sintomo di fragilità costitzionale, se è vero che di lì in avanti siamo caduti ben quattro volte. Sempre lontano dalle mura AMICHE e non certo sotto i colpi di chissà quali armate. Con candore, Riccardino uscendo dall'Olimpico aveva confessato: fuori da San Siro abbiamo paura. La chiameranno Sindrome di Istanbul, e forse non senza ragioni. Fa comunque specie, perché tolti i 23 anni suoi e del Gila, tutt'intorno vedo solo volti segnati da battaglie decennali e non pochi trionfi, più che clamorose disfatte. Continuo a ritenere che il difetto stia nel manico: la fisionomia morale, prima ancora che tecnica, di un gruppo è plasmata sempre e solo dalla guida in panchina. Altrimenti farebbe lo stesso chiamarsi Sacchi o Maifredi. Sorrido, mestamente, al pensiero della sfuriata di Ancelotti dopo il 4 a 3 contro il Parma... Il buon Carlone - che solo a scriverlo mi fa pensare al "buon cazzone" di Piero Chiara - quando alza la voce lo farà coi toni paciosi di uno zio brizzolato. Con ciò dico che i ragazzi, o ne escono da soli - come ai tempi di un altro romagnolo malinconico di nome Zac (e fu tricolore, con rimonta di 7 punti in sette giornate) - o non ne usciranno affatto. Per il momento, sopravviviamo sui colpi d'istinto, di classe e di cuore dei nostri mostri sacri. Il gol di Pippo dopo minuti quattro è un inno alla vita, morte, resurrezione e miracoli del Santo piacentino. Terzo gol da tre punti (dopo Palermo e Lecce) e terzo schiaffo a chi, ostinatamente, gli infligge i 7 minuti finali di qualsiasi sfida di cartello: quando sta bene come adesso (sessanta metri in progressione sulla bracciata di Dida, come Giorgione ai tempi di Sebarossi), rinunciare al suo modo di stare in campo e di tenere sotto pressione costante le retroguardie nemiche è puro e semplice masochismo: anche se l'alternativa è "lasciare fuori Sheva o Gilardino" e specie quando i due non sono al top della forma... come adesso. Per inciso, i gol di Pippo erano due: un nuovo (Saglietti) zelante sbandieratore ferma il Gila per offiside non esistente. E tuttavia, il Gila esce snaturato nel ruolo di seconda punta, perché deve giocare di sponda, spalle alla porta, invece che girarsi e mirare il bersaglio grosso. Peraltro, fa coppia con il suo alterego per la quarta volta (dopo Palermo, Juventus e Udinese) e cogliamo la quarta vittoria. La decima in casa, non senza i tremori di rito quando arriva il calo fisico e mentale nella parte finale (come già contro Lecce e Parma). Di nuovo, fragilità. Falliamo troppe occasioni per chiudere il conto a causa della concitazione, che è sintomo di insicurezza - osserva, finemente, il miglior Rui Costa dell'anno solare. Nell'intervallo, Giampaolo & Silva (mica Gianni & Pinotto) ridisegnano l'assetto, e i bianconeri (mica quelli veri) riescono a mettere in ambasce squadra e pubblico: il tutto senza mai arrivare al tiro nello specchio della porta, se non su un calcio piazzato... In assenza di prospettive migliori, non resta che continuare a crederci. Ciecamente.
15 gennaio, 2006
ROMA 1 - MILAN 0
(36 ST) Mancini.
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Kaladze, Serginho, Kakà, Gattuso (Ambrosini dal 20 ST ), Pirlo (Rui Costa dal 34 ST), Seedorf, Shevchenko, Gilardino (Inzaghi dal 37 ST).
E all'Olimpico cascò l'asino... Due anni dopo la vittoriosa campagna romana, che diede il la alla rimonta tricolore sui giallorossi di Capello, il Diavolo perde tre punti e forse per sempre se stesso. Cabale e ricorsi statistici sono buoni giusto per i peana del canale tematico. Sul campo, abbiamo giocato da Milan non più di venti minuti del primo tempo e qualcosa meno del secondo. Ancelotti subisce (l'ennesima) lezione tattica da Spalletti, che gioca senza punte di ruolo ma occupa il centrocampo con dedizione e schemi mortiferi in ripartenza: i contropiede orchestrati da Totti, con tocchi stretti di prima e ariose sovrapposizioni laterali, sono da manuale del calcio. Peraltro, l'episodio chiave della partita cade al minuto 26, allorché il glabro fiorentino intuisce la mossa Mancini. Poco conta che il colpo del k.o. sia (dieci minuti più tardi) una deviazione fortuita della coscia di Stam: sulla nostra sponda del Naviglio, quando deve piovere finisce che nevica. Ma con cinque pareggi in luogo di cinque sconfitte, saremmo qua a raccontare un campionato diverso. Una serata di vena storta può toccare anche all'attacco delle meraviglie: non accadeva dallo storico Ottomaggio. In cinque minuti, a metà della ripresa, bruciamo i due appuntamenti buoni con il destino: recupero feroce di Cufrè su Sheva, smarcato in area piccola dal faro Seedorf, e contropiede letto malissimo da Kakà: a testa bassa sulla fascia, con il Balon d'Or smarcato al centro. Il dato rilevante è che le partite si possono cambiare in corsa ed è preferibile farlo prima della mezzora del secondo tempo. Carlone dice che no: "mettere un uomo dieci minuti prima o dopo è esattamente la stessa cosa" e le sue sostituzioni "non sono state tardive". Per questo motivo scrivo (da settembre) che non abbiamo futuro. La gara di Roma è la sintesi e il paradigma di tutta una stagione: presunzione di essere i più forti e di poter risolvere in qualsiasi momento la partita; supponenza di riuscire ad accendere e spegnere a comando la concentrazione, ovvero l'intensità mentale che fa la differenza sul risultato finale; pervicacia nel replicare sempre i medesimi errori di assetto e nel ritenere di poterli comunque correggere negli ultimi minuti di gioco... ecco il nostro piccolo grande Milan 2005-2006. Riponiamo illusioni e ipocrisie! E bando anche agli editti presidenziali sulla filosofia del calcio offensivo e la predestinazione del "bel gioco": cadere prigionieri della nostalgia dovrebbe restare prerogativa dei nostri concittadini tristi. Oggi i numeri parlano per la storia: nel ventennio berlusconiano, solo in un'occasione avevamo raccolto più di cinque sconfitte nei primi 19 turni: correva la stagione 1996-1997 e chiudemmo il campionato in undicesima posizione... Il dato eclatante dei nove (su nove) successi casalinghi va interpretato in toni poco trionfalistici, se è vero che Juventus, Inter e addirittura Fiorentina hanno fatto altrettanto: è solo uno dei tanti indicatori del livellamento in basso prodotto dalla formula a 20 squadre. Torno a ripetermi. La stagione è stata buttata - e scientemente - perché è stato fallito prima di tutto l'impianto tecnico. Bisogna ricominciare da qui, dando ORA (e comunque con sei mesi di ritardo) una scossa al gruppo. Soluzione certo dolorosa e per nulla in linea con gli stili della Casa, ma necessaria se vogliamo almeno provare a partire per Parigi e dare un senso ai prossimi cinque mesi della stagione. Un esempio? Abbiamo bisogno di laterali di difesa come dell'ossigeno, ma a gennaio l'unica urgenza avvertita è stata rimpiazzare una vecchia gloria dell'attacco con un'altra (Marcio Amoroso era buono cinque anni fa). A giugno ci sarà da rifondare.
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Kaladze, Serginho, Kakà, Gattuso (Ambrosini dal 20 ST ), Pirlo (Rui Costa dal 34 ST), Seedorf, Shevchenko, Gilardino (Inzaghi dal 37 ST).
E all'Olimpico cascò l'asino... Due anni dopo la vittoriosa campagna romana, che diede il la alla rimonta tricolore sui giallorossi di Capello, il Diavolo perde tre punti e forse per sempre se stesso. Cabale e ricorsi statistici sono buoni giusto per i peana del canale tematico. Sul campo, abbiamo giocato da Milan non più di venti minuti del primo tempo e qualcosa meno del secondo. Ancelotti subisce (l'ennesima) lezione tattica da Spalletti, che gioca senza punte di ruolo ma occupa il centrocampo con dedizione e schemi mortiferi in ripartenza: i contropiede orchestrati da Totti, con tocchi stretti di prima e ariose sovrapposizioni laterali, sono da manuale del calcio. Peraltro, l'episodio chiave della partita cade al minuto 26, allorché il glabro fiorentino intuisce la mossa Mancini. Poco conta che il colpo del k.o. sia (dieci minuti più tardi) una deviazione fortuita della coscia di Stam: sulla nostra sponda del Naviglio, quando deve piovere finisce che nevica. Ma con cinque pareggi in luogo di cinque sconfitte, saremmo qua a raccontare un campionato diverso. Una serata di vena storta può toccare anche all'attacco delle meraviglie: non accadeva dallo storico Ottomaggio. In cinque minuti, a metà della ripresa, bruciamo i due appuntamenti buoni con il destino: recupero feroce di Cufrè su Sheva, smarcato in area piccola dal faro Seedorf, e contropiede letto malissimo da Kakà: a testa bassa sulla fascia, con il Balon d'Or smarcato al centro. Il dato rilevante è che le partite si possono cambiare in corsa ed è preferibile farlo prima della mezzora del secondo tempo. Carlone dice che no: "mettere un uomo dieci minuti prima o dopo è esattamente la stessa cosa" e le sue sostituzioni "non sono state tardive". Per questo motivo scrivo (da settembre) che non abbiamo futuro. La gara di Roma è la sintesi e il paradigma di tutta una stagione: presunzione di essere i più forti e di poter risolvere in qualsiasi momento la partita; supponenza di riuscire ad accendere e spegnere a comando la concentrazione, ovvero l'intensità mentale che fa la differenza sul risultato finale; pervicacia nel replicare sempre i medesimi errori di assetto e nel ritenere di poterli comunque correggere negli ultimi minuti di gioco... ecco il nostro piccolo grande Milan 2005-2006. Riponiamo illusioni e ipocrisie! E bando anche agli editti presidenziali sulla filosofia del calcio offensivo e la predestinazione del "bel gioco": cadere prigionieri della nostalgia dovrebbe restare prerogativa dei nostri concittadini tristi. Oggi i numeri parlano per la storia: nel ventennio berlusconiano, solo in un'occasione avevamo raccolto più di cinque sconfitte nei primi 19 turni: correva la stagione 1996-1997 e chiudemmo il campionato in undicesima posizione... Il dato eclatante dei nove (su nove) successi casalinghi va interpretato in toni poco trionfalistici, se è vero che Juventus, Inter e addirittura Fiorentina hanno fatto altrettanto: è solo uno dei tanti indicatori del livellamento in basso prodotto dalla formula a 20 squadre. Torno a ripetermi. La stagione è stata buttata - e scientemente - perché è stato fallito prima di tutto l'impianto tecnico. Bisogna ricominciare da qui, dando ORA (e comunque con sei mesi di ritardo) una scossa al gruppo. Soluzione certo dolorosa e per nulla in linea con gli stili della Casa, ma necessaria se vogliamo almeno provare a partire per Parigi e dare un senso ai prossimi cinque mesi della stagione. Un esempio? Abbiamo bisogno di laterali di difesa come dell'ossigeno, ma a gennaio l'unica urgenza avvertita è stata rimpiazzare una vecchia gloria dell'attacco con un'altra (Marcio Amoroso era buono cinque anni fa). A giugno ci sarà da rifondare.
11 gennaio, 2006
BRESCIA 3 - MILAN 4
(15 PT) Seedorf, (31 PT) Inzaghi, (38 PT) Del Nero, (3 ST) Rui Costa, (15 ST) Di Biagio su rigore, (26 ST) Hamsik, (43 st) Rui Costa su rigore.
Abbiamo giocato con Kalac, Simic, Stam (Marzoratti dal 17 ST), Costacurta, Kaladze (Serginho dal 27 ST), Gattuso (Pirlo dal 30 ST), Ambrosini, Jankulovski, Seedorf, Rui Costa, Inzaghi.
Passiamo ai quarti di Coppa Italia, con qualche infamia e qualche lode: leit motiv della stagione. Si era favoleggiato, sul sito ufficiale, di una sfuriatona di Ancelotti dopo la prestazione imbarazzante nel secondo tempo di domenica sera. Pare non accadesse dal marzo del 2002, allorché perdemmo di brutto a Bologna. Se l'esito è quello del Rigamonti, c'è da dormire sonni poco sereni... Contro un avversario di categoria inferiore, sono bastate (di nuovo) poche stille di sudore del solito sublime Clarence a figurare da quasi fenomeni. Ci sono riusciti, come già all'andata, Rui Costa (prima doppia nel quinquennio rossonero, nonché quinta rete complessiva rifilata ai biancoblu) e il sempre intenso e adorato Pippo (250 gol in carriera). Disturba e non poco farsi raggiungere sulla parità a tre dallo stesso avversario. Identico, sinistro finale da pallottolliere di Milan-Parma. Galliani probabilmente ribadirebbe il concetto che, lui, il Milan lo vuole così. E Kaladze replicherà quasi piccato a chi gli fa notare che la difesa subisce ancora troppi gol (da polli): in fin dei conti "ne abbiamo segnati quattro e abbiamo passato il turno!". E' evidente che il virus ha penetrato i tessuti in profondità. Con questa mentalità non si va lontano, tanto meno a Paris. Urge una rifondazione, a cominciare dallo staff tecnico. In seconda battuta, si dovrà ritoccare la rosa. Quest'estate abbiamo preso un paio di granchi epocali: ciclicamente accade. Sospendo il giudizio sullo svizzero (misteriosamente evaporato a ottobre), ma sul ceco mi sento di pronunciare una sentenza definitiva: non ha classe né personalità. Per la cronaca, Vieri andrà a svernare in Côte d'Azur: vien da aggiungere, e chi se ne frega? Vorrei tuttavia tornare a sottolineare che con i 4,5 milioni di euri elargiti alla vecchia gloria neroblu (9 per i due anni, nelle intenzioni ferragostane) avremmo assicurato alla causa - giusto per fare un nome e un cognome - un laterale destro di ruolo come Massimo Oddo, che male non farebbe dacché Cafu ha preso volo e tangente per il Brasile. In quel caso, però, si reputava che la quotazione laziale di 5 milioni fosse spropositata per reimpossessarsi di un virgulto del vivaio. Già, il vivavio: quanto retrò... Sappiamo (semper Galliani dixit) che, al giorno d'oggi, "un grande club non può più permettersi di investire tempo e risorse sui giovani". Meglio investire danari sui campioni maturi e affermati, "per vincere subito". Sarà per ciò che Marzoratti (laterale destro di ruolo) vede il campo solo nell'ultima mezzora anche contro un Brescia che dopo un quarto d'ora è già fuori dalla competizione, mentre a Stam e Gattuso si infliggono rispettivamente 60 e 75 minuti di fatiche superflue (a tre giorni dallo snodo decisivo di Roma). A mio avviso, la morte del calcio.
Abbiamo giocato con Kalac, Simic, Stam (Marzoratti dal 17 ST), Costacurta, Kaladze (Serginho dal 27 ST), Gattuso (Pirlo dal 30 ST), Ambrosini, Jankulovski, Seedorf, Rui Costa, Inzaghi.
Passiamo ai quarti di Coppa Italia, con qualche infamia e qualche lode: leit motiv della stagione. Si era favoleggiato, sul sito ufficiale, di una sfuriatona di Ancelotti dopo la prestazione imbarazzante nel secondo tempo di domenica sera. Pare non accadesse dal marzo del 2002, allorché perdemmo di brutto a Bologna. Se l'esito è quello del Rigamonti, c'è da dormire sonni poco sereni... Contro un avversario di categoria inferiore, sono bastate (di nuovo) poche stille di sudore del solito sublime Clarence a figurare da quasi fenomeni. Ci sono riusciti, come già all'andata, Rui Costa (prima doppia nel quinquennio rossonero, nonché quinta rete complessiva rifilata ai biancoblu) e il sempre intenso e adorato Pippo (250 gol in carriera). Disturba e non poco farsi raggiungere sulla parità a tre dallo stesso avversario. Identico, sinistro finale da pallottolliere di Milan-Parma. Galliani probabilmente ribadirebbe il concetto che, lui, il Milan lo vuole così. E Kaladze replicherà quasi piccato a chi gli fa notare che la difesa subisce ancora troppi gol (da polli): in fin dei conti "ne abbiamo segnati quattro e abbiamo passato il turno!". E' evidente che il virus ha penetrato i tessuti in profondità. Con questa mentalità non si va lontano, tanto meno a Paris. Urge una rifondazione, a cominciare dallo staff tecnico. In seconda battuta, si dovrà ritoccare la rosa. Quest'estate abbiamo preso un paio di granchi epocali: ciclicamente accade. Sospendo il giudizio sullo svizzero (misteriosamente evaporato a ottobre), ma sul ceco mi sento di pronunciare una sentenza definitiva: non ha classe né personalità. Per la cronaca, Vieri andrà a svernare in Côte d'Azur: vien da aggiungere, e chi se ne frega? Vorrei tuttavia tornare a sottolineare che con i 4,5 milioni di euri elargiti alla vecchia gloria neroblu (9 per i due anni, nelle intenzioni ferragostane) avremmo assicurato alla causa - giusto per fare un nome e un cognome - un laterale destro di ruolo come Massimo Oddo, che male non farebbe dacché Cafu ha preso volo e tangente per il Brasile. In quel caso, però, si reputava che la quotazione laziale di 5 milioni fosse spropositata per reimpossessarsi di un virgulto del vivaio. Già, il vivavio: quanto retrò... Sappiamo (semper Galliani dixit) che, al giorno d'oggi, "un grande club non può più permettersi di investire tempo e risorse sui giovani". Meglio investire danari sui campioni maturi e affermati, "per vincere subito". Sarà per ciò che Marzoratti (laterale destro di ruolo) vede il campo solo nell'ultima mezzora anche contro un Brescia che dopo un quarto d'ora è già fuori dalla competizione, mentre a Stam e Gattuso si infliggono rispettivamente 60 e 75 minuti di fatiche superflue (a tre giorni dallo snodo decisivo di Roma). A mio avviso, la morte del calcio.
08 gennaio, 2006
MILAN 4 - PARMA 3
(24 PT) Cannavaro, (27 PT) aut. Cardone, (29 PT) Gilardino, (36 PT) Kakà, (25 ST) Marchionni, (36 ST) Shevchenko, (40 ST) Marchionni.
Abbiamo giocato con Dida, Simic, Nesta, Kaladze, Serginho (Costacurta dal 42 ST), Gattuso, Pirlo, Seedorf, Kakà (Rui Costa dal 27 ST), Shevchenko, Gilardino (Ambrosini dal 29 ST).
Anno nuovo, Milan vecchio. Segnali di stasi: il 2006 inizia nel segno della continuità, nulla evolve. Trovo disperante il fatto che la squadra non impari alcunché dalle lezioni, sanguinose, che ha subito negli ultimi sei mesi. Segnale inequivocabile che manca la capacità, o la volontà, di correggere i propri errori. Ora mai li conosciamo a memoria: non esistono grossi margini d'interpretazione e qui si finisce per diventare ripetititivi... Cambiare i connotati tecnici di un gruppo a metà stagione è difficile, se non impossibile. Possediamo una forza d'urto in attacco che è devastante e fa supporre ai nostri di poter trovare la via del gol pressoché in qualsiasi momento della partita, contro la maggior parte degli avversari. Emblematico, in tal senso, l'andamento della prima uscita dell'anno a San Siro: capovolta nel giro di sei minuti e virtualmente chiusa nei sei successivi. Contro avversari di caratura superiore, non a caso, l'atteggiamento tattico è sempre più prudente, l'intensità mentale (spesso) meno intermittente. Dopo il vantaggio, di norma, cala la tensione nervosa. Si perdono gli equilibri tattici: il centrocampo scopre la difesa. E ad ogni svista fa seguito, puntuale, una punizione. Siamo perennemente a rischio di rimonta. Anche perché "quando stacchi la spina" in corsa, poi diventa dura riallacciare la corrente e ricominciare a marciare: in Rino veritas. Il tema tattico voleva essere, di nuovo, il miracoloso 4-4-2 del Picchi. Ma come già contro il Lecce, abbiamo rischiato la beffa nel secondo tempo. Ancelotti, per non smentirsi, corregge l'assetto sempre con una mezzora di ritardo. Che la squadra potesse calare nella ripresa, tutto sommato, lo si poteva anche intuire, dal momento che il ritiro è stato posticipato di due giorni - premio per la vittoria di Livorno (sic) - e gli allenamenti ammassati in doppie sedute giornaliere nel corso di una settimana... Non sarebbe stato più avveduto coprirsi già dall'intervallo, senza attendere gli sberleffi di Marchionni alle belle statuine di centrocampo e difesa? Seedorf ha giocato in debito (e vistoso) di ossigeno per tutto il secondo tempo, dopo i primi 45 minuti da delirio, mandando a ramengo il redivivo assetto capelliano nella fase difensiva. Pirlo e Kakà, dal canto loro, non garantiscono - non lo hanno mai fatto - 90 minuti di tenuta atletica e mentale assoluta. Contro i bianco-crociati è andata di lusso SOLO per la serata di buona vena di Rui Costa e l'istinto da feroce realizzatore di Sheva: il quarto gol è da antologia, episodio chiave al pari della paperona di Dida nel primo tempo (inspiegabile quanto preoccupante, e significativo l'urlo da capitano del Sindaco dopo il pareggio). Sono161 reti per il 7 Rossonero, che fa ufficialmente il suo ingresso nell'olimpo delle nostre divinità: terzo miglior marcatore di sempre con Altafini, a tre passi da Rivera e dietro solo a Nordhal. In compenso, Galliani è felice. Dice che questo è il Milan che lui vuole vedere. A prescindere dalla marcia trionfale della capolista, che sta giocando un campionato a parte - vien da chiedersi se non sia stato disegnato su misura dal Palazzo - con qualcosa come +13 punti di media inglese, la nostra conformazione (deformazione?) tattica ci rende, in estrema sintesi, non competitivi nell'arco dei 20 turni rimanenti. Avremo forse qualche chance in più da spendere là dove le sorti si concentrano e decidono in due soli round ravvicinati. E tuttavia, Parigi è ancora molto lontana.
Abbiamo giocato con Dida, Simic, Nesta, Kaladze, Serginho (Costacurta dal 42 ST), Gattuso, Pirlo, Seedorf, Kakà (Rui Costa dal 27 ST), Shevchenko, Gilardino (Ambrosini dal 29 ST).
Anno nuovo, Milan vecchio. Segnali di stasi: il 2006 inizia nel segno della continuità, nulla evolve. Trovo disperante il fatto che la squadra non impari alcunché dalle lezioni, sanguinose, che ha subito negli ultimi sei mesi. Segnale inequivocabile che manca la capacità, o la volontà, di correggere i propri errori. Ora mai li conosciamo a memoria: non esistono grossi margini d'interpretazione e qui si finisce per diventare ripetititivi... Cambiare i connotati tecnici di un gruppo a metà stagione è difficile, se non impossibile. Possediamo una forza d'urto in attacco che è devastante e fa supporre ai nostri di poter trovare la via del gol pressoché in qualsiasi momento della partita, contro la maggior parte degli avversari. Emblematico, in tal senso, l'andamento della prima uscita dell'anno a San Siro: capovolta nel giro di sei minuti e virtualmente chiusa nei sei successivi. Contro avversari di caratura superiore, non a caso, l'atteggiamento tattico è sempre più prudente, l'intensità mentale (spesso) meno intermittente. Dopo il vantaggio, di norma, cala la tensione nervosa. Si perdono gli equilibri tattici: il centrocampo scopre la difesa. E ad ogni svista fa seguito, puntuale, una punizione. Siamo perennemente a rischio di rimonta. Anche perché "quando stacchi la spina" in corsa, poi diventa dura riallacciare la corrente e ricominciare a marciare: in Rino veritas. Il tema tattico voleva essere, di nuovo, il miracoloso 4-4-2 del Picchi. Ma come già contro il Lecce, abbiamo rischiato la beffa nel secondo tempo. Ancelotti, per non smentirsi, corregge l'assetto sempre con una mezzora di ritardo. Che la squadra potesse calare nella ripresa, tutto sommato, lo si poteva anche intuire, dal momento che il ritiro è stato posticipato di due giorni - premio per la vittoria di Livorno (sic) - e gli allenamenti ammassati in doppie sedute giornaliere nel corso di una settimana... Non sarebbe stato più avveduto coprirsi già dall'intervallo, senza attendere gli sberleffi di Marchionni alle belle statuine di centrocampo e difesa? Seedorf ha giocato in debito (e vistoso) di ossigeno per tutto il secondo tempo, dopo i primi 45 minuti da delirio, mandando a ramengo il redivivo assetto capelliano nella fase difensiva. Pirlo e Kakà, dal canto loro, non garantiscono - non lo hanno mai fatto - 90 minuti di tenuta atletica e mentale assoluta. Contro i bianco-crociati è andata di lusso SOLO per la serata di buona vena di Rui Costa e l'istinto da feroce realizzatore di Sheva: il quarto gol è da antologia, episodio chiave al pari della paperona di Dida nel primo tempo (inspiegabile quanto preoccupante, e significativo l'urlo da capitano del Sindaco dopo il pareggio). Sono161 reti per il 7 Rossonero, che fa ufficialmente il suo ingresso nell'olimpo delle nostre divinità: terzo miglior marcatore di sempre con Altafini, a tre passi da Rivera e dietro solo a Nordhal. In compenso, Galliani è felice. Dice che questo è il Milan che lui vuole vedere. A prescindere dalla marcia trionfale della capolista, che sta giocando un campionato a parte - vien da chiedersi se non sia stato disegnato su misura dal Palazzo - con qualcosa come +13 punti di media inglese, la nostra conformazione (deformazione?) tattica ci rende, in estrema sintesi, non competitivi nell'arco dei 20 turni rimanenti. Avremo forse qualche chance in più da spendere là dove le sorti si concentrano e decidono in due soli round ravvicinati. E tuttavia, Parigi è ancora molto lontana.
31 dicembre, 2005
22 dicembre, 2005
LIVORNO 0 - MILAN 3
(23 PT) Gilardino, (15 ST) Gilardino, (26 ST) Shevchenko.
Abbiamo giocato con Dida, Simic, Nesta, Kaladze, Serginho, Kakà (Jankulovski dal 41 ST), Gattuso, Pirlo, Seedorf (Ambrosini dal 33 ST), Gilardino (Rui Costa dal 39 ST), Shevchenko.
Il tema tattico: la buona difesa comincia a centrocampo. Inizio ad alta tensione, con ritmo concitato e un'infinità di contrasti. Pochi falli, peraltro: Trefoloni può governare senza doversi assumere responsabilità sproporzionate. In area di rigore si arriva raramente, la manovra prevale fra le due trequarti: la mediana è affollata da cinque maglie amaranto, Carlone risponde portando Kakà sulla linea di Seedorf, in una sorta di 4-4-2 che vede Pirlo e Gattuso comunque arretrati a copertura dei centrali di difesa: la coppia inedita è Nesta-Kaladze, con terzo gettone consecutivo del georgiano restituito al ruolo e alla causa. Si capisce da subito che la corsia di sinistra produrrà emozioni: Sergio ha la gamba delle serate migliori, quando scende palla al piede è come il vento che scuote e travolge. Lo Zionero si allunga a elastico fra difesa e attacco, inesauribile in contrasto come in impostazione: se gira così, c'è solo da attendere... inoltre, il Bambino si sposta di frequente da destra a sinistra al centro, togliendo ogni riferimento ai suoi persecutori. L'esito è una gara straordinaria per intensità, equilibrata in un gioco di alternanze d'iniziativa, fino al colpo del Gila che raffredda i bollori livornesi. Il tema tattico del secondo tempo è un invito a nozze per i ragazzi: Donadoni alza troppo il baricentro per cercare il pareggio e apre praterie nelle quali Sheva s'incunea a ripetizione, ben supportato da Clarence: al terzo tentativo di rimessa arriva il doppio-Gila. Questa volta non c'è calo di attenzione, ma lucida chirurgia nel pressing di un Sindaco di nuovo gigantesco. Linee compatte dietro (come sempre con Simic) e gestione sapiente del possesso, con il perfetto dosaggio dei ritmi: lento, accelerato, poi lento ancora. Chiudiamo il conto senza nulla concedere fino al 90'.
Gli episodi chiave: il timido Gila parla con i gol. Il Livorno costruisce le uniche due situazioni degne di memoria sulla parità a zero: Dida ha puntati addosso fin troppi occhi maligni, se è vero che forza un'uscita e/o va fuori tempo su cross dalla fascia di Lazetic (ma confonde il bisonte rosso, Lucarelli), poi non trattiene un destro in mischia che potrebbe diventare tap-in letale stile derby (anticipo di riflesso su Passoni con la punta del piede). Troviamo al Picchi un altro zelante sbandieratore: ferma prima il Gila e poi Sheva, che partono sicuramente in linea con l'avversario: situazioni nitide per il gol. Quando il pallone viaggia in verticale, a filo d'erba e con tocchi di prima, la griffe è indiscutibilmente Milan. Se poi questo accade nella corsia centrale del campo, il prodotto è a volte un gol da antologia: come già contro il Messina, Pirlo imposta su Kakà, tocco di prima per Sheva, controllo a seguire (destro-sinistro) in slalom sul raddoppio di marcatura e appoggio incrociato al limite dell'area per il Gila, che scatta in linea con l'ultimo difensore e punisce con una rasoiata di destro. Dopo 10' dal riposo, Seedorf vola sulla sinistra e pennella al centro ancora per il bombardiere biellese: torsione di testa e salvataggio disperato con la coscia di Colucci, la palla sbatte sul palo interno ma rimbalza incredibilmente in campo! I ragazzi hanno voglia. Sergio esce in anticipo furibondo sulla metacampo, poi galoppa in profondità a dettare il triangolo, ma Sheva marcia verso il centro e attende l'inserimento di Clarence al limite: tocco di prima dell'olandese e sempre il Gila chiude la geometria col piattone del raddoppio. Manuale del contropiede! Il k.o. arriva per una scivolata di Vargas di nuovo su Sergio, imprendibile a sinistra: il difensore (ammonito) protesta la simulazione. L'intenzione del contrasto c'è tutta, il contatto non so, ma il danno arrecato è evidente. Pennellata di Pirlo per il Balond'Or e... OH BELLA, CIAO!
La tribuna di Steve: la stagione dei "se" e dei "ma". Chiudiamo l'anno - per la prima volta dopo quattro - con il gusto (agro)dolce di una vittoria che vale doppio per il valore morale, ma meno della metà per la classifica. Le posizioni reciproche delle prime restano invariate, solo un tracollo bianconero potrebbe restituire significato alla stagione. Conosciamo i nostri pregi (39 gol realizzati) e i nostri difetti (18 gol subiti): sono strutturali, visto come è stata allestita la rosa. Sappiamo di poter buttare giù chiunque, non esclusa la capolista dei record, o il "terribile" Livorno che arrivava al confronto con 3 reti casalinghe al passivo. Per intenderci, non parliamo di una squadra di fenomeni, se è vero che ne aveva insaccati 5 dall'Inter e 3 a testa da Fiorentina e Juventus. Ma in un campionato di basso profilo come il 2005-06, questa è la quinta forza assoluta. Una prestazione come quella del Picchi, comunque, fa specie se si ripensa al Bentegodi, al Franchi e al Ferraris. Qua abbiamo gestito la gara da squadra di livello, là avevamo perso il filo del discorso e la partita. Inutile piangere sul latte versato. Accontentiamoci di rilevare in panchina un segnale inatteso di elasticità tattica, che lontano da San Siro potrebbe consentirci di correggere un rendimento imbarazzante. Sorprende in positivo anche la condizione atletica, in evidente crescita, di nuovo alle soglie di una sosta. Il mercato natalizio non porterà balocchi, pericolosa supponenza. Godiamoci solo una linea d'attacco da Liga, con il Balon d'Or che macina reti (160) anche giocando a sprazzi e la silenziosa presenza biellese, forse invisibile agli occhi dei più, ma letale quando arriva il momento di decidere il match: terza doppia stagionale, 12 gol in 17 turni di campionato... e ancora a novembre lo chiamavano flop.
Abbiamo giocato con Dida, Simic, Nesta, Kaladze, Serginho, Kakà (Jankulovski dal 41 ST), Gattuso, Pirlo, Seedorf (Ambrosini dal 33 ST), Gilardino (Rui Costa dal 39 ST), Shevchenko.
Il tema tattico: la buona difesa comincia a centrocampo. Inizio ad alta tensione, con ritmo concitato e un'infinità di contrasti. Pochi falli, peraltro: Trefoloni può governare senza doversi assumere responsabilità sproporzionate. In area di rigore si arriva raramente, la manovra prevale fra le due trequarti: la mediana è affollata da cinque maglie amaranto, Carlone risponde portando Kakà sulla linea di Seedorf, in una sorta di 4-4-2 che vede Pirlo e Gattuso comunque arretrati a copertura dei centrali di difesa: la coppia inedita è Nesta-Kaladze, con terzo gettone consecutivo del georgiano restituito al ruolo e alla causa. Si capisce da subito che la corsia di sinistra produrrà emozioni: Sergio ha la gamba delle serate migliori, quando scende palla al piede è come il vento che scuote e travolge. Lo Zionero si allunga a elastico fra difesa e attacco, inesauribile in contrasto come in impostazione: se gira così, c'è solo da attendere... inoltre, il Bambino si sposta di frequente da destra a sinistra al centro, togliendo ogni riferimento ai suoi persecutori. L'esito è una gara straordinaria per intensità, equilibrata in un gioco di alternanze d'iniziativa, fino al colpo del Gila che raffredda i bollori livornesi. Il tema tattico del secondo tempo è un invito a nozze per i ragazzi: Donadoni alza troppo il baricentro per cercare il pareggio e apre praterie nelle quali Sheva s'incunea a ripetizione, ben supportato da Clarence: al terzo tentativo di rimessa arriva il doppio-Gila. Questa volta non c'è calo di attenzione, ma lucida chirurgia nel pressing di un Sindaco di nuovo gigantesco. Linee compatte dietro (come sempre con Simic) e gestione sapiente del possesso, con il perfetto dosaggio dei ritmi: lento, accelerato, poi lento ancora. Chiudiamo il conto senza nulla concedere fino al 90'.
Gli episodi chiave: il timido Gila parla con i gol. Il Livorno costruisce le uniche due situazioni degne di memoria sulla parità a zero: Dida ha puntati addosso fin troppi occhi maligni, se è vero che forza un'uscita e/o va fuori tempo su cross dalla fascia di Lazetic (ma confonde il bisonte rosso, Lucarelli), poi non trattiene un destro in mischia che potrebbe diventare tap-in letale stile derby (anticipo di riflesso su Passoni con la punta del piede). Troviamo al Picchi un altro zelante sbandieratore: ferma prima il Gila e poi Sheva, che partono sicuramente in linea con l'avversario: situazioni nitide per il gol. Quando il pallone viaggia in verticale, a filo d'erba e con tocchi di prima, la griffe è indiscutibilmente Milan. Se poi questo accade nella corsia centrale del campo, il prodotto è a volte un gol da antologia: come già contro il Messina, Pirlo imposta su Kakà, tocco di prima per Sheva, controllo a seguire (destro-sinistro) in slalom sul raddoppio di marcatura e appoggio incrociato al limite dell'area per il Gila, che scatta in linea con l'ultimo difensore e punisce con una rasoiata di destro. Dopo 10' dal riposo, Seedorf vola sulla sinistra e pennella al centro ancora per il bombardiere biellese: torsione di testa e salvataggio disperato con la coscia di Colucci, la palla sbatte sul palo interno ma rimbalza incredibilmente in campo! I ragazzi hanno voglia. Sergio esce in anticipo furibondo sulla metacampo, poi galoppa in profondità a dettare il triangolo, ma Sheva marcia verso il centro e attende l'inserimento di Clarence al limite: tocco di prima dell'olandese e sempre il Gila chiude la geometria col piattone del raddoppio. Manuale del contropiede! Il k.o. arriva per una scivolata di Vargas di nuovo su Sergio, imprendibile a sinistra: il difensore (ammonito) protesta la simulazione. L'intenzione del contrasto c'è tutta, il contatto non so, ma il danno arrecato è evidente. Pennellata di Pirlo per il Balond'Or e... OH BELLA, CIAO!
La tribuna di Steve: la stagione dei "se" e dei "ma". Chiudiamo l'anno - per la prima volta dopo quattro - con il gusto (agro)dolce di una vittoria che vale doppio per il valore morale, ma meno della metà per la classifica. Le posizioni reciproche delle prime restano invariate, solo un tracollo bianconero potrebbe restituire significato alla stagione. Conosciamo i nostri pregi (39 gol realizzati) e i nostri difetti (18 gol subiti): sono strutturali, visto come è stata allestita la rosa. Sappiamo di poter buttare giù chiunque, non esclusa la capolista dei record, o il "terribile" Livorno che arrivava al confronto con 3 reti casalinghe al passivo. Per intenderci, non parliamo di una squadra di fenomeni, se è vero che ne aveva insaccati 5 dall'Inter e 3 a testa da Fiorentina e Juventus. Ma in un campionato di basso profilo come il 2005-06, questa è la quinta forza assoluta. Una prestazione come quella del Picchi, comunque, fa specie se si ripensa al Bentegodi, al Franchi e al Ferraris. Qua abbiamo gestito la gara da squadra di livello, là avevamo perso il filo del discorso e la partita. Inutile piangere sul latte versato. Accontentiamoci di rilevare in panchina un segnale inatteso di elasticità tattica, che lontano da San Siro potrebbe consentirci di correggere un rendimento imbarazzante. Sorprende in positivo anche la condizione atletica, in evidente crescita, di nuovo alle soglie di una sosta. Il mercato natalizio non porterà balocchi, pericolosa supponenza. Godiamoci solo una linea d'attacco da Liga, con il Balon d'Or che macina reti (160) anche giocando a sprazzi e la silenziosa presenza biellese, forse invisibile agli occhi dei più, ma letale quando arriva il momento di decidere il match: terza doppia stagionale, 12 gol in 17 turni di campionato... e ancora a novembre lo chiamavano flop.
18 dicembre, 2005
MILAN 4 - MESSINA 0
(22 PT) Shevchenko, (2 ST) Shevchenko, (38 ST) Pirlo, (40 ST) Gilardino.
Abbiamo giocato con Dida, Simic, Stam, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo (Vogel dal 39 ST), Seedorf (Ambrosini dal 31 ST), Kakà, Shevchenko (Vieri dal 18 ST), Gilardino.
Il tema tattico: la condanna del bel gioco. Dice Galliani a fine gara: la gente si rassegni, "questo è il nostro DNA, la rosa è stata pensata e creata per essere così, Berlusconi vuole vedere questo Milan". Siamo vittime della qualità. Un concetto paradossale, perché se è portato alle estreme conseguenze, trasforma l'agonismo in accademica esibizione. Per vincere occorre altro e lo ha insegnato Capello (fra l'altro, proprio sulla panca del Diavolo). La ricerca ostinata della combinazione triangolare al centro, per smarcare l'uomo solo davanti alla porta, alla lunga diventa stucchevole. Ci riusciamo giusto un paio di volte, perché la Serie A non è propriamente la Liga di Ronaldo. In mezzo, Bortolo Mutti ha una fortezza munita di torri: non passa uno spillo. Il nostro centrocampo a baricentro basso non trova né cerca soluzioni alternative: a destra Simic è diligente in copertura (come sempre), ma non spinge più del lecito (non lo ha mai fatto... perché è un centrale), mentre a sinistra Sergio avanza soprattutto nel secondo tempo, quando Seedorf si accentra con l'ingresso di Vieri, che fa la boa e sposta il Gila sulle periferie. Dietro abbiamo la coppia centrale del derby, Stam-Kaladze: pomeriggio di tutta tranquillità, che diventa puro allenamento con la doppietta del Balon d'Or (di nuovo, triste e svogliato). Test non probante, giudizio rimandato. Cauti con i trionfalismi e i progetti a lungo termine: "l'erede di Costacurta" lo dobbiamo cercare altrove, caro Galliani. Il rientro di Ambro a centrocampo, piuttosto, aumenta il nostro peso specifico in interdizione, specie nel gioco aereo. Gattuso capitano è una visione mistica al minuto 63: il destino della squadra è nelle sue mani. Nel frattempo, ci godiamo questo Kakà di fine anno, che è un'autentica strenna di Natale.
Gli episodi chiave: a San Siro come al Delle Alpi. Il primo quarto passerà alla storia per il più lungo (e sterile) possesso palla che a memoria si rammenti: 15 minuti con appena tre interdizioni, che non portano mai i siculi oltre la linea mediana del campo. Per risolvere l'empasse occorrerebbe un colpo di fischietto: scudetti e record, a Torino, si costruiscono così. Tiravento forse pensa di essere al Delle Alpi (saranno i vuoti sugli spalti?) o forse a -11 non facciamo paura più a nessuno. Tant'è: contrasto Gila-Leke, come tanti, a centro area e scende dal cielo un penalty d'oro. Dal replay si capisce che il duello di braccia è la copia di quanto visto a Firenze: là fu cancellato il nostro gol del pari, qua sblocchiamo lo 0 a 0 dal dischetto. Molto più evidenti appaiono le trattenute su Sheva, qualche attimo prima, e di nuovo sul Gila, qualche attimo dopo. Storari è reattivo su almeno tre conclusioni da fuori; una volta è baciato dalla buona sorte, quando il Gila rovescia a bicicletta sulle sue ginocchia: sarebbe stato un gol da incorniciare sulle bustine Panini. Ma la partita è vera soltanto per un tempo, quando due volte subiamo penetrazione dalla destra e Sculli grazia Dida, dopo una farfalla di Sergio. Due minuti del secondo tempo e tutti a casa: Sheva riconquista palla sulla trequarti e avvia un'azione che vede, in successione, diagonale ficcante di Sergio, tocco di prima di Sheva per il Gila, tacco del Gila per Kakà in area e tacco di Kakà per Sheva davanti alla porta: il Balon d'Or chiude il trapezio e rasoia di sinistro. Antologia del calcio! C'è il tempo per la quinta ciliegina consecutiva a San Siro del nostro Pernambucano da Brescia e una percussione in splendido stile Ambro che frutta il nono centro del Gila in campionato. Nel mezzo, passa un gran destro del Bambino sotto la traversa, cancellato dal solito zelante collaboratore di linea: dalla mia posizione la sensazione è offside. Da rimarcare un giallo pesante inflitto allo Zionero per contrasto in attacco, che fa schiumare di rabbia al pensiero di quanto ha concesso l'ottimo Pieri a Cannavaro & Co. contro la Lazio...
La tribuna di Steve: la verità è scritta nei numeri. Come spesso accade, le cifre descrivono la realtà meglio delle parole. Con 36 reti realizzate, siamo l'attacco bomba del campionato, al pari della capolista schiacciasassi. La differenza, è evidente, la scavano i 18 palloni raccolti in fondo al sacco da Dida. Sono il doppio di quelli raccolti da Abbiati - no comment - e ci costano le 3 sconfitte che la Juve ha convertito in altrettante vittorie e tradotto in 9 punti di vantaggio. Peraltro, subiamo (reti e sconfitte) più di Inter, Fiorentina, Livorno e Chievo, ovvero le prime sei della lista. Che il problema del Milan non fossero tanto i difensori quanto la fase difensiva di tutta la squadra, già ho detto a inizio stagione. La comprova è che in 16 turni di Serie A e 6 di Champions, su calcio piazzato siamo capitolati qualcosa come 13 volte: esclusi i 3 calci di rigore (Udinese, Fenerbahce e Inter), 3 sono i calci d'angolo fatali (Siena, Fiorentina e Inter) e addirittura 10 gol seguono un calcio di punizione (Ascoli, Sampdoria, Brescia in Coppa Italia, Fiorentina, Chievo, Schalke e di nuovo Inter). Le panzane sull'età avanzata, a gioco fermo, mi pare contino pochino. Il problema è nella testa e nella disponibilità al sacrificio, sebbene Ancelotti si ostini a sostenere che "tutte le squadre subiscono gol sui calci piazzati". Dario Simic che, come il Sindaco, Ambro e il Balon d'Or, spende parole sempre assennate e degne d'attenzione, a fine gara smorza i toni trionfali del 4 a 0 (stili più consoni alla sponda triste del Naviglio) rivelando candidamente che "siamo stati fortunati, due volte abbiamo concesso la palla per il gol". Questa è la realtà dei fatti. Il calo di tensione c'è stato anche oggi nel finale, come contro la Reggina. Indicatori allarmanti, come i due mesi senza punti lontano da San Siro, dove ne abbiamo raccolti 24 su 24 contro la miseria di 10 in 8 trasferte. Livorno ci attende armata.
Abbiamo giocato con Dida, Simic, Stam, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo (Vogel dal 39 ST), Seedorf (Ambrosini dal 31 ST), Kakà, Shevchenko (Vieri dal 18 ST), Gilardino.
Il tema tattico: la condanna del bel gioco. Dice Galliani a fine gara: la gente si rassegni, "questo è il nostro DNA, la rosa è stata pensata e creata per essere così, Berlusconi vuole vedere questo Milan". Siamo vittime della qualità. Un concetto paradossale, perché se è portato alle estreme conseguenze, trasforma l'agonismo in accademica esibizione. Per vincere occorre altro e lo ha insegnato Capello (fra l'altro, proprio sulla panca del Diavolo). La ricerca ostinata della combinazione triangolare al centro, per smarcare l'uomo solo davanti alla porta, alla lunga diventa stucchevole. Ci riusciamo giusto un paio di volte, perché la Serie A non è propriamente la Liga di Ronaldo. In mezzo, Bortolo Mutti ha una fortezza munita di torri: non passa uno spillo. Il nostro centrocampo a baricentro basso non trova né cerca soluzioni alternative: a destra Simic è diligente in copertura (come sempre), ma non spinge più del lecito (non lo ha mai fatto... perché è un centrale), mentre a sinistra Sergio avanza soprattutto nel secondo tempo, quando Seedorf si accentra con l'ingresso di Vieri, che fa la boa e sposta il Gila sulle periferie. Dietro abbiamo la coppia centrale del derby, Stam-Kaladze: pomeriggio di tutta tranquillità, che diventa puro allenamento con la doppietta del Balon d'Or (di nuovo, triste e svogliato). Test non probante, giudizio rimandato. Cauti con i trionfalismi e i progetti a lungo termine: "l'erede di Costacurta" lo dobbiamo cercare altrove, caro Galliani. Il rientro di Ambro a centrocampo, piuttosto, aumenta il nostro peso specifico in interdizione, specie nel gioco aereo. Gattuso capitano è una visione mistica al minuto 63: il destino della squadra è nelle sue mani. Nel frattempo, ci godiamo questo Kakà di fine anno, che è un'autentica strenna di Natale.
Gli episodi chiave: a San Siro come al Delle Alpi. Il primo quarto passerà alla storia per il più lungo (e sterile) possesso palla che a memoria si rammenti: 15 minuti con appena tre interdizioni, che non portano mai i siculi oltre la linea mediana del campo. Per risolvere l'empasse occorrerebbe un colpo di fischietto: scudetti e record, a Torino, si costruiscono così. Tiravento forse pensa di essere al Delle Alpi (saranno i vuoti sugli spalti?) o forse a -11 non facciamo paura più a nessuno. Tant'è: contrasto Gila-Leke, come tanti, a centro area e scende dal cielo un penalty d'oro. Dal replay si capisce che il duello di braccia è la copia di quanto visto a Firenze: là fu cancellato il nostro gol del pari, qua sblocchiamo lo 0 a 0 dal dischetto. Molto più evidenti appaiono le trattenute su Sheva, qualche attimo prima, e di nuovo sul Gila, qualche attimo dopo. Storari è reattivo su almeno tre conclusioni da fuori; una volta è baciato dalla buona sorte, quando il Gila rovescia a bicicletta sulle sue ginocchia: sarebbe stato un gol da incorniciare sulle bustine Panini. Ma la partita è vera soltanto per un tempo, quando due volte subiamo penetrazione dalla destra e Sculli grazia Dida, dopo una farfalla di Sergio. Due minuti del secondo tempo e tutti a casa: Sheva riconquista palla sulla trequarti e avvia un'azione che vede, in successione, diagonale ficcante di Sergio, tocco di prima di Sheva per il Gila, tacco del Gila per Kakà in area e tacco di Kakà per Sheva davanti alla porta: il Balon d'Or chiude il trapezio e rasoia di sinistro. Antologia del calcio! C'è il tempo per la quinta ciliegina consecutiva a San Siro del nostro Pernambucano da Brescia e una percussione in splendido stile Ambro che frutta il nono centro del Gila in campionato. Nel mezzo, passa un gran destro del Bambino sotto la traversa, cancellato dal solito zelante collaboratore di linea: dalla mia posizione la sensazione è offside. Da rimarcare un giallo pesante inflitto allo Zionero per contrasto in attacco, che fa schiumare di rabbia al pensiero di quanto ha concesso l'ottimo Pieri a Cannavaro & Co. contro la Lazio...
La tribuna di Steve: la verità è scritta nei numeri. Come spesso accade, le cifre descrivono la realtà meglio delle parole. Con 36 reti realizzate, siamo l'attacco bomba del campionato, al pari della capolista schiacciasassi. La differenza, è evidente, la scavano i 18 palloni raccolti in fondo al sacco da Dida. Sono il doppio di quelli raccolti da Abbiati - no comment - e ci costano le 3 sconfitte che la Juve ha convertito in altrettante vittorie e tradotto in 9 punti di vantaggio. Peraltro, subiamo (reti e sconfitte) più di Inter, Fiorentina, Livorno e Chievo, ovvero le prime sei della lista. Che il problema del Milan non fossero tanto i difensori quanto la fase difensiva di tutta la squadra, già ho detto a inizio stagione. La comprova è che in 16 turni di Serie A e 6 di Champions, su calcio piazzato siamo capitolati qualcosa come 13 volte: esclusi i 3 calci di rigore (Udinese, Fenerbahce e Inter), 3 sono i calci d'angolo fatali (Siena, Fiorentina e Inter) e addirittura 10 gol seguono un calcio di punizione (Ascoli, Sampdoria, Brescia in Coppa Italia, Fiorentina, Chievo, Schalke e di nuovo Inter). Le panzane sull'età avanzata, a gioco fermo, mi pare contino pochino. Il problema è nella testa e nella disponibilità al sacrificio, sebbene Ancelotti si ostini a sostenere che "tutte le squadre subiscono gol sui calci piazzati". Dario Simic che, come il Sindaco, Ambro e il Balon d'Or, spende parole sempre assennate e degne d'attenzione, a fine gara smorza i toni trionfali del 4 a 0 (stili più consoni alla sponda triste del Naviglio) rivelando candidamente che "siamo stati fortunati, due volte abbiamo concesso la palla per il gol". Questa è la realtà dei fatti. Il calo di tensione c'è stato anche oggi nel finale, come contro la Reggina. Indicatori allarmanti, come i due mesi senza punti lontano da San Siro, dove ne abbiamo raccolti 24 su 24 contro la miseria di 10 in 8 trasferte. Livorno ci attende armata.
16 dicembre, 2005
BUON ANNIVERSARIO VECCHIO DIAVOLO!
"Finalmente! Dopo tanti tentativi infruttuosi, finalmente anche la sportiva Milano avrà una società pel giuoco del football. Per ora sebbene non si possa dilungare d'avvantaggio, possiamo però di già accertare che i soci toccano la cinquantina e che le domande di ammissione sono copiosissime. Lo scopo di questa nuova società sportiva è quello nobilissimo di formare una squadra milanese per concorrere alla Coppa Italiana della prossima primavera. All'uopo, la presidenza ha già fatto pratica ed ottenuto per gli allenamenti il vasto locale del Trotter. (...) La nuova società avverte che chiunque desideri imparare il football non avrà che recarsi al Trotter nei giorni stabiliti e troverà istruttori e compagni di giuoco". (Gazzetta dello Sport, lunedì 18 dicembre 1899)
106 VOLTE FORZA MILAN!
Onore e gloria a Mister Herbert Kilpin da Nottingham, che sabato 16 dicembre 1899 fondò a Milano, in una sala dell'Hotel du Nord et des Anglais (oggi Hotel Principe di Savoia, in Piazza della Repubblica) il Milan Cricket and Football Club, con il vice console di Sua Maestà britannica Sir Alfred Ormonde Edwards (il primo Presidente) e Mister David Allison (il primo capitano della squadra di calcio). Al nostro fondatore dobbiamo i colori sociali, il rosso e il nero del suo Nottingham Forest: "Rosso come il fuoco e nero come la paura che incuteremo ai nostri avversari!". La prima sede della società fu stabilita presso la Fiaschetteria Toscana di via Berchet, all'angolo con via Foscolo (di fianco alla Galleria Vittorio Emanuele). Il primo campo di calcio fu il Trotter, situato nell'allora periferia nord della nostra città, là dove negli Anni Venti fu successivamente edificata la Stazione Centrale. Il Padre della Patria Rossonera cadde sul campo della Prima Guerra Mondiale, appena 46enne, a Milano nel 1916. Oggi riposa al Cimitero Monumentale, assieme ai nomi più illustri che hanno scritto la storia del nost grand Milan.
106 VOLTE FORZA MILAN!
Onore e gloria a Mister Herbert Kilpin da Nottingham, che sabato 16 dicembre 1899 fondò a Milano, in una sala dell'Hotel du Nord et des Anglais (oggi Hotel Principe di Savoia, in Piazza della Repubblica) il Milan Cricket and Football Club, con il vice console di Sua Maestà britannica Sir Alfred Ormonde Edwards (il primo Presidente) e Mister David Allison (il primo capitano della squadra di calcio). Al nostro fondatore dobbiamo i colori sociali, il rosso e il nero del suo Nottingham Forest: "Rosso come il fuoco e nero come la paura che incuteremo ai nostri avversari!". La prima sede della società fu stabilita presso la Fiaschetteria Toscana di via Berchet, all'angolo con via Foscolo (di fianco alla Galleria Vittorio Emanuele). Il primo campo di calcio fu il Trotter, situato nell'allora periferia nord della nostra città, là dove negli Anni Venti fu successivamente edificata la Stazione Centrale. Il Padre della Patria Rossonera cadde sul campo della Prima Guerra Mondiale, appena 46enne, a Milano nel 1916. Oggi riposa al Cimitero Monumentale, assieme ai nomi più illustri che hanno scritto la storia del nost grand Milan.
11 dicembre, 2005
MERDE 3 - MILAN 2
(23 PT) Adriano su rigore, (38 PT) Shevchenko su rigore, (14 ST) Martins, (38 ST) Stam, (47 ST) Adriano.
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta (Simic dall'8 ST), Kaladze, Serginho, Gattuso (Jankulovski dal 25 ST), Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko, Gilardino (Vieri dal 29 ST).
Il tema tattico: sangue a arena a San Siro. Il Derby della Madonnina numero 263 è giocato in fotocopia agli euroderby di aprile. Mancini conferma la tendenza ad impostare una tattica ostruzionistica, mirata ad impedire ai nostri di fare il proprio gioco, prima di occuparsi che i suoi facciano il loro: esplicita ammissione di limitata capacità di gioco. Aggravata da atteggiamenti intimidatori in perfetto stile sudaca, con l'esito inequivocabile di uno zigomo aperto a Kaladze da Martins, una testata chirurgica in mischia a Sheva (superfluo specificare il bersaglio) e un labbro spaccato al Gila da Samuel. Mancava psico-Materazzi, ma abbiamo trovato sostituti all'altezza. Aggiungo (e mi ripeto) che tutto il mondo ha imparato la lezione del boia danese Poulsen: quando l'arbitro non vede, il tatuato Guevara-Veron carica a cranio basso Kakà; incornicia il quadro edificante Lulù Cambiasso che, simulandosi paciere, punta i gomiti al collo del Bambino. Ciò premesso per significare che soccombiamo ancora una volta alle provocazioni, perdendo il filo del gioco. Difesa falcidiata da assenze e ottusità ancelottiane: il capitano c.v.d. è fuori, ma lo è anche il Professore. Nell'emergenza (e solo allora) molti tasselli tornano al proprio posto: ecco dunque Kaladze comparire magicamente nel ruolo naturale, ovvero al centro della difesa di fianco a Nesta. Sandrone gioca febbricitante e cede all'inizio del secondo tempo: entra Simic, ma per compensare il buon senso viene dirottato a destra, con Jaap spostato in mezzo. Per il resto, si conferma la condizione di forma scadente: Sergio è scarico e non spinge, il centrocampo funziona a corrente alterna ed isola nuovamente la linea d'attacco, dove Sheva è ancora ombra di se stesso (quella fascia non porta bene?) e Gila di nuovo sacrificato in un lavoro sporco di gomiti e polvere. Kakà fa la cerniera una volta nel primo e due nel secondo tempo, quando ha più gamba e si nota, perché lascia indietro avversari e compagni. Inspiegabile, in una gara ad alta tensione, l'ennesima rinuncia a Pippo; mentre l'inserimento di Vieri nel quarto finale ha soritito giusto lazzi e sberleffi... In sintesi, derby di sostanziale equilibrio con lieve prevalenza rossonera nella ripresa, ma zero tiri nello specchio per parte: gara da risolvere, per definizione, sui calci da fermo (cinque su cinque reti): ci ha pensato Messina.
Gli episodi chiave: 14 volte Sheva, quando vede sporco. A memoria non si ricorda da un trentennio analoga sequenza di "sviste" così vistose: l'equilibrio iniziale viene spostato da un calcio di rigore che fa arrossire. Martins carica Nesta sulla schiena, il nostro (che è in anticipo) cade in area e fra petto e braccio (ascella) soffoca il pallone: rigore e ammonizione scientifica, salta la prossima! Chiara l'irregolarità dell'attaccante ma, a prescindere, l'episodio pesa un decimo (per volontarietà e punto d'impatto) di quanto visto a Firenze con Brocchi. Il fischietto sa di averla combinata grossa, se è vero che dopo appena 15' punisce con penalty (14 volte Sheva della Madonnina!) un colpo di testa di Cambiasso in barriera che manda il pallone a carambolare sulla mano di Stankovic: lo slavo ha lil braccio innaturalmente piegato verso l'alto e, a norma di regolamento, viene fermato; ma sullo 0-0 Messina avrebbe chiuso entrambi gli occhi. Li chiude per certo sui quattro episodi di guerriglia descritti sopra, nel caso Veron-Kakà-Cambiasso addirittura gira le spalle per non vedere: Ponzio Pilato da Bergamo. Il nuovo equilibrio viene rotto da un altro numero d'arte varia: Kala da tergo è in anticipo pulito su Adriano, il brasiliano perde l'appoggio sul contatto e va a sfondare su Stam: di nuovo, calcio da fermo e cartellino giallo per proteste! Dida commette qui un errore amatoriale in respinta, lasciando la palla nell'area piccola per il tap-in di Martins invece che accompagnarla a fondo campo. Difesa di belle statuine e conseguenti capriole nigeriane. Ma il peggio deve venire: a tempo scaduto, Cruz parte probabilmente in offside, e altrettanto probabilmente ciabatta da solo il pallone oltre la linea: per Messina è un corner da battere, Adriano sale indisturbato a centro area e punisce. Ci va Vieri e in ritardo (dal che deduco che siamo tornati a zona): inammissibile. Dispiace perché la prodezza di Stam (ascensore rugbystico, proprio sul centravanti nemico) valeva da sola il punto del pari. Regaliamo così un derby ai bisognosi, dopo dieci atti infiniti di godimento: passa tutto subito, è solo vanagloria neroblu.
La tribuna di Steve: con Messina, mission completed. L'anello si chiude. Il mese chiave della stagione bianconera si risolve con un parziale di 9 a 0 sull'unica antagonista credibile. Riassumo che abbiamo patito, in rapida sequenza, le designazioni di Bertini (scontro diretto), Rodomonti (con Copelli a Firenze), Pieri (con Farina a Verona) e infine Messina (brillante protagonista di Fiorentina-Juventus una settimana fa). L'effetto collaterale, purtroppo, è anche la rimonta di viola (4 punti) e neroblu (9 punti). Juventinove in cassaforte, dunque: non resterà che alimentare, da qui a primavera, qualche butade giornalistica sulle rimonte possibili dei manciniani (apre le danze proprio oggi, ca va sans dir, il foglio rosa). Milan fuori dai giochi: è ufficiale, e se lo dice Berlusconi c'è da credergli: essere a -8 o a -11 fa davvero poca differenza. Abbiamo vista lunga e troppi campionati alle spalle per dover fingere di non riconoscere fra le righe i segnali inequivocabili dell'esito già scritto. Don Fabio cucirà la terza stella d'oro (e chi altri?) nel 2007, poi potrà subentrare a Lippi per chiudere con la Nazionale italiota. Nel quadro squallido, spicca l'assordante silenzio, e più in generale l'assenza, della voce ufficiale della nostra dirigenza. Galliani concede, postumo, solo un sunto bisunto di comunicazione in format istituzionale ai microfoni di casa: il tecnico è inamovibile, i progetti sono condivisi, i nostri giocatori sono i migliori in circolazione, con gli arbitri abbiamo avuto solo sfortuna. Il mercato? Nessuna premura, a gennaio resteremo fermi perché di 120 difensori che teniamo sotto osservazione (sic), nessuno è più bravo di quelli che abbiamo. E della grinta (che a noi è MANCATA dopo il 2-2) non sappiamo che farcene, perché 17 anni sono lì a dimostrare come si vince: in Italia e in Europa. Il retrogusto amaro è quello di una società che si sta attorcigliando lentamente ma inesorabilmente su se stessa, una volta privata del faro spirituale. Tatticamente, siamo nondimeno involuti: il nostro calcio è risaputo, ogni contromisura è ormai stata adottata da chiunque. Ancelotti non applica il turnover se non per necessità oggettiva (indisponibilità per infortunio o squalifica), non mai per scelta: giocano i soliti noti. Ma ciò che è peggio, i Primi Undici sembrano sempre meno una squadra e sempre più undici belle individualità. Questo spiega, a mio modo di vedere, i cali di tensione dei singoli che producono danni collettivi non rimediabili. Ho detto a inizio stagione, l'ora delle decisioni irrevocabili era giunta ad Istanbul. Per romanticismo e/o supponenza si è preferito nascondere la testa nell'erba e buttare la palla avanti di un anno. Peccato, perché a dicembre molto si potrebbe ancora mettere in ordine: a cominciare dalla campagna invernale.
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta (Simic dall'8 ST), Kaladze, Serginho, Gattuso (Jankulovski dal 25 ST), Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko, Gilardino (Vieri dal 29 ST).
Il tema tattico: sangue a arena a San Siro. Il Derby della Madonnina numero 263 è giocato in fotocopia agli euroderby di aprile. Mancini conferma la tendenza ad impostare una tattica ostruzionistica, mirata ad impedire ai nostri di fare il proprio gioco, prima di occuparsi che i suoi facciano il loro: esplicita ammissione di limitata capacità di gioco. Aggravata da atteggiamenti intimidatori in perfetto stile sudaca, con l'esito inequivocabile di uno zigomo aperto a Kaladze da Martins, una testata chirurgica in mischia a Sheva (superfluo specificare il bersaglio) e un labbro spaccato al Gila da Samuel. Mancava psico-Materazzi, ma abbiamo trovato sostituti all'altezza. Aggiungo (e mi ripeto) che tutto il mondo ha imparato la lezione del boia danese Poulsen: quando l'arbitro non vede, il tatuato Guevara-Veron carica a cranio basso Kakà; incornicia il quadro edificante Lulù Cambiasso che, simulandosi paciere, punta i gomiti al collo del Bambino. Ciò premesso per significare che soccombiamo ancora una volta alle provocazioni, perdendo il filo del gioco. Difesa falcidiata da assenze e ottusità ancelottiane: il capitano c.v.d. è fuori, ma lo è anche il Professore. Nell'emergenza (e solo allora) molti tasselli tornano al proprio posto: ecco dunque Kaladze comparire magicamente nel ruolo naturale, ovvero al centro della difesa di fianco a Nesta. Sandrone gioca febbricitante e cede all'inizio del secondo tempo: entra Simic, ma per compensare il buon senso viene dirottato a destra, con Jaap spostato in mezzo. Per il resto, si conferma la condizione di forma scadente: Sergio è scarico e non spinge, il centrocampo funziona a corrente alterna ed isola nuovamente la linea d'attacco, dove Sheva è ancora ombra di se stesso (quella fascia non porta bene?) e Gila di nuovo sacrificato in un lavoro sporco di gomiti e polvere. Kakà fa la cerniera una volta nel primo e due nel secondo tempo, quando ha più gamba e si nota, perché lascia indietro avversari e compagni. Inspiegabile, in una gara ad alta tensione, l'ennesima rinuncia a Pippo; mentre l'inserimento di Vieri nel quarto finale ha soritito giusto lazzi e sberleffi... In sintesi, derby di sostanziale equilibrio con lieve prevalenza rossonera nella ripresa, ma zero tiri nello specchio per parte: gara da risolvere, per definizione, sui calci da fermo (cinque su cinque reti): ci ha pensato Messina.
Gli episodi chiave: 14 volte Sheva, quando vede sporco. A memoria non si ricorda da un trentennio analoga sequenza di "sviste" così vistose: l'equilibrio iniziale viene spostato da un calcio di rigore che fa arrossire. Martins carica Nesta sulla schiena, il nostro (che è in anticipo) cade in area e fra petto e braccio (ascella) soffoca il pallone: rigore e ammonizione scientifica, salta la prossima! Chiara l'irregolarità dell'attaccante ma, a prescindere, l'episodio pesa un decimo (per volontarietà e punto d'impatto) di quanto visto a Firenze con Brocchi. Il fischietto sa di averla combinata grossa, se è vero che dopo appena 15' punisce con penalty (14 volte Sheva della Madonnina!) un colpo di testa di Cambiasso in barriera che manda il pallone a carambolare sulla mano di Stankovic: lo slavo ha lil braccio innaturalmente piegato verso l'alto e, a norma di regolamento, viene fermato; ma sullo 0-0 Messina avrebbe chiuso entrambi gli occhi. Li chiude per certo sui quattro episodi di guerriglia descritti sopra, nel caso Veron-Kakà-Cambiasso addirittura gira le spalle per non vedere: Ponzio Pilato da Bergamo. Il nuovo equilibrio viene rotto da un altro numero d'arte varia: Kala da tergo è in anticipo pulito su Adriano, il brasiliano perde l'appoggio sul contatto e va a sfondare su Stam: di nuovo, calcio da fermo e cartellino giallo per proteste! Dida commette qui un errore amatoriale in respinta, lasciando la palla nell'area piccola per il tap-in di Martins invece che accompagnarla a fondo campo. Difesa di belle statuine e conseguenti capriole nigeriane. Ma il peggio deve venire: a tempo scaduto, Cruz parte probabilmente in offside, e altrettanto probabilmente ciabatta da solo il pallone oltre la linea: per Messina è un corner da battere, Adriano sale indisturbato a centro area e punisce. Ci va Vieri e in ritardo (dal che deduco che siamo tornati a zona): inammissibile. Dispiace perché la prodezza di Stam (ascensore rugbystico, proprio sul centravanti nemico) valeva da sola il punto del pari. Regaliamo così un derby ai bisognosi, dopo dieci atti infiniti di godimento: passa tutto subito, è solo vanagloria neroblu.
La tribuna di Steve: con Messina, mission completed. L'anello si chiude. Il mese chiave della stagione bianconera si risolve con un parziale di 9 a 0 sull'unica antagonista credibile. Riassumo che abbiamo patito, in rapida sequenza, le designazioni di Bertini (scontro diretto), Rodomonti (con Copelli a Firenze), Pieri (con Farina a Verona) e infine Messina (brillante protagonista di Fiorentina-Juventus una settimana fa). L'effetto collaterale, purtroppo, è anche la rimonta di viola (4 punti) e neroblu (9 punti). Juventinove in cassaforte, dunque: non resterà che alimentare, da qui a primavera, qualche butade giornalistica sulle rimonte possibili dei manciniani (apre le danze proprio oggi, ca va sans dir, il foglio rosa). Milan fuori dai giochi: è ufficiale, e se lo dice Berlusconi c'è da credergli: essere a -8 o a -11 fa davvero poca differenza. Abbiamo vista lunga e troppi campionati alle spalle per dover fingere di non riconoscere fra le righe i segnali inequivocabili dell'esito già scritto. Don Fabio cucirà la terza stella d'oro (e chi altri?) nel 2007, poi potrà subentrare a Lippi per chiudere con la Nazionale italiota. Nel quadro squallido, spicca l'assordante silenzio, e più in generale l'assenza, della voce ufficiale della nostra dirigenza. Galliani concede, postumo, solo un sunto bisunto di comunicazione in format istituzionale ai microfoni di casa: il tecnico è inamovibile, i progetti sono condivisi, i nostri giocatori sono i migliori in circolazione, con gli arbitri abbiamo avuto solo sfortuna. Il mercato? Nessuna premura, a gennaio resteremo fermi perché di 120 difensori che teniamo sotto osservazione (sic), nessuno è più bravo di quelli che abbiamo. E della grinta (che a noi è MANCATA dopo il 2-2) non sappiamo che farcene, perché 17 anni sono lì a dimostrare come si vince: in Italia e in Europa. Il retrogusto amaro è quello di una società che si sta attorcigliando lentamente ma inesorabilmente su se stessa, una volta privata del faro spirituale. Tatticamente, siamo nondimeno involuti: il nostro calcio è risaputo, ogni contromisura è ormai stata adottata da chiunque. Ancelotti non applica il turnover se non per necessità oggettiva (indisponibilità per infortunio o squalifica), non mai per scelta: giocano i soliti noti. Ma ciò che è peggio, i Primi Undici sembrano sempre meno una squadra e sempre più undici belle individualità. Questo spiega, a mio modo di vedere, i cali di tensione dei singoli che producono danni collettivi non rimediabili. Ho detto a inizio stagione, l'ora delle decisioni irrevocabili era giunta ad Istanbul. Per romanticismo e/o supponenza si è preferito nascondere la testa nell'erba e buttare la palla avanti di un anno. Peccato, perché a dicembre molto si potrebbe ancora mettere in ordine: a cominciare dalla campagna invernale.
06 dicembre, 2005
MILAN 3 - SCHALKE 2
(42 PT) Pirlo, (43 PT) Poulsen, (7 ST) Kakà, (15 ST) Kakà, (21 ST) Lincoln.
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Maldini (Simic dal 31 PT, Kaladze dal 33 ST), Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko, Inzaghi (Gilardino dal 40 ST).
Il tema tattico: ultimo atto con l'acqua alla gola. Arriviamo alla resa dei conti con il rumore di fondo del tonfo cattivo di Verona e poche certezze sullo stato di salute della squadra. Ancelotti deve scegliere, specie sulla linea difensiva: il capitano, costretto alla resa dopo un tempo di sportellate con Amauri al Bentegodi, per la prima volta nella stagione è autenticamente sulle ginocchia. La decisione del tecnico, ancora una volta, è rischiatutto: pesa più il blasone che il buon senso. E la punizione amara (quanto scontata) è il k.o. dopo mezzora di battaglia con Altintop: questa volta pagheremo dazio, e guarda caso nel derby. Rientrano Sergio a sinistra (dieci giorni dopo la ginocchiata di Cassetti) e Seedorf al centro (dopo l'assenza forzata di sabato, per lutto in famiglia): sono entrambi scarichi. Davanti si insiste con Sheva, che forse oggi tocca il fondo di una parabola psicofisica allarmante, mentre riappare il Santo piacentino, fin qua escluso spesso e volentieri per concedergli - conviene credere - l'autonomia di 90 minuti da Champions. Kakà cerca a lungo la posizione migliore sullo scacchiere, specialmente cerca di schivare le rotte e le botte del suo cecchino danese. Assente o quasi per buona parte del primo tempo, quando accende la luce nel secondo, spedisce lo Schalke all'inferno e il Diavolo in paradiso. Detto questo, in campo c'è un uomo solo e si chiama Gennaro Ivan: il Sindaco! Dieci pecorelle smarrite brancolano nella nebbiolina di San Siro, appese al filo sottile del destino: gambe rigide, cuore in gola fino all'ultimo di recupero. Lui no! Ringhia e sbraita e carica, a tutto campo. I tedeschi di Rangnick attendono per 45 minuti, con il chiaro intento di alzare la pressione nella ripresa, quando il calo fisico e la fragilità emotiva dei nostri saranno proverbiali. Inizia a una punta e infila le altre nel seguito, senza mai dare la sensazione di poter completare la beffa. Mejuto Gonzalez a parte, il nemico numero uno del Milan resta il Milan, se è vero che i biancoblu sono in gara solo per nostre amnesie e varie disavventure. Troppo poco per meritare gli Ottavi.
Gli episodi chiave: risolvono le magie dei singoli. L'anello si chiude. L'esordio settembrino a San Siro contro i turchi era stata pura agonia fino ai minuti finali, prima che il Bambino d'Oro decidesse di regalare all'umanità calciofila l'ennesima cavalcata da copertina e un gol da urlo. Contro i tedeschi chiudiamo il Girone E di nuovo grazie a due magie carioca. Diciamo tre, includendo la pennellata di Pirlo su calcio da fermo: è l'ottava meraviglia in rossonero. Fondamentale disporre di una soluzione tecnica che per troppi anni era mancata nel nostro repertorio. Appena il tempo di crederci, e l'ennesimo calcio piazzato ci sorprende indifesi: la parabola lunga dalla fascia sinistra dà il tempo a chiunque di trovare il piazzamento migliore, ma guarda caso resta libero un uomo dietro all'ultimo difensore (proprio Poulsen, sordida ironia della sorte) e appoggia facilmente in rete. Fotocopia del gol di Toni a Firenze. Si resta senza parole, anzi non resta che ascoltare le parole del Sindaco: "il problema non si pone, ci si ferma un'ora in più a fine allenamento e si imparano le marcature". In Rino Veritas. Pippo ci mette il cuore come sempre, ma non è la sua serata: quando Pirlo gli allunga il pallone buono in area, difende da par suo con le spalle alla porta ma è tradito dall'erba brinata sotto al piede perno e scivola. Nel secondo, Sheva indovina la prima e ultima giocata di una notte da brivido, andando in percussione da centrocampo e smarcando Kakà sul fianco destro della difesa: stella filante e nuovo vantaggio. A mente sgombra, le gambe girano. Sergio pennella in area per Pippo: la girata di sinistro meriterebbe l'appuntamento con la storia (e con Di Stefano), ma Rost nega a tutti il delirio. Il 9 Rossonero tuttavia non si abbatte, anzi gioca a centro area per Sheva, che va di sinistro per l'appoggio sicuro di piattone: la carambola sulla caviglia destra è tanto stupefacente quanto emblematica, ma il rimbalzo sui piedi di Kakà è guidato dal dio del pallone, che così prepara lo scenario di una nuova magia. Controllo e diagonale chirurgico alla base del secondo palo, l'unica finestra rimasta aperta fra una selva di stinchi. Ora vien voglia di pensare a una vittoria facile, in goleada, per scacciare tutti i cattivi pensieri. Invece manca ancora una pennellata di nero sulla gara del Balon d'Or: una deviazione fortuita su un destro domabile di Lincoln spiazza Dida e condanna il Popolo Rossonero a trenta minuti di agonia.
La tribuna di Steve: verso Parigi con le gambe molli. Ventiquattro ore dopo la qualficazione più sofferta del quinquennio ancelottiano, Kakà rivela: ho salvato la panchina, fossimo usciti dalla Coppa sarebbe successo l'impossibile... Già, l'impossibile. Avanti con Ancelotti dunque, avanti con le gambe prima rigide per la paura di sbagliare e poi molli per la fatica e lo spavento. Sul 3 a 2 alzi la mano chi non ha pensato alla notte delle streghe di Ataturk, all'ipotesi di un 3 a 3 che avrebbe significato di nuovo la fine di tutto. E in campo c'era lo stesso fischietto spagnolo che, per come ha arbitrato a San Siro (tignosamente), qualche ombra in più sulle sviste turche continua pure a gettarla. Ma non facciamoci altro male: già andiamo avanti con Ancelotti. E con Galliani, che nella ripresa dice di avere molto passeggiato, un po' guardato le immagini in tv, un po' sbirciato il campo. "Tutto è bene quello che finisce bene - la sua conclusione - e finché resto io, Ancelotti non si tocca!". Suona come una condanna, duplice e sinistra. Galliani non guarda in campo e non vede che il Milan passa agli Ottavi con un uomo solo. Gattuso urla, picchia e corre al triplice fischio per raccontarle a Poulsen: come sempre, lui ci mette la faccia, non i calcetti alle spalle dell'arbitro. Lo infangheranno con le moraline ipocrite del foglio rosa. Ma la realtà è che il Milan di Ancelotti e Galliani è aggrappato ad una sola roccia, di granito calabro: realtà amara, che circoscrive le nostre legittime attese di rivincita a pura velleità, per causa di una programmazione fallita al momento stesso di porre le basi per la nuova stagione. Non si trascuri il dato statistico (eclatante su questa sponda del Naviglio) dei 44 mila spettatori presenti a San Siro, la notte in cui si giocavano i destini di tutta una stagione. Il problema, caro Galliani, non è il termometro a -3. L'urna dirà venerdì 16 di che morte dovremo morire.
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Maldini (Simic dal 31 PT, Kaladze dal 33 ST), Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko, Inzaghi (Gilardino dal 40 ST).
Il tema tattico: ultimo atto con l'acqua alla gola. Arriviamo alla resa dei conti con il rumore di fondo del tonfo cattivo di Verona e poche certezze sullo stato di salute della squadra. Ancelotti deve scegliere, specie sulla linea difensiva: il capitano, costretto alla resa dopo un tempo di sportellate con Amauri al Bentegodi, per la prima volta nella stagione è autenticamente sulle ginocchia. La decisione del tecnico, ancora una volta, è rischiatutto: pesa più il blasone che il buon senso. E la punizione amara (quanto scontata) è il k.o. dopo mezzora di battaglia con Altintop: questa volta pagheremo dazio, e guarda caso nel derby. Rientrano Sergio a sinistra (dieci giorni dopo la ginocchiata di Cassetti) e Seedorf al centro (dopo l'assenza forzata di sabato, per lutto in famiglia): sono entrambi scarichi. Davanti si insiste con Sheva, che forse oggi tocca il fondo di una parabola psicofisica allarmante, mentre riappare il Santo piacentino, fin qua escluso spesso e volentieri per concedergli - conviene credere - l'autonomia di 90 minuti da Champions. Kakà cerca a lungo la posizione migliore sullo scacchiere, specialmente cerca di schivare le rotte e le botte del suo cecchino danese. Assente o quasi per buona parte del primo tempo, quando accende la luce nel secondo, spedisce lo Schalke all'inferno e il Diavolo in paradiso. Detto questo, in campo c'è un uomo solo e si chiama Gennaro Ivan: il Sindaco! Dieci pecorelle smarrite brancolano nella nebbiolina di San Siro, appese al filo sottile del destino: gambe rigide, cuore in gola fino all'ultimo di recupero. Lui no! Ringhia e sbraita e carica, a tutto campo. I tedeschi di Rangnick attendono per 45 minuti, con il chiaro intento di alzare la pressione nella ripresa, quando il calo fisico e la fragilità emotiva dei nostri saranno proverbiali. Inizia a una punta e infila le altre nel seguito, senza mai dare la sensazione di poter completare la beffa. Mejuto Gonzalez a parte, il nemico numero uno del Milan resta il Milan, se è vero che i biancoblu sono in gara solo per nostre amnesie e varie disavventure. Troppo poco per meritare gli Ottavi.
Gli episodi chiave: risolvono le magie dei singoli. L'anello si chiude. L'esordio settembrino a San Siro contro i turchi era stata pura agonia fino ai minuti finali, prima che il Bambino d'Oro decidesse di regalare all'umanità calciofila l'ennesima cavalcata da copertina e un gol da urlo. Contro i tedeschi chiudiamo il Girone E di nuovo grazie a due magie carioca. Diciamo tre, includendo la pennellata di Pirlo su calcio da fermo: è l'ottava meraviglia in rossonero. Fondamentale disporre di una soluzione tecnica che per troppi anni era mancata nel nostro repertorio. Appena il tempo di crederci, e l'ennesimo calcio piazzato ci sorprende indifesi: la parabola lunga dalla fascia sinistra dà il tempo a chiunque di trovare il piazzamento migliore, ma guarda caso resta libero un uomo dietro all'ultimo difensore (proprio Poulsen, sordida ironia della sorte) e appoggia facilmente in rete. Fotocopia del gol di Toni a Firenze. Si resta senza parole, anzi non resta che ascoltare le parole del Sindaco: "il problema non si pone, ci si ferma un'ora in più a fine allenamento e si imparano le marcature". In Rino Veritas. Pippo ci mette il cuore come sempre, ma non è la sua serata: quando Pirlo gli allunga il pallone buono in area, difende da par suo con le spalle alla porta ma è tradito dall'erba brinata sotto al piede perno e scivola. Nel secondo, Sheva indovina la prima e ultima giocata di una notte da brivido, andando in percussione da centrocampo e smarcando Kakà sul fianco destro della difesa: stella filante e nuovo vantaggio. A mente sgombra, le gambe girano. Sergio pennella in area per Pippo: la girata di sinistro meriterebbe l'appuntamento con la storia (e con Di Stefano), ma Rost nega a tutti il delirio. Il 9 Rossonero tuttavia non si abbatte, anzi gioca a centro area per Sheva, che va di sinistro per l'appoggio sicuro di piattone: la carambola sulla caviglia destra è tanto stupefacente quanto emblematica, ma il rimbalzo sui piedi di Kakà è guidato dal dio del pallone, che così prepara lo scenario di una nuova magia. Controllo e diagonale chirurgico alla base del secondo palo, l'unica finestra rimasta aperta fra una selva di stinchi. Ora vien voglia di pensare a una vittoria facile, in goleada, per scacciare tutti i cattivi pensieri. Invece manca ancora una pennellata di nero sulla gara del Balon d'Or: una deviazione fortuita su un destro domabile di Lincoln spiazza Dida e condanna il Popolo Rossonero a trenta minuti di agonia.
La tribuna di Steve: verso Parigi con le gambe molli. Ventiquattro ore dopo la qualficazione più sofferta del quinquennio ancelottiano, Kakà rivela: ho salvato la panchina, fossimo usciti dalla Coppa sarebbe successo l'impossibile... Già, l'impossibile. Avanti con Ancelotti dunque, avanti con le gambe prima rigide per la paura di sbagliare e poi molli per la fatica e lo spavento. Sul 3 a 2 alzi la mano chi non ha pensato alla notte delle streghe di Ataturk, all'ipotesi di un 3 a 3 che avrebbe significato di nuovo la fine di tutto. E in campo c'era lo stesso fischietto spagnolo che, per come ha arbitrato a San Siro (tignosamente), qualche ombra in più sulle sviste turche continua pure a gettarla. Ma non facciamoci altro male: già andiamo avanti con Ancelotti. E con Galliani, che nella ripresa dice di avere molto passeggiato, un po' guardato le immagini in tv, un po' sbirciato il campo. "Tutto è bene quello che finisce bene - la sua conclusione - e finché resto io, Ancelotti non si tocca!". Suona come una condanna, duplice e sinistra. Galliani non guarda in campo e non vede che il Milan passa agli Ottavi con un uomo solo. Gattuso urla, picchia e corre al triplice fischio per raccontarle a Poulsen: come sempre, lui ci mette la faccia, non i calcetti alle spalle dell'arbitro. Lo infangheranno con le moraline ipocrite del foglio rosa. Ma la realtà è che il Milan di Ancelotti e Galliani è aggrappato ad una sola roccia, di granito calabro: realtà amara, che circoscrive le nostre legittime attese di rivincita a pura velleità, per causa di una programmazione fallita al momento stesso di porre le basi per la nuova stagione. Non si trascuri il dato statistico (eclatante su questa sponda del Naviglio) dei 44 mila spettatori presenti a San Siro, la notte in cui si giocavano i destini di tutta una stagione. Il problema, caro Galliani, non è il termometro a -3. L'urna dirà venerdì 16 di che morte dovremo morire.
03 dicembre, 2005
CHIEVO 2 - MILAN 1
(22 PT) Kaladze, (46 PT) Pellissier, (37 ST) Tiribocchi.
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Maldini (Simic dall'1 ST), Kaladze, Gattuso, Pirlo, Jankulovski, Rui Costa (Kakà dal 19 ST), Shevchenko (Inzaghi dal 24 ST), Gilardino.
Il tema tattico: amara lezione di pressing. Non dovrebbe essere una novità, ma tant'è. Chiudi il nostro play nella gabbia delle due punte e dei due centrali di metacampo, nel più classico 4-4-2, ed il meccanismo si rompe: il gioco non riparte. La difesa è protetta poco e male da un Sindaco forzato alla quinta presenza in quindici giorni e da un ceco privo di personalità e menomato da tecnica di base approssimativa. Il brasiliano Amauri manda in tilt il capitano, finché il ginocchio non cede. L'attacco è svuotato in Sheva (ondivago e fiacco al momento del cobra) e nel Gila (sfibrato da un lavoro oscuro e ingrato). Involuzione macroscopica. A metà tempo, siamo in vantaggio su palla inattiva, e posso dire che restiamo in gara di lì ai dieci minuti successivi: il Chievo si scompone sulle fasce e, una volta a sinistra (con Kaladze), una volta a destra (con Rui Costa), abbiamo i palloni giusti da giocare al centro, ma non chiudiamo il conto. L'avversario graziato, però, purtroppo non si chiama Lecce e presto arriva la resa. Dalla mezzora, il calo d'intensità agonistica e mentale è imbarazzante: siamo schiacciati dietro, con il tangibile presagio della catastrofe imminente. Un mischione in area viene risolto sciaguratamente da Stam con una ciabattata sulla trequarti: subiamo palo dalla lunghissima distanza. A tempo scaduto, sempre su calcio piazzato, la punizione puntuale. Nella seconda metà, i nostri hanno ormai la testa a martedì notte e le gambe imballate. Il possesso palla è di nuovo vacuo, con Kakà redivivo ma velleitario e Pirlo annebbiato, a sperperare lanci verticali, ostinati quanto insipidi. Il tempo che se ne accorga Pillon (non mai Ancelotti) e le correzioni risultano letali: fuori due punte usate e dentro due punte nuove. C'è chi in attacco può alternare Shevchenko e Gilardino con Inzaghi e Vieri; c'è chi si deve accontentare di Tiribocchi e Obinna per Pellissier e Amauri. Ma per questo Milan, sono come i Quattro dell'Apocalisse. Ultimi venti minuti allo sbando, triangolazioni strette e ripartenze feroci: colpo del k.o. e seconda (dopo Eindhoven) lezione solare di tattica.
Gli episodi chiave: il santo non fa (sempre) miracoli. Contro il Lecce, l'azzardo era riuscito: a 17 minuti dal novantesimo, punta tutto sul 9 Rossonero e sbanca San Siro. Al dannato Bentegodi - che dei nostri santi si è spesso fatto beffe - la stangata di Ancelotti non riesce. Il pallone buono arriva, in realtà, al 44' e Superpippo ci va come sempre di rabbia e di cuore: chiude bene il diagonale con l'interno destro, ma questa volta è Squizzi a fare il miracolo, intercettando fra torace e braccio a terra. Troppo tardi, Carlone... game over. E pensare che tutto era iniziato per il verso migliore, con un vantaggio trovatello su calcio piazzato a due: una primizia, merito del piedino fatato di Pirlo e della tenacia di Kaladze. Schiacciata di testa, aggirando la marcatura, e tap-in di riflesso sulla respinta del portiere. La prova del georgiano decolla. La sua unica sbavatura, però, è fatale (come in Olanda). Il crollo ha principio con un fallo di esasperazione di Maldini (giallo) sul giocoliere Amauri. Per la fredda cronaca, Pellissier ha due terzi del corpo oltre la linea dei piedi di Kala (ultimo uomo), quando va a raccogliere il tocco smarcante di Giunti. Lo sbandieratore di turno è il glabro Farina: in asse perfetto con i due giocatori, tiene il braccio abbassato. Siamo nell'intorno degli "episodi sfortunati", di cui abbiamo (noi sì!) la decenza di non lamentarci, giacché il pari è sacrosanto. Nel secondo tempo, in compenso, lo stesso collaboratore di linea fermerà il Gila (in volo sull'ala sinistra) per offside non esistente. Si dice e si scrive di un Nesta catastrofico, dimenticando almeno due salvataggi in anticipo pulito sull'uomo, davanti a Dida, nel primo tempo. Che la condizione, sua e di Stam, non sia al top è evidente; ma nel finale il tracollo è eccessivo: vengono messi in mezzo da due emeriti sconosciuti, come pivelli... o come vecchie glorie. E la gara è tutta qui.
La tribuna di Steve: il capolinea tricolore di Ancelotti. Terza sconfitta in appena quattordici turni. Ma soprattutto, 15 gol incassati: la media di uno e oltre a partita. Non sono cifre da Scudetto. Malgrado l'evidenza, Carlone l'ostinato bofonchia che siamo pari punti a un anno fa. Si dà il caso che il ritardo sia doppio: da -4 a -8. Oggi, davanti a tutti c'è una macchina da guerra, che per la seconda volta in tre giornate converte un turno sfavorevole in opportunità di svolta: e allunga. Tredici vittorie sono abnormi, e l'epilogo di Fiorentina-Juventus 1-2 va analizzato con lucidità. Non è la qualità individuale o collettiva a scavare lo iato fra noi e la capolista; così come non sono 8 lunghezze di divario a spaventare, con 24 turni e altri 72 punti in palio. Gli episodi favorevoli incidono, è vero: una zolla che sposta sul palo un pallone calciato (da Toni) in mezzo ai legni della porta vuota ha addirittura un che di diabolico. E non leggo e non ascolto ironie sulle basse virtù che ci furono attribuite (a furor di popolo e di media) la primavera scorsa per aver realizzato gol (onesti e regolari) nei minuti di recupero di alcune gare. Il loro è "cinismo". Il nostro era "culo". Coerente. Ma la voglia di andare sull'ultimo pallone vagante a bordo campo con la ferma intenzione e la piena consapevolezza di poterlo convertire in gol, è una virtù altissima che, se non è innata (Inzaghi) deve essere trasmessa con l'esercizio quotidiano. Impresa di cui sono capaci, non dico i grandi uomini, ma per certo i grandi trainer (di qualsiasi disciplina sportiva). Chapeau a Capello! Non lo conoscessimo bene. Così come conosciamo bene Ancelotti. La prestazione svagata di Verona era scritta, perché viene prima di un turno fatale di Coppa e in campo gli undici saranno i medesimi. Per vincere bisogna essere sempre al 100%, ma se giochi sia la domenica che il mercoledì questo non è possibile. Teorema di Dario Simic (o del turnover). Uno dei tanti che giocano, viceversa, solo quando il suo allenatore non può farne a meno.
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Maldini (Simic dall'1 ST), Kaladze, Gattuso, Pirlo, Jankulovski, Rui Costa (Kakà dal 19 ST), Shevchenko (Inzaghi dal 24 ST), Gilardino.
Il tema tattico: amara lezione di pressing. Non dovrebbe essere una novità, ma tant'è. Chiudi il nostro play nella gabbia delle due punte e dei due centrali di metacampo, nel più classico 4-4-2, ed il meccanismo si rompe: il gioco non riparte. La difesa è protetta poco e male da un Sindaco forzato alla quinta presenza in quindici giorni e da un ceco privo di personalità e menomato da tecnica di base approssimativa. Il brasiliano Amauri manda in tilt il capitano, finché il ginocchio non cede. L'attacco è svuotato in Sheva (ondivago e fiacco al momento del cobra) e nel Gila (sfibrato da un lavoro oscuro e ingrato). Involuzione macroscopica. A metà tempo, siamo in vantaggio su palla inattiva, e posso dire che restiamo in gara di lì ai dieci minuti successivi: il Chievo si scompone sulle fasce e, una volta a sinistra (con Kaladze), una volta a destra (con Rui Costa), abbiamo i palloni giusti da giocare al centro, ma non chiudiamo il conto. L'avversario graziato, però, purtroppo non si chiama Lecce e presto arriva la resa. Dalla mezzora, il calo d'intensità agonistica e mentale è imbarazzante: siamo schiacciati dietro, con il tangibile presagio della catastrofe imminente. Un mischione in area viene risolto sciaguratamente da Stam con una ciabattata sulla trequarti: subiamo palo dalla lunghissima distanza. A tempo scaduto, sempre su calcio piazzato, la punizione puntuale. Nella seconda metà, i nostri hanno ormai la testa a martedì notte e le gambe imballate. Il possesso palla è di nuovo vacuo, con Kakà redivivo ma velleitario e Pirlo annebbiato, a sperperare lanci verticali, ostinati quanto insipidi. Il tempo che se ne accorga Pillon (non mai Ancelotti) e le correzioni risultano letali: fuori due punte usate e dentro due punte nuove. C'è chi in attacco può alternare Shevchenko e Gilardino con Inzaghi e Vieri; c'è chi si deve accontentare di Tiribocchi e Obinna per Pellissier e Amauri. Ma per questo Milan, sono come i Quattro dell'Apocalisse. Ultimi venti minuti allo sbando, triangolazioni strette e ripartenze feroci: colpo del k.o. e seconda (dopo Eindhoven) lezione solare di tattica.
Gli episodi chiave: il santo non fa (sempre) miracoli. Contro il Lecce, l'azzardo era riuscito: a 17 minuti dal novantesimo, punta tutto sul 9 Rossonero e sbanca San Siro. Al dannato Bentegodi - che dei nostri santi si è spesso fatto beffe - la stangata di Ancelotti non riesce. Il pallone buono arriva, in realtà, al 44' e Superpippo ci va come sempre di rabbia e di cuore: chiude bene il diagonale con l'interno destro, ma questa volta è Squizzi a fare il miracolo, intercettando fra torace e braccio a terra. Troppo tardi, Carlone... game over. E pensare che tutto era iniziato per il verso migliore, con un vantaggio trovatello su calcio piazzato a due: una primizia, merito del piedino fatato di Pirlo e della tenacia di Kaladze. Schiacciata di testa, aggirando la marcatura, e tap-in di riflesso sulla respinta del portiere. La prova del georgiano decolla. La sua unica sbavatura, però, è fatale (come in Olanda). Il crollo ha principio con un fallo di esasperazione di Maldini (giallo) sul giocoliere Amauri. Per la fredda cronaca, Pellissier ha due terzi del corpo oltre la linea dei piedi di Kala (ultimo uomo), quando va a raccogliere il tocco smarcante di Giunti. Lo sbandieratore di turno è il glabro Farina: in asse perfetto con i due giocatori, tiene il braccio abbassato. Siamo nell'intorno degli "episodi sfortunati", di cui abbiamo (noi sì!) la decenza di non lamentarci, giacché il pari è sacrosanto. Nel secondo tempo, in compenso, lo stesso collaboratore di linea fermerà il Gila (in volo sull'ala sinistra) per offside non esistente. Si dice e si scrive di un Nesta catastrofico, dimenticando almeno due salvataggi in anticipo pulito sull'uomo, davanti a Dida, nel primo tempo. Che la condizione, sua e di Stam, non sia al top è evidente; ma nel finale il tracollo è eccessivo: vengono messi in mezzo da due emeriti sconosciuti, come pivelli... o come vecchie glorie. E la gara è tutta qui.
La tribuna di Steve: il capolinea tricolore di Ancelotti. Terza sconfitta in appena quattordici turni. Ma soprattutto, 15 gol incassati: la media di uno e oltre a partita. Non sono cifre da Scudetto. Malgrado l'evidenza, Carlone l'ostinato bofonchia che siamo pari punti a un anno fa. Si dà il caso che il ritardo sia doppio: da -4 a -8. Oggi, davanti a tutti c'è una macchina da guerra, che per la seconda volta in tre giornate converte un turno sfavorevole in opportunità di svolta: e allunga. Tredici vittorie sono abnormi, e l'epilogo di Fiorentina-Juventus 1-2 va analizzato con lucidità. Non è la qualità individuale o collettiva a scavare lo iato fra noi e la capolista; così come non sono 8 lunghezze di divario a spaventare, con 24 turni e altri 72 punti in palio. Gli episodi favorevoli incidono, è vero: una zolla che sposta sul palo un pallone calciato (da Toni) in mezzo ai legni della porta vuota ha addirittura un che di diabolico. E non leggo e non ascolto ironie sulle basse virtù che ci furono attribuite (a furor di popolo e di media) la primavera scorsa per aver realizzato gol (onesti e regolari) nei minuti di recupero di alcune gare. Il loro è "cinismo". Il nostro era "culo". Coerente. Ma la voglia di andare sull'ultimo pallone vagante a bordo campo con la ferma intenzione e la piena consapevolezza di poterlo convertire in gol, è una virtù altissima che, se non è innata (Inzaghi) deve essere trasmessa con l'esercizio quotidiano. Impresa di cui sono capaci, non dico i grandi uomini, ma per certo i grandi trainer (di qualsiasi disciplina sportiva). Chapeau a Capello! Non lo conoscessimo bene. Così come conosciamo bene Ancelotti. La prestazione svagata di Verona era scritta, perché viene prima di un turno fatale di Coppa e in campo gli undici saranno i medesimi. Per vincere bisogna essere sempre al 100%, ma se giochi sia la domenica che il mercoledì questo non è possibile. Teorema di Dario Simic (o del turnover). Uno dei tanti che giocano, viceversa, solo quando il suo allenatore non può farne a meno.
30 novembre, 2005
29 novembre, 2005
MILAN 3 - BRESCIA 1
(26 PT) Rui Costa, (40 PT) Gilardino, (2 ST) Alberti, (24 ST) Vieri.
Abbiamo giocato con Kalac, Marzoratti, Simic, Costacurta (Stam dal 32 ST), Kaladze, Gattuso (Pirlo dall'1 ST), Vogel, Jankulovski, Rui Costa, Gilardino (Ardemagni dal 19 ST), Vieri.
Millequattrocentosettantatre spettatori paganti sono la platea dello Stadio Delle Alpi in una domenica torinese come tante di Serie A e sono, al contempo, i malati del Diavolo che - a gradi centigradi zero - assistono agli ottavi di finale della competizione più insulsa del calcio italiano. Qui si assegna lo Scudetto Rotondo, quello che portano sul petto con malcelato orgoglio, a giudicare dai recenti caroselli automobilistici (con conseguente impennata delle polveri sottili a Milano), squadroni del calibro dell'Inter di Roberto Mancini: un autentico specialista del genere. Dai microfoni Rai, il vecchio cuore neroblu Marco Civoli specifica che il Milan è tuttora imbattuto: ineccepibile, dacché si disputa la gara d'esordio. In cabina, siede al suo fianco il garrulo Mazzola: passa la poesia solo a pronunciare i nomi... E tuttavia, esistesse una politica assennata dei vivai, sarebbe questa la competizione ideale per esibire giovani talenti, che non hanno prospettive di apparire in campionato (figurarsi in Champions) nell'era delle rose allargate a 25 e più elementi. Accade, viceversa, che in Coppa Italia debbano ritrovare fiato e dignità gli esiliati della domenica e del mercoledì: parliamo di Dario Simic che, nel breve lasso di sei giorni, precipita dal firmamento turco agli stallatici brèhä senza passare per Milan-Lecce; parliamo di Johann Vogel, di cui avevamo apprezzato una crescita beneaugurante a inizio stagione e che è successivamente svanito alla vista del pubblico per oltre un mese; parliamo di Christian Vieri - il vero colpo basso del nostro mercato estivo - sottratto alla concorrenza con i danari buoni per portare a casa un Luca Toni o due Vincenzo Iaquinta... ma passi: sarebbe sufficiente che la mettesse un paio di volte nel derby per ricordarlo con simpatia negli anni a venire, come già Paolo Rossi; parliamo anche di Marek Jankulovski, che qualcuno aveva sbandierato per jolly di fascia e variante naturale, tanto a destra che a sinistra, poi oscurato per manifesta inadeguatezza dopo due-uscite-due sui campetti di ferragosto (e congratulazioni agli osservatori); ma parliamo anche di Gattuso, Rui Costa e Gilardino, che vengono gravati di 45 più 90 più 65 minuti inservibili, alla vigilia di una settimana che darà significato e direzione (in un senso o nell'altro) ai sei mesi successivi. Ricadiamo nel dominio della ordinaria follia nella gestione del gruppo secondo Carlone Ancelotti. Con tutto ciò, Lino Marzoratti vede il campo per due tempi interi e parla con apprezzabile misura nel post partita, evitando i superlativi (ha ben capito l'antifona); mentre il bravo Matteo Ardemagni deve accontentarsi di 25 minuti per il classico gettone di presenza; segnalo, a disposizione in panchina, anche Luca Antonelli: erede del mitico Dustin. La cronaca vale poco: il portoghese indovina un destro a volo nel sette, e sarebbe già materia sufficiente per tornare a casa. Poi raddoppia il Gila con prezioso colpo di testa direttamente dal corner (assist di Rui Costa, per le statistiche). Quindi subiamo gol su calcio piazzato, giusto per confermare certi limiti strutturali (provassimo a marcare a uomo, solo per curiosità? dice Dario Simic, faciliterebbe il compito di chi gioca assieme per la prima volta... o quasi). Infine mandiamo in gol addirittura Vieri, dopo pregevole tocco a due col portoghese: in sintesi, due assist e un gol. In Coppa Italia, sembrano fenomeni anche quei due.
Abbiamo giocato con Kalac, Marzoratti, Simic, Costacurta (Stam dal 32 ST), Kaladze, Gattuso (Pirlo dall'1 ST), Vogel, Jankulovski, Rui Costa, Gilardino (Ardemagni dal 19 ST), Vieri.
Millequattrocentosettantatre spettatori paganti sono la platea dello Stadio Delle Alpi in una domenica torinese come tante di Serie A e sono, al contempo, i malati del Diavolo che - a gradi centigradi zero - assistono agli ottavi di finale della competizione più insulsa del calcio italiano. Qui si assegna lo Scudetto Rotondo, quello che portano sul petto con malcelato orgoglio, a giudicare dai recenti caroselli automobilistici (con conseguente impennata delle polveri sottili a Milano), squadroni del calibro dell'Inter di Roberto Mancini: un autentico specialista del genere. Dai microfoni Rai, il vecchio cuore neroblu Marco Civoli specifica che il Milan è tuttora imbattuto: ineccepibile, dacché si disputa la gara d'esordio. In cabina, siede al suo fianco il garrulo Mazzola: passa la poesia solo a pronunciare i nomi... E tuttavia, esistesse una politica assennata dei vivai, sarebbe questa la competizione ideale per esibire giovani talenti, che non hanno prospettive di apparire in campionato (figurarsi in Champions) nell'era delle rose allargate a 25 e più elementi. Accade, viceversa, che in Coppa Italia debbano ritrovare fiato e dignità gli esiliati della domenica e del mercoledì: parliamo di Dario Simic che, nel breve lasso di sei giorni, precipita dal firmamento turco agli stallatici brèhä senza passare per Milan-Lecce; parliamo di Johann Vogel, di cui avevamo apprezzato una crescita beneaugurante a inizio stagione e che è successivamente svanito alla vista del pubblico per oltre un mese; parliamo di Christian Vieri - il vero colpo basso del nostro mercato estivo - sottratto alla concorrenza con i danari buoni per portare a casa un Luca Toni o due Vincenzo Iaquinta... ma passi: sarebbe sufficiente che la mettesse un paio di volte nel derby per ricordarlo con simpatia negli anni a venire, come già Paolo Rossi; parliamo anche di Marek Jankulovski, che qualcuno aveva sbandierato per jolly di fascia e variante naturale, tanto a destra che a sinistra, poi oscurato per manifesta inadeguatezza dopo due-uscite-due sui campetti di ferragosto (e congratulazioni agli osservatori); ma parliamo anche di Gattuso, Rui Costa e Gilardino, che vengono gravati di 45 più 90 più 65 minuti inservibili, alla vigilia di una settimana che darà significato e direzione (in un senso o nell'altro) ai sei mesi successivi. Ricadiamo nel dominio della ordinaria follia nella gestione del gruppo secondo Carlone Ancelotti. Con tutto ciò, Lino Marzoratti vede il campo per due tempi interi e parla con apprezzabile misura nel post partita, evitando i superlativi (ha ben capito l'antifona); mentre il bravo Matteo Ardemagni deve accontentarsi di 25 minuti per il classico gettone di presenza; segnalo, a disposizione in panchina, anche Luca Antonelli: erede del mitico Dustin. La cronaca vale poco: il portoghese indovina un destro a volo nel sette, e sarebbe già materia sufficiente per tornare a casa. Poi raddoppia il Gila con prezioso colpo di testa direttamente dal corner (assist di Rui Costa, per le statistiche). Quindi subiamo gol su calcio piazzato, giusto per confermare certi limiti strutturali (provassimo a marcare a uomo, solo per curiosità? dice Dario Simic, faciliterebbe il compito di chi gioca assieme per la prima volta... o quasi). Infine mandiamo in gol addirittura Vieri, dopo pregevole tocco a due col portoghese: in sintesi, due assist e un gol. In Coppa Italia, sembrano fenomeni anche quei due.
26 novembre, 2005
MILAN 2 - LECCE 1
(4 PT) Pirlo, (22 ST) Konan, (49 ST) Inzaghi.
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Maldini, Serginho (Costacurta dal 18 ST), Gattuso (Jankulovski dal 35 ST), Pirlo, Seedorf, Rui Costa, Shevchenko, Giardino (Inzaghi dal 28 ST).
Il tema tattico: Lazzaro, alzati e cammina... 72 ore dopo, siamo di nuovo in campo con i dieci undicesimi della trasferta di Istanbul. Unico escluso di fatto è Dario Simic: autentica "rivelazione" (Carlone dixit) del Sokru Saracoglu. L'azzardo è forte. Attendersi più di un'ora di autonomia, fisica e nervosa, dopo i 90 minuti dentro/fuori di Champions è, alternativamente, visionario o miope. A ciò si aggiunga che il terreno è duro per l'abbondante nevicata mattutina, sulle corsie laterali addirittura si pattina. L'esito scontato è che i locomotori esterni viaggiano a scartamento ridotto. La buona sorte è sbloccare subito su calcio da fermo. Il ritmo inziale è frenetico. Il Lecce riparte a testa alta, ma sale male sul fuorigioco e per tre volte il Gila grazia Sicignano vis-à-vis. Conto, in totale, almeno nove situazioni d'attacco buone per chiudere i giochi ma, come in Turchia nel primo tempo, le falliamo in mirabile sequenza. Il divario minimo lascia, tutto sommato, sereni per la pochezza della linea offensiva di Baldini: davanti ne schiera tre, ma il mandato è aggredire i nostri portatori di palla prima che la nostra area. Il secondo tempo inizia su ritmi ancora accettabili, sebbene con un accenno di flessione anche nei centrali. Gli attaccanti hanno ora mai le polveri brinate. Quando al quarto d'ora Cassetti sfonda il quadricipite di Sergio con una ginocchiata (tutto regolare per Tombolini), Ancelotti calca la mano e manda dentro Billy: seconda bocciatura per Simic. La dura lezione della sorte, a metà tempo, è il prevedibile punto del pari: triste quanto puntuale la ricorrenza di un-tiro-un-gol. I nostri ora sono davvero sulle gambe e non resta che la forza della disperazione per non perdere il treno tricolore. Il capitano è costretto a ringiovanire di dieci anni e sobbarcarsi la spinta sulla fascia, improbabile attenderselo dal Professore. Ma il santo delle cause perse si chiama Pippo, e l'ineffabile Carlone lo butta nella mischia a un quarto dalla fine. Mezzora a sbuffare e scalpitare a bordo campo, con la prospettiva di rivestire la tuta e guardare entrare Vieri: stile Istanbul. Invece qua occorre il miracolo, e chi mai più del 9 Rossonero? Entra come un puledro imbizzarrito e al primo contrasto in area va giù con Diamoutene: si gioca. Se il Lecce avesse classe e gambe potrebbe solcare la trequarti aperta e prendersi il bottino pieno: ci prova solo Ledesma al 44' e spolvera la traversa. Replica Janku un minuto dopo, prima della catarsi e la salvazione in pieno recupero. In Rino veritas: il Lazzaro di Reggiolo ringrazi il Santo di Piacenza.
Gli episodi chiave: tre punti oltre i confini della realtà. Appena tre giri di lancette e Tombolini consegna a Pirlo un pallone sulla mattonella giusta: il replay non chiarisce se Stovini vada in anticipo su Rui con la mano o il ginocchio. Dalla mia posizione non sorge neppure il dubbio (fallo). Certo è che il fischietto osserva il contrasto di fronte e non da tergo (come la telecamera), pertanto o è guercio o è punizione. Protesta il difensore e fantasticheranno i moviolisti. Nel frattempo, il nostro Juninho bresciano picchia a tres dedos sulla valvola e indovina un'altra traiettoria da cartoon: prima sale tesa e centrale, poi scende improvvisamente a destra. Filo del palo e gol, come contro De Santis. Vengano a raccontarci che ANCHE Sicignano ha piazzato male la barriera... giornalismo da dilettanti allo sbaraglio. Inizia lo show del tiro fuori. Quando il Gila mette a sedere il portiere in dribbling, il gioco sembra fatto ma, invece di mirare fra i pali, gioca un diagonale fuori bersaglio: a me sa di assist più che di gol mancato, per come chiude il movimento verso centro area con l'interno del piede. Sarebbe lecito attendersi più egoismo dal nostro capocannoniere. La puntuale lezione al consumismo in zona gol arriva su traversone di Cassetti da destra. Di nuovo fatalità, per Stam che sale mezzo metro sopra Vucinic e schiaccia di testa: carambola sulla zucca dell'attaccante e il pallone scende verso l'area piccola; a veder l'olandese così alto in anticipo, nessuno mai avrebbe supposto quella beffa, tant'è che Maldini lascia passare Konan e il barbaro infila Dida. Chiare le analogie con il gol di Caracciolo. Il paradosso della domenica è che l'estremo leccese compie l'unico intervento decisivo su una demi-volée di Nesta (splendida acrobazia da bomber) solo nel finale: ricordo un Parma-Milan in cui replicò quel prodigio all'infinito. Con sei sostituzioni e due interruzioni per infortunio, i minuti di recupero fanno 5 (con buona pace dei dietrologi). Fossero stati 4, poco male: infatti è al 48' e rotti che parte l'ennesimo lancio di Sandrone dalle retrovie. Va Pippo col coltello fra i denti in duello aereo, girando palla al limite dell'area. Pirlo legge a memoria il suo movimento e gioca di testa verso l'area piccola, dove sa che potrà arrivare solo chi ha fame e rabbia. Gamba e cuore volano oltre l'ostacolo: il ginocchio ferito affonda nel ghiaccio ma la punta del destro arriva oltre l'estensione del muscolo e l'immaginazione di Sicignano... oltre i confini della realtà. Gol da delirio, (secondo) gol da 3 punti, gol da Superpippo!
La tribuna di Steve: supponenza e ottusità in salsa reggiana. Oggi come l'Ottomaggio. Ora e sempre. Il Lecce o la Juve, il turno 13 o la sfida tricolore: non fa alcuna differenza. Sono ancora tutti dentro. Anzi no: è fuori Simic! Torna in campo Stam, e dà subito l'idea di essere tutt'altro che in condizione. Viene da domandarsi se mercoledì notte Ancelotti si fosse fatto burla del croato, pronunciando le testuali parole: "questa volta do ragione al giocatore e contro l'allenatore... la prossima volta dovrò guardare meglio!". Se lo starà chiedendo soprattutto Dario, misteriosamente tenuto ai margini per tre anni malgrado la comprovata affidabilità. Avanti di questo passo, chiederei al Nostro dove abbia guardato, durante gli allenamenti di giovedì e venerdì, per arrivare a escludere (di nuovo) Inzaghi: il Balon d'Or è svuotato: lo si nota da come gira al largo dell'area di rigore, limitandosi al contributo di pura abnegazione in copertura e in ripartenza. Meritava di cedere il suo alloro sulla scena di Istanbul. Non parliamo del Gila, visibilmente annebbiato davanti a Sicignano. Aggiungo: l'ingaggio (discutibile) di Vieri non era stato giustificato con la necessità di calare un ariete sui campi pesanti e di fronte agli avversari minori? Che dire poi del Sindaco, bastonato duro sotto al ginocchio (tre giorni fa si paventava addirittura un menisco) e oggi regolarmente in campo, mentre Vogel fa la muffa in panchina? Chiuderei la lista con Seedorf: ispirato e inesauribile in Champions, non si poteva umanamente attendere il bis contro un Lecce da fondo classifica. Ora qui sta ad intedersi una volta per tutte: il tecnico dica chiaro al mondo che "squadra che vince non si cambia" e metteremo finalmente l'anima in pace. Innanzi tutto la Società, che ogni anno allestisce una rosa di 15-16 potenziali titolari, supponendo che verranno impiegati come tali. In secondo luogo il Popolo Rossonero, che dopo il suicidio di maggio riteneva di doversi attendere più turnover per arrivare alla resa dei conti meno bolliti della scorsa stagione. Infine i diretti interessati, gli esclusi a prescindere - dico Inzaghi, Ambrosini, Simic, Rui Costa e lo stesso Serginho, fino a pochi mesi or sono: solo per citare i calibri grossi - che dovranno fare buon viso a cattiva sorte, quando il tecnico racconta che "va in campo sempre chi sta meglio". La ciliegina sulla torta agra di domenica sera è che Galliani interrompa il suo "sofferto silenzio" per comunicare che abbiamo anticipato NOI il turno - e non l'Inter - per evitare cattivi pensieri... Di nuovo, sentiti ringraziamenti da parte del Milan, caro Presidente di Lega e della Commissione Fifa! Immaginarsi se, anticipando, fossimo scivolati a meno 7... Degno corollario di una serata mesta, quanto lo striscione delle Brigate sistemato al centro della Sud.
Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Maldini, Serginho (Costacurta dal 18 ST), Gattuso (Jankulovski dal 35 ST), Pirlo, Seedorf, Rui Costa, Shevchenko, Giardino (Inzaghi dal 28 ST).
Il tema tattico: Lazzaro, alzati e cammina... 72 ore dopo, siamo di nuovo in campo con i dieci undicesimi della trasferta di Istanbul. Unico escluso di fatto è Dario Simic: autentica "rivelazione" (Carlone dixit) del Sokru Saracoglu. L'azzardo è forte. Attendersi più di un'ora di autonomia, fisica e nervosa, dopo i 90 minuti dentro/fuori di Champions è, alternativamente, visionario o miope. A ciò si aggiunga che il terreno è duro per l'abbondante nevicata mattutina, sulle corsie laterali addirittura si pattina. L'esito scontato è che i locomotori esterni viaggiano a scartamento ridotto. La buona sorte è sbloccare subito su calcio da fermo. Il ritmo inziale è frenetico. Il Lecce riparte a testa alta, ma sale male sul fuorigioco e per tre volte il Gila grazia Sicignano vis-à-vis. Conto, in totale, almeno nove situazioni d'attacco buone per chiudere i giochi ma, come in Turchia nel primo tempo, le falliamo in mirabile sequenza. Il divario minimo lascia, tutto sommato, sereni per la pochezza della linea offensiva di Baldini: davanti ne schiera tre, ma il mandato è aggredire i nostri portatori di palla prima che la nostra area. Il secondo tempo inizia su ritmi ancora accettabili, sebbene con un accenno di flessione anche nei centrali. Gli attaccanti hanno ora mai le polveri brinate. Quando al quarto d'ora Cassetti sfonda il quadricipite di Sergio con una ginocchiata (tutto regolare per Tombolini), Ancelotti calca la mano e manda dentro Billy: seconda bocciatura per Simic. La dura lezione della sorte, a metà tempo, è il prevedibile punto del pari: triste quanto puntuale la ricorrenza di un-tiro-un-gol. I nostri ora sono davvero sulle gambe e non resta che la forza della disperazione per non perdere il treno tricolore. Il capitano è costretto a ringiovanire di dieci anni e sobbarcarsi la spinta sulla fascia, improbabile attenderselo dal Professore. Ma il santo delle cause perse si chiama Pippo, e l'ineffabile Carlone lo butta nella mischia a un quarto dalla fine. Mezzora a sbuffare e scalpitare a bordo campo, con la prospettiva di rivestire la tuta e guardare entrare Vieri: stile Istanbul. Invece qua occorre il miracolo, e chi mai più del 9 Rossonero? Entra come un puledro imbizzarrito e al primo contrasto in area va giù con Diamoutene: si gioca. Se il Lecce avesse classe e gambe potrebbe solcare la trequarti aperta e prendersi il bottino pieno: ci prova solo Ledesma al 44' e spolvera la traversa. Replica Janku un minuto dopo, prima della catarsi e la salvazione in pieno recupero. In Rino veritas: il Lazzaro di Reggiolo ringrazi il Santo di Piacenza.
Gli episodi chiave: tre punti oltre i confini della realtà. Appena tre giri di lancette e Tombolini consegna a Pirlo un pallone sulla mattonella giusta: il replay non chiarisce se Stovini vada in anticipo su Rui con la mano o il ginocchio. Dalla mia posizione non sorge neppure il dubbio (fallo). Certo è che il fischietto osserva il contrasto di fronte e non da tergo (come la telecamera), pertanto o è guercio o è punizione. Protesta il difensore e fantasticheranno i moviolisti. Nel frattempo, il nostro Juninho bresciano picchia a tres dedos sulla valvola e indovina un'altra traiettoria da cartoon: prima sale tesa e centrale, poi scende improvvisamente a destra. Filo del palo e gol, come contro De Santis. Vengano a raccontarci che ANCHE Sicignano ha piazzato male la barriera... giornalismo da dilettanti allo sbaraglio. Inizia lo show del tiro fuori. Quando il Gila mette a sedere il portiere in dribbling, il gioco sembra fatto ma, invece di mirare fra i pali, gioca un diagonale fuori bersaglio: a me sa di assist più che di gol mancato, per come chiude il movimento verso centro area con l'interno del piede. Sarebbe lecito attendersi più egoismo dal nostro capocannoniere. La puntuale lezione al consumismo in zona gol arriva su traversone di Cassetti da destra. Di nuovo fatalità, per Stam che sale mezzo metro sopra Vucinic e schiaccia di testa: carambola sulla zucca dell'attaccante e il pallone scende verso l'area piccola; a veder l'olandese così alto in anticipo, nessuno mai avrebbe supposto quella beffa, tant'è che Maldini lascia passare Konan e il barbaro infila Dida. Chiare le analogie con il gol di Caracciolo. Il paradosso della domenica è che l'estremo leccese compie l'unico intervento decisivo su una demi-volée di Nesta (splendida acrobazia da bomber) solo nel finale: ricordo un Parma-Milan in cui replicò quel prodigio all'infinito. Con sei sostituzioni e due interruzioni per infortunio, i minuti di recupero fanno 5 (con buona pace dei dietrologi). Fossero stati 4, poco male: infatti è al 48' e rotti che parte l'ennesimo lancio di Sandrone dalle retrovie. Va Pippo col coltello fra i denti in duello aereo, girando palla al limite dell'area. Pirlo legge a memoria il suo movimento e gioca di testa verso l'area piccola, dove sa che potrà arrivare solo chi ha fame e rabbia. Gamba e cuore volano oltre l'ostacolo: il ginocchio ferito affonda nel ghiaccio ma la punta del destro arriva oltre l'estensione del muscolo e l'immaginazione di Sicignano... oltre i confini della realtà. Gol da delirio, (secondo) gol da 3 punti, gol da Superpippo!
La tribuna di Steve: supponenza e ottusità in salsa reggiana. Oggi come l'Ottomaggio. Ora e sempre. Il Lecce o la Juve, il turno 13 o la sfida tricolore: non fa alcuna differenza. Sono ancora tutti dentro. Anzi no: è fuori Simic! Torna in campo Stam, e dà subito l'idea di essere tutt'altro che in condizione. Viene da domandarsi se mercoledì notte Ancelotti si fosse fatto burla del croato, pronunciando le testuali parole: "questa volta do ragione al giocatore e contro l'allenatore... la prossima volta dovrò guardare meglio!". Se lo starà chiedendo soprattutto Dario, misteriosamente tenuto ai margini per tre anni malgrado la comprovata affidabilità. Avanti di questo passo, chiederei al Nostro dove abbia guardato, durante gli allenamenti di giovedì e venerdì, per arrivare a escludere (di nuovo) Inzaghi: il Balon d'Or è svuotato: lo si nota da come gira al largo dell'area di rigore, limitandosi al contributo di pura abnegazione in copertura e in ripartenza. Meritava di cedere il suo alloro sulla scena di Istanbul. Non parliamo del Gila, visibilmente annebbiato davanti a Sicignano. Aggiungo: l'ingaggio (discutibile) di Vieri non era stato giustificato con la necessità di calare un ariete sui campi pesanti e di fronte agli avversari minori? Che dire poi del Sindaco, bastonato duro sotto al ginocchio (tre giorni fa si paventava addirittura un menisco) e oggi regolarmente in campo, mentre Vogel fa la muffa in panchina? Chiuderei la lista con Seedorf: ispirato e inesauribile in Champions, non si poteva umanamente attendere il bis contro un Lecce da fondo classifica. Ora qui sta ad intedersi una volta per tutte: il tecnico dica chiaro al mondo che "squadra che vince non si cambia" e metteremo finalmente l'anima in pace. Innanzi tutto la Società, che ogni anno allestisce una rosa di 15-16 potenziali titolari, supponendo che verranno impiegati come tali. In secondo luogo il Popolo Rossonero, che dopo il suicidio di maggio riteneva di doversi attendere più turnover per arrivare alla resa dei conti meno bolliti della scorsa stagione. Infine i diretti interessati, gli esclusi a prescindere - dico Inzaghi, Ambrosini, Simic, Rui Costa e lo stesso Serginho, fino a pochi mesi or sono: solo per citare i calibri grossi - che dovranno fare buon viso a cattiva sorte, quando il tecnico racconta che "va in campo sempre chi sta meglio". La ciliegina sulla torta agra di domenica sera è che Galliani interrompa il suo "sofferto silenzio" per comunicare che abbiamo anticipato NOI il turno - e non l'Inter - per evitare cattivi pensieri... Di nuovo, sentiti ringraziamenti da parte del Milan, caro Presidente di Lega e della Commissione Fifa! Immaginarsi se, anticipando, fossimo scivolati a meno 7... Degno corollario di una serata mesta, quanto lo striscione delle Brigate sistemato al centro della Sud.
23 novembre, 2005
FENERBAHÇE 0 - SHEVA 4
(16 PT) Shevchenko, (6 ST) Shevchenko, (25 ST) Shevchenko, (31 ST) Shevchenko.
Abbiamo giocato con Dida, Simic, Nesta, Maldini, Serginho, Gattuso (Vogel dal 31 ST), Pirlo, Seedorf, Kakà (Rui Costa dal 19 PT), Gilardino (Vieri dal 30 ST), Shevchenko.
Il tema tattico: notte da Diavolo nell'inferno turco. Sotto una pioggia battente di fischi e acqua gelida, iniziamo contratti a protezione dell'area. Primo non prenderle, infatti le linee di centro e difesa sono ammassate una sull'altra, a troppi metri dalla linea d'attacco. Ci scopriamo spesso sul centrosinistra, dove Seedorf cerca le misure del campo. Carlone ha schierato - neanche a dirlo - il suo Undici dei Sogni: unica novità Dario Simic, per l'assenza concomitante di Stam e Cafu. Sarà lui la rivelazione della serata, straodinario per affidabilità e carisma. Perdiamo subito Kakà per una contusione all'anca, e forse non è un disastro: il Bambino ha bisogno di rifiatare, dentro Rui Costa. I turchi hanno assenze pesanti: Marco Aurelio e Fabio Luciano squalificati, fuori anche la stella Alex. C'è poca qualità e si nota dal folto centrocampo a cinque, che costruisce macchinosamente, isola un abulico Anelka e perde troppi palloni. Ne recupererà un numero incalcolabile Pirlo. Ma intercetta la prima lo Zionero, che manda in porta il Balon d'Or. I padroni di casa accusano il colpo e sbandano paurosamente dietro. Abbiamo una decina di situazioni d'attacco dopo il vantaggio, ma poca lucidità negli ultimi metri: clamorosa la zappata del portoghese su un appoggio geniale ancora di Seedorf, all'altezza del dischetto. Il rischio è quello di tenere in gioco i gialloblu e di fatto arriverà il prevedibile forcing prima del the. Ma il movimento longitudinale del biellese (su tutto il fronte d'attacco) combinato al movimento latitudinale dell'ucraino (a destra, a sinistra, al centro) garantisce le due dimensioni alla nostra manovra d'attacco. La verità è che la squadra gira in armonia quando il trio di centrocampo esprime il top del repertorio. Pirlo è inesauribile in copertura, Il Sindaco va in aggressione su ogni filo d'erba e lo Zio d'Olanda è ispirato dagli dei: giostra a piacimento sul terreno pesante col suo baricentro basso, piede perno e rotazione, fulmineo sul breve, esce dalla marcatura e con aperture verticali illumina la notte turca: manuale di calcio universale! Davanti a Dida, la coppia d'assi non fallisce un colpo: la giornata non può essere sempre viola... Prudente Sergio nel primo tempo, nella ripresa trova la corsia aperta per galoppare come più gli garba e lasciare il segno. Rui Costa aggiunge geometria, a prescindere dalle amnesie che a caldo restano indisponenti. Il crollo psicologico del Fenerbahçe, alla fine, sorprende. Ma era la notte del Balon d'Or: in una sola parola, incontenibile.
Gli episodi chiave: sette volte "7". Quando al quarto d'ora Kakà stringe i denti e tira il muscolo, temiamo un baro segno del destino. Al contrario, la notte delle favole sta per cominciare, con Seedorf che cattura un pallone a metacampo, alza la testa e lancia una stella filante oltre la mediana: progressione imperiosa di Sheva e colpo letale fra le gambe di Volkan. La nostra manovra più bella è una doppia triangolazione disegnata dal Gila con Simic: anticipo di testa e legno esterno del bomber, sempre più intenso per dedizione e concretezza. A seguire, l'unica conclusione pericolosa degli upmini di Daum: il sinistro teso di Yozgatli solca tutta l'area ma si spegne a lato. Nei cinque minuti finali (più due di recupero) i gialloblu spostano avanti il baricentro, cercando ossessivamente il cross: sono preziose due prese di Nelson, per dare tranquillità al reparto e stemperare i bollenti spiriti. Il capitano si distingue sulle respinte aeree, ma la chiave di volta è un recupero in tackle sulla trequarti offensiva, che stronca una ripartenza mortifera dei padroni di casa. Non basta: incursione finale di Tuncay, che salta tre dei nostri come birilli e penetra a fondo area, parte l'appoggio al centro e ancora Paolino in scivolata sventa in corner. Come in uno spot: mica male per uno che doveva smettere a settembre... e sono 150 presenze di Coppa. Nel secondo tempo andiamo subito in gol con una splendida verticalizzazione di Pirlo per Seedorf, il Gila rifinisce al limite dell'area per Sheva: dribbling secco sull'uomo con l'interno destro e shoot furibondo da fermo con il sinistro, una fiondata nell'angolo basso. Balon d'Or! I calcioni subiti al tallone dolente (due) nel primo tempo, ora non fanno più male. Sulla
risposta di Onder dalla distanza, Didone la toglie dal sette. Sheva vola via da ogni lato: per tre volte è solo davanti a Volkan, che fa miracoli. Al quarto tentativo, parte Sergio sulla sinistra, la mette a giro rasoterra e il piattone di destro è un gioco da ragazzi. Tutto lo stadio è in piedi! Entra Vieri e gioca subito l'assist per il quarto. In totale potevano essere sette le gemme del 7 Rossonero: peccato specie per l'ultimo pallone di Seedorf, che prova a piazzare il destro invece che appoggiare a Sheva, smarcato per la cinquina. Mi si perdonerà... ma questa è ingordigia da Shevalover :-)
La tribuna di Steve: l'altra Istanbul ai piedi del Balon d'Or. Minuto 69: il pubblico del Sokru Saracoglu spegne nel silenzio la pioggia di fischi che aveva riversato sui nostri al kick-off, si alza in piedi e fa scrosciare solo applausi: Andry Shevchenko ha appena appoggiato in gol il suo terzo pallone dopo tre salvataggi di Volkan, generoso e indomabile. Si chiama standing ovation, e non accade tutte le sere su un campo di calcio. Specie nella massima competizione europea. Nessuno poi avrebbe pensato di attenderselo in uno stadio che, solo una settimana prima, era stato teatro di una rissa indecente nello spareggio Turchia-Svizzera per l'accesso ai Mondiali. Accade al Milan. E accade al Balon d'Or, che qui un anno fa ottenne l'incoronazione con una doppietta alla nazionale di casa. A memoria, dubito sia accaduto ad un'altra squadra italiana. Sono certo che non è MAI accaduto alla squadra con le strisce bianconere: in Italia, in Europa o dovunque nel mondo. Accadde invece ai Rossoneri già nel 1993, ed ero presente al Parken di Copenhagen, quella sera gelida di Champions: 0 a 6, coi danesi in delirio per il Diavolo. Certo, un'autentica disdetta per i catastrofisti dei media! Attendevano la nostra ecatombe nella bolgia della fatal Istanbul, erano pronti ad intonare il de profundis per il Milan di Ancelotti. Accade, viceversa, che i nostri Ragazzi qua scrivano una pagina di storia (un'altra), incantando i rivali e lanciando un avvertimento al Continente del calcio. Quattro reti del Balon d'Or, come solo l'immenso Cigno di Utrecht al Goteborg. Passi decisi nell'Olimpo Rossonero, verso il record "irraggiungibile" di Nordhal. E fanno cinquanta reti in Champions (50!), una meno del primatista merengue Raul. Complessivamente, 54 nelle Coppe: segnò di più solo il leggendario Gerd Muller negli Anni Settanta. Questi sono i numeri del 7 Rossonero: history maker. Lunedì prossimo consegnerà - dicono - il SUO Pallone d'Oro all'extraterrestre del Barca. "Giusto così" ha commentato Sheva,"Ronaldinho fa vincere la sua squadra, diverte la gente e gioca sempre col sorriso sulle labbra". Ma il pallone di Fenerbahçe-Milan se lo è portato a casa e lo terrà per sempre: lo ha autografato la terna arbitrale e consegnato nelle mani del "Balon d'Or" in carica. Anche questo accade solo a pochi eletti: tradizione quanto mai british, come è costume nella patria del football e di certi valori sportivi, incomprensibili nel mondo latino e più che mai nel meschino cortile italiota. "Ringrazio la squadra", ha chiuso Sheva, "ma preferirei segnarne uno per quattro partite consecutive, piuttosto che quattro in una partita sola". E gli altri si tengano pure i loro fenomeni e imperatori.
Abbiamo giocato con Dida, Simic, Nesta, Maldini, Serginho, Gattuso (Vogel dal 31 ST), Pirlo, Seedorf, Kakà (Rui Costa dal 19 PT), Gilardino (Vieri dal 30 ST), Shevchenko.
Il tema tattico: notte da Diavolo nell'inferno turco. Sotto una pioggia battente di fischi e acqua gelida, iniziamo contratti a protezione dell'area. Primo non prenderle, infatti le linee di centro e difesa sono ammassate una sull'altra, a troppi metri dalla linea d'attacco. Ci scopriamo spesso sul centrosinistra, dove Seedorf cerca le misure del campo. Carlone ha schierato - neanche a dirlo - il suo Undici dei Sogni: unica novità Dario Simic, per l'assenza concomitante di Stam e Cafu. Sarà lui la rivelazione della serata, straodinario per affidabilità e carisma. Perdiamo subito Kakà per una contusione all'anca, e forse non è un disastro: il Bambino ha bisogno di rifiatare, dentro Rui Costa. I turchi hanno assenze pesanti: Marco Aurelio e Fabio Luciano squalificati, fuori anche la stella Alex. C'è poca qualità e si nota dal folto centrocampo a cinque, che costruisce macchinosamente, isola un abulico Anelka e perde troppi palloni. Ne recupererà un numero incalcolabile Pirlo. Ma intercetta la prima lo Zionero, che manda in porta il Balon d'Or. I padroni di casa accusano il colpo e sbandano paurosamente dietro. Abbiamo una decina di situazioni d'attacco dopo il vantaggio, ma poca lucidità negli ultimi metri: clamorosa la zappata del portoghese su un appoggio geniale ancora di Seedorf, all'altezza del dischetto. Il rischio è quello di tenere in gioco i gialloblu e di fatto arriverà il prevedibile forcing prima del the. Ma il movimento longitudinale del biellese (su tutto il fronte d'attacco) combinato al movimento latitudinale dell'ucraino (a destra, a sinistra, al centro) garantisce le due dimensioni alla nostra manovra d'attacco. La verità è che la squadra gira in armonia quando il trio di centrocampo esprime il top del repertorio. Pirlo è inesauribile in copertura, Il Sindaco va in aggressione su ogni filo d'erba e lo Zio d'Olanda è ispirato dagli dei: giostra a piacimento sul terreno pesante col suo baricentro basso, piede perno e rotazione, fulmineo sul breve, esce dalla marcatura e con aperture verticali illumina la notte turca: manuale di calcio universale! Davanti a Dida, la coppia d'assi non fallisce un colpo: la giornata non può essere sempre viola... Prudente Sergio nel primo tempo, nella ripresa trova la corsia aperta per galoppare come più gli garba e lasciare il segno. Rui Costa aggiunge geometria, a prescindere dalle amnesie che a caldo restano indisponenti. Il crollo psicologico del Fenerbahçe, alla fine, sorprende. Ma era la notte del Balon d'Or: in una sola parola, incontenibile.
Gli episodi chiave: sette volte "7". Quando al quarto d'ora Kakà stringe i denti e tira il muscolo, temiamo un baro segno del destino. Al contrario, la notte delle favole sta per cominciare, con Seedorf che cattura un pallone a metacampo, alza la testa e lancia una stella filante oltre la mediana: progressione imperiosa di Sheva e colpo letale fra le gambe di Volkan. La nostra manovra più bella è una doppia triangolazione disegnata dal Gila con Simic: anticipo di testa e legno esterno del bomber, sempre più intenso per dedizione e concretezza. A seguire, l'unica conclusione pericolosa degli upmini di Daum: il sinistro teso di Yozgatli solca tutta l'area ma si spegne a lato. Nei cinque minuti finali (più due di recupero) i gialloblu spostano avanti il baricentro, cercando ossessivamente il cross: sono preziose due prese di Nelson, per dare tranquillità al reparto e stemperare i bollenti spiriti. Il capitano si distingue sulle respinte aeree, ma la chiave di volta è un recupero in tackle sulla trequarti offensiva, che stronca una ripartenza mortifera dei padroni di casa. Non basta: incursione finale di Tuncay, che salta tre dei nostri come birilli e penetra a fondo area, parte l'appoggio al centro e ancora Paolino in scivolata sventa in corner. Come in uno spot: mica male per uno che doveva smettere a settembre... e sono 150 presenze di Coppa. Nel secondo tempo andiamo subito in gol con una splendida verticalizzazione di Pirlo per Seedorf, il Gila rifinisce al limite dell'area per Sheva: dribbling secco sull'uomo con l'interno destro e shoot furibondo da fermo con il sinistro, una fiondata nell'angolo basso. Balon d'Or! I calcioni subiti al tallone dolente (due) nel primo tempo, ora non fanno più male. Sulla
risposta di Onder dalla distanza, Didone la toglie dal sette. Sheva vola via da ogni lato: per tre volte è solo davanti a Volkan, che fa miracoli. Al quarto tentativo, parte Sergio sulla sinistra, la mette a giro rasoterra e il piattone di destro è un gioco da ragazzi. Tutto lo stadio è in piedi! Entra Vieri e gioca subito l'assist per il quarto. In totale potevano essere sette le gemme del 7 Rossonero: peccato specie per l'ultimo pallone di Seedorf, che prova a piazzare il destro invece che appoggiare a Sheva, smarcato per la cinquina. Mi si perdonerà... ma questa è ingordigia da Shevalover :-)
La tribuna di Steve: l'altra Istanbul ai piedi del Balon d'Or. Minuto 69: il pubblico del Sokru Saracoglu spegne nel silenzio la pioggia di fischi che aveva riversato sui nostri al kick-off, si alza in piedi e fa scrosciare solo applausi: Andry Shevchenko ha appena appoggiato in gol il suo terzo pallone dopo tre salvataggi di Volkan, generoso e indomabile. Si chiama standing ovation, e non accade tutte le sere su un campo di calcio. Specie nella massima competizione europea. Nessuno poi avrebbe pensato di attenderselo in uno stadio che, solo una settimana prima, era stato teatro di una rissa indecente nello spareggio Turchia-Svizzera per l'accesso ai Mondiali. Accade al Milan. E accade al Balon d'Or, che qui un anno fa ottenne l'incoronazione con una doppietta alla nazionale di casa. A memoria, dubito sia accaduto ad un'altra squadra italiana. Sono certo che non è MAI accaduto alla squadra con le strisce bianconere: in Italia, in Europa o dovunque nel mondo. Accadde invece ai Rossoneri già nel 1993, ed ero presente al Parken di Copenhagen, quella sera gelida di Champions: 0 a 6, coi danesi in delirio per il Diavolo. Certo, un'autentica disdetta per i catastrofisti dei media! Attendevano la nostra ecatombe nella bolgia della fatal Istanbul, erano pronti ad intonare il de profundis per il Milan di Ancelotti. Accade, viceversa, che i nostri Ragazzi qua scrivano una pagina di storia (un'altra), incantando i rivali e lanciando un avvertimento al Continente del calcio. Quattro reti del Balon d'Or, come solo l'immenso Cigno di Utrecht al Goteborg. Passi decisi nell'Olimpo Rossonero, verso il record "irraggiungibile" di Nordhal. E fanno cinquanta reti in Champions (50!), una meno del primatista merengue Raul. Complessivamente, 54 nelle Coppe: segnò di più solo il leggendario Gerd Muller negli Anni Settanta. Questi sono i numeri del 7 Rossonero: history maker. Lunedì prossimo consegnerà - dicono - il SUO Pallone d'Oro all'extraterrestre del Barca. "Giusto così" ha commentato Sheva,"Ronaldinho fa vincere la sua squadra, diverte la gente e gioca sempre col sorriso sulle labbra". Ma il pallone di Fenerbahçe-Milan se lo è portato a casa e lo terrà per sempre: lo ha autografato la terna arbitrale e consegnato nelle mani del "Balon d'Or" in carica. Anche questo accade solo a pochi eletti: tradizione quanto mai british, come è costume nella patria del football e di certi valori sportivi, incomprensibili nel mondo latino e più che mai nel meschino cortile italiota. "Ringrazio la squadra", ha chiuso Sheva, "ma preferirei segnarne uno per quattro partite consecutive, piuttosto che quattro in una partita sola". E gli altri si tengano pure i loro fenomeni e imperatori.
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