07 marzo, 2008

HAPPY HOUR

La vita è adesso, soprattutto nello sport professionistico. Per questo nessun ciclo del Milan si è interrotto a San Siro contro l'Arsenal, al di là della lezione di calcio data per 180 minuti da Wenger: perché, bisogna ricordarlo, la stessa rosa dei Gunners allenata non da un passante ma, mettiamo, da Trapattoni, anche contro un Milan logoro avrebbe faticato ad uscire dalla metà campo. Tolti Fabregas e Van Persie (che era in panchina, in ogni caso), una squadra di giocatori medi ma nel fiore degli anni e bene allenati potrebbe far trarre l'affrettata conclusione che questo Milan sia da pensionare. Ma dove? Anche senza la scontata citazione delle recenti vittorie, a livello di primi undici per una squadra che deve vincere nel presente, tolto Maldini l'età è quella giusta. I due uomini da vetrina, Kakà e Pirlo, hanno 26 e 29 anni, la difesa con Zambrotta (che comunque ha la stessa età di Jankulovski) al posto di Maldini sarebbe tutta di gente intorno alla trentina, Seedorf (che anche zoppo è il giocatore decisivo di Ancelotti nelle partite senza domani: non a caso mancava) si può sempre gestire, Pato può solo crescere, tutti gli altri sono tranquillamente sostituibili con giocatori sul mercato. Drogba fa titolo, ma con meno di 20 milioni l'attaccante ideale, per fisico e tecnica, per aprire il campo a Kakà e Pato esiste già e si chiama Amauri. Non a caso è già stato cercato, al di là della sua nazionalità calcistica ancora da definire (scegliesse l'Italia guadagnerebbe punti Milan).

Tutto il resto è contorno, ricordando l'ovvio: negli ultimi anni Galliani ha sistematicamente sbagliato nella scelta delle seconde linee, un po' per bronzettismo (Emerson ha dato qualche segno di vita nell'ultimo mese, ma rapportato all'ingaggio è impresentabile), un po' per errori puri e moltissimo per non rovinare equilibri societari e di spogliatoio. Bonera perché ha lo stesso procuratore di Pirlo, Ba perché porta bene, Cafu perché è simpatico, Digao per ammorbidire suo fratello, Favalli perché piace a Fini, Simic perché non si è autoridotto l'ingaggio e non si è riusciti a cederlo, Serginho perché non ha pretese se non quella di essere pagato, Brocchi perché ha tanti affari a Milano, e così via: a parte Gourcuff e pochi altri il Milan Due è più una squadra di amici, di gestori di locali e di pubbliche relazioni che un'alternativa in grado di dare respiro in campionato al Milan Uno. Non è di per sé una cosa negativa, la panchina da happy hour: le gestione di giocatori di pari livello è spesso impossibile e prima di fare l'allenatore Ancelotti qualche anno sul campo l'ha passato. Insomma, con un attaccante di valore, qualche rincalzo sano di livello Empoli o Cagliari ed una scelta chiara del portiere, questa squadra rimarrebbe da Champions League anche con Lippi, facendo in campionato meglio del probabile quarto posto di quest'anno. Gli scenaristi sono già scesi in campo, ma fra un titolone e l'altro scommettiamo sul fatto che non ci sarà alcuna rivoluzione: i giornalisti di area servono a far sognare il tifoso con Ronaldinho e Gerrard, ma uno dei segreti dei 22 anni berlusconiani è stato sempre quello di cambiare poco da un anno all'altro. L'unica volta in cui si è derogato da questa regola, nell'estate 1997 (quella di Kluivert, Ziege, Bogarde, Ba, Leonardo e del ritorno di Capello), mezza squadra giocò contro allenatore e società.

di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva.

06 marzo, 2008

PAROLA DI SILVIO (segue)

Berlusconi vuole Sheva: La soluzione migliore.

Presidente, sarà un boccone duro da mandar giù.
«Sono stato tutta la sera al telefono, ho dovuto consolare molte persone...».

Che cosa è mancato in particolare al Milan in questa sfida con l'Arsenal?
«Più di ogni altra cosa si è notata l'assenza di Ronaldo».

Non rischia di diventare un alibi?

«No, perché in avanti ci manca un pilastro. Avevamo progettato e impostato la squadra con una punta come Inzaghi o Pato assieme a un giocatore prestante come Ronaldo. E ora tutto questo non è possibile».

Non lo sarà ancora per un bel po'...
«Io sarò un romantico, ma credo ancora in un suo ritorno a pieno regime».

Adebayor...
«Sì, è davvero bravo, ma io quando penso a un attaccante ho sempre un'altra figura di riferimento».

È per caso Drogba? Pare sia il nome in cima alla vostra lista.

«Veramente intendevo Shevchenko. Ci penso continuamente, e lo sento con regolarità. Non credo che Abramovich abbia problemi a liberarlo. I tifosi capirebbero il suo ritorno. Per noi sarebbe la soluzione migliore».

La piazza però pare un po' scettica su un ritorno di Andriy.
I tifosi capirebbero che sarebbe la scelta più indicata. Lui è un giocatore prestante, per noi potrebbe rappresentare la soluzione migliore.

Davvero le considerazioni sull'attacco si esauriscono qui?
«No di certo. Bisogna tenere in considerazione Borriello, che adesso è il capocannoniere del campionato e tornerà alla base, e poi ci sarà anche Paloschi».

Situazione negli altri reparti?
«In difesa siamo messi abbastanza bene, mentre per il centrocampo credo molto in Gourcuff. A mio parere riuscirà a trovare un posto in mediana, e non dimentichiamo che ha un gran bel tiro».

Ora in Champions chi si tifa?
«Senz'altro Inter. Mia mamma è stata segretaria di Moratti e io sono amico di Massimo: gli auguro di vincere la coppa, così festeggeremo tutti insieme. Magari i tifosi del Milan non ne saranno molto contenti, ma io sono un tifoso anomalo...».


da La Gazzetta dello Sport di oggi.

05 marzo, 2008

UN PASSO AVANTI

Cesc e i suoi fratelli, sipario sui campioni.

[LaStampa.it] Venticinque minuti, è il tempo di un cambio generazionale sopra un campo di pallone. Quanto ci mettono i ragazzi dell’Arsenal a prendere le misure e il coraggio, a tirar fuori la furbizia a sconvolgere l’ordine costituito. Non è una rivoluzione violenta e neanche un ’68 sbandierato con la forza e gli slogan di tattiche mai viste. Wenger li piazza bene e poi li lascia fare ed è questione di un centimetro per volta, non di un colpo di stato. Si riparte da una botta sulla traversa: Adebayor all’andata e Fabregas al ritorno. Due ammaccature sopra il potere che crolla a 5’ dalla fine. Sempre loro: Fabregas e Adebayor, vent’anni uno, 24 l’altro e non hanno più voglia né tempo di farsi dare ancora dei bambini. Dall’altra parte possono solo provare a resistere e non perché non sanno che altro fare, ci credono. Mangiare il tempo, spegnere i tiri avversari, sbiadire l’ardore di chi non si sente più un giovane, ma rivale, pronto e competitivo. Hanno una sola via per uscirne e la provano. È esperienza contro consapevolezza ed è lì che diventa difficile e si inceppa il sistema, prima era storia contro voracità e vince sempre la storia: troppo solida per buttarla giù a morsi. Ma ormai Fabregas non è più talento acerbo, Adebayor non è più tutto paura di sbagliare, Flamini non è più il cocco di Wenger e Hleb è geniale quanto Pirlo, ma più veloce di lui e in serata decisamente migliore. Ancelotti si arrende: «Abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità». Il duello ha cambiato prospettiva, all’improvviso sono convinti anche i giovinastri, più maliziosi che spavaldi: non iniziano facendo gli sbruffoni, si insinuano e la vecchia guardia non se lo aspetta. Restano fermi dentro il loro passato: attaccanti sganciati e sollevati da ogni responsabilità perché è così che il Milan ha già vinto, anche l’ultima Champions. Però questa è pure peggio di una finale, è una partita di confine. Segna il limite, il passaggio di consegne. Lo sa bene Berlusconi cosa vuol dire trovarsi davanti la faccia nuova, che sforzi richiede avere a che fare con quello che tutti battezzano fresco, diverso, rapido e infatti prima della partita si piazza nel corridoio che porta al campo e stringe la mano a ogni calciatore con la maglia rossonera. Di solito regala pacche e sorrisi, entusiasmo americano, ma questo giro ci mette più presenza e non dice una parola. Si ferma solo su Kakà e allunga l’altra mano per toccargli la spalla come fosse un’investitura. Dà fiducia al talento e il pallone d’oro gli risponde con un cenno sereno. Non basterà. Il Presidente può solo congratularsi e guardare la Champions sparire dall’orizzonte: «Non ci hanno fatto vedere palla». In campo Kakà è costretto ad arretrare, non è una partita da giocare sulla memoria di quanto è stato. Qui non serve quello che ha funzionato prima, perché Flamini sta metri oltre la zona affollata e chiama fuori i suoi ed esce Inzaghi. Qualcosa più di una sostituzione. Il pubblico saluta l’uomo che ha deciso la finale 2007 contro il Liverpool, l’attaccante che ha rapinato aeree e scardinato partite, se ne va la possibilità di ripetersi. Anche Gattuso non funziona, non è una partita fisica, viene saltato e non solo fisicamente. Superato da una corrente, da un altro modo di far girare la palla che non prevede ringhi solo passaggi e freschezza. Lo spiega Wenger: «I miei sono cresciuti, uscivano da una brutta settimana e hanno dimostrato di avere la maturità e la calma per venir fuori nel momento che conta. Quel che mi dà soddisfazione è che la squadra era pronta per questa notte». Al Milan resta Pato, l’unico pezzo di futuro a disposizione. Ha ancora le spalle strette, è il giocatore che capisce meglio cosa fare, ma non ha ancora bene idea di come. Nel primo tempo spreca, nel secondo cresce, ma non gli riesce di farlo abbastanza in fretta. Ancelotti gli parla, di continuo, ci sono momenti in cui si concentra solo su di lui, un corso accelerato: «Come dimostrare di essere campioni». Lui esegue, trova degli spazi, poi viene spazzato via dall’onda. Kakà impreca e non lo aveva mai fatto, il pubblico applaude perché sa cosa ha visto ed è giusto salutare, omaggiare e ringraziare. È finito un mondo, cambiata un’epoca e il campo è di un’altra generazione.

Il Punto, di Roberto Beccantini.

Cesc Fabregas, vent’anni. Emmanuel Adebayor, ventiquattro. La sentenza è nell’età, più che nei nomi e nei gol. La gioventù dell’Arsenal spazza via le rughe e le stampelle del Milan. Giù il cappello. Verdetto limpido. E pochi rimorsi: se non le due punte (più Kakà) schierate da Ancelotti. Visti i triboli patiti a metà campo, perché non uno sherpa in più? Dettagli, comunque. Prima o poi doveva succedere. È successo. Il Milan gioca sulla memoria; l’Arsenal, a memoria. Due grandi squadre: una alla frutta, l’altra al primo. Applausi a entrambe: è così che si fa. Il pressing alto dei «gunners» ha ingoiato le rare sgommate di Kakà. Era lui, la differenza in Europa. Era. Berlusconi dovrà rinfrescare la rosa. I «quaranta» di Paolo Maldini commuovono, ma per far strada in Champions servono altre risorse. Un Pato meno acerbo, per esempio. Non si può sempre e comunque giocare a poker. Il giorno in cui al tavolo si siede un Arsenal - e la spalla di Inzaghi non funziona - finisce che ti spennano. Ho sbagliato pronostico. Ho trascurato i talenti di Wenger. Fabregas ha acceso i suoi, non altrettanto è riuscito a Pirlo. Gran duello, il loro: anche se a distanza. E Flamini, che pugnale nel costato. L’aggressività e la freschezza degli inglesi (per modo di dire) hanno scavato il fosso. Era il migliore dei Milan possibili, avaro, sgonfio, incollato al mestiere e a un’idea. Troppo poco. La baracca l’hanno tenuta su i difensori e Kalac. Oltre alla leziosità endemica degli Adebayor. Cruciale la staffetta fra Eboué e Walcott. Ha disarcionato Maldini. Rifornire Kakà, Inzaghi e Pato non era facile. E vigilare in otto, nemmeno. Al Milan, a «questo» Milan, non possiamo che dire grazie. È arrivato nudo e cotto alla meta, la qual cosa - infortuni a parte - chiama in causa i vertici societari. Da ieri sera, c’è un solo obiettivo: il quarto posto in campionato. Gira e rigira, chi ci rimette è sempre la Juventus.

Ancelotti: Io non me ne vado.

«Adesso dovete prepararvi bene per il campionato, da qui in avanti giocheramo dodici finali». Silvio Berlusconi e Adriano Galliani provano a consolare i giocatori rossoneri, ma all’interno dello spogliatoio del Milan c’è solo delusione. La società ha subito indirizzato il proprio pensiero al quarto posto in serie A perché come dice Berlusconi a Mediaset: «Non arrivare in Champions sarebbe inconcepibile». Kakà chiamerà la sconfitta contro l’Arsenal «un brutto incidente». Ancelotti non si sente in bilico: «Dimettermi? Non credo proprio che le cose andranno così, questa squadra ha vinto tanto e siamo pronti per ricominciare». I tifosi sono convinti che il ciclo sia finito, Ancelotti che ha ricevuto un coro d’incoraggiamento dalla Curva, però non è d’accordo: «Fin quando Berlusconi resterà presidente il ciclo non finirà». Il Cavaliere d’altra parte allontana l’ipotesi Lippi: «Carletto resta». Kakà puntualizza: «A fine stagione alcuni giocatori smetteranno e la società dovrà fare le sue valutazioni». Berlusconi vuole rifare il contratto a Ronaldo e riportare Shevchenko a Milanello, gli ultras, invece, si aspettano investimenti seri e duratori. Saranno mesi caldi per tutti.

Secondo un copione già scritto, il penultimo passo verso l'ecatombe finale di maggio. Ieri sera a San Siro, una lezione solare di calcio: dai tempi del Maestro di Fusignano non vedevo una squadra imporre il proprio gioco attraverso un possesso palla così geometrico e applicato a ritmi tanto ossessivi. Il pervicace di Reggiolo, dal canto suo, ha mandato il nostro povero Diavolo al massacro, schiacciando i due incontristi (sfiancati per mancata rotation, da noi detto turn-over) a ridosso della linea dei difensori e isolando le due punte sessanta metri più avanti: per raggiungerle, cavalcate di sessanta metri a testa bassa di Kakà in versione Gondrand (al secolo, la buonanima di Giancarlone Pasinato) o in alternativa, lanci di sessanta metri di Pirlo in versione pirla (leggasi appoggio sui piedi dell'avversario nell'azione che ha scatenato il gol del vantaggio, idem pochi minuti prima a ridosso dell'area di rigore, episodio miracolosamente oscurato da tutti i cronisti e da tutti gli highlights televisivi...). Come a dire, il calcio degli anni sessanta.

01 marzo, 2008

SHEVA CERCA CASA

Shevchenko agli amici: Io ritorno a Milano.

[Corriere.it] Dice che un giorno scriverà un libro su Mourinho e su quella che è stata la sua amara avventura nel Chelsea. Dice che quando ha incontrato i suoi ex compagni a Londra, che lui stesso è andato a visitare in ritiro prima della gara con l’Arsenal, si è sentito uno di loro. «È come se non fossi mai andato via». Soprattutto ad alcuni amici milanesi, Andriy Shevchenko, 31 anni, l’attaccante fuggito due estati fa alla corte di Roman Abramovich per imparare l’inglese, ha confidato: «Sono pronto a rientrare a Milano». Chissà se alla sua convinzione hanno contribuito le parole di Adriano Galliani con cui si è intrattenuto a tavola dieci sere fa dopo lo 0-0 di coppa dei rossoneri. Un cheek to cheek che non era sfuggito nemmeno ai tabloid che già avevano sottolineato la strana decisione dell’ucraino di salire sull’autobus del Milan all’uscita dell’Emirates Stadium. Il centravanti avrebbe raccontato di aver raggiunto un’intesa di massima con la società rossonera per un accordo triennale. «Chiudo la carriera nella squadra che rappresenta la mia famiglia. Torno a casa». Di certo la moglie Kristen, che ebbe un ruolo rilevante nella scelta di traslocare sulle rive del Tamigi, è d’accordo sul rimpatrio.

Agli amici di Milano Andriy ha aggiunto che è alla ricerca di una nuova sistemazione italiana: dopo aver abbandonato la villa sul lago di Como nella quale risiedeva in affitto, ora Shevchenko vuole una casa adatta per sé, la moglie e i piccoli Jordan e Cristian (è già partita anche la caccia alla scuola materna per i bimbi). Pagato 43,5 milioni di euro nel giugno del 2006, ora la sua quotazione èmiseramente crollata. Problemi fisici alla schiena e il recente ingaggio di Nicolas Anelka hanno contribuito a rendere ancora più sporadica la sua presenza in campo. A Londra si sussurra che il patron dei blues, dopo le reticenze dello scorso anno, sarebbe ora disposto a cedere il suo pupillo con la formula del prestito. Proprio ieri Kaká, nel celebrare il prolungamento del suo matrimonio con il Milan, ha ricordato le parole con cui Sheva lo ha dissuaso dall’accettare la corte del Real Madrid. «Ho visto giocatori andare via, come Andriy, che poi mi hanno sempre consigliato di valutare bene le mie decisioni perché il Milan è diverso. Vive di sentimenti, di affetto». Uno degli ostacoli alla riuscita dell’operazione nostalgia è rappresentata dallo status di extracomunitario. Quindi l’eventuale tesseramento di Sheva impedirebbe l’arrivo di altri big (Drogba), però sarebbe compatibile con il rientro alla base di Marco Borriello, uno che a detta di Ancelotti «può giocare titolare nel Milan». Ne risentiremo parlare.

29 febbraio, 2008

DA ACMILAN.COM A THESTEVE...

28 febbraio, 2008

IL COMMISSIONER PELATO

Contro il campo.

Non sarà mai troppo tardi per parlare di playoff, anche se il discorso sembra sempre fatto contro chi al momento sta vincendo: ma una serie A ridotta almeno a 16 non dovrebbe e non potrebbe farne a meno, come pensa anche il commissioner del futuro (che purtroppo coincide con quello del passato). Non è un mistero che Antonio Matarrese non piaccia più a nessuno, per motivi strettamente finanziari: né alle grandi che l'hanno visto passivo di fronte alla legge Melandri, che peraltro non avrà vita lunga, nè alle piccole stizzite per la gestione della vicenda dei diritti televisivi della B. Prima subordinati ad uno sconto di Platini per la subcessione di quelli europei (figura meschina globale) della Rai, poi dopo la persistente inerzia dell'emittente di Stato offerti a mezzo mondo, da canali porno ad emittenti localissime, senza incassare nemmeno l'offerta di accollo dei costi di produzione (15mila a partita, per una cosa che non sembri il filmino del compleanno). Politicamente l'ex deputato Dc (18 anni di sporadiche visite a Montecitorio) non ha più sponde, la sua ora sta per arrivare ma prima devono andare nella loro casella alcune pedine.

E non occorre essere Kasparov per intuire che la prima è Adriano Galliani, che punta alla presidenza della Lega ma non vuole ritornare, soprattutto nel caso di scissione fra A e B, al doppio incarico che tanto fece discutere (anche gente che l'aveva votato, tipo Moratti e Sensi, e che avrebbe dovuto prendersla con se stessa): il vicepresidente del Milan viene ritenuto adatto dai peones a contrattare con le tivù le migliori condizioni possibili, soprattutto per chiaro e highlights, anche senza arrivare al miliardo di Matarrese. Con Berlusconi presidente del Consiglio su uno sbocco del genere si potrebbe giurare, con conflitto di interessi saltato all'italiana attraverso la gestione del Milan da parte di un manager sportivo di assoluta fiducia. Non Luciano Moggi, sogno di Berlusconi (un po' meno di Galliani), come lo stesso Moggi va dicendo negli ultimi giorni a giornalisti amici, per la banale ragione che c'è una squalifica ancora da scontare: ci sarà tempo e modo per rendersi utile, comunque.

I nomi caldi sono diversi, niente è ancora deciso, ma per evitare di fare la lista della spesa per poi puntare allo «Io l'avevo detto» ne facciamo solo uno, non come dirigente di grande visibilità ma come braccio del Galliani emigrato in via Rosellini: Gino Natali, ben noto agli appassionati basket come dirigente in genere delle società di Giorgio Corbelli. L'ultima in ordine cronologico l'Olimpia Milano, dalla quale Natali è stato allontanato in circostanze poco chiare (nel senso che la mossa di Corbelli potrebbe essere stata solo di facciata) qualche mese fa in seguito non tanto ai risultati scadenti, quanto ad un mercato gestito in maniera fallimentare: un capolavoro il contratto di Danilo Gallinari, non prolungato per tempo ed adesso legato ad una clausola capestro (in sintesi: se a giugno Gallinari vorrà cambiare squadra rimanendo in Europa l'Olimpia continuerà a controllarlo e potrà guadagnarci, se invece come probabile sceglierà la Nba l'Olimpia lo perderà a zero). Natali viene tenuto in caldo per progetti cestistici slegati da Corbelli, ma intanto è stato gradualmente introdotto da Galliani nel mondo Milan, ormai non c'è evento nel quale non lo si incroci (domenica sera gli abbiamo quasi sbattuto addosso a Milan-Palermo), e quella rossonera è una società così organizzata che fare danni è difficile. Curiosità: sua figlia è legata all'indimenticato Ciccio Colonnese, uno dei pupilli di Moggi (davanti ai nostri occhi una volta lo chiamò "papà", senza ironia), che a suo tempo ne consigliò l'ingaggio a Moratti per la serie «noi uomini di calcio». Insomma, Natali o non Natali, saremo sempre vicini a quel mondo, con ovviamente un personaggio di indiscusso prestigio a fare da garante: chi meglio di Paolo Maldini?

Memorabile, ma in positivo, è [l'articolo] di Fiorenza Sarzanini sul Corsera di quasi due anni fa (26 maggio 2006), che avevamo ritagliato, perso e adesso abbiamo ritrovato grazie all'archivio storico online del Corriere. L'argomento era una delle tante telefonate di Leonardo Meani, l'uomo-arbitri di Galliani temporaneamente tornato ai suoi risotti. In questo caso la telefonata era di puro cazzeggio, al guardalinee Puglisi, per commentare i sorteggi arbitrali relativi ai quarti di Champions del 2005. Parlando della designazione di De Bleeckere per la partita della Juve contro il Liverpool i due amici giudicano l'arbitro belga «uomo di Pairetto» nel calcio internazionale e quindi se la prendono con la Juve che, secondo loro, influenzerebbe anche le designazioni a livello europeo. In una successiva telefonata con l'arbitro Morganti, Meani continua a sparare contro la Juve, affermando che «De Bleeckere è praticamente il figlioccio di Pairetto nella Uefa». Non ci ricordiamo particolari scandali, in quel Liverpool-Juve finito 2 a 1 per i Reds, anzi se vogliamo dirla tutta a Del Piero fu annullato un gol per un fuorigioco che non c'era. Questo per la precisione, magari il guardalinee non era "figlioccio" di Pairetto, mentre a livello politico rimaneva il fatto che questa fosse la fama dell'arbitro belga. Protagonista senza fare danni di altre partite con italiane in campo, da Italia-Ucraina quarto del Mondiale 2006 a Milan-Manchester United dell'anno scorso. Fino alla partita di Anfield Road, con in campo la peggior Inter di stagione (a pari merito con quella di Istanbul) e fuori dal campo Materazzi dopo mezzora per un secondo fallo stupido ed un un primo inesistente. Davanti al televisore chissà la reazione di Pairetto davanti alla decisione del vecchio amico... C'è chi, come Adriano Galliani, crede che la soluzione ai mali del calcio italiano siano i fantomatici "arbitri stranieri", infallibili e privi di condizionamenti. Un consiglio: chieda a Meani.

di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva di oggi.

26 febbraio, 2008

«I SOGNI SONO GRATIS»

A Reggio Calabria, un’altra Napoli.

[FcJuventus.com] Come a Napoli. Peggio che a Napoli. La Juventus torna a perdere una gara di campionato a distanza di quattro mesi dal 3-1 del San Paolo e, proprio come allora, sul risultato pesa una direzione arbitrale discutibile, quella del signor Dondarini.

Serie A TIM 2007/08 - 5ª giornata di ritorno, Reggio Calabria, stadio Granillo. Sabato 23 febbraio 2008. REGGINA-JUVENTUS 2-1 (1-0)
Al Granillo, la Reggina si impone 2-1 al termine di una gara in cui succede di tutto. Vantaggio calabrese con Brienza al 36’ del primo tempo e rigore negato a Nedved prima del riposo. Nella ripresa, Sissoko giù in area ma si prosegue. Dopo il pareggio di Del Piero (sinistro da lontano con complicità di Campagnolo), nel forcing finale viene negato un terzo penalty per un netto fallo di mano. E proprio allo scadere il rigore arriva, ma per la Reggina.


Sissoko prova la sforbiciata e colpisce Amoruso che mai sarebbe arrivato sul pallone. Lo stesso ex attaccante bianconero trasforma. C’è ancora tempo per l’ultima beffa. Cartellino rosso per Zanetti che salterà così il derby di martedì sera. Alla stracittadina con il Torino, i bianconeri arrivano senza il centrocampista, ma soprattutto con tanta rabbia. L’assalto al secondo posto fallisce per il momento, ma per una sera nessuno ha voglia di guardare la classifica.

A ben pensarci, forse Onestopoli valeva il prezzo del biglietto.

22 febbraio, 2008

IL CHIODO FISSO DI ORDINE

La scelta di vita di Sheva: Riprendetemi.

[IlGiornale.it] Sheva ha un chiodo fisso. Si chiama Milan e continua a martellare amici, conoscenti, dirigenti, ex sodali, nel tentativo disperato di rientrare a Milanello. «Io penso sempre al Milan» detta all’intervistatore televisivo di turno. In concreto fa molto di più: passa l’intera serata del martedì a cena con i suoi ex compagni, detta alcune «dritte» calcistiche sull’Arsenal non molto ascoltate e il mercoledì notte, dopo la sfida dell’Emirates «s’inbuca» sul torpedone rossonero per tornare nella city londinese. Nell’estate del 2007 Sheva si presentò ad Arcore, parlò ripetutamente con Galliani, non se ne fece niente per la cifra reclamata dal Chelsea e per la tiepida accoglienza registrata nello spogliatoio. A Miami, durante le vacanze estive, incontrò Maldini e Nesta, ma non ebbe il coraggio di affrontare lo spinoso argomento. «Altrimenti - fece sapere il capitano - gli avrei spiegato senza problemi il mio punto di vista». Adesso, con Ronaldo sotto i ferri, due pareggi senza gol di fila (Parma e Arsenal), e un mercato tutto da impostare, Sheva torna all’assalto. Vuole chiudere la carriera al Milan e fermarsi a Milano. E l’inglese per i figli? Già studiato. Per preparare il terreno scrive un editoriale sulla Gazzetta dello Sport, tiene contatti con altri cronisti amici e sul proprio stato fisico rassicura: «Con Milanlab tornerei in forma nel giro di tre mesi». Evidente: le notizie di stampa sull’interesse per Drogba lo fanno diventare pazzo. Pazzo di gelosia. Al Chelsea nessuno lo considera più, Adriano Galliani per il momento resiste alle pressioni: non sbatte la porta in faccia ma non sottoscrive nemmeno garanzie. C’è il nodo dello status giuridico (extra-comunitario) da sciogliere. «Adesso vediamo»: con questa frase il congedo nella notte di mercoledì tra il Milan e Shevchenko.

Una settimana da incubo, quella del nostro tele-ubiquo tamburino fuggè. Prima si prende del «BURATTINO» in diretta nazionale Mediaset, niente meno che dalla Vergine di Jesi. Poi vola a Londra, e inciampa di nuovo nel Balon d'Or... adirittura, deve subire l'onta di un editorale a firma Shevchenko in prima pagina del foglio rosa! E io che so', nu fetende? avrà garrito. Allora che fa, sbotta d'invidia e va a raschiare gli ultimi, estremi, sospiri esalati dalla sua storica Gola Profonda (per gli appassionati del genere splatter, consiglio di riprendere in archivio il filone Senatori) e schizza ancora un po' di letame. Qua sopra, eccolo di nuovo a imbrattare una pagina col profilo del mendicante, reietto, in cerca di un riparo asciutto per l'età del tramonto: disgustoso, ma anche profondamente autobiografico. È l'auspicio e un augurio sincero, pronunciato col cuore da Shevalove.

18 febbraio, 2008

NUMERI, NON PAROLE

Milan: Shevchenko, perché sì.

[Datasport.it] È ormai Alberto Gilardino l’unico titolare, peraltro spesso confinato in panchina, dell’attacco del Milan. Con Ronaldo che ormai ha chiuso la propria stagione per infortunio, con l’esordiente Pato pure acciaccato, con Inzaghi utilizzato con il contagocce e che da ormai un anno non segna più in campionato, il reparto offensivo rossonero risulta anche qualcosa più di anemico. Specie se rapportato a quello dei cugini dell’Inter che, con Ibrahimovic, Cruz, Suazo e Crespo (con Balotelli pronto a essere lanciato nel firmamento nerazzurro). Contestabile sicuramente l’affermazione della società milanista di trasformare Kakà in attaccante, esperimento non riuscito dal punto di vista pratico soprattutto riferito alle caratteristiche intrinseche del giocatore.

Ecco che, a questo punto, le voci dell’ennesimo interessamento del Milan verso un ritorno in rossonero di Andriy Shevchenko, eterno deluso al Chelsea e sempre legato ai colori del Diavolo, tornano a farsi insistenti. Dall’Inghilterra i giornali della domenica, e non solo i tabloid, hanno parlato di un nuovo contatto fra la società milanista e quella londinese per riavere il giocatore, anche solo con la formula del prestito. Del resto i numeri sono impietosi: senza Sheva, il Milan non segna e, di conseguenza, porta meno punti in cascina. Nelle sue due ultime stagioni con la maglia milanista Shevchenko ha realizzato 36 reti, una dote che nessun altro attaccante è riuscito più a eguagliare.

Gilardino, Inzaghi, Ronaldo, Oliveira, Borriello e Pato, ovvero gli eredi (escludendo Paloschi e Aubameyang, quelli insomma che ancora non hanno i numeri per poter essere giudicati) del Numero 7 ucraino, in totale negli ultimi due anni, con 38 centri, hanno in pratica eguagliato quello che Shevchenko ha fatto da solo. Per segnare i suoi 36 gol negli ultimi due anni l’attuale attaccante del Chelsea ha dovuto disputare 57 partite, contro le 144 complessive del gruppo di attaccanti che ne ha raccolto l’eredità. Insomma, non c’è confronto, così come non c’è confronto fra i punti portati dal solo Sheva nella sua ultima stagione in rossonero, il 2005-06, quando l’ucraino totalizzò 19 gol su 28 partite giocate, di cui 5 vincenti ("game winning gol"), per un totale di reti che hanno portato, da sole, almeno 17 dei 61 punti della causa milanista (gli altri 27 vennero fatti senza Sheva in campo).


Nel 2006-07 Oliveira, Borriello, Gilardino, Inzaghi e Ronaldo hanno totalizzato nel complesso 5 "game winning gol" (uno Oliveira, uno Inzaghi, due Gilardino e uno Ronaldo), per un totale, gol nei pareggi compresi, di 18 punti regalati alla causa, ovvero appena uno in più rispetto a Shevchenko, ma per opera di tutto il gruppo degli attaccanti. Insomma, tutto il Milan, in un epico sforzo (costato soldi per portare nuovi giocatori, e dispendio per cercare di sopperire all’assenza di Sheva) è bastato appena per riuscire a eguagliare quanto Shevchenko faceva da solo. Certamente l’attaccante ucraino, due anni dopo, potrebbe rendere in maniera ben diversa da quello che baldanzosamente aveva seguito a Londra la moglie sulle pedane della vita modaiola inglese. Ma mai come in questo caso saremmo di fronte ad un "usato sicuro" e a un giocatore che, per temperamento, indole e, va detto, cosa rara nel calcio, senso di riconoscenza, da sempre non ha mai smesso di amare il rossonero. Perché anche nel calcio il cuore conta.

2005-06, le partite "a punti" di Shevchenko:

Ascoli-Milan 1-1, 1 gol, 1 punto
Milan-Lazio 2-0, 1 gol, 3 punti (gwg)
Treviso-Milan 0-2, 1 gol, 3 punti (gwg)
Milan-Messina 4-0 , 2 gol, 3 punti (gwg)
Milan-Parma 4-3, 1 gol, 3 punti (gwg)
Milan-Sampdoria 1-1, 1 gol, 1 punto
Udinese-Milan 0-4, 2 gol, 3 punti (gwg)

2006-07, le partite "a punti" di tutti gli attaccanti del Milan:

Milan-Lazio 2-1, Oliveira 1 gol, 3 punti (gwg)
Cagliari-Milan 2-2, Borriello 1 gol, 1 punto
Fiorentina-Milan 2-2, Gilardino 1 gol, 1 punto
Milan-Parma 1-0, Inzaghi 1 gol, 3 punti (gwg)
Roma-Milan 1-1, Gilardino 1 gol, 1 punto
Milan-Empoli 3-1, Gilardino 1 gol, 3 punti (gwg)
Ascoli-Milan 2-5, Gilardino 2 gol, 3 punti (gwg)
Milan-Cagliari 3-1, Ronaldo 2 gol, 3 punti (gwg)

2007-08, le partite "a punti" di tutti gli attaccanti del Milan:

Reggina-Milan 0-1, Gilardino 1 gol, 3 punti (gwg)
Milan-Napoli 5-2, Ronaldo 2 gol, 3 (gwg)
Udinese-Milan 0-1, Gilardino 1 gol 3 punti (gwg)
Milan-Genoa 2-0, Pato 2 gol, 3 punti (gwg)
Fiorentina-Milan 0-1, Pato 1 gol, 3 punti (gwg)
Milan-Siena 1-0, Paloschi 1 gol, 3 punti (gwg)

NB: per "gwg" si intende "game winning gol", ovvero la rete che decide il match, per esempio l’unica di un 1-0, la seconda di un 2-1, la terza di un 3-2 o di un 4-2 e così via.

17 febbraio, 2008

GRAZIE RONIE...

Stampa GB: Milan vuole riprendersi Shevchenko.

[LaRepubblica.it] Il Milan vuole riportare Andryi Shevchenko a Milano. Lo scrive il tabloid inglese "Daily Star Sunday", secondo cui il progetto avrebbe preso un'accelerata dopo l'infortunio di Ronaldo. Il Chelsea sarebbe disposto a cederlo al Milan con la formula del prestito, notizia questa che viene riportata anche da un altro tabloid britannico, il "Sunday Express".

Un motivo per ricordare questi quattordici mesi di Crescina99?

11 febbraio, 2008

UN RAGGIO DI SOLE

Milan, è baby boom.

[LaStampa.it] Pato più Paloschi, uguale Patoschi. Prepariamoci all’ennesimo tormentone dopo la scoperta del baby rossonero che, parole di Adriano Galliani, «domenica sera ho ordinato di riprendere dal torneo di Viareggio dopo l’infortunio di Pato, così in attacco abbiamo anche il Pa-Pa». Adesso i fenomeni non sono soltanto quelli che scendono in campo. Il Gallianone ha la sfera di vetro e vede nel futuro. Forse sapeva che il ragazzo, nato il 2 gennaio 1990 a Cividate al Piano in provincia di Bergamo, sarebbe stato determinante, avrebbe tenuto il Milan in corsa per un posto in Champions. Meno male che non ha anche detto che era sicuro che avrebbe segnato il gol-partita. E che gol: lancio profondo di Seedorf destro al volo in corsa nell’angolo alla sinistra di Manninger. Una rete strepitosa da attaccante che ha numeri importanti. Bisogna avere qualità e faccia tosta per compiere quel gesto tecnico a freddo. Fatto storico: il baby, che è più giovane di Pato di quattro mesi, era entrato in campo da 20 secondi appena. Ancelotti prima ha riso, poi siccome ha un cuore tenero si è perfino commosso. Sky l’ha colto con l’occhio umido, mentre scuoteva il testone e diceva: «Non è possibile». Già, il calcio è strano. Rischi di non vincere la partita con giocatori a corto di condizione e pronti per essere serviti sul carrello dei bolliti (età media di ieri 33 anni), e ti ritrovi la vittoria in tasca grazie a un pivellino che un’emozione come quella di ieri poteva soltanto sognarla.

Paloschi ha risolto una partita molto incasinata. Carletto aveva provato a battere il Siena con Ronaldo che ha giocato per un tempo in pigiama e ciabatte e con Inzaghi, reduce da una lunga assenza. Tentativo avventuroso e soprattutto inutile. Il colpaccio alla squadra dei matusa è riuscito grazie a questo ragazzino che al Milan non è costato niente. Utilizzarlo subito sarebbe stato forse troppo, Carletto ha preferito l’usato sicuro prima di dare spazio al nuovo fenomeno che cuce la bocca anche a Moratti. Il presidente interista qualche giorno fa: «Pato è costato oltre venti milioni, mentre Balotelli l’abbiamo pagato 350 mila euro». Purtroppo per lui nella corsa al ribasso, il Milan è balzato al comando. Prezzo di Paloschi: euro zero. Prelevato sette anni fa dalla Civitadese e inserito nelle giovanili rossonere grazie al fiuto di Chicco Evani, Alberto è cresciuto nella Primavera di Filippo Galli e ha dimostrato di essere così bravo che è già stato inserito nella lista B della Champions. Lo volevano Rimini e Lecce. Nulla da fare, Ancelotti, in grave emergenza attaccanti, ne ha bloccato il prestito. Gli sono valsi il lasciapassare per l’Europa i due gol segnati al Catania in Coppa Italia. Quello di ieri è una conferma di cose già note, un di più.

Galliani a fine partita ha atteso il ragazzo, che a luglio sosterrà la maturità scientifica, al culmine della scaletta che porta negli spogliatoi. Un grande abbraccio e il solito sorrisone delle grandi occasioni. Poi una massima da ricordare: «Il problema nel calcio non è essere giovani o meno giovani. È essere bravi o non bravi. Non dimenticate che Paloschi ha segnato tre gol e tutti a difese di serie A». Ripresosi dall’emozione, Ancelotti, ovviamente, ha detto che lui ci credeva: «In allenamento avevo capito che la qualità c’era. Lui è un predestinato: tre gol in una partita e due spezzoni. È il nostro attaccante con la percentuale-gol più alta. Ora diamogli la possibilità di crescere, credo che mercoledì nel recupero con il Livorno partirà titolare. Anch’io al debutto ho sfiorato il gol dopo un minuto che ero in campo». Dai grandi ha già imparato l’esultanza. La corsa verso la bandierina del calcio d’angolo impugnata come un trofeo di guerra. A fine partita, anche per l’emozione, non riusciva a fare pipì ed è rimasto a lungo all’antidoping. Poi ha portato la sua faccia da bravo ragazzo che ha soltanto il foglio rosa e agli allenamenti va con un bus, davanti alle telecamere, autodenunciandosi subito come amico di Balotelli: «Vedo spesso Mario fuori dal campo. Dedico il gol alla famiglia e non mi esalto. Sto al mio posto, ho tanto da imparare. Soprattutto da Inzaghi che è il mio modello di attaccante». Nota a margine: dopo il gol, gli ultrà rossoneri hanno insultato più Balotelli che esaltato il ragazzino tutto casa, scuola e calcio. Dov’è la novità?

Premesso (e ribadito) il concetto che per leggere una critica non deforme sulle cose sportive di Milano è necessario leggere una pagina non pubblicata a Milano, torno oggi a scrivere volentieri di cronaca del campo perché ieri pomeriggio è accaduto qualcosa di nuovo. Un lancio lungo, la volata in profondità, il colpo secco scoccato dal limite, una saetta a fil di palo: il miracolo sublime del Calcio si è consumato di nuovo a San Siro! Erano almeno due anni che un gesto tecnico tanto perfetto quanto inatteso, insperato, come quello del 18enne "Patoschi" non faceva saltare dal sedile persino un orfano inconsolabile del Balon d'Or, rassegnato e disilluso come il sottoscritto. Un raggio di sole, anzi di più: una scarica di elettricità ad alto voltaggio nella spina dorsale di un pubblico pagante sempre più scarno, intontito e sperso nei meandri del Jurassic Park di Ancelotti. Conosciamo i nostri polli: non fosse stato per la concomitanti defezioni di Gilardino (squalificato), Pato (infortunato) e Ronaldo (acciaccato all'intervallo), il non-papero bergamasco avrebbe trascorso un'indimenticabile domenica pomeriggio in panchina assieme al non-brasiliano Gourcuff. Ma il dio del pallone ne sa una più del Diavolo. E fu così che al minuto 19 del secondo tempo di Milan-Siena, il Popolo Rossonero potè esplodere in una spontanea standing ovation all'indirizzo dell'esordiente col numero 43: fino a 18 secondi prima, solo una sagoma nera senza foto sul tabellone delle formazioni. Perché il Calcio non è Crescina99. Il Calcio è Paloschi. Tutto il resto è lo zelig di Galliani su Sky.

07 febbraio, 2008

IL BILANCIO ONESTO (segue)

Scudetti senza prezzo.

[Settimana.Sportiva.it] "Si segnala che negli ultimi tre esercizi gli utilizzi per coperture perdite ammontano a 247.755 migliaia". Questa esorbitante cifra è scritta nella nota integrativa del bilancio al 30 giugno 2007 dell’Inter depositato in Camera di Commercio. Il documento specifica che 26,5 milioni di euro, sul totale di 247,8 milioni, derivano da "abbattimento del capitale sociale". In pratica, la società controllata da Massimo Moratti (tramite la Internazionale Holding) ha speso in ciascuno degli esercizi 2004/05, 2005/06 e 2006/07 ben 82,6 milioni per ripianare le passività. Nell’ultimo di essi il rosso è ammontato a 206,8 milioni, in consistente aumento dai 31,14 dell’anno precedente quando era stata effettuata la plusvalenza di 160 milioni derivante dalla vendita dei marchi alla controllata Inter Brand. Nonostante ciò, l’Inter non ha problemi grazie alle consistenti disponibilità finanziarie del suo azionista di riferimento. Sempre nella nota integrativa si legge infatti che in "seguito al deficit patrimoniale al 30 giugno 2007, la società si sarebbe trovata nella situazione prevista dall’art. 2447 del Codice Civile se il socio di riferimento non avesse provveduto, successivamente al 30 giugno 2007, ad effettuare versamenti a completamento dell’aumento di capitale sociale già deliberato dall’assemblea dei soci del 22 giugno 2007 per l’importo complessivo di euro 70.670.903".

L’Inter presentava alla fine dello scorso esercizio un patrimonio netto negativo di 70,2 milioni. Il primo aumento di capitale è stato interamente sottoscritto e versato: nell’assemblea del 27 dicembre scorso è stato approvato un altro incremento di capitale di circa 100 milioni. Nella nota si sottolinea ancora che "è in corso di attuazione un ulteriore versamento di 35 milioni a copertura delle perdite in formazione". Inoltre Moratti "ha espresso la consueta volontà di supportare anche per il futuro, in caso di necessità, economicamente e finanziariamente la società". Riguardo al conto economico, i costi superano per 188 milioni i ricavi. Tra questi, vi sono 24 milioni di plusvalenze calciatori. Lo stato patrimoniale presenta un aumento dei crediti da 49,9 milioni a 75,2 milioni. Nonostante ciò, lo squilibrio rispetto ai debiti risulta di 348,4 milioni. Lo stato debitorio, ammontante a 423,7 milioni (424,4 milioni nel 2005/06) presenta l’importo più elevato di 144,3 milioni verso la Inter Brand per l’uso dei marchi. Tra gli 80,8 milioni di altre passività, vi sono 36,7 milioni riferiti "a una cessione pro soluto ad un primario istituto di credito di parte dei corrispettivi derivanti dal contratto di cessione" di diritti tv per la stagione 2007/08. Soldi già spesi dall’Inter, che presenta tra i ricavi la ragguardevole somma di 91,5 milioni per diritti televisivi. Infine, sull’applicazione dell’Irap sulle plusvalenze calciatori, l’Inter "ha ricevuto un avviso di accertamento a tali plusvalenze per l’esercizio chiuso al 30 giugno 2002. Inoltre nel mese di luglio 2007 è stato notificato analogo accertamento sull’esercizio chiuso al 30 giugno 2003. L’Agenzia delle entrate ha accertato complessivamente maggiore Irap per euro 5,3 milioni più interessi e sanzioni per euro 2 milioni". La società ha presentato ricorso.

06 febbraio, 2008

GIUGNO DUEMILAOTTO

Con un anno di ritardo, perché giustamente un ciclo doveva avere il suo coronamento con il Mondiale per club, Carlo Ancelotti lascerà il Milan. Secondo il Corsport il primo dei suoi antipatizzanti, Adriano Galliani, ha lasciato filtrare un «prenderemo Lippi» in contesti semiprivati. Se non è vera è verosimile, perché il c.t campione del mondo a Berlusconi è sempre piaciuto: tanto è vero che se non fosse stato per le note vicende al Milan sarebbe arrivato anche il suo direttore generale di fiducia. Oggi opinionista un po' imbolsito, incalzato in alcuni casi da giornalisti che chiedevano raccomandazioni per l'assunzione dei figli, ma che in quel tipo di progetto (Milan più italiano e più ancorato al territorio, in grado di camminare da solo senza metterci soldi ogni anno) ci sarebbe stato benissimo. Che vinca o no la Champions (a maggior ragione nel primo caso) un ciclo è concluso, al di là di un contratto fino al 2010 che gli garantisce giusto un paracadute nel caso non maturi la panchina azzurra: il ritiro già annunciato di Maldini è più di un segnale, visto che uno della sua classe giocando sulla mattonella avrebbe potuto resistere in dieci grandi partite all'anno ancora per un paio di stagioni. Con un Berlusconi presente e catalizzatore d'attenzioni si sarebbe potuto anche lanciare Costacurta, prima ancora di Tassotti; con un Berlusconi quasi certo presidente del Consiglio occorre uno indiscutibile come Lippi. Zambrotta potrebbe essere un indizio ulteriore, ma va detto che Galliani e Braida (per non dire Bronzetti) lo vorrebbero a prescindere dal nome dell'allenatore. Meglio se Lippi, comunque. Uno sul quale poter scaricare eventuali fallimenti in sede di ricostruzione. Alla fine la principale funzione dell'allenatore rimane questa...

di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva del 5 febbraio 2008

Sul fronte calcistico bisogna vedere cosa succederà alla Lega Calcio: Antonio Matarrese è stato sfiduciato dalla B ma è cocciuto e resta in sella. Appena caduto il governo Prodi, una mezza dozzina di presidenti ha telefonato però subito ad Adriano Galliani, per cercare di convincerlo a tornare alla guida della Confindustria del calcio. Non si sa cosa abbia risposto Galliani ma per farlo dovrebbe rinunciare al suo amato Milan, di cui è vicepresidente e amministratore delegato, perché le due cariche sono incompatibili. Ma, di sicuro, Galliani è il più esperto di diritti tv, e lo ha dimostrato negli anni quando portava molti cappelli (Mediaset, Milan, Lega Calcio...) Giancarlo Abete dovrebbe ricandidarsi alla guida della Federcalcio: è stanco, è vero, ma c'è ancora molto da fare. Improbabile che Matarrese voglia dare battaglia per la Figc, almeno al momento. Abete quindi non dovrebbe avere rivali. Intanto sta cercando un direttore generale per la Figc. La ricerca è lunga e complessa, dura da mesi ormai. Probabile che Abete si orienti su un esterno, esperto di finanze e marketing. Ma le strutture federali vanno irrobustite, su questo non ci sono dubbi.

da SpyCalcio del 6 febbraio 2008

Il pervicace a passeggio (o a Roma?), l'antennista in Lega: sarebbe il collasso definitivo dell'inscindibile coppia, dopo l'ecatombe di maggio, e la quadratura perfetta del cerchio. Ma anche l'alba di un giorno nuovo per questo nostro povero Diavolo...

04 febbraio, 2008

IL CAMPIONATO ONESTO

Ma Moratti fa la vittima.

[LaStampa.it] La questione arbitrale da ieri non è meno urgente del caso Moratti. L’uomo è scontato nella sua imprevedibilità: un giorno predica distensione, l’altro va alla guerra. Nell’anno secondo post Calciopoli il nostro don Chisciotte si arma contro i fantasmi della Triade, tanto ingombranti da avvelenare la meritata rivincita; riporta in vita lo spettro dello scudetto del 2002 «che non fosse stato per una banda di truffatori avremmo conquistato», omettendo che poteva perderlo solo l’Inter, e così è stato, nonostante la conclamata banda di truffatori; squaderna per l’ennesima volta i processi, compresi quelli alle intenzioni, invece di goderne i frutti con lo stesso aplomb - anche troppo, a dire il vero - che lo distingueva nei tempi grami dello strapotere juventino. Moratti sbaglia i tempi del tackle e un arbitro diverso dagli attuali probabilmente estrarrebbe il cartellino rosso, sanzionando l’excusatio non petita, con l’aggravante della reiterazione: lui attacca il passato e la sua squadra approfitta dell’ennesima svista. Tanto clamoroso è l’abbaglio di Tagliavento (il pallone scagliato da Stankovic colpisce il viso di Vannucchi, non la mano) che nemmeno s’accendono i soliti dibattiti tra giustizialisti e garantisti. Mancini si consegna a braccia alzate, trasfigurato rispetto al fustigatore delle vedove bianconere: non era rigore. Infatti. Il cambio di strategia - dal silenzio stampa alla confessione - ovviamente non commuoverà il partito della sudditanza psicologica. Della serie: l’Inter è forte, però quanto l’aiutano. E poi quanto compensano, aggiustano, pasticciano. Otto rigori tre domeniche fa, quella successiva zero, questa ancora otto. Sono gli arbitri degli eccessi, così permeabili allo spirito del tempo da stravolgere i pesi e le misure nel volgere di una settimana. Marziali, lassisti e ancora marziali, alla ricerca disperata di una tregua con la pubblica opinione. Navigano a vista, magari fosse buona.

31 gennaio, 2008

GENNAIO 2008: Missing

Andriy Shevchenko of Chelsea looks on during the Chelsea Training Session at Stamford Bridge on December 10, 2007 in London, United Kingdom. (Photo by Ryan Pierse/Getty Images)

IL FALSO NEL BILANCIO ONESTO (fine)

Bilanci: prosciolti Milan, Inter e Galliani.

[Corriere.it] Il giudice per l'udienza preliminare (Gup) di Milano, Paola Di Lorenzo, ha prosciolto Adriano Galliani, vice presidente vicario e amministratore delegato del Milan, Rinaldo Ghelfi, vice presidente dell'Inter e Mauro Gambaro, ex dirigente nerazzurro, accusati dalla procura di Milano di falso in bilancio in relazione all’inserimento negli esercizi di valori gonfiati di calciatori che le due società si scambiavano. Il giudice ha anche prosciolto le due società, accusate in base alla legge sulla responsabilità amministrativa. Il proscioglimento è arrivato «perché il fatto non costituisce reato» e non, come si era saputo in un primo momento, perché «il fatto non sussiste». Questo in base alla nuova legge sul falso in bilancio, che prevede il dolo specifico, dolo che in questo caso non è stato riscontrato. Infatti nel suo provvedimento il gup «dichiara non luogo a procedere nei confronti degli imputati Galliani Adriano, Ghelfi Rinaldo Antonio e Gambaro Mauro, in relazione a tutte le imputazioni a loro ascritte, perché il fatto non costituisce reato». Inoltre il giudice ha dichiarato il «non luogo a procedere» nei confronti delle società rossonera e nerazzurra, imputate in base alle legge 231, «in relazione alle imputazioni concernenti il bilancio al 30/6/2003 perché l'azione penale non poteva essere esercitata per essere il reato presupposto anteriormente prescritto». L'inchiesta, condotta dal pm Carlo Nocerino, ipotizzava trucchi contabili per plusvalenze fittizie sulla compravendita di alcuni giocatori durante la stagione calcistica 2003-2004.

29 gennaio, 2008

IL 7 ROSSONERO

Sheva: mi rivedo in Pato.

[Gazzetta.it] Si è rivisto com’era lui allora? Non proprio, ma ha visto qualcuno di molto simile. Pato è un po’ più piccolo, un po’ più giovane, forse più veloce, meno potente. Ma più di un riflesso nello specchio ha portato Andriy Shevchenko a rileggersi com’era nel 1999 e a vedere com’è adesso questo ragazzo brasiliano che ha conquistato tutti con la stessa maglia sulle spalle. A 18 anni, Shevchenko non era ancora nei piani del Milan, ma giocava già in prima squadra con la Dinamo Kiev. A 18 ha fatto il suo primo gol in Champions, a 22 è stato capocannoniere della Champions, sempre a 22, nel 1999, è arrivato al Milan, a 26 ha vinto la Champions e a 27 è stato campione d’Italia. Ha giocato il primo e probabilmente unico Mondiale a 29, perché essere ucraino non è come essere brasiliano. Pato ha fatto molte cose prima di Shevchenko e altre può farne per bruciare il tempo. «È così bravo, ma ha soltanto 18 anni. Spero non lo tormentiate con i paragoni».

Dicono che Pato le somigli. Sembra anche a lei?
«Sì. Perché anche a Pato piace partire un po’ indietro. Non si comporta proprio da prima punta e ha un modo di giocare che somiglia al mio: capisce il gioco, va negli spazi. A me non piaceva e non mi piace stare fermo. Vedo che non piace nemmeno a lui».

Pato ha segnato già tre gol ma ne ha anche sbagliati tanti. Lei alla sue età sbagliava molto?
«In questo ero esattamente come lui. Ero potente, ma sbagliavo tanti gol anch’io. Sono migliorato negli anni e la fortuna di Pato è di essere arrivato al Milan presto».

Qualcuno ha detto: troppo presto.
«Non è mai troppo presto se capiti in una società seria come il Milan. Pato ha compagni che lo aiuteranno a crescere, gente che ha una visione del gioco diversa dagli altri. Parlo di Pirlo, Kakà, Seedorf. Giocare accanto a gente così per un attaccante è una garanzia».

Nostalgia di quei tempi? A trentuno anni, non si sentirà già vecchio...
«Per carità. Ho ricominciato proprio in questi giorni ad allenarmi dopo un problema alla schiena che mi ha tenuto fermo per un po’. Sono in un grande club, la squadra sta andando bene. La vita non è fatta soltanto di passato: la mia vita ora è al Chelsea. Al Milan ho fatto il mio tempo. Il futuro è di Pato».

Insomma, la sua maglia numero 7 ha trovato un vero erede....
«Pato farà la sua storia come io ho fatto la mia. Io sono felice del segno che ho lasciato nel Milan, ho passato sette anni fantastici e ho dato il meglio di me. Anche le stagioni difficili a Milano sono state belle e questa è la cosa che mi resta dentro. Amo il Milan e amo l’Italia che mi ha dato tante cose, l’ho sempre detto e non c’è niente di male a continuare a dirlo. Al tuo posto arriva sempre qualcuno altro: il Milan trova i giocatori che lasciano il segno».

A sostituirla, veramente, hanno fatto un po’ di fatica.
«Quello che ho fatto io, o Rivera, o Boban, o Baresi, o Van Basten, resterà. Giudicatemi per quello che ho dato, ma il futuro non è mio».

Che cosa le piace di Pato?
«Che fa tutto verso la porta, come facevo io. Cerca di velocizzare e non fa mai un movimento laterale, si muove sempre in avanti. Ha qualità, ma non deve dimostrare qualcosa a ogni partita. Dategli modo di crescere».

I tifosi immaginano quanti gol potrà segnare e contano quanti ne servono al Milan per risalire la classifica...
«Non è importante quanti gol segna, sono importanti le sue caratteristiche. Pato è perfetto per il gioco della squadra. Al Milan serviva un giocatore così, a lui serviva una squadra come il Milan per emergere: matrimonio perfetto».

È così difficile ambientarsi nel calcio italiano?
«È difficile se non ti ricordi che non sempre le storie sono semplici, anche se cominciano bene. Ma mi dicono che Pato è un ragazzo equilibrato, e poi Ancelotti sa come trattarlo e i miei ex compagni sono giocatori intelligenti: sanno dargli la palla al momento giusto, sapranno dargli una mano fuori dal campo quando arriveranno momenti meno facili. Fidatevi di uno che di gol ne ha fatti tanti: se Pato sbaglia non importa, importa quello che è. Il ragazzo giusto al posto giusto».

Com’era lui, ma sono passati tanti anni e di questo è meglio non parlare più.

20 gennaio, 2008

IL FALSO NEL BILANCIO ONESTO (segue)

Plusvalenze: perché deferiti solo Milan e Inter?

[Repubblica.it/SpyCalcio] Martedì il superprocuratore Stefano Palazzi deferirà Milan e Inter: finalmente è chiusa l'inchiesta sulle plusvalenze. Milan e Inter hanno fornito "informazioni mendaci, reticenti o parziali". Ma, pur sopravvalutando ragazzini sconosciuti, non se ne sono serviti per iscriversi "fraudolentemente" al campionato. E questo eviterà penalizzazioni in classifica per illecito amministrativo, o doping amministrativo. Probabile solo un'ammenda con diffida. Sui due club, come noto, è stata aperta un'inchiesta della procura di Milano e Palazzi ha utilizzato quel materiale (pare però che Adriano Galliani non sia mai stato sentito a Roma: come mai?). Ma anche su tantissime altre società era stata aperta ancora prima che sulle due milanesi un'inchiesta penale, dalla Juventus al Genoa all'Udinese. Quasi tutti i club d'altronde si sono serviti per anni di quell'escamotage contabile. Ma per ora la giustizia sportiva si occupa solo di Milan e Inter. Di sicuro, la questione plusvalenze va chiarita una volta per tutte: la Covisoc - su impulso di Abete - ci sta lavorando. Ma è difficile mettere "paletti" alle valutazioni dei calciatori, anche se molti in passato sono stati ceduti a cifre altissime e non hanno mai giocato. Autentici carneadi pagati decine di miliardi di lire. Una pagina poco simpatica per il mondo del pallone.

18 gennaio, 2008

NOSTALGIA DE MILAN

Shevchenko soffre di nostalgia.

[Corriere.it] L'Italia di Shevchenko è stata per lungo tempo nel cuore di Milano, ora invece il cuore di Sheva è immerso nel verde della campagna del Surrey, ville in stile vittoriano, green per giocare a golf. Qui i tentacoli di Londra si intuiscono appena. Il mondo di quello che è stato il più implacabile cecchino milanista dell'era moderna è concentrato nelle foto, decine di foto a colori, che raccontano la storia sua e della sua famiglia, di sua moglie e dei due figlioletti. Un piccolo ritratto con Ronaldinho e con il Pallone d'oro è l'unica testimonianza di tanti successi, un'istantanea con Silvio Berlusconi è il solo aggancio visibile alla sua vita in rossonero. Sheva ufficialmente non ha rimpianti («Me ne sono andato per crescere i miei figli in una nuova realtà, non per trovare qualcosa di meglio del Milan: al mondo non conosco nulla di meglio del Milan») ma dentro di sé ha cullato più di una volta il sogno di una retromarcia impossibile. Però l'argomento è tabù. Come le riflessioni su Mourinho.

Andriy, com'è il ricordo dell'Italia a poco più di un anno e mezzo dal suo addio?
«L'Italia mi ha dato tanto. Ho un grande feeling con la sua gente, non soltanto con i tifosi del Milan. E poi parlo sempre la lingua... Come le sembra il mio italiano?».

Insomma... Piuttosto, come va con l'inglese?
«Capisco quasi tutto. Faccio invece fatica a parlarlo. Preferisco l'italiano».

Nostalgia?
«Sì. Mi mancano gli amici e certe cose dell'Italia. La cucina ad esempio. E poi mi manca l'atmosfera, la forte tensione delle partite. Qui invece è tutto più rilassante».

Meglio la Premier o la serie A?
«Dipende da quello che uno preferisce. Il calcio italiano è fantastico. È tattica e intelligenza. In Italia apprezzano il campione e la giocata. Il calcio inglese è più veloce e fisico. Le piccole squadre cercano di colmare il gap con le grandi giocando con molta forza. In sintesi possiamo dire che il calcio italiano è finalizzazione e logica, come una partita a scacchi, il calcio inglese è velocità e istinto».

Come vede la doppia sfida di Milan e Inter con Arsenal e Liverpool?
«Arsenal e Liverpool giocano molto bene in casa. Quindi saranno difficili le due partite qui in Inghilterra. Conoscendo bene il Milan sono sicuro che preparerà alla perfezione la partita. L'Inter sta facendo benissimo in Italia ma per essere considerata una squadra veramente forte deve incominciare a vincere in Europa. Comunque l'Arsenal mi sembra ancora un po' troppo giovane per certe imprese mentre il Liverpool ha qualche problema e non gioca con continuità».

Sheva, perché con la maglia del Chelsea non è ancora riuscito a sfondare?
«Nel mio primo anno ho segnato 14 gol. Certo, non sono i 30 gol che facevo nel Milan, ma non sono andato così male come è stato scritto. Il vero problema è che non riesco a trovare la continuità. Adesso stavo andando bene, avevo segnato 7 reti nelle ultime 10 partite e all'improvviso mi sono bloccato con la schiena. Dovrò stare fermo quasi un mese. Prima di essere giudicato, vorrei ritrovare la continuità».

Visto Pato? In tanti sostengono che le assomigli.
«No, non l'ho visto. Però tutti i miei compagni mi dicono che è forte e se lo dicono loro mi fido».

E di Ronaldo che gliene pare? Cammina, però segna. Un vero fenomeno.

«Adesso scopriamo che Ronaldo è un fenomeno? Basta che ritrovi un minimo di condizione... Però lui è uno che può risolvere le partite anche da fermo».

Con Kaká vi sentite spesso?
«L'ultima volta ci siamo sentiti per la vittoria del Pallone d'oro. Gli ho mandato un messaggino. Sono stato veramente contento per lui. Ricordo che quando l'ho visto nei primi allenamenti a Milanello ho detto: ecco un altro del Milan che vincerà il Pallone d'oro. Sarebbe bello che Pato percorresse la stessa strada. Però non basta avere talento: per sfondare ti devi confermare, devi dimostrare personalità, devi sapere essere importante nelle partite importanti, devi prendere la squadra per mano nei momenti difficili».

Qualcuno o qualcosa che l'ha sorpresa in serie A.
«L'Udinese. A Udine sono proprio bravi. E poi ho visto un paio di gol fantastici segnati da Di Natale».

Com'è l'Italia immaginata da lontano? La spazzatura a Napoli, il Papa che non può parlare all'Università...
«Ognuno ha le sue grane... Napoli? I soliti problemi, Napoli è una città particolare. Quello che è successo al Papa è invece la conferma di come in questo secolo stanno cambiando i valori. Se pensiamo a cent'anni fa, al potere che aveva la Chiesa... Però la Chiesa è un valore importante, è la nostra cultura. Nella Chiesa ci sono le nostre radici... Sta cambiando tutto, purtroppo. Anche le cose che dovrebbero essere scontate: il rispetto dei giovani per i vecchi, il rispetto per chi è vicino a te e per chi ha idee dalle tue».

A 31 anni si incomincia a pensare al futuro. Lei lo sta facendo?
«Si. Potrei fare tante cose».

Ad esempio?
«Non so se rimarrò nel calcio. Sto pensando che potrei servire il mio Paese, avvicinandolo all'Europa».

Vuole fare il ministro degli Esteri?
«No, la politica no. È un mondo sporco. Però potrei fare da consulente ad alto livello oppure qualcosa di simile al presidente del Comitato olimpico nazionale. Mi devo ancora chiarire le idee».

Dunque non si immagina presidente del Chelsea nel nome e per conto di Abramovich.
«No, per adesso non mi ci vedo proprio».

E non pensa ad un possibile ritorno nella grande famiglia milanista.
«Nemmeno».

Andriy, potesse riavvolgere il tempo di un anno e mezzo...
«Se io sono qui, significa che dovevo essere qui. Inutile voltarsi indietro».

14 gennaio, 2008

MISSION IMPOSSIBLE

«Questa sera abbiamo deciso di ritrovarci per raccontare noi stessi, per raccontare ancora una volta la splendida favola del Milan. Vent'anni fa la missione che ci eravamo prefissi era stata quella di scendere in campo e risultare, tramite il bel gioco, più forti della sfortuna, dell'invidia e dell'ingiustizia e di riuscire ad essere padroni del campo. Oggi quel Milan è diventato il Club più titolato al mondo, la missione dunque è stata compiuta! Adesso però dobbiamo impegnarci per il futuro. La nostra missione da oggi in poi sarà quella di vincere altrettanti trofei nei prossimi vent'anni. Il nostro impegno è nei confronti di coloro che ci amano, ci seguono e prendono ad esempio di lealtà e sportività questa grande società. Grazie a tutti voi e un saluto a tutti gli amici napoletani con la speranza che possano uscire dalle loro contingenze negative».

Silvio Berlusconi, 13 gennaio 2008.