31 luglio, 2006

ONESTOPOLI

C'era un volta un petroliere onesto... Per dieci anni ci hanno raccontato questa fiaba incantevole. Nulla da dire, ci ha fatto sorridere. Ha regalato non poche soddisfazioni. Soprattutto sul campo, in ogni angolo d'Italia e in quel poco d'Europa che gli Onesti hanno frequentato. Che Moratti come dirigente non sia il massimo, ora mai lo hanno capito persino gli interisti: si evince, banalmente, dal pallottoliere di milioni che in questi anni ha sperperato per raccogliere, in cambio, solo insulti (dai tifosi della sua squadra) e pernacchie (dal resto del mondo). Ma anche fuori dal campo, in quanto a prodezze manageriali, il petroliere onesto non ha avuto eguali. Lo scorso novembre, ad esempio, pare abbia ceduto in leasing il marchio FC Internazionale alla banca Italease per 160 milioni. Il gruzzoletto necessario a ripianare una perdita di bilancio di 118 milioni (il passivo più pesante di tutta la Serie A) ed evitare l'ennesima ricapitalizzazione. Una volta venduto il blasone, si capisce che resta poco da salvare. Restano solo gli amici. E così il petroliere onesto si è ricordato di un amico di vecchia data, un amico che può dirsi a ragion veduta straordinario. Il Sole 24 Ore racconta, per citare un altro esempio, di un'operazione di cosmesi contabile messa in atto dal petroliere onesto per realizzare una plusvalenza fittizia di 158 milioni di euro. Quando la Covisoc ha chiesto all'Inter di ricapitalizzare per 100 milioni, pena la mancata iscrizione al campionato 2006/2007, Moratti si è presentato dal Commissario Figc che, con un colpo di bacchetta magica, ha cancellato il 60% (secondo altre fonti, addirittura l'80%) di quel debito. Dici Commissario Straordinario e pensi alla farsa dei Tre Saggi e allo scudetto a tavolino: in sostanza, non uno scudetto di stoffa ma di legno.

La trama del romanzo popolare di Calciopoli è arcinota. Ad aprile, le intercettazioni Telecom fanno saltare gli organi federali. La Figc viene commissariata e la massima carica è affidata a Guido Rossi. Rossi ha rivestito il mandato di presidente Telecom ed è amico di vecchia data di Moratti. Non solo. Per quattro anni ha seduto nel CdA neroblu, col petroliere onesto in persona (che è consigliere Telecom), con il vicepresidente Buora (che è amministratore delegato Telecom) e con Tronchetti Provera (che è presidente Telecom). Anni in cui nell'Inter ha giocato - poco, ma questa è un'altra favola moderna tutta morattiana - un uruguayano con passaporto comunitario falsificato. Illecito, sportivo e ordinario, per il quale il dirigente Oriali e il giocatore Recoba hanno patteggiato una pena di sei mesi di reclusione. Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport (Gruppo editoriale RCS, partecipato fra gli altri da Pirelli ovvero, di nuovo, da Tronchetti Provera) iniziano un tam-tam mediatico finalizzato a diffondere nel paese un sentimento collettivo, che infine si fa Opinione Pubblica: lo scudetto vada agli Onesti! La Federazione emette le sentenze di condanna e riscrive la graduatoria dell'ultimo campionato (che peraltro non è oggetto di indagine giudiziaria): «Abbiamo cercato di interpretare un sentimento collettivo, abbiamo ascoltato la gente comune e provato a metterci sulla lunghezza d'onda», riconoscerà il giudice della corte Mario Serio. «Nella calura dell'estate italiana spira il venticello del buon senso...», chioserà trionfalmente il candido Cannavò. L'epilogo di fine mese è tristemente noto. Mi pare che non sia necessario chiamare il Tenente Colombo per accorgersi che i tasselli del puzzle sono tutti sul tavolo: il quadro che ne emerge ha già i contorni del crimine perfetto. Mancherebbe solo una prova: chi commissionò le intercettazioni telefoniche a Telecom?

Riporto un articolo di Giuseppe Davanzo, pubblicato lo scorso mese di maggio su Repubblica. Oggetto è l'indagine della Procura di Milano in merito alle attività del detective privato fiorentino Emanuele Cipriani e della sua società Polis d'Istinto, per conto di Telecom.

Per quanto racconta Cipriani ai magistrati, nei file illegali della Polis d'Istinto ci sono alcuni dossier raccolti, su input dell'Inter di Massimo Moratti e ordine di Marco Tronchetti Provera, contro l'arbitro Massimo De Santis, il direttore sportivo di Messina e Genoa Mariano Fabiani, il direttore sportivo del Catanzaro Luigi Pavarese. La scoperta ha amareggiato (e irritato) molto la Procura di Milano. Ai pubblici ministeri, tre anni fa, è stata segnalata la confessione che l'arbitro Danilo Nucini affida in privato al presidente dell'Inter, Giacinto Facchetti. La giacca nera racconta il metodo Moggi; le pratiche occulte utilizzate per aggiustare i risultati prima della partita; le modalità e i luoghi degli incontri clandestini del direttore della Juve con gli arbitri addomesticati. Addirittura indica i numeri di telefono coperti utilizzati dalla banda per comunicare in sicurezza. Facchetti invita Nucini a incontrare i magistrati. L'arbitro non ne vuole sapere, non se la sente di strappare il velo. Il presidente dell'Inter insiste. Pena un po'. Alla fine, la spunta. Nucini va in procura, ma è un buco nell'acqua. L'arbitro non conferma le sue accuse. Tocca ora a Facchetti. Se la sente di diventare attore della denuncia riferendo ai magistrati le rivelazioni di Nucini, peraltro registrate dal presidente dell'Inter? Facchetti affida la decisione al patron della squadra, Massimo Moratti. Che esclude la testimonianza per non compromettere il presidente del club. La storia sembra morta lì. Invece continua per vie oblique (da qui l'irritazione della procura che si sente oggi utilizzata e gabbata dall'Inter). Il club neroazzurro si rivolge alla rete spionistica di Telecom, alla Polis d'Istinto di Emanuele Cipriani, per venire a capo della presunta corruzione di Massimo De Santis, indicato da Nucini come uno dei protagonisti dei trucchi. Il Corriere della Sera ha già svelato la nota di accompagnamento dell'indagine spionistica: «Con il presente report siamo a riportare quanto emerso dall'attività di intelligence attualmente in corso a carico di Massimo De Santis e della di lui coniuge, sviluppata al fine di individuare eventuali incongruità in particolare dal punto di vista finanziario e patrimoniale a carico del soggetto di interesse».

Solo per gli annali: nel 1927, lo scudetto fu revocato al Torino per illecito sportivo e non assegnato al secondo classificato, il Bologna, per il fatto che il Presidente Federale - il bolognese Arpinati, eletto nel frattempo - non volle dare adito a sospetti di favoritismo.
Altri tempi. E lo chiamano lo Scudetto degli Onesti...

26 luglio, 2006

IL CALCIO E' MORTO

[Figc.it] Roma, 26 luglio 2006 - La FIGC ha ricevuto in data 24 luglio 2006 il parere consultivo della Commissione composta da Gerhard Aigner, Massimo Coccia e Roberto Pardolesi sul quesito riguardante l'assegnazione del titolo di Campione d'Italia in caso di modifica della classifica finale del campionato. La Commissione ha concluso che, in caso di mera revoca del titolo di Campione d'Italia senza modificazioni di classifica, il titolo rimane necessariamente vacante. Diversamente, in caso di sanzioni che comportano modificazioni di classifica (come penalizzazioni di punti o retrocessione all'ultimo posto), l'art. 49 delle NOIF prevede l'automatica acquisizione del titolo di campione d'Italia per la squadra che risulta prima classificata, tenuto conto delle sanzioni. Gli organi federali possono tuttavia intervenire con un apposito provvedimento di non assegnazione quando ricorrono motivi di ragionevolezza e di etica sportiva, ad esempio quanto ci si renda conto che le irregolarità sono state di numero e portata tale da falsare l'intero campionato ovvero che anche squadre non sanzionate hanno tenuto comportamenti poco limpidi. Il Commissario straordinario ha ritenuto di attenersi alle conclusioni del parere e che non ricorrono motivi per l'adozione di provvedimenti di non assegnazione del titolo di Campione d'Italia per il Campionato 2005/2006 alla squadra prima classificata all'esito dei giudizi disciplinari. Rimane vacante il titolo di Campione d'Italia 2004/2005.

La farsa di Onestopoli giunge, con ciò, al suo atto finale. Non resta che lasciare l'estremo commento a una penna neroblu, Michele Serra di Repubblica (avessi detto Il Giornale o Libero): «Moratti non può ignorare che questo scudetto virtuale è pura carta bollata in un mare già illeggibile di scartoffie, intercettazioni, sentenze già monche. Che è parte integrante del collasso morale del gioco del calcio. Fa ancora in tempo a rifiutarlo, rimandando un concetto impegnativo come "vittoria" a tempi migliori. Noi tifosi gliene saremmo eternamente grati».

10 luglio, 2006

PIZZA E MANDOLINO

Cala (e finalmente!) il sipario sulla stagione più vergognosa dell'ultimo ventennio di calcio italiano. Nella bolgia del Circo Massimo, S.p.q.r. in delirio acclama i miserabili Campioni del Mondo. Panem et circenses, come ai tempi dei loro nonni coi cristiani. Un mese fa a Fiumicino li rincorrevano coi bastoni, oggi li inseguono col tricolore tatuato sulle guance o sulle natiche. Tricolori appesi a tutti i balconi, da nord a sud, rigorosamente capovolti (col rosso a sinistra e il verde a destra) o addirittura stesi in orizzontale, che neanche i magiari il 20 agosto a Budapest. Le bieche cospirazioni di EpoCannavaro alle spalle del povero Brindellone, le puntate clandestine a sei zeri di Buffon e Iaquinta, le convocazioni raccomandate a Mister GeaLippi dai vari figli di papà: tutti i peccati sono rimessi e condonati nel grande giubileo romano... solo anime linde, i nostri eroi di Berlino. Il Belpaese! Dai verdetti del popolo a quelli del senato pallonaro il passo è breve. Prepariamoci quindi ad assistere all'inesorabile smantellamento del castello accusatorio costruito con fervore giustizialista dal paladino di Piedi Puliti, il "poliziotto" Borrelli. Sarà un altro storico insabbiamento, come ai bei tempi di De Biase con la Juventus nel 1980 e con l'Inter nel 1983. Dalla nostra sponda del Naviglio, nel contempo, non possiamo che osservare come certuni ectoplasmi rossoneri, che per l'intera stagione o quasi hanno tirato sistematicamente indietro la gambetta, in Germania siano miracolosamente tornati in vita: mi riferisco, in particolare, a Pirlo e ai brasiliani. Il retrogusto è sempre più amarognolo, e finisce per prevalere sull'insipido generalizzato di un Mondiale poverello di spunti tecnici e di emozioni. Sospetto che di questo trionfo iridato, ai posteri sarà consegnata poco più che la memoria della testata di Monsieur Zizou a PsicoMaterazzi. Gli antenati Azzurri del Calcioscommesse, nel 1982, avevano saputo fare ben altro, guadagnandosi di diritto una pagina d'immortalità. A noi resta la soddisfazione (esigua, oltre che personale e non condivisa dalla massa) di aver visto il nostro secondo marcatore di sempre portare, da capitano, i suoi connazionali fino ai Quarti di Finale.

01 luglio, 2006

INTER 1983

Paolo Ziliani, Non si fanno queste cose a cinque minuti dalla fine! (2005).

Un gol che non doveva essere segnato. Una partita che non doveva essere vinta. Un giocatore famoso (Bagni) che i compagni dell'Inter rifiutano di abbracciare. Una rissa negli spogliatoi con pugni, insulti e accuse infamanti. Sullo sfondo, sospetti di scommesse al Totonero fatte da celebrati campioni e andate male. Due giovani giornalisti che annusano lo scandalo, iniziano una paziente inchiesta e arrivano a toccare con mano realtà scabrose: club al degrado, risultati accomodati, giocatori che scommettono, giornalisti corrotti, giudici che indagano, giudici che insabbiano, tribunali che si trasformano in saloon, avvocati disposti a tutto, agguati, intrighi, manovre di Palazzo e addirittura la scoperta di un Giuda che si aggira nella gloriosa redazione del quotidiano «Il Giorno» di Milano. È questa la vera storia del giallo Genoa-Inter: una partita che il club nerazzurro vinse per sbaglio. Una ricostruzione fedele, documentata, certificata, con retroscena inediti vissuti e testimoniati in prima persona da uno dei giornalisti (Paolo Ziliani) che fecero esplodere il caso. Un caso discusso e scottante che per cento giorni tenne banco sui giornali e in televisione grazie al puntiglio e all'ostinazione dei due giovani cronisti e di un «ispettore di campagna» decisi ad avventurarsi nell'intricata giungla del pallone dove la sola regola era - e forse ancora è - non ci sono regole. Una storia vera, emblematica e istruttiva di uno scandalo molto italiano che fece tremare un club glorioso come l'Inter e i piani alti del Palazzo del calcio. Un romanzo-verità, ma anche uno spaccato esemplare di un mondo - quello del calcio e del giornalismo - dove le zone d'ombra spesso hanno il sopravvento. E dove succedono storie inconfessabili. Come questa.

Prefazione, di Rino Tommasi.

Non so quali siano state le motivazioni che hanno spinto Paolo Ziliani a tirar fuori dal cassetto la meticolosa, eccellente eppure osteggiatissima inchiesta che, in compagnia di Claudio Pea, all'epoca suo collega al «Giorno», svolse più di ventuno anni fa.
La circostanza la ricordo bene. Era i127 marzo 1983 e si giocava la venticinquesima giornata di un campionato che fortunatamente era ancora a sedici squadre, il format ideate per il nostro calcio.
L'Inter era in quarta posizione staccata di sei punti dalla Roma, ormai avviata a vincere il secondo scudetto della sua storia, e giocava a «Marassi» contro il Genoa che era impegnato, come spesso gli capitava, nella lotta per evitare la retrocessione, che peraltro avrebbe conosciuto nella stagione successiva.
Per i motivi che leggerete nel libro, fu una partita che si rive-16 ideale per «costruire» un risultato utile per i clienti del Totonero e senza i sospetti che di regola accompagnano le gare delle ultimissime giornate di campionato. Il pareggio andava bene a tutti ma soprattutto a coloro che avevano puntato delle forti somme su quel risultato.
Sul 2 a 2 a cinque minuti dalla fine Salvatore Bagni, fedele al cliché di giocatore in perenne trance agonistica, realizzò invece il gol che avrebbe dato la vittoria all'Inter. Di regola anche in una partita poco importante chi segna un gol decisivo quasi allo scadere del tempo viene sommerso dagli abbracci, non tutti sinceri ma un po' isterici, che fanno parte di un rito.
Nulla di tutto questo. Bagni fu snobbato e insolentito dai compagni, insultato e minacciato dagli avversari. E negli spogliatoi, di 11 a poco, successero cose talmente strane da attirare l'attenzione dei giornalisti prima e far scattare l'inchiesta dell?Ufficio Indagini poi.
Poiché conosco abbastanza bene la storia del pugilato, ho affermato più volte, con una punta di provocazione ma anche con profonda convinzione, che ci sono stati meno incontri truccati in tutta la storia della boxe che in una qualsiasi stagione dei nostri campionati di calcio.
L'episodio di Genova non aveva bisogno di prove ma Ziliani e Pea le trovarono e le raccolsero. Esplose cosi un caso che mise a rumore il mondo del calcio e che tenne banco per 100 giorni: un giallo a regola d'arte che ogni giorno si arricchiva di una pagina scottante, di un retroscena torbido.
Pea e Ziliani si trovarono a fronteggiare, naturalmente, l'omertà degli addetti ai lavori, lo scetticismo dei benpensanti, l'astio di colleghi giornalisti scorretti quando non corrotti, le barriere difensive dei dirigenti del Palazzo convinti che la credibilità del calcio andasse difesa a ogni costo e a dispetto dell?evidenza e della verità.
Ho conosciuto Paolo Ziliani quando abbiamo lavorato insieme nella redazione sportiva di Canale 5 e lo avrei voluto con me quando sono diventato il primo direttore di Telepiù. Purtroppo non accettò, ma questo non ha diminuito la stima che ho sempre avuto per lui. Alla scrupolosa meticolosità, del recto confermata dal racconto di quella lontana inchiesta, Ziliani sa unire anche il raro dono dell'ironia.
Mi auguro che il suo racconto, uno spaccato fedele di che cos'erano ? e ancora sono ? il mondo del calcio e il mondo del giornalismo sportivo, faccia riflettere: perché questi due mondi dipinti spesso come idilliaci sono in realtà, ancor'oggi, ricettacolo di losche manovre, gol fasulli, abbracci finti o abbracci mancati, terreno di conquista di dirigenti, giornalisti e addetti ai lavori il cui unico scopo e nascondere la verità.

JUVENTUS 1980

Carlo Petrini, Nel fango del dio pallone (2000).

Domenica 13 gennaio 1980 si doveva giocare Bologna-Juventus. I bianconeri erano in una situazione disastrosa: erano reduci da tre sconfitte consecutive e in classifica stavano scivolando in zona retrocessione. Il giovedì prima della partita il direttore sportivo del Bologna, Riccardo Sogliano, alla fine dell'allenamento ci radunò tutti nello spogliatoio - titolari e riserve - e ci disse: «Ci siamo messi d'accordo con la Juve per pareggiare la partita di domenica. E' chiaro per tutti?». Nessuno di noi giocatori ebbe niente da obiettare, cosi Sogliano se ne andò tutto soddisfatto: un favore del genere alla Juve poteva tornare molto comodo al Bologna, nel futuro... A quel punto parlò il nostro allenatore Perani, che ci propose di scommettere sul risultato di quella partita. Solo due giocatori si tirarono indietro, Renato Sali e Franco Castronaro: loro non vlevano partecipare a scommesse. Discutemmo con Perani la somma da puntare e si decise per 50 milioni. Mentre stavo lasciando lo spogliatoio per andare a telefonare la puntata a Cruciani, l'allenatore mi prese da parte e mi disse di aggiungere alla scommessa altri 5 milioni a nome suo, suoi personali. Dovetti telefonare a Cruciani varie volte: era dubbioso, non si fidava. Infatti mi disse che ultimamente aveva preso più di una fregatura: certi giocatori gli avevano promesso risultati che in campo non erano stati mantenuti, così lui ci aveva rimesso un mucchio di soldi. Si convinse solo quando gli dissi che gli accordi per il pareggio non li avevamo presi noi giocatori , ma i dirigenti delle due società. La prova di quello che dicevo, Cruciani la trovò nella Gazzetta dello Sport della domenica mattina: «Alla Juve basta un pareggio» dichiarava l'allenatore juventino Trapattoni.
Anche per noi giocatori era una garanzia il fatto che il pareggio fosse stato combinato dalle due dirigenze. Infatti nelle ore che precedettero la partita, cercammo altre strade per scommettere ancora e vincere più soldi. Colomba telefonò al suo amico Chiodi (un ex del Bologna passato al Milan) a Milanello, e gli chiese di scommettere per noi sulla piazza di Milano il pareggio di Bologna-Juve. Ricordo come fosse ieri, allo stadio Comunale imbiancato dalla neve caduta nella notte, i minuti che precedettero l'ingresso in campo. Io ero destinato alla panchina, quando uscii dagli spogliatoi incrociai Trapattoni. Gli raccomandai il rispetto dell'accordo, e lui mi disse che potevamo stare tranquilli, che non c'era nessun problema. Con Trapattoni avevo giocato nel Milan e nel Varese, sapevo che era una persona seria. I miei compagni , nel sottopassaggio prima di entrare sul terreno di gioco, fecero lo stesso con alcuni giocatori juventini (che quel giorno erano: Zoff, Cuccureddu, Cabrini, Gentile, Brio, Scirea, Causio, Prandelli, Tavola, Bettega, Merocchino). Gli dissero che avevamo scommesso sul pari, uno di loro rispose: «Noi oggi non abbiamo scommesso, il colpo l'abbiamo fatto già due domeniche fa con l'Ascoli».

Quando si concordavano i pareggi si puntava allo 0 a 0, proprio per evitare di trovarci in situazioni imbarazzanti o che il controllo del risultato potesse sfuggire di mano. Fu cosi anche per il primo tempo di quella partita combinata: il nostro primo tiro nella porta juventina lo facemmo al 35° minuto, e la Juve non fece niente di meglio. Il pubblico cominciò a protestare, sembrava una commedia più che una partita di calcio: alla fine del primo tempo arrivarono in campo fischi e palle di neve. Nella ripresa il nostro portiere Zinetti , totalmente deconcentrato, ne combinò una grossa: al 10° minuto, su un innocuo tiro da lontano di Causio, si impaperò e il pallone gli scivolò nella rete. In campo l'imbarazzo fu generale. Causio, più dispiaciuto che contento per il gol, si avvicinò alla panchina e discusse con Trapattoni. Perani, preoccupato, mi fece entrare in campo. Nel giro di pochi minuti cominciammo a sospettare che alcuni giocatori della Juve non volessero più rispettare l'accordo, e che ormai - già che c'erano - puntassero a vincere la partita. La tensione in campo divenne alta, noi insultavamo gli juventini, che tacevano imbarazzati. A un certo punto Bettega ci disse «Calmatevi, la responsabilità di farvi fare gol me la prendo io». Meno di un quarto d'ora dopo la situazione venne risolta dagli stessi bianconeri: su calcio d'angolo di Dossena, Brio ci regalò una bella autorete. Tutti a posto, tutti conntenti. Tutti meno il pubblico, che a fine garà ci saltò con bordate di fischi e con una pioggia di palle di neve.
L'indomani, leggendo sui giornali la cronaca della partita, ce la ridemmo di gusto. Il Resto del Carlino scriveva: «Le due squadre erano così amiche che i bianconeri non hanno nemmeno protestato per un mani in area di Albinelli su tiro di Bettega... Qualcuno sussurra che le due squadre si sono messe d'accordo». E la Gazzetta dello Sport: «Sembrava che il Bologna collaborasse alla soluzione della crisi juventina... E' un pareggio che sembra tacitamente concordato. Piuttosto strano il comportamento di Causio subito dopo il gol, la sua esultanza è stata freddina».

(...) L'ufficio inchieste della Federazione cominciò gli interrogatori. Capimmo che gli inquirenti della giustizia sportiva non erano interessati a sapere tutta la verità dei fatti: avevano fretta di chiudere la faccenda al più presto, volevano solo l'ammissione di qualche nome da dare in pasto all'opinione pubblica. In abase al regolamento federale, non dovevano dimostrare loro la nostra colpevolezza, dovevamo dimostrare noi la nostra innocenza. Ma noi eravamo convinti che bastasse tenere duro e negare tutto, anche noi volevamo che l'inchiesta si chiudesse in fretta. (...) Ai primi di maggio la Figc chiuse la sua inchiesta. Per la partita Bologna?Juventus del 13 gennaio venivo rinviato a giudizio insieme a Savoldi e Colomba, al presidente Fabretti e all'allenatore Perani. Processati anche il presidente della Juve Boniperti e l'allenatore Trapattoni. (...) Il turno di noi del Bologna arrivò il 23 maggio. Mi si avvicinò il presidente juventino Boniperti accompagnato dall'avvocato Chiusano. Disse che voleva parlarmi in disparte. Andammo nell'ufficio box della società bianconera all'interno della Federazione. A quel punto Boniperti mi disse: «Petrini, è nell'interesse di tutti - nostro ma anche suo - che domani Cruciani non venga in aula a testimoniare. Noi rischiamo la retrocessione in Serie B, ma lei rischia la radiazione. Bisogna rintracciare Cruciani e convincerlo a non presentarsi». Poi il presdiente juventino aggiunse: «Gli dica e gli prometta quello che vuole, ma lo convinca a non essere qui... Se lei darà una mano a noi, poi noi daremo una mano a lei». Non la feci tanto lunga, ero talmente solo e disperato che per avere una mano dalla Juve avrei fatto qualunque cosa. «Si sbrighi a trovarlo» concluse Boniperti, «ci sono pochissime ore di tempo. Gli dica pure che ha parlato con noi e gli prometta quello che vuole».

Sabato 24 maggio 1980, il superteste Cruciani non si presentò in aula a testimoniare. Il magistrato sportivo Corrado De Biase, per Bologna-Juventus, chiese l'assoluzione delle due società per mancanza di prove, ma una squalifica di sei mesi per Sogliano, Savoldi e Petrini.

Il Corriere della Sera del giorno successivo: "C'è un nuovo giallo che ha per protagonista Massimo Cruciani, uno dei due accusatori romani, la cui deposizione nella prima parte del processo ha compromesso la posizione di Paolo Rossi, squalificato per tre anni. Risulta che, nella notte tra venerdì e sabato, Cruciani avrebbe pernottato in un albergo del centro di Milano. Cruciani, quindi, sarebbe giunto da Roma a Milano per deporre davanti alla Commissione disciplinare relativamente alle tre partite in discussione, ma avrebbe poi sorprendentemente cambiato idea, decidendo di rientrare a Roma senza presentarsi nell'aula del tribunale calcistico. Aumentano quindi i sospetti su questa defezione dell'amico di Alvaro Trinca, il quale proprio davanti alla Commissione disciplinare ha ironizzato pesantemente sull'assenza di Cruciani". E La Gazzetta dello Sport, sulle richieste di condanna e assoluzione: "Sono richieste tali da lasciare profondamente sconcertato chiunque abbia seguito un po' da vicino questo maledetto e sporco imbroglio... La gente oggi si chiede anzitutto come mai i super-accusatori, i super-scommettitori Cruciani e Trinca, e i loro amici, vengano creduti come l'oracolo per certi episodi e vengano invece disattesi come bugiardoni patentati per certi altri. Ecco, si vorrebbe capire perché Cruciani e i suoi amici sono credibilissimi quando parlano di Paolo Rossi, tanto che basta la loro parola per infliggere a questo calciatore tre anni di squalifica; mentre credibili non lo sono più quando affermano di aver sentito dire da Petrini che la partita Bologna-Juve era stata già combinata per il pareggio.

Lunedì 26 maggio 1980, la sentenza di assoluzione piena per le due società, inclusi i due presidenti, i due allenatori e il direttore sportivo del Bologna, Sogliano. Condanna alla squalifica di 3 mesi per il giocatore Colomba e di 6 mesi per i giocatori Savoldi e Petrini.

30 giugno, 2006

23 giugno, 2006

DOPO I DEFERIMENTI: ADDIO CARLONE?

Appresa la notizia del deferimento, il fischietto di Tivoli ha aperto la bocca: «Abbiamo presentato un'istanza all'Ufficio Indagini perché faccia un accertamento su Carlo Ancelotti». Dice De Santis: "non si è mai accorto di nulla, stava nella compagnia juventina e non sapeva?". Per inciso, il nostro Buon Carlone sostituì Lippi nel 1998-1999, e poi guidò i bianconeri nel 1999-2000 e nel 2000-2001. Complessivamente, sette gare dirette da De Santis, con 6 vittorie e 1 sconfitta. Stai a vedere che i conti cominciano a tornare...

22 giugno, 2006

DEFERIMENTI: ADDIO ADRIANO...

Adriano Galliani è stato deferito e si dimette: lascia la presidenza della Lega, ma evita l'incriminazione per illecito sportivo. L'accusa formulata dal procuratore federale è di avere trasgredito "il dovere di comportarsi secondo i principi di lealtà, correttezza e probità" (Titolo I, Art. 1 del c.g.s.): "Avallava la condotta di Meani", che è accusato del tentativo di "alterare lo svolgimento o il risultato di una gara" (Titolo I, Art. 6), ovvero di illecito sportivo. La gara in questione è Milan-Chievo, del 20 aprile 2005. A quando le dimissioni da AD della società?

20 giugno, 2006

I CONTI CHE NON TORNANO

Oggi l'Ufficio Indagini della FIGC consegna la sua relazione su Calciopoli (già Moggiopoli) al procuratore federale, che emetterà i deferimenti per club e tesserati coinvolti a vario titolo nello scandalo. Restiamo in attesa di capire in quale misura Meani e Galliani abbiano agito slealmente, a norma di regolamento sportivo. Ma a prescindere dalla sentenza che verrà a breve, da Rossonero, sento il bisogno di esprimere un sentimento che scaturisce spontaneo.

Per quanto è emerso negli ultimi 40 giorni, dal lavoro delle procure e attraverso le intercettazioni telefoniche pubblicate dalla stampa (più e meno schierata), il Sistema Moggi esisteva e l'A.C. Milan ne era perfettamente a conoscenza. Nessuno dei nostri dirigenti o legali mi risulta abbia mai dichiarato il contrario. Si è molto fantasticato sulla famosa visita di Big Luciano a Palazzo Grazioli, un mese dopo il via del campionato 2005-2006. A nessuno è dato sapere cosa si siano raccontati il direttore generale della Juventus e il Presidente del Consiglio nell'occasione. Ciò che so per certo è che ancora tre mesi fa, Berlusconi dichiarava: "E' vero, Moggi e Giraudo restano alla Juve: nessuna dirigenza con la testa sulle spalle se li lascerebbe scappare" (Ansa, 21 marzo 2006). Come dimenticare, peraltro, le proverbiali cene degli amiconi Antonio e Adriano, a corollario di ogni sfida fra Juve e Milan (inclusa l'ultima, inquietante, sulla sabbia del Delle Alpi con arbitro De Santis)? Vorrei anche aggiungere che il Buon Carlone, ai giudici napoletani, avrebbe confermato le illazioni emerse nelle telefonate di Meani a Collina, riguardo ai favori ottenuti dal fischietto di Tivoli ai tempi della sua panchina bianconera (fra cui il celeberrimo Juventus-Parma, con gol regolare di Cannavaro annullato al 90°), per non parlare dei calendari di Serie A pilotati ad agosto.

Ora, fatico a scorgere la coerenza di tali premesse con la postuma presa di distanze - unanime quanto tardiva - dalla Triade di Piazza Crimea (ormai Biade, dopo le lacrime di Bettega allo stadio) o dichiarazioni più recenti di Berlusconi, del genere: "Esigiamo che ci restituiscano i due scudetti che ci spettano. Siamo stanchi di subire ingiustizie. Attendere che tutto sia dimostrato? Ma più chiaro di così..." (Ansa, 14 maggio 2006). Il nostro ineffabile Vicario, spalleggiato in conferenza stampa dall'Avvocato Cantamessa, a maggio riferiva di sentirsi ferito nell'intimo per l'inatteso voltafaccia del Grande Accusato/Accusatore, dal momento che le sue relazioni con Moggi afferivano "la sfera dei sentimenti". Chi mi legge - o chi ha voglia di spulciare nell'archivio dei post - ricorderà peraltro una mia esternazione scomposta all'ormai epica: "La mia posizione di presidente di Lega mi obbliga a un sofferto silenzio e quindi di Milan non parlo" dopo l'arbitraggio scandaloso subito a Firenze (Assemblea di Lega, 21 novembre 2005).

I conti non tornano. In primo luogo, questi signori dovranno rendere conto del loro assordante silenzio, che vale come un'ammissione di connivenza. Secondariamente, trovo allarmante (oltre che grottesco) che l'unica linea difensiva espressa finora dalla società sia stata quella di isolare il carneade lodigiano, liquidandolo come un "povero diavolo": oste di professione con l'hobby del calcio e il vizietto di millantare crediti presso il Palazzo, spendendo il nome del Presidente di Lega e/o del Premier. "Sono il mandante di me stesso"...? I conti tornano sempre di meno. Per il semplice motivo che un club di blasone e comprovata tradizione manageriale non assegna a un povero diavolo la responsabilità di gestire (oltre tutto, in autonomia) le delicate relazioni con la classe arbitrale e gli organi federali.

In estrema sintesi: l'asse inscindibile Ancelotti-Galliani ha già prodotto più danni del lecito. Quelli tecnici sono sotto gli occhi di tutti, da due stagioni piene. Quelli disciplinari saranno quantificati a giorni e, purtroppo per noi, a prescindere dal vantaggio sportivo conseguito sul campo dalla squadra. Come dire: dopo i danni, le beffe. Il tentativo di illecito, se comprovato, peserà meno dell'illecito pieno solo nel quantificare il grado della pena. In qualasiasi caso, questi nostri signori non ne escono puliti. Senza voler attribuire tinteggiature politiche ai (mal)costumi acquisiti dalla dirigenza nell'ultimo decennio, non ho potuto fare a meno di osservare - con un senso di crescente disagio, ormai convertito in disgusto - come il cinismo di Moggi o l'affarismo di Giraudo suscitassero in tempi non sospetti perlomeno la considerazione, se non addirittura la stima, della nostra proprietà. Aggiungo: diventa sempre più difficile identificarsi in un club che corteggia galantuomini come Moggi e Giraudo, e sul mercato cerca rinforzi dello spessore umano di Materazzi, Poulsen e Ibrahimovic. Un tempo esistevano "le facce da Milan". Calciatori, allenatori, dirigenti e tifosi. I nostri colori erano l'icona dei nostri valori, che alcuni bollano con l'etichetta sprezzante del populismo: per noi, semplicemente, valori romantici. Nel 1980 scendemmo in B perché, nel Sistema, Colombo contava qualcosa meno di Boniperti e Prisco. Ma quella retrocessione fu e resta il nostro punto d'orgoglio, perché fummo gli unici (con la Lazio) a pagare per tutti. Anche e soprattutto per la Juventus (e per il Bologna).

Oggi, con un Vicepresidente tradito e sbugiardato pubblicamente dai suoi sodali di ieri, e tuttavia incatenato alla poltrona della Lega, più che l'orgoglio restano solo imbarazzo e amaro in bocca. A prescindere dalla penalizzazione che sarà, auspichiamo, sportiva e non politica.

19 giugno, 2006

IL PRIMO SIGILLO MONDIALE

Dopo Spagna-Ucraina (4-0) ho visto spurgare un bel po' di veleno dalle bocche e le penne dei sedicenti tifosi traditi e i vari scribacchini di corte. Ho letto ironie sulla "squadra materasso" del Mondiale, malignità sul suo capitano bolso che ora - a quanto dicono - "si risparmia per il Chelsea" (sic), un innaturale silenzio da parte di chi fino a un mese fa inneggiava al "Vento di Passioni". Tristi italioti, malati di provincialismo! La mia verità è che non si vuole digerire il boccone amaro di una scelta motivata dal buon senso, oltre che dagli equilibri famigliari (su cui nessuno ha facoltà di esprimere giudizio). Milano non vale Londra, il Milan di oggi non vale il Chelsea (perlomeno in campo nazionale) e quello di domani è un'incognita assoluta, Ancelotti non vale Mourinho, un Berlusconi di ritorno non vale un Abramovich allo zenit e - perché no? - 4 o 5 milioni di ingaggio non ne valgono 9 o 10. Shevchenko ha detto: no, grazie. Ma attenzione, anche Eto'o ha detto: no, grazie. E infine Henry ha detto: no, grazie. Forse varrebbe la pena spostare il tiro e mirare altrove...

Nel frattempo, "Shevy" è tornato alla grande (primo sigillo mondiale con cabezazo e strepitoso assist per l'interessantissimo Kalinichenko, dopo una progessione delle sue per trenta metri), l'Ucraina ha restituito il 4-0 all'Arabia Saudita e veleggia (Tunisia permettendo) verso uno storico approdo agli ottavi di finale (dove potrebbe trovare la Svizzera). Mica male per una debuttante. Ho dato un occhio al calendario di Germania 2006: sai che divertimento se, nei quarti, il Nostro andasse a incrociare i miserabili Azzurri di Mister GeaLippi ;-)

15 giugno, 2006

BENTORNATO SILVIO

Abbiamo bisogno di ricominciare a sognare...

«Domani sogneremo altri traguardi, inventeremo altre sfide, cercheremo altre vittorie. Che valgano a realizzare ciò che di buono, di forte, di vero c'è in noi, in tutti noi che abbiamo avuto questa avventura di intrecciare la nostra vita a un sogno che si chiama Milan».

Silvio Berlusconi, 24 marzo 1986

31 maggio, 2006

MAGGIO 2006: Il saluto di Sheva

PROUD DAY FOR CHELSEA

[ChelseaFC.com] Chelsea Football Club can confirm that Andriy Shevchenko has signed from AC Milan for a club record fee. Shevchenko completed a medical and agreed personal terms at Stamford Bridge today (Wednesday). He has signed a four year contract.

The former European Footballer of the Year said: "I am here for the challenge and the excitement of playing in the Premier League. I am going from one big club to another and joining a team of champions. There is a right moment to join a football club and I think I have arrived here at the perfect time. The Champions League has to be a realistic target for next season but it is not just about the Champions League. Chelsea is going for their third Premiership as well and I like the club's mentality of wanting to win every game they play. I have followed Mr. Mourinho's career carefully for the last few years and have been hugely impressed with the way he manages. He puts team ethic before individual expression which is the way I believe great teams are created. Had money been my motivation for coming, I would probably have stayed in Milan. I am pleased that Chelsea managed to conclude everything before the World Cup - I can go to Germany with a clear mind and proud to be a Chelsea player."

Chelsea manager and first team coach, José Mourinho, said: "Today is a day when the dream became reality. Andriy has always been my first choice for Chelsea since I arrived. Before it was not possible, now it is for real. He has great qualities, ambition, discipline, tactical awareness and of course he is a great goalscorer. I did not need to meet with him to convince him about Chelsea, in the same way we did not need to talk a lot about why I wanted him. Everybody knows him as a player, tactically he can play in the Chelsea system no doubt. Milan is a big club, a great club, but for him to leave Milan for Chelsea is a big statement about where Chelsea is. He is a champion and he is joining a team of champions. I have already spoken to some of our players and they are looking forward to playing with him. Great players want to play with other great players. Chief Executive Peter Kenyon added: "This is another proud day for Chelsea. The signing of Andriy, following on from Michael Ballack and Solomon Kalou shows the ambition of Chelsea. The deal is a new club transfer record and is a straight cash deal. We are delighted to have signed one of Europe's greatest goalscorers. Andriy has an unparalleled record in the Champions League, international matches and Serie A."

Chelsea will formally present Shevchenko at a media conference after the World Cup. Shevchenko is due to meet up with the Ukrainian World Cup squad tomorrow (Thursday).

A.C. MILAN RINGRAZIA...

[ACMilan.com] L' A.C. Milan comunica di aver ceduto a titolo definitivo le prestazioni sportive del calciatore Andriy Shevchenko al Chelsea Football Club. L' A.C. Milan ringrazia Shevchenko, uomo e attaccante straordinario, per le molteplici emozioni trasmesse nelle sette stagioni in cui ha indossato la maglia rossonera. Le sue 173 reti - secondo cannoniere nella storia del Milan - hanno contribuito in maniera determinante alla conquista di uno scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa di Lega, una Champions League e una Supercoppa Europea.

30 maggio, 2006

LE VERITA' DEL POPOLO BUE

Dopo aver assistito, ieri sera, ad una deprimente edizione di "Studio Milan" sul canale tematico, il sospetto che il livore anti-Sheva fatto Opinione Pubblica attraverso i messaggi degli abbonati (?) sia una manipolazione bulgara, è diventato una certezza: è sufficiente confrontare il rapporto fra SMS benevoli e malevoli pubblicato, sempre ieri, in seconda pagina dal foglio rosa. Fra le molte (troppe) nefandezze lette e ascoltate nelle ultime settimane, mi fa piacere a questo punto riportare una voce fuori dal coro...

The cat is under the table, di Stefano Olivari

Non ci mancherà, Andriy Shevchenko, per la semplice ragione che in un anno guardiamo più partite del Chelsea che del Milan. Però mancherà tantissimo al calcio italiano prima ancora che alla società che presto avrà un Galliani a tempo pieno (e che di sicuro non lo sostituirà con l'ectoplasma di Marcio Amoroso), dal momento che per uno sport che fa della sua furbizia il suo valore fondante avere fra i suoi campioni un esempio di correttezza e di educazione come Shevchenko è decisivo. Tanto più in periodi come questi, pieni di "uomini di calcio" che non mollano nemmeno a parole vittorie palesemente sporche, uno sportivo cresciuto secondo i canoni sportivi della vecchia Unione Sovietica (Sheva l'ha vissuta fino al big bang del 1991, in pratica fino a quindici anni), unica cosa da salvare di quel mondo, ci fa sperare in un futuro migliore. Non a caso Shevchenko sarà ricordato, non solo dai milanisti, al di là dei tanti trofei vinti, vinti quasi sempre con suoi gol decisivi: uno scudetto, una Champions, una Supercoppa Europea, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, mille trofei individuali e 173 gol segnati in tutti i modi. Cifre che dicono moltissimo meno di quella coppa portata sulla tomba del maestro Lobanovsky e di tante risposte gentili date a gente che non avrebbe potuto essergli utile nemmeno in venti vite. Detto questo, è inaccettabile che questa dolorosa partenza, tecnicamente non ancora perfezionata, dopo sette anni di gol e di affetto sia stata venduta come la decisione di un uomo succube della moglie Krysten, la solita Yoko Ono creata ad uso del popolo bue, desiderosa di vivere a Londra e intenzionata ad impartire ai figli (il secondo è in arrivo) un'educazione in una sola lingua, la più diffusa nel mondo. Certo, ci sono le dichiarazioni di Berlusconi e Galliani, bravi nel mascherare una cosa che passa sopra anche alle loro teste, e le parole dello stesso attaccante, che fra poco da mezzo infortunato si giocherà l'unico Mondiale della sua carriera: ''Devo pensare ai miei figli. Noi abbiamo un problema di lingua: comunichiamo solo in italiano, io non parlo inglese, Kristen non parla ucraino. L'unico modo per poter far capire ai nostri figli l'amore che abbiamo per loro è la lingua l'inglese''. Tutte cose prese per buone acriticamente, come se a Milano non esistessero scuole inglesi (quella vicino a San Siro è piena di figli di milanisti e interisti) e Shevchenko in pochi mesi a Londra potesse impadronirsi di una lingua non sua: in questo senso cosa si può fare più di avere una moglie americana? Più utile di Makelele, Cech o delle cassette del genere 'the cat is under the table'... Secondo la stessa logica adesso vengono ingigantiti dopo il vergognoso, per chi asserisce di essere un giornalista, pompieraggio del passato, gli scazzi (reali) con Ancelotti e la sempre minore sopportazione degli anziani grilli parlanti e sempre meno giocanti (Maldini e Costacurta, tirando a indovinare): dinamiche normali in uno spogliatoio, accettabili quando quasi ogni anno si vince o si lotta per vincere qualcosa di importante. In questi casi i giornalisti non hanno però colpe, potendosi basare solo su confidenze e metodi deduttivi piuttosto che su intercettazioni telefoniche, come quelle pubblicate oggi da Tuttosport (Galliani superstar e Juve meno sola), e pedinamenti. Di sicuro in questa strana storia di una partenza che quasi nessuno voleva, con anche lo stesso Abramovich che di un rifiuto si sarebbe fatto una ragione (fra i mille controlla anche Tevez, l'uomo dei prossimi dieci anni), c'è qualcosa che non si può raccontare. Forse minacce, in una lingua universale, con tono e autori ben diversi da quelli che qualche tempo fa fecero passare brutti momenti alla famiglia Shevchenko: quella era "solo" microcriminalità, che secondo la ruota della sfortuna prima o poi ti tocca. Magari a Londra Sheva racconterà la verità, magari non lo farà mai, magari non c'è nessuna verità segreta e il mondo è più piccolo borghese di come ce lo immaginiamo: di sicuro, quando ha detto che partiva per la famiglia non ha mentito. Se un altro eroe ucraino come Sergej Bubka non può girare per Kiev un motivo ci sarà...

(Stefano Olivari,
in esclusiva per Indiscreto)

27 maggio, 2006

SHEVA: 'Un messaggio per i miei tifosi'

Storia di una foto, 25/05/06. Quelli di ForzaMilan hanno incontrato Sheva a Milanello. Si erano accordati per fare una foto con i tanti messaggi arrivati. Prima di scattare la foto, Andriy ha cominciato a leggere. Era la prima volta che toccava con mano quanto stavano facendo i tifosi per lui. La sua scelta finale qualcuno non l'ha accettata, altri si. Gli amici di ForzaMilan possono dirci solo quello che hanno visto nei suoi occhi... è un sentimento e un'emozione che niente e nessuno potrà cancellare.Ieri per me è stata una giornata veramente difficile e ho pensato molto prima di prendere questa decisione. La mia è stata una scelta sofferta ma sento che è arrivato il momento di pensare al futuro della mia famiglia e dei miei figli, che sono la cosa più importante della mia vita. Alcuni giorni fa ho spiegato le mie motivazioni a Silvio Berlusconi, lui è per me una persona speciale, importante, è il padrino di mio figlio. Mi ha ascoltato e ha capito. "Fai ciò che è meglio per te" mi ha detto, ed è per questo e per tutto quello che ha fatto per me e per la mia famiglia, che lo ringrazierò per sempre. Ringrazio tanto ache la Società e il signor Galliani che hanno fatto tutto quanto era possibile, e molto di più, per trattenermi. Ma è soprattutto a voi tifosi che mi rivolgo e chiedo di accettare la mia scelta. Ho letto i vostri messaggi in questi giorni, molti mi hanno fatto venire le lacrime agli occhi; capisco anche la vostra rabbia e la delusione ma vi chiedo di accettare la mia scelta come uomo. Quello che mi avete dato in questi anni è unico, mi avete fatto sempre sentire a casa; stare in curva con voi è stata una delle emozioni più forti della mia vita. Voi avete una parte del mio cuore e ci starete per sempre. Andriy

da: http://www.sheva7.com/

26 maggio, 2006

BUONA FORTUNA CAMPIONE



Credo sia superfluo soffermarsi sull'amarezza di questo momento. Solamente il tempo, come sempre, darà a tutti (più e meno fanatici di Sheva) l'esatta dimensione di questa perdita. E tuttavia, l'uomo viene prima del calciatore. Sono convinto che molte motivazioni abbiano inciso su una scelta che, fosse stata semplice o non dolorosa, sarebbe arrivata in tempi assai più brevi. Di certo incidono progetti famigliari, ambizioni professionali e serenità interiore. Per ragioni differenti, ritengo che la quadratura di questo complesso sistema di variabili, oggi per Sheva si trovi lontano dalla Serie A, da Milano, da Ancelotti, da Galliani. E purtroppo, inevitabilmente, lontano dal Milan.

Come sempre, gli occhi di Sheva hanno detto più delle parole.
L'unica parola che io mi sento di dire al nostro campione è GRAZIE!

14 maggio, 2006

MILAN 2 - ROMA 1

(4 PT) Kakà su rigore, (33 PT) Mexes, (45 ST) Amoroso su rigore.

Abbiamo giocato con Dida, Simic (Cafu dal 29 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf (Rui Costa dal 22 ST), Kakà, Inzaghi (Amoroso dal 35 ST), Gilardino.

La farsa è finita: Juventinove! La fiaba è finita: Il Balon d'Or ha salutato il Popolo Rossonero dal cuore della Sud. GAME OVER. Resta poco da aggiungere: parlano i post pubblicati in questo blog da agosto ad oggi. Ci sono tutti i nomi (De Santis, Dattilo, Bertini, Pieri...) e tutti i capi d'accusa (dalle designazioni comode alle "sviste" arbitrali alle squalifiche telecomandate). E parlano le mie personalissime interpretazioni sul secondo Scudetto consecutivo graziosamente lasciato sul piatto dei padroni di Piazza Crimea dal maggiordomo brianzolo. Dovesse emergere che la contropartita del baratto erano voti per la poltrona, tornerebbero tutti i conti. Resta solo amaro in bocca. Più di tutto per una perdita incolmabile e ingiustificabile, al di là delle illazioni della stampa cortigiana e delle prese di posizione (di comodo e di rito) di Ancelotti e Galliani. Di 7 Rossonero ce n'è stato uno e non ce ne saranno più.

07 maggio, 2006

PARMA 2 - MILAN 3

(28 PT) Kakà su rigore, (43 PT) Cafu, (9 ST) Corradi, (11 ST) Seedorf, (43 ST) Corradi.

Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Nesta, Kaladze, Serginho (Jankulovski dall'11 ST), Gattuso, Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko (Gilardino dal 7 PT), Inzaghi (Rui Costa dal 25 ST).

Ora che il bubbone Moggi è esploso, da piazza Crimea prendono le distanze: scaricheranno, non senza sdegno, Don Luciano. Ma intanto portano a casa il settimo Scudetto Gea: De Santis (che novità!) ha completato il lavoretto al Delle Alpi. E sarà tricolore nel feudo di San Nicola... perché hanno paura anche del Granillo. Epilogo funereo, come il ginocchio gonfio del Balon d'Or, uscito (simbolicamente) al minuto 7 e con un saluto emblematico alla panchina...

30 aprile, 2006

29 aprile, 2006

MILAN 2 - LIVORNO 0

(28 PT) Inzaghi, (20 ST) Inzaghi.

Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Stam (Costacurta dal 40 PT), Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo, Jankulovski, Rui Costa, Shevchenko (Gilardino dal 20 ST), Inzaghi (Amoroso dal 32 ST).

Arroganza del potere di Piazza Crimea: tre gol (nella contrada bianconera) nei primi 8 minuti del primo tempo, in qualsiasi paese non latino, sarebbero materiale da Ufficio Indagini. Evidentemente i capelliani non hanno più di una mezzora nelle gambe. Ma in Via Turati nessuno si scompone: "Oggi abbiamo concluso l'operazione estate tranquilla, missione compiuta" (Adriano Galliani).

26 aprile, 2006

BARCELLONA 0 - MILAN 0

Abbiamo giocato con Dida, Stam, Costacurta (Cafu dal 19 ST), Kaladze, Serginho, Gattuso (Rui Costa dal 23 ST), Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko, Inzaghi (Gilardino dal 35 ST).

Il calcio non è una scienza esatta. Un anno gli episodi puniscono i più forti, un anno gli episodi premiano i più forti. Onore al merito di Rijkaard, che ha imbrigliato Ancelotti con le marcature e il possesso palla: a Parigi va la squadra che da tre anni non perde una gara in casa, non la squadra che nell'intera stagione europea ha vinto una gara in trasferta (coi turchi). Poi - siccome Noi siamo il Milan - ci sta anche di uscire con un gol regolare annullato al Balon d'Or.

Gli OBIETTIVI MINIMI sono stati raggiunti, Galliani un anno fa ci avrebbe "messo la firma": bene, avanti così per altri due anni.

22 aprile, 2006

MESSINA 1 - MILAN 3

(6 PT) Sculli, (32 PT) Jankulovski, (44 PT) Gattuso, (45 ST) Gilardino.

Abbiamo giocato con Dida, Cafu, Nesta (Stam dal 19 PT), Kaladze, Serginho, Gattuso, Rui Costa, Seedorf, Kakà (Ambrosini dal 13 PT, Jankulovski dal 28 PT), Shevchenko, Gilardino.

Meno 3 dopo la mattanza sicula. Ancelotti torna (suo malgrado) a sentire odore di Scudetto e nella tonnara del San Filippo schiera il suo Undici ideale: si vada ora a rileggere il virgolettato post derby... Con ciò, andiamo alla resa dei conti del Camp Nou con la squadra a pezzi.

18 aprile, 2006

MILAN 0 - BARCELLONA 1

(11 ST) Giuly.

Abbiamo giocato con Dida, Stam (Cafu dal 32 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso (Ambrosini dal 27 ST), Pirlo (Maldini dal 22 ST), Seedorf, Kakà, Gilardino, Shevchenko.

Lezione di tattica olandese a San Siro: dopo un primo tempo equilibrato (e un palo del Gila), l'abbiamo vista poco e giocata male. La differenza ovviamente l'ha fatta il Marziano, tre palloni giocati: con il primo ha messo a sedere il Sindaco, con il secondo ha inventato il gol, con il terzo ha stampato il legno interno. La resa dei conti si avvicina: la condizione atletica è inadeguata, senza i miracoli del Santo Piacentino non si va a Parigi.

14 aprile, 2006

MILAN 1 - MERDE 0

(25 ST) Kaladze.

Abbiamo giocato con Dida, Cafu (Costacurta dal 27 ST), Nesta, Kaladze, Maldini, Gattuso, Pirlo (Vogel dal 33 ST), Seedorf, Kakà, Shevchenko (Rui Costa dal 36 ST), Gilardino.

Derby vinto per caso, contro voglia e contro sole: grazie Kakha. Meno 5 e non sentirli: "Se avessimo vinto a Lecce avremmo 3 punti in più, ma saremmo fuori dalla Coppa. Meglio 3 punti in meno e in semifinale" (Carlo Ancelotti).

09 aprile, 2006

MILAN 4 - CHIEVO 1

(13 PT) Pellissier, (28 PT) Nesta, (17 ST) Kakà, (25 ST) Kakà su rigore, (46 ST) Kakà.

Abbiamo giocato con Dida, Cafu (Simic dal 39 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo (Vogel dal 34 ST), Seedorf, Kakà, Gilardino, Inzaghi (Rui Costa dal 28 ST).

Meno 7 a cinque turni dalla fine. Se Ancelotti a Lecce avesse schierato una squadra, oggi sarebbero stati 4 i punti da recuperare. QUATTRO PUNTI IN CINQUE GIORNATE. La domanda è una: chi ha avuto paura di vincere questo Scudetto... Dirigenza? Allenatore? Giocatori? Il Popolo Rossonero attende una risposta.

04 aprile, 2006

MILAN 3 - LIONE 1

(25 PT) Inzaghi, (31 PT) Diarra, (43 ST) Inzaghi, (48 ST) Shevchenko.

Abbiamo giocato con Dida, Stam (Costacurta dal 24 PT), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso (Maldini dal 33 ST), Pirlo (Ambrosini dal 27 ST), Seedorf, Kakà; Shevchenko, Inzaghi.

L'Olimpyque sbaglia l'ultima mezzora e il Diavolo punisce con le sue proverbiali virtù individuali: classe, rabbia e cuore Rossonero. SuperPippo da impazzire, come nel 2003 contro l'Ajax. Il Balon d'Or eguaglia Eusebio con 57 eurogol: secondo bomber di sempre in tutte le Coppe. Ringraziamo quindi il Santo Piacentino e il Sindaco Gennaro se siamo ancora nel tabellone, perché a 2 minuti dalla fine eravamo FUORI DA TUTTO.

02 aprile, 2006

LECCE 1 - MILAN 0

(9 ST) Konan.

Abbiamo consegnato lo Scudetto 2006 con Dida, Simic (Cafu dal 15 ST), Maldini, Kaladze, Jankulovski, Vogel, Pirlo (Seedorf dal 19 ST), Ambrosini, Rui Costa, Amoroso (Inzaghi dall'11 ST), Gilardino. Allenatore: Carlo Ancelotti. Vice Presidente Vicario e Amministratore Delegato: Adriano Galliani.

Shevalover torna a parlare: per dire GRAZIE! Grazie di cuore a questa squadra, a questo allenatore, a questa dirigenza, che per il secondo anno consecutivo rinunciano a lottare per il titolo a favore del partner commerciale Juventus F.C.

31 marzo, 2006

MARZO 2006: Sabbia al Delle Alpi...

29 marzo, 2006

LIONE 0 - MILAN 0

Abbiamo giocato con Dida, Costacurta (Maldini dal 16 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo (Vogel dal 40 ST), Seedorf, Kakà, Shevchenko, Gilardino (Inzaghi dal 16 ST).

Venti minuti di illusione, i primi. Strappiamo un pari pericoloso, su un campo che ha visto comunque uscire battuti 14 avversari su 18 nelle gare di Champions. I francesi in trasferta non perdono da 38 turni e avranno il Pernambucano per i calci piazzati. Si gode per la patetica comparsata della Goeba fuori dal cortile italiota, come da consolidata tradizione.

25 marzo, 2006

MILAN 3 - FIORENTINA 1

(13 PT) Toni, (20 PT) Shevchenko, (3 ST) Kakà, (15 ST) Gattuso.

Abbiamo giocato con Dida, Costacurta (Maldini dal 27 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko (Rui Costa dal 38 ST), Inzaghi.

"Ci confortano molto di più i 5 punti di vantaggio sull'Inter che i 2 punti guadagnati sulla Juve. I nerazzurri in questo momento sono il nostro avversario diretto, alla rincorsa scudetto non pensiamo". Così parla Carlo Ancelotti, allenatore del Milan fino al 2008.

19 marzo, 2006

UDINESE 0 - MILAN 4

(42 PT) Shevchenko, (15 ST) Gilardino, (20 ST) Shevchenko, (s6 ST) Seedorf

Abbiamo giocato con Dida, Costacurta, Nesta, Kaladze, Serginho, Vogel (Ambrosini dal 27 ST), Pirlo, Seedorf (Jankulovski dal 37 ST), Kakà, Shevchenko (Amoroso dal 27 ST), Gilardino.

La macchina infernale non si arresta: 18mo gol in campionato, si avvicinano i trenta nella stagione del Balon d'Or. Dida non subisce un gol da oltre cinquecento minuti: il problema erano i difensori o la fase difensiva? Si vedano i post autunnali.

12 marzo, 2006

JUVENTUS 0 - MILAN 0

Abbìamo giocato con Dida, Stam (Costacurta dal 14 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf (Ambrosini dal 34 ST), Kakà, Shevchenko, Inzaghi (Gilardino dal 22 ST).

Hanno messo la SABBIA sul prato. Tanto di Capello: Juventinove. Da Ascoli a Torino, ha chiuso il circolo vizioso De Santis: Gattuso unico Sindaco. Antonio (Giraudo) e Adriano (Galliani) hanno brindato a cena.

08 marzo, 2006

MILAN 4 - BAYERN 1

(8 PT) Inzaghi, (25 PT) Shevchenko, (35 PT) Ismael, (2 ST) Inzaghi, (14 ST) Kakà.

Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Kaladze, Serginho, Vogel, Pirlo, Seedorf; Kakà (Rui Costa dal 41 ST), Shevchenko (Ambrosini dal 31 ST), Inzaghi (Gilardino dal 27 ST).

Due minuti per dire addio alle streghe di Istanbul: tanto passa dal rigore ciabattato su Kahn alla cornata feroce che mette a tacere il crauto isterico. Il Balon d'Or così ha salutato Raul (52mo gol e primato assoluto in Champions). Il Santo Piacentino (50mo gol in tutte le Coppe) mette alle spalle l'altro mito merengue, Di Stefano.

04 marzo, 2006

MILAN 3 - EMPOLI 0

(22 ST) Inzaghi, (36 ST) Shevchenko, (41 ST) Inzaghi.

Abbiamo giocato con Kalac, Simic, Costacurta, Kaladze, Jankulovski, Gattuso, Vogel, Seedorf (Kakà dall'1 ST), Rui Costa (Pirlo dall'11 ST), Inzaghi, Gilardino (Shevchenko dal 25 ST).

Sheva e Pippo: 14 volte in coppia e 14 vittorie. Il Professore tocca 450 presenze in Serie A, icona e amuleto: tredici volte in campo nella stagione e sempre i tre punti per il Diavolo.

28 febbraio, 2006

26 febbraio, 2006

PALERMO 0 - MILAN 2

(27 ST) Inzaghi, (38 ST) Shevchenko su rigore

Abbiamo giocato con Kalac, Stam, Nesta, Costacurta, Serginho, Gattuso (Seedorf dal 27 ST), Pirlo (Jankulovski dal 33 ST), Vogel, Kakà, Shevchenko (Rui Costa dal 39 ST), Inzaghi.

Duecentesima candelina di presenza in Serie A per il 7 Rossonero e 15mo bersaglio: eguagliato lo score del Gila. Nelle prime otto giornate di ritorno, la difesa ha subito solo 2 gol (Sampdoria e Reggina).

21 febbraio, 2006

BAYERN 1 - MILAN 1

(23 PT) Ballack, (13 ST) Shevchenko su rigore.

Abbiamo giocato con Dida (Kalac dal 24 ST), Stam, Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso (Vogel dal 40 ST), Pirlo, Seedorf (Jankulovski dal 45 ST), Kakà, Shevchenko, Gilardino.

Se questi sono i panzer che hanno ucciso la Bundesliga, c'è da pensare che il Bayern fuori dal cortile faccia spavento come la Juve... Diavolo tremebondo, e in apnea nella mezzora finale, ma ancora in corsa. Ringraziamo il Balon d'Or per il sangue freddo. Dida si è rotto: ci giocheremo la stagione con Zelico Kalac fra i pali, giacché il nostro secondo portiere è un cadeaux a Piazza Crimea...

20 febbraio, 2006

VEDRAI, PAPA', VINCEREMO...

Il 24 marzo del 1986 Berlusconi diventa Presidente del Milan, dopo averlo salvato dal fallimento. Tre anni più tardi, nel giorno della vittoria della prima Coppa del Mondo, Silvio dedica il successo al ricordo commosso di papà Luigi, con il quale andava allo stadio per assistere alle partite.

Questa immagine del Milan Campione d'Europa e del Mondo allo scoccare dei suoi novant'anni, si fonde e si confonde in me con tanti ricordi della mia infanzia. Le dispute con i compagni di scuola, le lunghe ore di studio, l'attesa di mio padre che tornava tardi dal lavoro e si affacciava sulla porta col suo sorriso. Era come se in casa fosse entrato il sole. Carissimo, dolcissimo papà. E con lui, dopo aver parlato dello studio, della scuola, subito a parlare del Milan, quasi l'incarnazione dei nostri sogni, delle nostre utopie. "Vedrai, papà, vinceremo, dobbiamo vincere", come se in campo potessimo andarci noi due. E poi la liturgia della Messa insieme la domenica mattina, i commenti e le riflessioni sulla predica, la puntata a comperare le meringhe per la mamma che ci aspettava a casa, in cucina, a preparare il pranzo della festa, l'unico che si consumava in sala con la tovaglia ricamata e i fiori in mezzo al tavolo. E io sempre a chiedere l'ora, impaziente, timoroso di fare tardi. E finalmente, la mano nella mano, eccoci là all?entrata dello stadio, l'Arena o San Siro, e io a farmi piccolo piccolo per profittare di un solo biglietto in due. E, poi, il cuore in gola nell'attesa, le braccia al collo per la vittoria, la tristezza per le partite-no. E mio padre a consolarmi: "Vedrai, ci rifaremo!". Caro vecchio Milan, il Milan dei Puricelli, dei Carapellese, dei Tosolini, dei Gimona, che non era riuscito a vincere niente di importante. Caro papà, dalle notti in bianco, con il lavoro portato a casa per far quadrare il bilancio di una famiglia del dopoguerra. Com'è dolce, ora, ricordarvi insieme. Nel momento del trionfo, degli osanna, della notorietà internazionale del Milan di oggi, lasciami, caro vecchio Milan, confondere la mia storia alla tua, lasciami inorgoglire per aver contribuito a farti grande e famoso, lascia che io dedichi questa vittoria, che i campioni rossoneri dal campo hanno voluto dedicarmi, a chi nei momenti più difficili mi consolava e mi incitava: "Chi crede, vince. Vedrai, ce la faremo". Ce l'abbiamo fatta. Domani sogneremo altri traguardi, inventeremo altre sfide, cercheremo altre vittorie. Che valgano a realizzare ciò che di buono, di forte, di vero c'è in noi, in tutti noi che abbiamo avuto questa avventura di intrecciare la nostra vita a un sogno che si chiama Milan.

Silvio Berlusconi

GRAZIE SILVIO

20 febbraio 1986 - 20 febbraio 2006: da vent'anni siamo più forti della sfortuna, più forti dell'invidia, più forti dell'ingiustizia.

18 febbraio, 2006

MILAN 1 - CAGLIARI 0

(23 PT) Gilardino su rigore.

Abbiamo giocato con Dida, Stam (Simic dall'1 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Vogel, Seedorf, Kakà (Jankulovski dal 40 ST), Inzaghi, Gilardino (Rui Costa dal 27 ST).

Sempre appesi a un miracolo del Santo Piacentino: il Gila infila il 15mo stagionale e fa piangere la sponda tirste del Naviglio: 8 punti recuperati in tre settimane. Una prece per Levan Kaladze.

12 febbraio, 2006

REGGINA 1 - MILAN 4

(10 PT) Paredes, (14 PT) Inzaghi, (37 PT) Gilardino, (7 ST) Inzaghi, (47 ST) Inzaghi.

Abbiamo giocato con Dida, Simic (Serginho dal 30 PT), Stam, Costacurta (Nesta dal 19 ST), Kaladze, Gattuso, Pirlo, Rui Costa, Kakà; Inzaghi, Gilardino (Seedorf dal 12 ST).

Un gol ogni 91 minuti. Sette sigilli tutti da tre punti. Il Santo Piacentino è risorto tra noi. Onore e gloria a SuperPippo.

08 febbraio, 2006

MILAN 5 - TREVISO 0

(14 PT) Kakà, (9 ST) Shevchenko, (17 ST) Gilardino, (19 ST) Shevchenko, (28 ST) Inzaghi.

Abbiamo giocato con Dida, Simic (Jankulovski dal 30 ST), Nesta (Costacurta dall'1 ST), Stam, Serginho, Gattuso, Vogel, Seedorf, Kakà, Shevchenko (Inzaghi dal 20 ST), Gilardino.

"Champions, Campionato e Coppa Italia: onorate sempre questa maglia" (Curva Sud).

Il Balon d'Or è il secondo marcatore assoluto nella storia del Diavolo, con 165 reti, davanti a Rivera e dietro a Nordhal (221).

05 febbraio, 2006

LAZIO 0 - MILAN 0

Abbiamo giocato con Dida, Stam (Cafu dal 34 ST), Nesta, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo, Seedorf (Jankulovski dal 38 ST), Kakà, Shevchenko, Gilardino.

"Per le qualità che ha questa squadra, qualsiasi traguardo è alla portata. E' normale pensare che sia alla portata anche una nuova finale di Champions League. In questo momento non ha senso pensare ad un Milan da rifondare, ci saranno altri momenti eventualmente per pensarci" (Carlo Ancelotti). L'equivoco è continuare a parlare di una SQUADRA.

Meno 14. Il capolavoro del fischietto Dattilo in Juventus-Udinese è un paradigma senza tempo della storia del calcio in questo paese. Shevalover augura buon proseguimento di campionato a chi ci crede ancora.

31 gennaio, 2006

GENNAIO 2006: Star Award 2005

PALERMO 3 - MILAN 0

(10 PT) Gonzalez, (18 PT) Caracciolo, (4 ST) Gonzalez.

Abbiamo toccato il fondo con Kalac, Simic (Inzaghi dal 7 ST), Nesta, Stam, Kaladze (Serginho dal 18 ST), Cafu, Vogel, Seedorf, Jankulovski (Pirlo dal 17 ST), Kakà, Gilardino.

Adesso basta! Al peggio deve pur essere messa fine. Da mesi vado pronunciando facili sentenze: sono sotto gli occhi di chiunque abbia lucidità e competenza le colpe gravi di un gruppo che ha perso, da Istanbul in poi, ogni contatto con la realtà. Lo spettacolo indecente del Barbera è la quadratura spietata di un cerchio vizioso cui è giunta l'ora di trovare rimedio. Senza indugi. Otto minuti per annullare il vantaggio trovatello dell'andata, meno di venti per farsi cancellare dal campo e dal tabellone di coppa; complessivamente novanta di non-gioco, di non-condizione psicofisica, di non-qualità. Né vergogna, né dignità, né onore. Carlo Ancelotti insiste e persiste: avanti così, senza bisogno di scosse, e "supereremo IL MOMENTO come sempre PARLANDONE". Io dico che avanti così marciamo a passo spedito verso l'ecatombe finale: la prospettiva è perdere tutto. Sono definitivamente disgustato dalla supponenza e dall'ignavia di una dirigenza che, nell'ora della sofferenza, si distingue per l'assordante silenzio - ma porta a passeggio fiaccole olimpiche per le vie del centro, invece di stare dentro lo spogliatoio a respirare ogni palpito della squadra - e di un allenatore affezionato a se stesso e alle proprie idee, che vive da due anni nel ricordo di una notte magica a Manchester. Per il bene della squadra e per salvare non certo (ora mai) la stagione, ma almeno I NOSTRI COLORI dal ridicolo, si cali la maschera dell'ipocrisia aziendalista e ideologica del "bel giuoco" che fu. Bisognava cambiare a maggio dell'anno scorso. Si poteva cambiare a dicembre dell'anno scorso. Si DEVE cambiare ora, questa sera stessa. O non vedremo mai la fine del peggio, a cominciare da domenica all'Olimpico.

28 gennaio, 2006

MILAN 1 - SAMPDORIA 1

(12 PT) Shevchenko, (36 PT) Gasbarroni

Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Kaladze, Serginho (Jankulovski dal 41 ST), Gattuso (Cafu dal 29 ST), Pirlo, Seedorf, Kakà, Shevchenko, Inzaghi (Gilardino dal 20 ST).

Fine della corsa. Crollano anche le mura amiche, non abbiamo più santi protettori. Venti minuti del primo tempo, con il vantaggio su rigore propiziato dal solito Superpippo, e una decina di minuti al centro del secondo, sono poca fatica per meritare più della Samp. Magrado De Santis, che è una jattura e non a caso ci inchioda al secondo pari stagionale. La trama è la solita: il vantaggio, il calo atletico, lo scollamento tattico, il panico difensivo, il gol subito, l'apnea di mezzora, la fiammata nervosa e la resa finale. In tutto ciò, la dirigenza tace e lascia ad Ancelotti il pietoso sermoncino della sera: "Il Milan non ha bisogno di scosse dal proprio allenatore, come sempre valuteremo tutto insieme con serenità e facendo autocritica". Ai tempi di Radice, con la stessa flemma rotolammo in B. L'unico che non fa autocritica è sempre LUI. E la serenità non la conserveremo a lungo, volando in caduta libera dalla seconda posizione... Le strategie tattiche sono da ritenersi acquisite, un po' per ostinazione e un po' perché con una fila di mezze punte in rosa devi pur fare di necessità virtù: la difesa a quattro e il centrocampo a rombo ce li porteremo fino all'ultimo respiro della stagione. E fino alla consunzione psiscofisica di Seedorf, Pirlo, Gattuso e Kakà. Che la rosa sia mal assortita, si intende a chiare lettere allorché gli infortuni creano emergenza: difetto di programmazione. Se si rompe Ambro - muscoli di cristallo non da ieri, vista la media di 25 presenze a stagione - il Sindaco è costretto a giocare tre volte in otto giorni, dal momento che di Vogel (terzo e ultimo incontrista) si son perse le tracce a ottobre. Lo Zionero è un unicum nel suo ruolo e provare ad alternarlo con Sergio o - dio ci scampi - con Jankulovski ha procurato solo inarcamenti del proverbiale sopracciglio reggiano. Si narra che il ceco sia stato strappato alla concorrenza della Juventus con 9 milioni di euri tintinnanti, trascurando il dettaglio che costui è uno specialista della posizione di esterno sinistro nel centrocampo a quattro in linea: batte il cuoio anche di destro, per cui potrebbe (al più) traslocare sulla fascia opposta, ma nella posizione speculare. Non è un difensore e lo si è capito quando difronte ha trovato un Pasqualino Foggia (mica Garrincha). Dell'assortimento di centrali difensivi riciclati sugli esterni ho già ripetuto alla nausea. Simic avrebbe meritato più attenzione (non da oggi, ma negli ultimi due anni), per la continuità e l'affidabilità che ha dimostrato, ma nel suo ruolo naturale è chiuso dai veterani. Insistere mandandolo a destra è comunque il minore dei mali, se la prima scelta in assenza di Cafu è sempre e solo il pachidermico Stam. In compenso Kaladze, che sull'estrema sinistra è spaesato e inaffidabile, ad agosto risultava da rottamare al Chelsea e a dicembre è diventato "erede naturale" di Costacurta... Quando una squadra annaspa nel marasma tattico e mentale, il primo passo certo verso la terra ferma è quello di restituire ogni uomo alla propria posizione naturale. Se Babbo Natale avesse portato in dono una panchina nuova con sopra - per dirne una che ha già detto bene in situazioni analoghe - Cesarone Maldini, suppongo che a partire dalla cruciale trasferta di Roma sarebbe cambiato qualcosa: a due mesi dal Bayern. Viceversa, ci illuderemo di poter continuare a sopravvivere dei colpi d'istinto, di classe e di cuore dei nostri grandi rifinitori e finalizzatori d'attacco. Anche quando versano in condizioni pietose, vedi Sheva da un mese. Dei gol di Pippo, fatti o procurati, ho romanzato a sufficienza. Rui Costa ha pur dimostrato di avere gamba e voglia quali raramente si erano viste negli ultimi due anni: continuo a non prediligere il suo calcio da "10" vecchia maniera, insistente sino a diventare cervellotico nella ricerca del tocco in profondità; ma gestire il gruppo con duttilità e intelligenza significa ridisegnare, ogni tre giorni, l'assetto tattico in funzione della condizione atletica e mentale di tutti gli uomini della rosa. I Milan di Ancelotti, viceversa, sono da sempre uguali a se stessi: contano 11-12 titolari predestinati, più 4-5 sostituti fissi. A prescindere da ogni fattore, avversario incluso. Se l'avversario modifica il tema, restiamo uguali a noi stessi perché la partita "l'avevamo preparata così". Questa è la pericolosa via di non ritorno verso la demotivazione e lo scoramento: dei titolari, che anche su una gamba sanno di non rischiare il posto; e dei sostituti, che anche al top della condizione sanno di non avere chance (se non per disgrazie altrui, di indisponibilità o squalifica). Chi pagherà a giugno? Di certo, il nostro Milan.

25 gennaio, 2006

MILAN 1 - PALERMO 0

(41 ST) Gilardino.

Abbiamo giocato con Kalac, Simic, Nesta, Costacurta, Kaladze (Serginho dal 17 ST), Gattuso (Pirlo dall'1 ST), Vogel, Jankulovski, Rui Costa (Kakà dal 27 ST), Gilardino, Amoroso.

Un quarto d'ora verdeoro. Basta e avanza per portare a Palermo il vantaggio minimo nell'andata dei quarti di Coppa Italia. Uno si domanderebbe quale punizione più efferata possa esistere se non far compagnia a duemila anime Rossonere sparpagliate a -3 gradi centigradi sui gradoni di San Siro, per l'ennesima notturna casalinga della stagione. Bene, la risposta è davanti ai teleschermi di Mamma RAI che dissotterra per l'occasione Carlo Nesti da Torino e il garrulo Mazzola. Non c'è fine al peggio: il grigio lacché del fu Avvocato spende (fra le varie) un "Costacurta" per "Rui Costa" e passi il gioco dislessico di parole... ma vedere Kaladze andare in gol per Gilardino pare troppo, in considerazione del fatto che il georgiano era comodo in panca da una mezzora! Marchio di fabbrica indelebile. Meglio fermarsi qui e non guardare oltre, in campo, dove Kalac prova ad emulare il miglior Abbiati di questa competizione (memorabili griffe d'autore su un Lazio-Milan 4-0 che valse l'esclusione), Vogel e Jankulovski gareggiano a chi possiede minor tecnica indivduale e personalità, Marcio Amoroso dice tutto già dal nome di battesimo: decomposto, impresentabile. Una menzione d'onore va spesa, viceversa, per il Professore: a questi ritmi da dopolavoro, potrebbe giocare a testa alta e con la fascia di capitano fino a cinquant'anni. Nell'ultimo quarto, Carlone nostro indovina (forse per la legge dei grandi numeri) LA MOSSA, sovrapponendo Sergio e Kakà di spinta sulla fascia sinistra. Il Gila c'è, quando deve: teniamocelo stretto, perché al momento si vede poco di più.

22 gennaio, 2006

SIENA 0 - MILAN 3

(12 PT) Kakà, (24 ST) Shevchenko, (39 ST) Kakà.

Abbiamo giocato con Dida, Stam (Simic dal 25 PT), Nesta, Kaladze, Serginho, Pirlo, Gattuso, Seedorf, Kakà (Jankulovski dal 41 ST), Inzaghi (Gilardino dal 31 ST), Shevchenko.

Su la testa, vecchio Diavolo! Quando vediamo bianconero, torniamo a essere SQUADRA. Sarà una coincidenza, ma per la prima volta nella stagione (forse nell'anno solare) Ancelotti e Galliani avevano favellato con misura e buon senso: l'obiettivo è confermare "i piccoli miglioramenti" mostrati domenica a San Siro e, soprattutto, "tenere la bocca chiusa e pensare a far punti". Coerentemente, i ragazzi scendono in campo e mostrano da subito l'approccio mentale dei momenti migliori. Avversari chiusi nella propria trequarti e una gragnuola di corner (6 nei primi 10 minuti) che stanno a significare una cosa sola: abbiamo mirato da subito il bersaglio grosso. Sblocchiamo presto con Kakà, al primo centro in trasferta, e crolla anche l'ultimo vaniloquio del foglio rosa: il Bambino non ha più paura quando è lontano da casa. Anzi, a scanso d'equivoci ne infila un paio: apre e chiude le danze. Sia bene inteso: come già l'Ascoli, questo è un antagonista rabberciato per le pesanti assenze. Però più motivato. E tuttavia, l'episodio chiave è a una manciata di secondi dal fischio d'inizio del secondo tempo: Kaladze rinvia un cross dalla fascia alla georgiana, ovvero col tacco sui piedi di Chiesa, e il nostro implacabile cecchino scarica il pallone della parità sulla base del legno. Allora avremmo raccontato di un altro Milan, il solito... In altri termini, sarà opportuno azzardare pochi paragoni con lo 0 a 3 di Livorno - assai più consistente per la geometria dell'assetto e l'intensità della prestazione nei novanta minuti - e indagare i motivi del calo di tensione (cronico) prima e dopo l'intervallo. La squadra, per una buona mezzora, si allunga a dismisura e perde il proverbiale equilibrio fra i reparti, concedendo al Siena il tema tattico ideale per rientrare. La trattenuta sporca dell'ottimo Mirante , sul cross tagliato dal sinistro letale di Sergio, a metà della ripresa trova un Balon d'Or reattivo per chiudere i giochi. Quasi un fulmine a ciel sereno, se è vero che Sheva appare di nuovo fiacco e svogliato, quasi appesantito nelle movenze e sincopato nei riflessi. Il gol del raddoppio bruciato nel primo tempo dall'area piccola (mezza rovesciata, dopo la deviazione di un difensore su calcio piazzato) fa collezione con gli altri tocchi sotto misura inverosimilmente falliti ad Ascoli e a Verona: giusto per dire di cinque punti lasciati sul campo. Che non sia un'altra Sindrome di Dudek. Ma siccome il calcio non è una scienza esatta, contemporaneamente il 7 Rossonero diventa il terzo marcatore di sempre nella storia del Diavolo: 162 volte in gol! Luci e ombre, insomma, come accade nei giorni della convalescenza. Dobbiamo ripartire dal sacro fuoco del Santo piacentino, dalla vena ritrovata di Dida (scende, decisivo, con la mano aperta ancora su Chiesa, cinque minuti dopo il vantaggio), dalla furia agonistica del Sindaco e dall'eminenza grigia dello Zionero Clarence. E dobbiamo attendere il miglior Pirlo, con i rientri del capitano e magari di Cafu. Se riusciremo a fare quadrato intorno ai nostri pilastri, potremo guardare con fiducia alla fase finale della stagione: superfluo porsi obiettivi, in questo momento vale solo la politica dei piccoli passi.

18 gennaio, 2006

MILAN 1 - ASCOLI 0

(4 PT) Inzaghi.

Abbiamo giocato con Dida, Simic, Stam, Nesta, Jankulovski (Serginho dal 36 ST), Ambrosini (Gattuso dal 42 PT), Pirlo, Seedorf (Kakà dal 19 ST), Rui Costa, Gilardino, Inzaghi.

Un brodino per Ancelotti. L'Ascoli infrasettimanale è lo sparring partner pefetto per il grande malato rossonero. Squalifiche e turnover - domenica andranno a giocarsi uno scontro diretto in bassa classifica - producono un 4-4-2 marchigiano, diligente ma arrendevole. Di meglio non di poteva sperare, dopo il tracollo al Colosseo e la perdita delle ultime certezze. Giro di boa del campionato. I ragazzi si sono parlati, da uomini, martedì sera: lontano da orecchie indiscrete, incluse quelle del tecnico. Era il caso, dal momento che abbiamo cessato di essere "squadra" nell'intorno della sconfitta di Firenze, la prima stagionale: sintomo di fragilità costitzionale, se è vero che di lì in avanti siamo caduti ben quattro volte. Sempre lontano dalle mura AMICHE e non certo sotto i colpi di chissà quali armate. Con candore, Riccardino uscendo dall'Olimpico aveva confessato: fuori da San Siro abbiamo paura. La chiameranno Sindrome di Istanbul, e forse non senza ragioni. Fa comunque specie, perché tolti i 23 anni suoi e del Gila, tutt'intorno vedo solo volti segnati da battaglie decennali e non pochi trionfi, più che clamorose disfatte. Continuo a ritenere che il difetto stia nel manico: la fisionomia morale, prima ancora che tecnica, di un gruppo è plasmata sempre e solo dalla guida in panchina. Altrimenti farebbe lo stesso chiamarsi Sacchi o Maifredi. Sorrido, mestamente, al pensiero della sfuriata di Ancelotti dopo il 4 a 3 contro il Parma... Il buon Carlone - che solo a scriverlo mi fa pensare al "buon cazzone" di Piero Chiara - quando alza la voce lo farà coi toni paciosi di uno zio brizzolato. Con ciò dico che i ragazzi, o ne escono da soli - come ai tempi di un altro romagnolo malinconico di nome Zac (e fu tricolore, con rimonta di 7 punti in sette giornate) - o non ne usciranno affatto. Per il momento, sopravviviamo sui colpi d'istinto, di classe e di cuore dei nostri mostri sacri. Il gol di Pippo dopo minuti quattro è un inno alla vita, morte, resurrezione e miracoli del Santo piacentino. Terzo gol da tre punti (dopo Palermo e Lecce) e terzo schiaffo a chi, ostinatamente, gli infligge i 7 minuti finali di qualsiasi sfida di cartello: quando sta bene come adesso (sessanta metri in progressione sulla bracciata di Dida, come Giorgione ai tempi di Sebarossi), rinunciare al suo modo di stare in campo e di tenere sotto pressione costante le retroguardie nemiche è puro e semplice masochismo: anche se l'alternativa è "lasciare fuori Sheva o Gilardino" e specie quando i due non sono al top della forma... come adesso. Per inciso, i gol di Pippo erano due: un nuovo (Saglietti) zelante sbandieratore ferma il Gila per offiside non esistente. E tuttavia, il Gila esce snaturato nel ruolo di seconda punta, perché deve giocare di sponda, spalle alla porta, invece che girarsi e mirare il bersaglio grosso. Peraltro, fa coppia con il suo alterego per la quarta volta (dopo Palermo, Juventus e Udinese) e cogliamo la quarta vittoria. La decima in casa, non senza i tremori di rito quando arriva il calo fisico e mentale nella parte finale (come già contro Lecce e Parma). Di nuovo, fragilità. Falliamo troppe occasioni per chiudere il conto a causa della concitazione, che è sintomo di insicurezza - osserva, finemente, il miglior Rui Costa dell'anno solare. Nell'intervallo, Giampaolo & Silva (mica Gianni & Pinotto) ridisegnano l'assetto, e i bianconeri (mica quelli veri) riescono a mettere in ambasce squadra e pubblico: il tutto senza mai arrivare al tiro nello specchio della porta, se non su un calcio piazzato... In assenza di prospettive migliori, non resta che continuare a crederci. Ciecamente.

15 gennaio, 2006

ROMA 1 - MILAN 0

(36 ST) Mancini.

Abbiamo giocato con Dida, Stam, Nesta, Kaladze, Serginho, Kakà, Gattuso (Ambrosini dal 20 ST ), Pirlo (Rui Costa dal 34 ST), Seedorf, Shevchenko, Gilardino (Inzaghi dal 37 ST).

E all'Olimpico cascò l'asino... Due anni dopo la vittoriosa campagna romana, che diede il la alla rimonta tricolore sui giallorossi di Capello, il Diavolo perde tre punti e forse per sempre se stesso. Cabale e ricorsi statistici sono buoni giusto per i peana del canale tematico. Sul campo, abbiamo giocato da Milan non più di venti minuti del primo tempo e qualcosa meno del secondo. Ancelotti subisce (l'ennesima) lezione tattica da Spalletti, che gioca senza punte di ruolo ma occupa il centrocampo con dedizione e schemi mortiferi in ripartenza: i contropiede orchestrati da Totti, con tocchi stretti di prima e ariose sovrapposizioni laterali, sono da manuale del calcio. Peraltro, l'episodio chiave della partita cade al minuto 26, allorché il glabro fiorentino intuisce la mossa Mancini. Poco conta che il colpo del k.o. sia (dieci minuti più tardi) una deviazione fortuita della coscia di Stam: sulla nostra sponda del Naviglio, quando deve piovere finisce che nevica. Ma con cinque pareggi in luogo di cinque sconfitte, saremmo qua a raccontare un campionato diverso. Una serata di vena storta può toccare anche all'attacco delle meraviglie: non accadeva dallo storico Ottomaggio. In cinque minuti, a metà della ripresa, bruciamo i due appuntamenti buoni con il destino: recupero feroce di Cufrè su Sheva, smarcato in area piccola dal faro Seedorf, e contropiede letto malissimo da Kakà: a testa bassa sulla fascia, con il Balon d'Or smarcato al centro. Il dato rilevante è che le partite si possono cambiare in corsa ed è preferibile farlo prima della mezzora del secondo tempo. Carlone dice che no: "mettere un uomo dieci minuti prima o dopo è esattamente la stessa cosa" e le sue sostituzioni "non sono state tardive". Per questo motivo scrivo (da settembre) che non abbiamo futuro. La gara di Roma è la sintesi e il paradigma di tutta una stagione: presunzione di essere i più forti e di poter risolvere in qualsiasi momento la partita; supponenza di riuscire ad accendere e spegnere a comando la concentrazione, ovvero l'intensità mentale che fa la differenza sul risultato finale; pervicacia nel replicare sempre i medesimi errori di assetto e nel ritenere di poterli comunque correggere negli ultimi minuti di gioco... ecco il nostro piccolo grande Milan 2005-2006. Riponiamo illusioni e ipocrisie! E bando anche agli editti presidenziali sulla filosofia del calcio offensivo e la predestinazione del "bel gioco": cadere prigionieri della nostalgia dovrebbe restare prerogativa dei nostri concittadini tristi. Oggi i numeri parlano per la storia: nel ventennio berlusconiano, solo in un'occasione avevamo raccolto più di cinque sconfitte nei primi 19 turni: correva la stagione 1996-1997 e chiudemmo il campionato in undicesima posizione... Il dato eclatante dei nove (su nove) successi casalinghi va interpretato in toni poco trionfalistici, se è vero che Juventus, Inter e addirittura Fiorentina hanno fatto altrettanto: è solo uno dei tanti indicatori del livellamento in basso prodotto dalla formula a 20 squadre. Torno a ripetermi. La stagione è stata buttata - e scientemente - perché è stato fallito prima di tutto l'impianto tecnico. Bisogna ricominciare da qui, dando ORA (e comunque con sei mesi di ritardo) una scossa al gruppo. Soluzione certo dolorosa e per nulla in linea con gli stili della Casa, ma necessaria se vogliamo almeno provare a partire per Parigi e dare un senso ai prossimi cinque mesi della stagione. Un esempio? Abbiamo bisogno di laterali di difesa come dell'ossigeno, ma a gennaio l'unica urgenza avvertita è stata rimpiazzare una vecchia gloria dell'attacco con un'altra (Marcio Amoroso era buono cinque anni fa). A giugno ci sarà da rifondare.

11 gennaio, 2006

BRESCIA 3 - MILAN 4

(15 PT) Seedorf, (31 PT) Inzaghi, (38 PT) Del Nero, (3 ST) Rui Costa, (15 ST) Di Biagio su rigore, (26 ST) Hamsik, (43 st) Rui Costa su rigore.

Abbiamo giocato con Kalac, Simic, Stam (Marzoratti dal 17 ST), Costacurta, Kaladze (Serginho dal 27 ST), Gattuso (Pirlo dal 30 ST), Ambrosini, Jankulovski, Seedorf, Rui Costa, Inzaghi.

Passiamo ai quarti di Coppa Italia, con qualche infamia e qualche lode: leit motiv della stagione. Si era favoleggiato, sul sito ufficiale, di una sfuriatona di Ancelotti dopo la prestazione imbarazzante nel secondo tempo di domenica sera. Pare non accadesse dal marzo del 2002, allorché perdemmo di brutto a Bologna. Se l'esito è quello del Rigamonti, c'è da dormire sonni poco sereni... Contro un avversario di categoria inferiore, sono bastate (di nuovo) poche stille di sudore del solito sublime Clarence a figurare da quasi fenomeni. Ci sono riusciti, come già all'andata, Rui Costa (prima doppia nel quinquennio rossonero, nonché quinta rete complessiva rifilata ai biancoblu) e il sempre intenso e adorato Pippo (250 gol in carriera). Disturba e non poco farsi raggiungere sulla parità a tre dallo stesso avversario. Identico, sinistro finale da pallottolliere di Milan-Parma. Galliani probabilmente ribadirebbe il concetto che, lui, il Milan lo vuole così. E Kaladze replicherà quasi piccato a chi gli fa notare che la difesa subisce ancora troppi gol (da polli): in fin dei conti "ne abbiamo segnati quattro e abbiamo passato il turno!". E' evidente che il virus ha penetrato i tessuti in profondità. Con questa mentalità non si va lontano, tanto meno a Paris. Urge una rifondazione, a cominciare dallo staff tecnico. In seconda battuta, si dovrà ritoccare la rosa. Quest'estate abbiamo preso un paio di granchi epocali: ciclicamente accade. Sospendo il giudizio sullo svizzero (misteriosamente evaporato a ottobre), ma sul ceco mi sento di pronunciare una sentenza definitiva: non ha classe né personalità. Per la cronaca, Vieri andrà a svernare in Côte d'Azur: vien da aggiungere, e chi se ne frega? Vorrei tuttavia tornare a sottolineare che con i 4,5 milioni di euri elargiti alla vecchia gloria neroblu (9 per i due anni, nelle intenzioni ferragostane) avremmo assicurato alla causa - giusto per fare un nome e un cognome - un laterale destro di ruolo come Massimo Oddo, che male non farebbe dacché Cafu ha preso volo e tangente per il Brasile. In quel caso, però, si reputava che la quotazione laziale di 5 milioni fosse spropositata per reimpossessarsi di un virgulto del vivaio. Già, il vivavio: quanto retrò... Sappiamo (semper Galliani dixit) che, al giorno d'oggi, "un grande club non può più permettersi di investire tempo e risorse sui giovani". Meglio investire danari sui campioni maturi e affermati, "per vincere subito". Sarà per ciò che Marzoratti (laterale destro di ruolo) vede il campo solo nell'ultima mezzora anche contro un Brescia che dopo un quarto d'ora è già fuori dalla competizione, mentre a Stam e Gattuso si infliggono rispettivamente 60 e 75 minuti di fatiche superflue (a tre giorni dallo snodo decisivo di Roma). A mio avviso, la morte del calcio.

08 gennaio, 2006

MILAN 4 - PARMA 3

(24 PT) Cannavaro, (27 PT) aut. Cardone, (29 PT) Gilardino, (36 PT) Kakà, (25 ST) Marchionni, (36 ST) Shevchenko, (40 ST) Marchionni.

Abbiamo giocato con Dida, Simic, Nesta, Kaladze, Serginho (Costacurta dal 42 ST), Gattuso, Pirlo, Seedorf, Kakà (Rui Costa dal 27 ST), Shevchenko, Gilardino (Ambrosini dal 29 ST).

Anno nuovo, Milan vecchio. Segnali di stasi: il 2006 inizia nel segno della continuità, nulla evolve. Trovo disperante il fatto che la squadra non impari alcunché dalle lezioni, sanguinose, che ha subito negli ultimi sei mesi. Segnale inequivocabile che manca la capacità, o la volontà, di correggere i propri errori. Ora mai li conosciamo a memoria: non esistono grossi margini d'interpretazione e qui si finisce per diventare ripetititivi... Cambiare i connotati tecnici di un gruppo a metà stagione è difficile, se non impossibile. Possediamo una forza d'urto in attacco che è devastante e fa supporre ai nostri di poter trovare la via del gol pressoché in qualsiasi momento della partita, contro la maggior parte degli avversari. Emblematico, in tal senso, l'andamento della prima uscita dell'anno a San Siro: capovolta nel giro di sei minuti e virtualmente chiusa nei sei successivi. Contro avversari di caratura superiore, non a caso, l'atteggiamento tattico è sempre più prudente, l'intensità mentale (spesso) meno intermittente. Dopo il vantaggio, di norma, cala la tensione nervosa. Si perdono gli equilibri tattici: il centrocampo scopre la difesa. E ad ogni svista fa seguito, puntuale, una punizione. Siamo perennemente a rischio di rimonta. Anche perché "quando stacchi la spina" in corsa, poi diventa dura riallacciare la corrente e ricominciare a marciare: in Rino veritas. Il tema tattico voleva essere, di nuovo, il miracoloso 4-4-2 del Picchi. Ma come già contro il Lecce, abbiamo rischiato la beffa nel secondo tempo. Ancelotti, per non smentirsi, corregge l'assetto sempre con una mezzora di ritardo. Che la squadra potesse calare nella ripresa, tutto sommato, lo si poteva anche intuire, dal momento che il ritiro è stato posticipato di due giorni - premio per la vittoria di Livorno (sic) - e gli allenamenti ammassati in doppie sedute giornaliere nel corso di una settimana... Non sarebbe stato più avveduto coprirsi già dall'intervallo, senza attendere gli sberleffi di Marchionni alle belle statuine di centrocampo e difesa? Seedorf ha giocato in debito (e vistoso) di ossigeno per tutto il secondo tempo, dopo i primi 45 minuti da delirio, mandando a ramengo il redivivo assetto capelliano nella fase difensiva. Pirlo e Kakà, dal canto loro, non garantiscono - non lo hanno mai fatto - 90 minuti di tenuta atletica e mentale assoluta. Contro i bianco-crociati è andata di lusso SOLO per la serata di buona vena di Rui Costa e l'istinto da feroce realizzatore di Sheva: il quarto gol è da antologia, episodio chiave al pari della paperona di Dida nel primo tempo (inspiegabile quanto preoccupante, e significativo l'urlo da capitano del Sindaco dopo il pareggio). Sono161 reti per il 7 Rossonero, che fa ufficialmente il suo ingresso nell'olimpo delle nostre divinità: terzo miglior marcatore di sempre con Altafini, a tre passi da Rivera e dietro solo a Nordhal. In compenso, Galliani è felice. Dice che questo è il Milan che lui vuole vedere. A prescindere dalla marcia trionfale della capolista, che sta giocando un campionato a parte - vien da chiedersi se non sia stato disegnato su misura dal Palazzo - con qualcosa come +13 punti di media inglese, la nostra conformazione (deformazione?) tattica ci rende, in estrema sintesi, non competitivi nell'arco dei 20 turni rimanenti. Avremo forse qualche chance in più da spendere là dove le sorti si concentrano e decidono in due soli round ravvicinati. E tuttavia, Parigi è ancora molto lontana.

31 dicembre, 2005

DICEMBRE 2005: Sheva è Capitano!

22 dicembre, 2005

LIVORNO 0 - MILAN 3

(23 PT) Gilardino, (15 ST) Gilardino, (26 ST) Shevchenko.

Abbiamo giocato con Dida, Simic, Nesta, Kaladze, Serginho, Kakà (Jankulovski dal 41 ST), Gattuso, Pirlo, Seedorf (Ambrosini dal 33 ST), Gilardino (Rui Costa dal 39 ST), Shevchenko.

Il tema tattico: la buona difesa comincia a centrocampo. Inizio ad alta tensione, con ritmo concitato e un'infinità di contrasti. Pochi falli, peraltro: Trefoloni può governare senza doversi assumere responsabilità sproporzionate. In area di rigore si arriva raramente, la manovra prevale fra le due trequarti: la mediana è affollata da cinque maglie amaranto, Carlone risponde portando Kakà sulla linea di Seedorf, in una sorta di 4-4-2 che vede Pirlo e Gattuso comunque arretrati a copertura dei centrali di difesa: la coppia inedita è Nesta-Kaladze, con terzo gettone consecutivo del georgiano restituito al ruolo e alla causa. Si capisce da subito che la corsia di sinistra produrrà emozioni: Sergio ha la gamba delle serate migliori, quando scende palla al piede è come il vento che scuote e travolge. Lo Zionero si allunga a elastico fra difesa e attacco, inesauribile in contrasto come in impostazione: se gira così, c'è solo da attendere... inoltre, il Bambino si sposta di frequente da destra a sinistra al centro, togliendo ogni riferimento ai suoi persecutori. L'esito è una gara straordinaria per intensità, equilibrata in un gioco di alternanze d'iniziativa, fino al colpo del Gila che raffredda i bollori livornesi. Il tema tattico del secondo tempo è un invito a nozze per i ragazzi: Donadoni alza troppo il baricentro per cercare il pareggio e apre praterie nelle quali Sheva s'incunea a ripetizione, ben supportato da Clarence: al terzo tentativo di rimessa arriva il doppio-Gila. Questa volta non c'è calo di attenzione, ma lucida chirurgia nel pressing di un Sindaco di nuovo gigantesco. Linee compatte dietro (come sempre con Simic) e gestione sapiente del possesso, con il perfetto dosaggio dei ritmi: lento, accelerato, poi lento ancora. Chiudiamo il conto senza nulla concedere fino al 90'.

Gli episodi chiave: il timido Gila parla con i gol. Il Livorno costruisce le uniche due situazioni degne di memoria sulla parità a zero: Dida ha puntati addosso fin troppi occhi maligni, se è vero che forza un'uscita e/o va fuori tempo su cross dalla fascia di Lazetic (ma confonde il bisonte rosso, Lucarelli), poi non trattiene un destro in mischia che potrebbe diventare tap-in letale stile derby (anticipo di riflesso su Passoni con la punta del piede). Troviamo al Picchi un altro zelante sbandieratore: ferma prima il Gila e poi Sheva, che partono sicuramente in linea con l'avversario: situazioni nitide per il gol. Quando il pallone viaggia in verticale, a filo d'erba e con tocchi di prima, la griffe è indiscutibilmente Milan. Se poi questo accade nella corsia centrale del campo, il prodotto è a volte un gol da antologia: come già contro il Messina, Pirlo imposta su Kakà, tocco di prima per Sheva, controllo a seguire (destro-sinistro) in slalom sul raddoppio di marcatura e appoggio incrociato al limite dell'area per il Gila, che scatta in linea con l'ultimo difensore e punisce con una rasoiata di destro. Dopo 10' dal riposo, Seedorf vola sulla sinistra e pennella al centro ancora per il bombardiere biellese: torsione di testa e salvataggio disperato con la coscia di Colucci, la palla sbatte sul palo interno ma rimbalza incredibilmente in campo! I ragazzi hanno voglia. Sergio esce in anticipo furibondo sulla metacampo, poi galoppa in profondità a dettare il triangolo, ma Sheva marcia verso il centro e attende l'inserimento di Clarence al limite: tocco di prima dell'olandese e sempre il Gila chiude la geometria col piattone del raddoppio. Manuale del contropiede! Il k.o. arriva per una scivolata di Vargas di nuovo su Sergio, imprendibile a sinistra: il difensore (ammonito) protesta la simulazione. L'intenzione del contrasto c'è tutta, il contatto non so, ma il danno arrecato è evidente. Pennellata di Pirlo per il Balond'Or e... OH BELLA, CIAO!

La tribuna di Steve: la stagione dei "se" e dei "ma". Chiudiamo l'anno - per la prima volta dopo quattro - con il gusto (agro)dolce di una vittoria che vale doppio per il valore morale, ma meno della metà per la classifica. Le posizioni reciproche delle prime restano invariate, solo un tracollo bianconero potrebbe restituire significato alla stagione. Conosciamo i nostri pregi (39 gol realizzati) e i nostri difetti (18 gol subiti): sono strutturali, visto come è stata allestita la rosa. Sappiamo di poter buttare giù chiunque, non esclusa la capolista dei record, o il "terribile" Livorno che arrivava al confronto con 3 reti casalinghe al passivo. Per intenderci, non parliamo di una squadra di fenomeni, se è vero che ne aveva insaccati 5 dall'Inter e 3 a testa da Fiorentina e Juventus. Ma in un campionato di basso profilo come il 2005-06, questa è la quinta forza assoluta. Una prestazione come quella del Picchi, comunque, fa specie se si ripensa al Bentegodi, al Franchi e al Ferraris. Qua abbiamo gestito la gara da squadra di livello, là avevamo perso il filo del discorso e la partita. Inutile piangere sul latte versato. Accontentiamoci di rilevare in panchina un segnale inatteso di elasticità tattica, che lontano da San Siro potrebbe consentirci di correggere un rendimento imbarazzante. Sorprende in positivo anche la condizione atletica, in evidente crescita, di nuovo alle soglie di una sosta. Il mercato natalizio non porterà balocchi, pericolosa supponenza. Godiamoci solo una linea d'attacco da Liga, con il Balon d'Or che macina reti (160) anche giocando a sprazzi e la silenziosa presenza biellese, forse invisibile agli occhi dei più, ma letale quando arriva il momento di decidere il match: terza doppia stagionale, 12 gol in 17 turni di campionato... e ancora a novembre lo chiamavano flop.

18 dicembre, 2005

MILAN 4 - MESSINA 0

(22 PT) Shevchenko, (2 ST) Shevchenko, (38 ST) Pirlo, (40 ST) Gilardino.

Abbiamo giocato con Dida, Simic, Stam, Kaladze, Serginho, Gattuso, Pirlo (Vogel dal 39 ST), Seedorf (Ambrosini dal 31 ST), Kakà, Shevchenko (Vieri dal 18 ST), Gilardino.

Il tema tattico: la condanna del bel gioco. Dice Galliani a fine gara: la gente si rassegni, "questo è il nostro DNA, la rosa è stata pensata e creata per essere così, Berlusconi vuole vedere questo Milan". Siamo vittime della qualità. Un concetto paradossale, perché se è portato alle estreme conseguenze, trasforma l'agonismo in accademica esibizione. Per vincere occorre altro e lo ha insegnato Capello (fra l'altro, proprio sulla panca del Diavolo). La ricerca ostinata della combinazione triangolare al centro, per smarcare l'uomo solo davanti alla porta, alla lunga diventa stucchevole. Ci riusciamo giusto un paio di volte, perché la Serie A non è propriamente la Liga di Ronaldo. In mezzo, Bortolo Mutti ha una fortezza munita di torri: non passa uno spillo. Il nostro centrocampo a baricentro basso non trova né cerca soluzioni alternative: a destra Simic è diligente in copertura (come sempre), ma non spinge più del lecito (non lo ha mai fatto... perché è un centrale), mentre a sinistra Sergio avanza soprattutto nel secondo tempo, quando Seedorf si accentra con l'ingresso di Vieri, che fa la boa e sposta il Gila sulle periferie. Dietro abbiamo la coppia centrale del derby, Stam-Kaladze: pomeriggio di tutta tranquillità, che diventa puro allenamento con la doppietta del Balon d'Or (di nuovo, triste e svogliato). Test non probante, giudizio rimandato. Cauti con i trionfalismi e i progetti a lungo termine: "l'erede di Costacurta" lo dobbiamo cercare altrove, caro Galliani. Il rientro di Ambro a centrocampo, piuttosto, aumenta il nostro peso specifico in interdizione, specie nel gioco aereo. Gattuso capitano è una visione mistica al minuto 63: il destino della squadra è nelle sue mani. Nel frattempo, ci godiamo questo Kakà di fine anno, che è un'autentica strenna di Natale.

Gli episodi chiave: a San Siro come al Delle Alpi. Il primo quarto passerà alla storia per il più lungo (e sterile) possesso palla che a memoria si rammenti: 15 minuti con appena tre interdizioni, che non portano mai i siculi oltre la linea mediana del campo. Per risolvere l'empasse occorrerebbe un colpo di fischietto: scudetti e record, a Torino, si costruiscono così. Tiravento forse pensa di essere al Delle Alpi (saranno i vuoti sugli spalti?) o forse a -11 non facciamo paura più a nessuno. Tant'è: contrasto Gila-Leke, come tanti, a centro area e scende dal cielo un penalty d'oro. Dal replay si capisce che il duello di braccia è la copia di quanto visto a Firenze: là fu cancellato il nostro gol del pari, qua sblocchiamo lo 0 a 0 dal dischetto. Molto più evidenti appaiono le trattenute su Sheva, qualche attimo prima, e di nuovo sul Gila, qualche attimo dopo. Storari è reattivo su almeno tre conclusioni da fuori; una volta è baciato dalla buona sorte, quando il Gila rovescia a bicicletta sulle sue ginocchia: sarebbe stato un gol da incorniciare sulle bustine Panini. Ma la partita è vera soltanto per un tempo, quando due volte subiamo penetrazione dalla destra e Sculli grazia Dida, dopo una farfalla di Sergio. Due minuti del secondo tempo e tutti a casa: Sheva riconquista palla sulla trequarti e avvia un'azione che vede, in successione, diagonale ficcante di Sergio, tocco di prima di Sheva per il Gila, tacco del Gila per Kakà in area e tacco di Kakà per Sheva davanti alla porta: il Balon d'Or chiude il trapezio e rasoia di sinistro. Antologia del calcio! C'è il tempo per la quinta ciliegina consecutiva a San Siro del nostro Pernambucano da Brescia e una percussione in splendido stile Ambro che frutta il nono centro del Gila in campionato. Nel mezzo, passa un gran destro del Bambino sotto la traversa, cancellato dal solito zelante collaboratore di linea: dalla mia posizione la sensazione è offside. Da rimarcare un giallo pesante inflitto allo Zionero per contrasto in attacco, che fa schiumare di rabbia al pensiero di quanto ha concesso l'ottimo Pieri a Cannavaro & Co. contro la Lazio...

La tribuna di Steve: la verità è scritta nei numeri. Come spesso accade, le cifre descrivono la realtà meglio delle parole. Con 36 reti realizzate, siamo l'attacco bomba del campionato, al pari della capolista schiacciasassi. La differenza, è evidente, la scavano i 18 palloni raccolti in fondo al sacco da Dida. Sono il doppio di quelli raccolti da Abbiati - no comment - e ci costano le 3 sconfitte che la Juve ha convertito in altrettante vittorie e tradotto in 9 punti di vantaggio. Peraltro, subiamo (reti e sconfitte) più di Inter, Fiorentina, Livorno e Chievo, ovvero le prime sei della lista. Che il problema del Milan non fossero tanto i difensori quanto la fase difensiva di tutta la squadra, già ho detto a inizio stagione. La comprova è che in 16 turni di Serie A e 6 di Champions, su calcio piazzato siamo capitolati qualcosa come 13 volte: esclusi i 3 calci di rigore (Udinese, Fenerbahce e Inter), 3 sono i calci d'angolo fatali (Siena, Fiorentina e Inter) e addirittura 10 gol seguono un calcio di punizione (Ascoli, Sampdoria, Brescia in Coppa Italia, Fiorentina, Chievo, Schalke e di nuovo Inter). Le panzane sull'età avanzata, a gioco fermo, mi pare contino pochino. Il problema è nella testa e nella disponibilità al sacrificio, sebbene Ancelotti si ostini a sostenere che "tutte le squadre subiscono gol sui calci piazzati". Dario Simic che, come il Sindaco, Ambro e il Balon d'Or, spende parole sempre assennate e degne d'attenzione, a fine gara smorza i toni trionfali del 4 a 0 (stili più consoni alla sponda triste del Naviglio) rivelando candidamente che "siamo stati fortunati, due volte abbiamo concesso la palla per il gol". Questa è la realtà dei fatti. Il calo di tensione c'è stato anche oggi nel finale, come contro la Reggina. Indicatori allarmanti, come i due mesi senza punti lontano da San Siro, dove ne abbiamo raccolti 24 su 24 contro la miseria di 10 in 8 trasferte. Livorno ci attende armata.