15 aprile, 2007
ERA TUTTO VERO
Dai tabulati ecco l'enorme numero di chiamate a 24 ore dal match (2004).
[Repubblica.it] ROMA - Quarantadue telefonate per truccare Juventus-Milan. Non sarà la "pistola fumante" però ci si avvicina molto: il documento definitivo, quello che, secondo i pm, inchioda tutti è lungo una paginetta. Ma è devastante: è un tabulato sul quale sono riportati, analizzati e graficamente visualizzati i dati delle quarantadue chiamate che nelle ventiquattro ore precedenti al fischio di inizio della partita corsero sulle linee telefoniche svizzere in uso a Moggi, al suo collega e complice Fabiani, e all'arbitro Bertini. Quarantadue telefonate che, secondo i pm Beatrice e Narducci, determinarono "un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento della competizione (...) esito perseguito dal Bertini che si adoperava per il raggiungimento di un risultato comunque favorevole alla squadra di Moggi".
L'incontro è di quelli importanti. La Juventus è prima in classifica con 38 punti. Il Milan segue a 34. Una vittoria dei rossoneri ridurrebbe a un solo punto la distanza, annullando il primo tentativo di fuga della Juve. La partita si gioca in anticipo, sabato 18 dicembre 2004 e finisce 0 a 0. L'arbitro Bertini, con i suoi "errori", è il protagonista assoluto. "Ancora oggi - ripete Gattuso - ho davanti agli occhi la scena di Kakà che sta andando in porta e che viene fermato da Bertini per un fallo a nostro favore". Le polemiche sono furibonde.
E chissà cosa si sarebbe detto se si fosse saputa la verità. E cioè che Bertini aveva parlato al telefono con Moggi - prima della partita e su utenze "anomale" procurate dallo stesso Moggi - per 13 volte in 24 ore. "I tabulati - scherzano sempre gli inquirenti su questa cosa - hanno il limite di non parlare, perché elencano solamente il numero di contatti tra due telefoni e non raccontano cosa viene detto. Però a volte ce ne sono alcuni che, incrociati con altri dati, parlano più di un pentito". E questo tabulato è uno di quelli: perché a leggerlo bene si scopre che Bertini passa l'intera giornata del 18 dicembre al telefono con la cricca di Moggi. Per sei volte è lui a chiamare, per sette è il suo interlocutore. Ma evidentemente non basta. Perché, sempre su una utenza svizzera, Bertini raggiunge anche Fabiani che, secondo i pm di Napoli è, insieme a Moggi, "l'istigatore" dell'associazione a delinquere. Bertini e Fabiani si sentono la bellezza di 18 volte (nove chiamate a testa) in una manciata di ore. Ma non è tutto perché anche Moggi e Fabiani si sentono quel giorno: 11 volte, subito prima o subito dopo le chiamate di Bertini a Fabiani.
Come si è arrivati a isolare queste 42 telefonate (nell'inchiesta ce ne sono più o meno altrettante per ciascuna partita contestata, 15 in tutto) è cosa che appartiene alla sfera delle alchimie investigative. Tutto comincia con il ritrovamento delle prime schede che Moggi faceva acquistare in Svizzera. Gli investigatori hanno chiesto all'operatore telefonico di avere un prospetto di tutte le chiamate in entrata e in uscita effettuate da e su quelle utenze. I famosi tabulati. Così il giro delle schede moggiane si è allargato fino ad arrivare a cinquanta (solo una ventina delle quali particolarmente attive). Il secondo passo è stato quello di abbinare ciascuna di queste venti utenze a una persona. E ciò è stato possibile solamente combinando la posizione del telefonino registrata dalle celle con la posizione delle singole persone. L'abbinamento, per essere certo, doveva essere ripetuto più volte. Attribuita l'identità alla scheda, i carabinieri del nucleo operativo di Roma hanno proceduto a vedere in quali circostanze i soggetti entravano in contatto tra di loro, in corrispondenza di quali partite, quante volte e per quanto tempo. Attraverso questa procedura si è potuto dividere i contatti in "non utili" e "qualificati". La rete creata dai "qualificati" costituisce l'impianto che gli avvocati si troveranno ad affrontare al processo. Dove molto dipenderà dalle spiegazioni che i protagonisti daranno di queste chiamate. Sul punto l'avvocato di Moggi Paolo Trofino sta preparando una memoria.
11 aprile, 2007
THE REPUTATION OF SERIE A
06 aprile, 2007
LA BESTIA NERA
Trentatreesima giornata, venerdì 6 aprile 2007
Stadio Olimpico di Torino
JUVENTUS - ALBINOLEFFE 1-1
RETI: 32 p.t. Ruopolo, 38 p.t. Balzaretti
JUVENTUS: Buffon; Birindelli, Boumsong, Chiellini, Balzaretti; Camoranesi (17 s.t. Bojinov), Paro, Giannichedda (33 s.t. Marchisio), Nedved; Palladino (28 s.t. Marchionni), Trezeguet.
A disposizione: Mirante, Legrottaglie, De Ceglie, Zalayeta.
Allenatore: Deschamps.
ALBINOLEFFE: Marchetti; Colombo, Dal Canto, Santos; Innocenti, Belinghieri (1 s.t. Previtali), Del Prato, Poloni, Peluso; Bonazzi (19 s.t. Cristiano), Ruopolo (15 s.t. Cellini).
A disposizione: Acerbis, Donadoni, Rabito, Ferrari.
Allenatore: Mondonico.
ARBITRO: Damato di Barletta.
ASSISTENTI: Rubino e Altomare.
QUARTO UOMO: Massa.
AMMONITI: 13 p.t. Poloni, 20 p.t. Birindelli, 31 p.t. Nedved, 37 s.t. Marchetti.
SILENZIO! MORATTI TI ASCOLTA... (segue)
I verbali e le investigazioni. Cipriani: «L' Inter fatturò a una società estera»
[Corriere.it] - Foto-trappola per incastrare i poliziotti corrotti. Quattro calciatori spiati e pedinati con un contratto pagato all' estero «perché era nelle intenzioni dell'Inter che non risultasse individuabile». E un ex agente segreto che giura di aver intascato 120 mila euro per raccontare «solo mie fantasie» sui dossier del Sisde. Sono i fatti più sorprendenti che emergono dai verbali, depositati con gli ultimi 13 arresti, dei protagonisti della maxi-centrale di spionaggio gestita dalla divisione sicurezza Pirelli-Telecom.
«TANGENTI CON IL FLASH» - Alfredo Nonnis, ispettore della Digos di Genova e poi artificiere della questura di Milano, per ora è l'unico indagato che i magistrati hanno scarcerato. Difeso dall'avvocato Giuseppe Cannella, ha ammesso le proprie responsabilità già nel primo interrogatorio davanti al gip Giuseppe Gennari. Una confessione sofferta, che ha aperto uno squarcio anche sui metodi usati dai superspioni per trasformare stimati poliziotti in complici ricattabili per sempre. L'aggancio è affidato ad altri poliziotti: l'ispettore passa notizie riservate a un collega e pensa a un favore, non a un reato. Poi la banda insiste per pagarlo. E qui scatta la trappola. Nonnis spiega che Marco Bernardini (l' ex agente Sisde che ha evitato l'arresto confessando centinaia di corruzioni) gli ha fissato un appuntamento nell'estate 2004 in stazione Centrale a Milano. C'è da ritirare la prima busta con 500 euro. A consegnarla sono due emissari di Bernardini. Proprio mentre prende i soldi, il poliziotto si vede fotografare con il flash da uno spione. Impaurito, chiama Bernardini, che gli risponde di stare tranquillo: è il nostro metodo, serve solo a verificare che i soldi sono finiti alla persona giusta. Da quel momento Nonnis non può più dire di no e diventa una delle tante reclute della «polizia parallela» agli ordini di Giuliano Tavaroli, l'ex carabiniere diventato capo della security Pirelli-Telecom.
RONALDO, BOBO VIERI, MUTU E JUGOVIC - Sono i quattro calciatori che l'investigatore Emanuele Cipriani ammette di aver spiato nel campionato 1999-2000: «Tavaroli mi chiese un'investigazione approfondita con pedinamenti, rilevamenti su tutte le persone frequentate, sulle loro società, appostamenti sotto casa, informazioni Sdi (banca dati della polizia), anagrafe tributaria.. Il compenso mi è stato corrisposto dall' Internazionale F.C.». Domanda dei pm: perché ha fatturato con la sua società estera Wcs e non con l'italiana Polis d'Istinto? «Perché nelle intenzioni dell'Inter, così come segnalatomi da Tavaroli, era opportuno che l'investigazione non risultasse o fosse difficilmente individuabile». Il presidente Moratti ha confermato l'investigazione, ma ha negato che l'Inter abbia mai saputo che fu eseguita con mezzi illeciti.
31 marzo, 2007
13 marzo, 2007
IL GRAN SIGNORE
[Repubblica.it] Palla avvelenata. Più che mai. Massimo Moratti, patron dell'Inter, che in tribuna vip (vip?) a San Siro fa il gesto dell'ombrello e apostrofa così il suo ex pupillo Ronaldo ("vai a cagare, stronzo..."). Stranamente il procuratore federale non se ne accorge, eppure ci sono un sacco di immagini tv, e non lo deferisce in base all'articolo 1 (codice di lealtà). In molti altri casi, Stefano Palazzi, che aspira a fare il capo della nascente Superprocura del pallone, era stato molto più attento. Strano. Moratti ha ammesso di aver fatto "quel gesto" ma non ha intenzione stavolta di scusarsi: a Livorno aveva dato del "coglione" all'arbitro ma in quel caso aveva chiesto successivamente scusa.
12 marzo, 2007
VICOLO CIECO
A dispetto dell'orgoglio mostrato in Champions, il declino della squadra di Ancelotti è sotto gli occhi di tutti: anche dei suoi dirigenti?
Se Brigitte Bardot fosse italiana, dopo la campagna contro lo sterminio delle balene si starebbe dedicando, anima e corpo, a un’altra iniziativa di tipo umanitario: la campagna contro la demolizione del Milan. La demolizione del Milan è un fenomeno - apparentemente inspiegabile – in atto da 652 giorni, per l’esattezza dalla sera del 25 maggio 2005, sera in cui si giocò, a Istanbul, la finale di Champions League tra Milan e Liverpool. Come molti ricorderanno, fu la più incredibile finale giocata dal giorno dell’invenzione del pallone: il più bel Milan di sempre chiuse il primo tempo sul 3-0 (Maldini, Crespo, Crespo), pensò di avercela fatta, tornò in campo distratto, si fece fare 3 gol in 7 minuti, riprovò a prendere in mano la partita ma la palla non volle più saperne di entrare nella porta di Dudek. Così, si andò ai calci di rigore, gli inglesi furono più bravi e la Coppa finì in Inghilterra. Per la cronaca: il Milan aveva vinto la Champions due anni prima, a Manchester, ai rigori contro la Juventus, ma non aveva giocato bene, e non era sembrato forte come il Milan targato 2004-2005: quello, appunto, della notte folle di Istanbul.
Ebbene: dal 25 maggio 2005, una specie di 5 maggio moltiplicata per 5 (tornano anche i conti!), il Milan di Carlo Ancelotti – un vero e proprio inno al calcio con la formula magica di un centrocampo composto da Gattuso, Pirlo, Seedorf e Kakà, due esterni di difesa come Cafu e Maldini, un bomber insaziabile, e infallibile, come Shevchenko – è andato via via sbriciolandosi. Quel Milan, che si permetteva il lusso di tenere Rui Costa in panchina e di mandare in tribuna, il giorno della finale, un certo Inzaghi, perché in campo andavano Shevchenko e Crespo (2 gol) e in panchina bastava Tomasson; quel Milan che sfiorò, senza toccarla, la Perfezione (nel primo tempo di Istanbul, Kakà giocò come nemmeno Rivera e Cruijff fusi assieme in laboratorio); quel Milan, nei 652 giorni che si sono susseguiti, è diventato ben presto la controfigura di se stesso. E adesso, inseguendo una gloria ormai appassita, si dibatte disperatamente alla ricerca di un’identità perduta, in una partita persa in partenza.
Diciamo le cose come stanno. Il Milan sta arrancando perché i giocatori di oggi sono più vecchi, più stanchi e più scarsi di quelli che lo fecero grande nel periodo d’oro di Ancelotti: il ciclo, breve ma intenso, iniziato il 28 maggio 2003 all’Old Trafford di Manchester e concluso il 25 maggio 2005 allo stadio Ataturk di Istanbul col bottino di una Champions League, uno scudetto, una Supercoppa Europea e una Coppa Italia, più una Coppa Intercontinentale e una seconda Champions buttate via.
Più vecchi, più stanchi, più scarsi. Con tutto il rispetto per giocatori – anzi, campioni – che hanno fatto la storia del calcio, la verità sul conto del Milan è questa. Un Milan che annovera oggi tra le sue fila Costacurta, 40 anni e 11 mesi; Maldini, 38 anni e 9 mesi; Cafu, 36 anni e 9 mesi; Serginho, 35 anni e 9 mesi; per non parlare di nonno Fiori e dei molti altri over 30. Un Milan che nell’ultima campagna-acquisti ha pensato di rafforzarsi puntando sul 35enne Favalli, sul quasi 31enne Oddo, sul 30enne Storari; e ancora Ricardo Oliveira (sic), e poi Bonera e Gourcuff (praticamente ignorato da Ancelotti), e infine Ronaldo (ma il Fenomeno merita un discorso a parte). Un Milan che ha appena annunciato i rinnovi di contratto del 31enne Seedorf (fino al 2011), del 34enne Kalac (fino al 2010) e del 33enne Dida (fino al 2010), giocatori che hanno abbondantemente dato il meglio di sè e che già oggi, anzi già ieri, apparivano in chiara fase discendente.
Se a questo aggiungete il fatto che Shevchenko, l’estate scorsa, è stato ceduto al Chelsea per 45 milioni (di cui metà buttati per acquistare Ricardo Oliveira, che vale meno di Pozzi dell’Empoli); che Gilardino e Inzaghi, lontano da Sheva, hanno subìto un processo di “imbrocchimento” imprevisto ma evidente; che Kakà, unico fuoriclasse nello splendore della carriera, è costretto una partita sì e l’altra pure a provare a vincere, da solo, ogni match, Ascoli o Celtic non ha importanza; che i grandi vecchi – vedi Cafu, vedi Serginho, vedi Maldini - hanno smesso di essere i formidabili campioni di sempre, e ormai mostrano la corda di una carriera giunta al capolinea; se al quadro aggiungete queste pennellate, otterrete il Milan che abbiamo davanti agli occhi. Il Milan che una Roma in palla travolge come un birillo, a San Siro come all’Olimpico; il Milan che deve penare 210 minuti contro un modestissimo Celtic aspettando il prodigio del solo uomo capace di compiere i miracoli (per l’appunto, Kakà); il Milan che prova, con le unghie e coi denti, a vincere il derby – o almeno, a fare bella figura - ma che alla fine viene demolito a spallate da un’Inter più forte, più giovane, più dirompente, più cattiva. Il Milan che dopo 27 giornate naviga a 33 punti di distacco dall’Inter prima in classifica. Forse è veramente il caso di farlo stendere sul lettino e fargli dire 33!
Sia chiaro: nessuno discute il fatto che il Milan, unico club in Europa, sia giunto ai quarti di finale di Champions per il 5° anno consecutivo; nessuno discute la grandezza di un club che nel torneo più difficile e prestigioso arriva due volte in finale (una vittoria e una sconfitta) e una volta in semifinale nelle ultime 5 edizioni; nessuno discute l’importanza di vedere il Milan unico sopravvissuto in Champions fra gli 8 club approdati ai quarti un anno fa. Quello che il Milan sta facendo, a dispetto degli anni, degli acciacchi e dei guai, è una cosa grande, e nessuno lo può disconoscere. È giusto però chiedere ai dirigenti, e cioè a Galliani e Braida (o forse bisogna girare la domanda a Berlusconi?) se la strada che il Milan ha imboccato dopo la notte di Istanbul è la strada giusta oppure no. Perché a noi – anche se Ancelotti riuscisse nell’impresa di far fuori il Bayern e di saltare un’altra volta in semifinale – la strada su cui cammina il Milan sembra, davvero, un vicolo cieco.
di Paolo Ziliani
10 marzo, 2007
MANTOVA MANTOVA
Ventisettesima Giornata, sabato 10 marzo 2007
Stadio Danilo Martelli di Mantova (campo neutro)
BRESCIA - JUVENTUS 3-1
RETI: 4 p.t., 26 p.t. e 46 p.t. Serafini, 10 p.t. Del Piero
BRESCIA: Viviano; Santacroce, Zoboli, Mareco; Zambelli (dal 28 s.t. Stankevicius), Piangerelli, Lima, Hamsik (dal 43 s.t. Cerci), Dallamano; Serafini, Del Nero.
A disposizione: Ambrosio, Cortellini, Jadid, Zambrella, Roussel.
Allenatore: Cosmi.
JUVENTUS: Buffon; Zebina (dal 32 s.t. Bojinov), Boumsong, Chiellini, Balzaretti (dal 14 s.t. Palladino); Camoranesi (dal 1 s.t. Marchionni), Zanetti, Giannichedda, Nedved; Del Piero, Trezeguet.
A disposizione: Mirante, Birindelli, Legrottaglie, Paro.
Allenatore: Deschamps.
ARBITRO: De Marco di Chiavari.
ASSISTENTI: Rossomando e Angrisani.
QUARTO UOMO: Tommasi.
AMMONITI: 14 p.t. Giannichedda, 32 p.t. Zambelli, 40 p.t. Camoranesi, 6 s.t. Mareco, 12 s.t Piangerelli, 22 s.t. Trezeguet.
06 marzo, 2007
LA COPPA RUBATA
[Lequipe.fr] L'Olympique de Marseille s'est fait voler son trophée récompensant sa victoire en Ligue des champions face à l'AC Milan en 1993 (1-0). La réplique de la vraie coupe a disparu des salons d'honneur du Stade Vélodrome. L'alerte a été donnée mardi matin par le personnel du club, qui a toutefois assuré qu'aucune porte n'avait été forcée. Une enquête est en cours.
28 febbraio, 2007
12 febbraio, 2007
IL BILANCIO ONESTO (segue)
[Indiscreto.it] Un potenziale conflitto d’interessi, un macigno debitorio di 424 milioni, un buon rapporto d’affari con Mediaset e un’operazione di cessione del marchio per ridurre l’indebitamento bancario che giace sotto la spada di Damocle della nullità. E’ questo in sintesi ciò che emerge dal bilancio 2005-06 della Fc. Internazionale, Inter per i suoi fans, che per la prima volta nella sua storia ha composto anche il bilancio consolidato, comprendente le sue società interamente possedute Inter Futura e Inter Brand. Come si legge nel testo del documento, reperibile in Camera di commercio, la scelta della redazione del consolidato è stata fatta per «fornire una adeguata informativa sull’andamento economico e patrimoniale del gruppo». E la differenza del risultato finale di esercizio è molto marcata: la capogruppo Inter spa ha chiuso con un rosso di appena 31,1 milioni di euro, contro i 181,4 milioni del consolidato.
La diversità di cifre è stata causata dall’operazione di “maquillage finanziario” della cessione dei marchi, contabilizzata in Inter spa, alla controllata al 100% Inter Brand, che ha apportato alla capogruppo una plusvalenza straordinaria di 158 milioni. Invece, nel consolidamento sono state eliminate tutte le transazioni con le società controllate. La nota integrativa della società nerazzurra sottolinea che grazie alla cessione dei marchi i debiti bancari di Inter spa sono diminuiti del 34,15%. La maggior parte dell’indebitamento totale del gruppo è nella capogruppo, schiacciata dal peso di 424,4 milioni, in aumento del 54,1% rispetto ai 275,3 milioni del 2004-05. Assieme al contratto di cessione «è stata redatta la relativa scrittura di licenza d’uso dei marchi del valore complessivo di 160 milioni» di durata decennale. Ma l’operazione potrebbe esse sub judice. «La vendita dei marchi dall’Inter alla controllata Inter Brand – spiega l’avvocato Domenico Latino, specializzato in diritto civile e sportivo – configura l’ipotesi del contratto con se stesso: quindi per la legge è nulla». In pratica, è come se il marchio fosse passato dalla tasca destra a quella sinistra. «Inoltre, l’Inter al termine del contratto di licenza d’uso - aggiunge Latino – perderà il marchio. La società avrà tre alternative per evitarlo: può incorporare la Inter Brand, rinnovare l’accordo o riacquistare il marchio» .
INTER BANCA 2 A 0 - Potrebbe essere uno gioco di parole messo ad arte dal destino e forse lo è. Le strade di Interbanca, banca d’affari del gruppo Abn Amro Antonveneta, e l’Inter, si sono incrociate proprio a causa dell’operazione di cessione del marchio effettuata nel dicembre 2005. Infatti, stando alla nota integrativa del bilancio della capogruppo, l’operazione «ha consentito di ottenere da un primario istituto di credito un finanziamento a medio-lungo termine per 120 milioni». Alcuni paragrafi dopo l’Inter rivela il nome della banca, specificando che a garanzia del prestito è stato acceso il «pegno, a favore di Banca Antonveneta, sul 100% delle quote sociali di Inter Brand». C’è però da evidenziare che l’azionista di riferimento e presidente della società nerazzurra, Massimo Moratti, è anche consigliere esecutivo di Interbanca, banca d’affari di Abn Amro Antonveneta: stando alle visure camerali, infatti, è stato «nominato con atto del 21 aprile 2004» per una «durata in carica di tre esercizi» . Quindi, eccoci davanti ad un bel conflitto d’interessi per il generoso presidente nerazzurro, che riveste il contemporaneo doppio ruolo di banchiere e cliente. Un considerevole punto di forza rispetto alle società concorrenti della serie A.
GRAZIE SILVIO - Un altro punto di forza della società nerazzurra, i “risconti passivi”, ossia l’anticipo di ricavi futuri, è risultato in calo da 103,17 milioni a 44,46 milioni per il decremento delle anticipazioni ricevute da società di factoring a fronte di contratti relativi a diritti televisivi». L’Inter ha però sopperito in buona parte a ciò con l’aumento del 15% dei ricavi del conto economico, grazie soprattutto alla crescita della voce “sponsorizzazione e proventi vari” (da 134,11 a 163 milioni). In quest’ultima sono presenti per la prima volta i «diritti di prelazione e prima negoziazione» per 21 milioni stipulati con Rti per la stagione televisiva 2009-2010. Essi consentono alla società del gruppo Mediaset di sedersi per prima al tavolo delle trattative per stipulare il nuovo contratto della trasmissione criptata sul digitale terrestre. Per lo stesso motivo la società del gruppo Fininvest aveva versato 20 milioni alla Juventus nel giugno 2004. La relazione sulla gestione sottolinea ancora di più l’ottimo rapporto d’affari tra l’Inter di Moratti e la Mediset di Silvio Berlusconi. Nel testo si legge infatti che «l’incremento notevole sul valore della produzione è stato determinato da un aumento di 25 milioni sul controvalore della cessione dei diritti televisivi determinato dalla dinamica crescente dei corrispettivi previsti dai contratti in essere e dal rinnovo dei contratti per le stagioni 2007-2010 con Rti». Proprio il 28 giugno scorso, l’Antitrust ha censurato la clausola di prima negoziazione. Del resto, sempre ottimi sono stati i rapporti tra le due famiglie, basti pensare alla lunga e sempre verde militanza berlusconiana del sindaco di Milano Letizia Moratti. Senza tralasciare i proficui rapporti d’affari tra il numero due dell’Inter, Marco Tronchetti Provera, e il Cavaliere, come documentato - per fare un solo esempio - dal passaggio di Edilnord, la corazzata mattonara, da sua Emittenza a mister Telecom.
IL TRUCCO C’É - Nonostante la dichiarata rivalità calcistica, gli stretti legami tra Moratti e Berlusconi sono anche evidenti per la vicenda delle plusvalenze incrociate fittizie di calciatori sconosciuti tra Inter e Milan. La vicenda, strombazzata solo ora dalla stampa nazionale a causa delle indagini per falso in bilancio condotte dal Pm di Milano Carlo Nocerino, era stata evidenziata nel 2003 sul quotidiano Il Manifesto e ai primi del 2004 nel libro “Il pallone nel burrone” e ripetuto il 27 aprile 2004 davanti alla VII Commissione Cultura della Camera dagli autori del volume. Oltre agli ormai celebri Simone Brunelli, Matteo Deinite, Matteo Giordano, Ronny Toma, Salvatore Ferraro, Alessandro Livi, Giuseppe Ticli e Marco Varaldi ci sono stati anche altri scambi di carneadi tra nerazzurri e rossoneri. Tra la stagioni 1999-2000 e 2001-2002 Inter e Milan si sono passati Paolo Ginestra e Matteo Bogani, Fabio Di Sauro e Davide Cordone, Andrea Polizzano e Marco Bonura. Ogni operazione ha fruttato una plusvalenza reciproca variabile tra i 7 e i 10 miliardi di vecchie lire: valutazioni completamente fuori mercato per l’epoca. Ma ci sono stati anche scambi di giocatori celebri, come Francesco Coco e Clarence Seedorf: sia l’Inter che il Milan hanno incassato la stessa cifra di 29 milioni. E proprio qui sta il trucco. La cifra della vendita è identica e quindi l’operazione non movimenta denaro, ma ha solo un risvolto contabile. Le due società hanno segnato nell’esercizio di competenza la plusvalenza incassata, ripartendo invece su cinque anni la cifra della cessione. Quest’ultima è però una passività che pesa sugli anni futuri: ed ecco spiegato il perché Milan e Inter hanno proseguito ad effettuare altri scambi a prezzi ben superiori rispetto ad ogni logica di mercato.
07 febbraio, 2007
LA CURVA DEL VICARIO
MILANO — Il capo dei Commandos, qualche anno prima, non poteva entrare allo stadio. Però alla festa del Milan campione d’Italia, nel 2004, aveva un tavolo accanto a quello del presidente Berlusconi. «Noi siamo soliti festeggiare con la nostra famiglia allargata» dice la società. Una definizione che comprende sia il presidente della Regione Formigoni e l'allora sindaco di Milano Albertini, sia una quindicina di ultrà esponenti dei Commandos, delle Brigate Rossonere, e della (oggi sciolta) Fossa dei Leoni. Un frammento dei rapporti pericolosi che Inter e Milan intrattengono con i cattivi delle curve. Rapporti leciti, ma alla base di un giro d'affari da milioni di euro, della gestione di un potere su migliaia di ultrà, e di un meccanismo di ricatto più o meno latente verso i club. Che negli ultimi mesi è sfociato in una tentata estorsione ai danni dei rossoneri. Con colpi di pistola e un pestaggio.
Equilibrio sottile
Rapporti a rischio. I capi ultrà viaggiano spesso sugli stessi charter che portano i giocatori e i dirigenti. «Ma volano a loro spese» fanno sapere da Milan e Inter. Entrano negli spogliatoi di San Siro e nelle aree vip. Perché i leader della curva possiedono pass nominali, con tanto di foto per «muoversi liberamente in ogni settore dello stadio, compresi gli spogliatoi dei giocatori» (deposizione di un dirigente del Milan). Lo stesso succede per l'Inter. A volte, i legami diventano lavorativi. Come per un esponente di Alternativa Rossonera, impiegato in un ufficialissimo Milan Point. Infine, sul sito delle Brigate Rossonere, Gilardino, Inzaghi, Kakà e Gattuso mettono gratuitamente a disposizione la loro (costosa) immagine per pubblicizzare magliette, cappellini e felpe del gruppo. Fin qui, niente di illecito. Solo la prova di una certa contiguità tra le società e i gruppi di tifosi più estremi. Di contatti che vengono considerati inevitabili. E da coltivare: servono a «responsabilizzare» i capi dei tifosi, con il risultato «di essere una delle squadre meno sanzionate in Europa e in Italia», come chiarisce un responsabile del Milan in un verbale della Digos. Il fatto è che l'equilibrio è fragile. E il confine tra rapporto corretto e complicità sottile.
Il patto nerazzurro
15 maggio 2005, a San Siro si gioca la partita Inter-Livorno. In curva Nord, quella nerazzurra, compare una croce celtica. Sventola per pochi minuti, poi viene ritirata. Cosa è accaduto? Un responsabile della polizia ha avvertito un referente della curva, che ha girato immediatamente l'ordine: «Fate levare quella roba». Il magistrato che ha indagato sugli ultrà interisti parla di collaborazione «efficace». È il sistema nerazzurro, per come è stato ricostruito dagli investigatori. Funziona così: concessione di benefici «limitati» ai capi-curva in cambio di una sorta di «servizio d'ordine». Il tutto sotto la supervisione della polizia, che però non compare mai sugli spalti. L'Inter assicura cinquanta biglietti omaggio «consegnati a Franco Caravita (leader della Curva Nord, ndr) e da questi gestiti con successiva distribuzione» ad altri esponenti degli ultrà. La contropartita, per l'immagine e per le casse di una società di calcio, è enorme: una curva calma, niente guerriglia urbana (rarissima fuori da San Siro negli ultimi anni), poche multe per incidenti e lancio di fumogeni. Ma come: si tratta con i cattivi? Ci si affida a loro per il servizio d'ordine, anche se alcuni hanno precedenti penali? E qual è il limite di questi accordi? La risposta l'ha data il pm Fabio Roia chiedendo l'archiviazione dell'indagine sul lancio di fumogeni che portò all'interruzione del derby di Champions del 12 aprile 2005: «È evidente come questa intesa possa suscitare qualche perplessità sotto il profilo etico e della eventuale prospettiva investigativa, ma la gestione dell'ordine pubblico in situazioni di particolare complessità comporta una visione ampia e flessibile del problema». Un pragmatismo efficace da un lato, ma che dall'altro rappresenta una sorta di resa del sistema calcio: le società sono i «soggetti deboli» per il principio della responsabilità oggettiva (le intemperanze dei tifosi si pagano con multe e squalifiche del campo); polizia e carabinieri non entrano mai nelle curve di San Siro per evitare «possibili provocazioni», e un anello chiave della sicurezza sono gli ultrà stessi. Viene da pensare: ma cosa succede negli stadi italiani se questo modello, come accertato dopo mesi di indagine, è il risultato della «bonifica culturale» del presidente Moratti? Se il calcio è una macchina da soldi, 3 per cento del Pil, le curve tentano di ritagliarsi la propria fetta. Il tifo che diventa mestiere.
Il giro d’affari
Primo: i biglietti per le trasferte. Di solito le società li vendono ai rappresentanti della curva. Niente di illecito. Ma questo cosa comporta? Uno dei capi ultrà del Milan ha ammesso di rivenderli a 2-3 euro in più. Ed è il primo ricarico. Sui biglietti si fonda poi l'organizzazione dei viaggi: pullman e treni per le trasferte più vicine, aereo per quelle distanti. I curvaioli comprano il pacchetto completo. Che comprende, ovviamente, altri ricarichi. Moltiplicando per le 18 trasferte di campionato, più quelle di coppa Italia e di Champions, alle quali partecipano in media, per le squadre milanesi, tra le mille e le 4 mila persone, si scopre che una stagione calcistica può fruttare 5-600 mila euro. Sottobanco poi, è un'altra storia: biglietti regalati, venduti sottocosto o pagati in modo dilazionato. Per l'Inter la magistratura ha escluso questa prassi, sul Milan (come parte lesa in un tentativo di estorsione da parte di gruppi ultrà) c'è un'indagine in corso. «Ma per società molto importanti — spiega Maurizio Marinelli, direttore del Centro studi sulla sicurezza pubblica — l'omaggio può arrivare anche a un migliaio di biglietti». In questo caso gli introiti per gli ultrà-affaristi si moltiplicano. «I capi tifoseria hanno un potere enorme — aggiunge il procuratore capo di Monza, Antonio Pizzi, che ha condotto l'inchiesta oggi passata a Milano —. Ricattano le società che forniscono loro biglietti sottocosto o in omaggio. Il giro d'affari per una curva è nell'ordine di milioni di euro». A questo fiume di soldi bisogna aggiungere gli aiuti per le coreografie (negati dalle società) e la vendita dei gadget: cappelli, felpe, magliette. Questa è la montagna di soldi da spartire. Che non arriva a tutta la curva, ma nelle tasche dei pochi che comandano. Conseguenza: i capi degli ultrà milanesi pensano più agli affari che alla violenza. Ma appena gli equilibri si spostano, c'è qualcuno che per entrare nel business è pronto a sparare. È quel che sta succedendo intorno a San Siro.
La tentata estorsione
Nell'autunno 2005 si scioglie, dopo 37 anni, la Fossa dei Leoni. È un gruppo storico del tifo rossonero, ma ha due macchie: è l'unico rimasto di sinistra e non risparmia le critiche alla società. La ragione dello scioglimento sembra tutta da cercarsi dentro il codice d'onore ultrà: i Viking juventini hanno rubato lo striscione alla Fossa, che per la restituzione ha chiesto la collaborazione con la Digos. Questa storia è anche un pretesto. In realtà, c'è già un nuovo gruppo, di destra, che sgomita per la leadership: i Guerrieri Ultras. I Guerrieri si sarebbero alleati con le Brigate Rossonere. I Commandos vanno in minoranza. E pagano. «I nuovi cominciano a sgomitare. In due direzioni: per guadagnare spazio nella curva e per ottenere il riconoscimento dalla società. Che consente di partecipare al giro d’affari» spiega un investigatore. Così, l'ottobre scorso, due uomini in moto sparano alle gambe di A. L., 32 anni, esponente dei Commandos, davanti a un supermercato di Sesto San Giovanni. Il 25 gennaio, un altro leader dello stesso gruppo viene picchiato fuori da San Siro da sette persone (due sono state arrestate e stanno per andare a processo). È conciato così male che ancora oggi non si sa se ce la farà. Intanto, i Guerrieri chiedono biglietti alla società. Forse anche abbonamenti. Ma il Milan, per due volte, rifiuta. E, combinazione, subito dopo per due volte dalla curva piovono fumogeni: Milan- Lilla, 6 dicembre, e Milan-Torino, 10 dicembre 2006. Il Milan annuncia una linea più dura: taglia i pass. Galliani va in procura a Monza, che nel frattempo ha indagato dieci ultrà: «Ma non sono io che mi occupo di queste cose». Non c'è stata nessuna denuncia. La procura è arrivata alla tentata estorsione indagando sulla sparatoria. «Nei nuovi gruppi di ultrà — rivela un investigatore — ci sono molti delinquenti comuni, con precedenti per spaccio e rapine».
Sicuri che valga la pena tenerli in famiglia?
da Il Corriere della Sera del 7 febbraio 2007
31 gennaio, 2007
29 gennaio, 2007
C'ERA UNA VOLTA
C'era una volta un Presidente di Lega dal cranio lucente. E c'era un patto d'acciaio fra Mediaset S.p.A. e Giovanni Agnelli & C. S.a.p.a. che consentiva alla Juventus FC di incassare i diritti televisivi satellitari criptati in anticipo di due anni e chiudere i bilanci in attivo fatturandone i proventi. C'erano anche i compagni di merenda del cranio lucente, Antonio e Luciano. E davanti ai soprusi perpetrati ogni domenica sul campo dalla loro "combriccola romana", c'erano i "sofferti silenzi" dell'a.d. del Milan AC, in aperto conflitto d'interessi con la carica di Presidente di Lega. Tutto questo c'era una volta, e oggi non c'è più...[Corriere.it] Mediaset-Lega Calcio: la partita prosegue in tribunale. Il gruppo di Berlusconi ha infatti depositato un atto di citazione presso il Tribunale di Milano contro la Lega Calcio. L'atto contiene la richiesta di riduzione del prezzo dei diritti in chiaro del campionato di calcio di Serie A in seguito allo scandalo "Calciopoli". Mediaset, si legge in una nota, «è stata costretta alle vie legali dall'atteggiamento della Lega Calcio che non ha mai dato concreto seguito alle richieste di modificare consensualmente il contratto in essere, concluso prima di Calciopoli. Dall'estate 2006 a oggi, infatti, si è sviluppato un intenso carteggio tra Mediaset e Lega Calcio culminato con due incontri di vertice, rassicuranti a parole ma infruttuosi nei fatti. E anche l'auspicio di Mediaset di risolvere la vicenda in forma riservata attraverso un arbitrato «super partes» non ha ricevuto alcun segnale di disponibilitá da parte della Lega. Pertanto, dopo aver atteso anche l'ultima sentenza definitiva sullo scandalo Calciopoli, Mediaset si vede costretta a procedere per vie legali».
PERDITA DI INTERESSE - Mediast afferma che «esaminando diversi parametri ufficiali, è oggettivamente dimostrabile che le retrocessioni e le penalizzazioni irrogate dal giudice sportivo hanno prodotto una forte perdita dell'interesse del pubblico verso il Campionato di A (i tifosi delle squadre retrocesse o penalizzate costituiscono il 40% del numero dei tifosi complessivi) che si traduce in una corrispondente riduzione del valore di mercato dei diritti televisivi in chiaro.
I DATI - Comparando solo alcuni tra i principali valori numerici della stagione calcistica 2005-2006 a quelli della stagione 2006-2007 emergono i seguenti risultati: 1) Abbonamenti stadi Serie A: - 17.5%; 2) Spettatori paganti: - 10.0% (solo nelle prime 13 giornate); 3) Calo valore contratti Pay tv Serie A: -14.8%; 4) Crescita valore contratti Pay tv Serie B: +52.0%». Mediaset, prosegue il comunicato, «deve assicurare ai propri azionisti la tutela degli interessi della società e procedere ad acquisti di diritti televisivi calcolati secondo principi di equità, è pacifico che ora questi diritti non hanno più un valore equo. E davanti alla politica della Lega che insiste nel negare l'evidenza, non resta che la strada del tribunale».
CONTRATTI IN CORSO - L'azienda precisa che continuerà ad onorare i contratti in corso. «Nonostante i dati di fatto esposti, Mediaset non vuole penalizzare il mondo del calcio, soprattutto le squadre e le serie minori a cui vengono redistribuiti i ricavi dei diritti in chiaro. Pertanto, invece di sospendere i pagamenti come sarebbe naturale in questi casi, Mediaset continuerá ad onorare l'impegno finanziario previsto dal contratto, a dimostrazione della propria correttezza e totale buona fede. Ovviamente, il pagamento sarà effettuato con riserva in attesa della decisione del giudice».
27 gennaio, 2007
IMPAZZIRE DI CADETTERIA
Ventunesima Giornata, sabato 27 gennaio 2007
Stadio Alberto Picco di La Spezia
SPEZIA - JUVENTUS 1-1
RETI: Confalone 39 p.t., 47 s.t. Nedved
SPEZIA: Santoni; Nicola, Giuliano, Addona, Gorzegno; Saverino; Guidetti (dal 25 s.t. Padoin), Confalone, Frara, Do Prado (dal 11 s.t. Baù); Varricchio.
A disposizione: Rotoli, Grieco, Ponzo, Alessi.
Allenatore: Soda.
JUVENTUS: Buffon; Birindelli (dal 33 s.t. De Ceglie), Piccolo, Giannichedda, Balzaretti; Camoranesi (dal 45 s.t. Marchionni), Zanetti, Paro (dal 25 s.t. Palladino), Nedved; Del Piero, Trezeguet.
A disposizione: Mirante, Legrottaglie, Marchisio, Bojinov.
Allenatore: Deschamps.
ARBITRO: Rocchi di Firenze.
ASSISTENTI: Alvino e Angrisani.
QUARTO UOMO: Ruini.
AMMONITI: Confalone (32 p.t.), Do Prado (9 s.t.), Gorzegno (15 s.t.), Giannichedda (25 s.t.).
ESPULSI: Giannichedda 34 s.t.
18 gennaio, 2007
LIES, LIES, LIES
Shevchenko can hardly deny that Abramovich was the driving force behind his move last summer from the San Siro to Stamford Bridge, but Mourinho approved the purchase and the Ukraine striker is particularly hurt by the suggestion that he seeks favours, or acts as the dressing-room eyes and ears of the Chelsea owner. «Those rumours are all lies» he said. «A lot of things have been said which aren’t true. They have caused a lot of hurt to myself and my family. I am a footballer, not a politician. My job is to play, that’s all. It is what I’ve been doing since I was nine years old. People are crossing the limits in what they are saying about me. It is bull***t».
There were further allegations from Italy this week that Shevchenko had proposed the recruitment of Carlo Ancelotti, the coach of AC Milan, in place of José Mourinho but the striker is adamant that he has no communication with Abramovich beyond that of the rest of his team-mates. «There are things written about my relationship with Roman Abramovich which have been overexaggerated» he said. «My relationship with him is the same as every other player. He’s the president and I am a player — it is entirely professional. I see Abramovich in the dressing-room sometimes or occasionally at training. We might have a quick word with each other but that is natural as we both speak Russian. Maybe I shouldn’t speak Russian. Maybe that gives people the wrong idea».
The idea that Shevchenko is one of the main causes of conflict between Abramovich and Mourinho, who have fallen out to the extent that the manager looks certain to depart this summer, grew in strength when the Chelsea owner suggested hiring Avram Grant, the director of football at Portsmouth. Abramovich believes that Grant can help Shevchenko to find his best form but Mourinho regarded the proposal as unwelcome interference. It is just another example of the boardroom politics that Shevchenko is desperate to avoid. «Avram Grant? I know who he is but I don’t know him» he said. «I only know that he was coach of Israel, but it doesn’t concern me if he comes or does not come. This is a decision the club makes. I am just here to play. It is hard when you are thrown in the middle of everything».
Shevchenko is fit to line up against Liverpool on Saturday as the champions attempt to cut the six-point deficit on Manchester United but has no idea whether he will start. He has been left on the substitutes’ bench in recent matches but claims to accept Mourinho’s decision. «If he decides I am not capable, I just have to work harder,” the striker said. «It doesn’t matter what I think».
IL CRANIO LUCENTE
[Espresso.it] Su Adriano Galliani, il vicario di Berlusconi al Milan, l'opinione dei calciofili italiani si divide in due. Da un lato i tifosi rossoneri, che lo amano d'amor viscerale perché allo stadio fa certe facce - e certi gesti - che nemmeno un ultrà. Poi ci sono tutti gli altri, gli avversari, che lo considerano un antennista brianzolo miracolato da Berlusconi (quelli buoni) o uno squalo senza scrupoli (quelli meno buoni). Il Galliani in carne ossa e calvizie è invece un signore di 62 anni che si rade con cura la coroncina di capelli superstiti, si veste da una vita allo stesso modo (giacche blu di Tincati e cravatte gialle di Hermès), si è sposato tre volte (l'ultima con Malika, modella di Rabat più giovane di trent'anni) e a Natale ha finito di scontare la sua condanna per Calciopoli: una squalifica di cinque mesi e mezzo per le relazioni pericolose con gli arbitri di un suo (ex) collaboratore, Leonardo Meani.
Contento che questa inibizione sia finita?
«Sono stati mesi di grande tristezza. Sa, io sono uno che vive per il Milan, 12 ore al giorno dal lunedì al venerdì e tutti i weekend a Milanello o in trasferta. Ma adesso basta, a quella storia non voglio pensare più».
Intende dire Calciopoli?
«Sì, ci voglio tirare sopra una riga, il tempo è galantuomo e il giudizio ormai spetta alla storia. Certo, quel che è successo mi ha fatto parecchio male umanamente. Sono stato condannato per una telefonata di 106 secondi con Meani in cui gli chiedevo se avesse protestato per un gol annullato a Shevchenko. Tutto lì».
Il resto l'ha fatto il suo amico Meani...
«Macché amico, era un consulente esterno a 30 mila euro lordi l'anno. Uno che tra l'altro non avevo portato io al Milan».
E lei si è dovuto pure dimettere dalla presidenza della Lega. C'è chi dice che hanno voluto farla fuori proprio per ottenere questo risultato...
«Sì, credo di aver anche pagato il fatto di essere, all'epoca, presidente di Lega».
Almeno con le sue dimissioni è finito un lungo conflitto di interessi: lei è uomo di Mediaset, azienda che comprava i diritti tv ai club...
«Non c'era nessun conflitto, le regole non impedivano a un dirigente di club di salire ai vertici della Lega. Mi hanno eletto democraticamente due volte e credo di aver portato risorse al calcio italiano».
Veramente il pallone sembra esploso come una bolla di sapone: conti in rosso, bilanci truccati, un fallimento dopo l'altro, perfino presidenti latitanti all'estero. Colpa della sbornia dei diritti televisivi?
«Non c'è stata nessuna sbornia. In Italia non sono i diritti tv a essere cresciuti troppo, sono le altre risorse a essere cresciute troppo poco. Come il merchandising e gli introiti dai biglietti».
Già, allo stadio ci va sempre meno gente. Domenica scorsa, per Milan-Reggina, ad esempio, c'erano meno di 7 mila spettatori paganti...
«È evidente che c'è un problema di impianti. Servono stadi più moderni e attraenti, che siano di proprietà dei club e non dei comuni».
Infatti Moratti per l'Inter vuole costruirne uno tutto suo. E il Milan?
«San Siro è stato solo del Milan dal 1926 al 1947. Poi è arrivata l'Inter, che prima giocava all'Arena. Fino al '35 era anche di nostra proprietà, poi purtroppo è stato venduto al Comune. Insomma, noi siamo molto affezionati a San Siro e non vorremmo andare via. Però, certo, bisogna ristrutturarlo del tutto: metterci ristoranti, negozi e così via».
Avete già pensato come?
«Sì, abbiamo nel cassetto un progetto di Giancarlo Ragazzi (architetto storico del gruppo fin dai tempi dell'Edilnord, ndr). Ma per ora l'impianto è del Comune, in concessione ai due club fino al 2030, con diritto di recesso ogni cinque anni. Se l'Inter dà la disdetta per costruirsi il suo stadio, noi cercheremo di comprarci San Siro e di rifarlo, sempre che aboliscano un po' di vincoli edilizi, come hanno fatto negli anni scorsi in Inghilterra con il Taylor Act».
E poi dovreste trovare i soldi. Pare che Berlusconi non abbia più voglia di spendere per il Milan. Tanto che i tifosi si lamentano per l'ultima campagna acquisti.
«Da tempo abbiamo un input chiaro dalla proprietà: fare quadrare i conti. Non mi sembra che un azionista debba giustificarsi se a un certo punto chiede non dico di portare a casa dei dividendi, ma almeno di non rimetterci più. Bene: il 2006 si chiude con un fatturato record di 253 milioni di euro e - fatto storico - anche con un leggero utile».
Però siete a 28 punti dalla prima.
«Non certo per colpa dell'organico, che è all'altezza di quello dell'Inter».
E allora perché?
«Partire penalizzati è molto disincentivante: se sai di non poter lottare per lo scudetto, è più difficile concentrarsi. E poi ci hanno detto il 25 luglio che dovevamo giocare i preliminari di Champions il 9 agosto, quindi abbiamo dovuto fare una preparazione forzata, che ha inciso sulla forma dei ragazzi e ha provocato in seguito una valanga di infortuni. L'anno prossimo, in condizioni normali, sarà tutto diverso».
Perché lei in tribuna è così esagitato?
«Beh, io sono uno malato di calcio. Da sempre, da quando ero ragazzino e andavo a vedermi il Monza al San Gregorio. Praticamente ho imparato a leggere sulla 'Gazzetta dello Sport'. Mio padre si arrabbiava, mi diceva che a leggere 'la Gazza' non avrei combinato nulla di buono nella vita... E adesso che ci sono le tv satellitari, la sera mi guardo tutte le partite possibili immaginabili».
Chissà com'è contenta sua moglie.
«Malika è brava e non si arrabbia, ma in effetti nei precedenti matrimoni qualche problemino l'ho avuto. Parecchi anni fa, un sabato mattina, sono sceso per fare due passi e ho incontrato degli amici che stavano andando in macchina in Puglia a vedere un Foggia-Cesena. Io mi sono aggregato al volo. Sono tornato a casa il lunedì all'alba e mia moglie non mi ha fatto entrare. Pioveva a dirotto e io: 'Dai, aprimi, ti prego!'. Niente, alla fine sono andato a dormire da mia sorella».
Perché non ha provato a fare il calciatore?
«All'oratorio giocavo da attaccante ma presto mi sono reso conto di essere troppo scarso. Allora ho capito che per me l'unico modo di lavorare nel calcio era diventare dirigente. E quando nel '75 sono entrato nella proprietà del Monza, mi sembrava di aver raggiunto un obiettivo fantastico. Invece il bello doveva ancora arrivare».
E com'è arrivato?
«Nel '79, quando sono diventato socio di Berlusconi, gli ho detto: dottore, io qui lavoro anche 24 ore al giorno, ma i weekend me li lasci liberi perché devo seguire il Monza. Insomma, gli ho fatto capire subito qual era la mia grande passione. Così, quando nell'86 ha preso il Milan, mi ha proposto di venire qui».
E lei è diventato un uomo ricco.
«No. Sa, ho due divorzi alle spalle...».
Quanto guadagna?
«Meno di quello che spendo. Mi piace fare acquisti, per me e per gli altri».
Le dà fastidio quando la chiamano 'zio Fester', il pelatone della famiglia Adams?
«Ma no, ci rido. Mi fanno arrabbiare molto di più altre cose».
Tipo?
«Essere dipinto come uno squalo, un duro, uno spietato, mentre il mio carattere è esattamente l'opposto. Credo di essere una persona mite e buona. Io proprio non mi ci ritrovo nell'immagine che di me danno giornali e tv. A volte quando guardo certe trasmissioni in cui si parla di me - Galliani di qua, Galliani di là - bah, penso che si riferiscano a un altro».
E perché secondo lei la dipingono così?
«Onestamente, non lo so. Forse non ho mai compiaciuto abbastanza i giornalisti, non li ho coccolati. Ci sono altri - imprenditori, manager - che hanno fatto della cura della propria immagine quasi una professione, mentre io ho sempre pensato solo a lavorare sodo per la mia azienda. Pazienza, in fondo qualcosa di simile è successo anche a Ezzelino da Romano».
A chi, scusi?
«Un cavaliere di ventura del Duecento che gli storiografi definiscono 'il terribile' e invece non lo era affatto. Una volta ho letto un libro su questo 'equivoco giornalistico' d'epoca medievale e mi sono consolato».
Altri libri sul suo comodino?
«Il mio preferito è 'Più grandi dell'amore', di Dominique Lapierre: un'opera che insegna a diventare più buoni. Ne ho regalata una copia a ogni giocatore del Milan».
Lei è cattolico?
«Credo in Dio, guardo con simpatia alla Chiesa e le dò il mio 8 per mille».
Nel '68 lei aveva 24 anni: che cosa pensava del movimento?
«Stavo dall'altra parte, ero un anticomunista che simpatizzava per la destra Dc. Come i miei genitori. E come quasi tutti, a Monza. Sono stato anche candidato al consiglio comunale, nel '75, primo dei non eletti».
Ora invece abita a Milano. Discoteche, feste, mondanità?
«Ma no, la sera quando non ci sono partite in tv vado al ristorante con mia moglie e con gli amici: il risotto con l'ossobuco del Matarel e il pesce da Giacomo sono il massimo dei miei peccati».
In che zona vive?"
«Via Bigli, a due passi da casa di Massimo Moratti. Ci incontriamo spesso, la mattina. E sua sorella Bedi è addirittura mia condomina».
Pare che quest'anno, a fine campionato, dovrà fare i complimenti ai suoi vicini.
«Eh, la sensazione è questa».
Già adesso, per via di Calciopoli, le tocca vedere lo scudetto cucito sulle maglie nerazzurre. La cosa le fa girare le scatole?
«Mi perdoni, ma almeno su questo lasci che io mi avvalga della facoltà di non rispondere...».
17 gennaio, 2007
IL FALSO NEL BILANCIO ONESTO
Anche Adriano Galliani è indagato per la stessa ragione ma in difesa del Milan c'è il fatto che non sarebbe stato in discussione la partecipazione al campionato. Le due società, intese come persone giuridiche, sono indagate dal pm Carlo Nocerino in base alla legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle società per reati commessi da propri dirigenti nell’interesse aziendale. Sul fronte si prospettano pesantissime sanzioni pecuniarie nel caso di modelli organizzativi carenti o assenti, e penali, nel caso l'accusa contestata a Moratti e Galliani s'infranga nei brevi termini di prescrizione contemplati dalle norme sul falso in bilancio. Alla fine del campionato 2002-2003, Milan e Inter si scambiarono ben otto giocatori senza che essi giocassero. Le indagini sulla cosmesi dei bilanci indagano sulle plusvalenze generate dalla cessione di giocatori ipervalutati: le plusvalenze, che sono le differenze tra il prezzo di vendita e il prezzo di acquisto, venivano inserite nel bilancio, taroccando i risultati veri.
La Procura di Roma ha già chiesto il rinvio a giudizio del presidente della Roma, Franco Sensi, e dell’ex patron della Lazio, Sergio Cragnotti. A Genova si indaga su Galliani, il presidente della Sampdoria, Garrone, e il proprietario del Genoa, Preziosi. A Torino si indaga sulla Juve su ben 41 contratti di calciatori venduti o acquistati dalla Juventus nell’era dell’ex amministratore delegato Antonio Giraudo e di Luciano Moggi.
13 gennaio, 2007
E BUON ANNO ANCHE A VOI...
Diciannovesima Giornata, sabato 13 gennaio 2007
Stadio Danilo Martelli di Mantova
MANTOVA-JUVENTUS 1-0
RETI: 8 s.t. Bernacci.
MANTOVA: Brivio; Notari, Sacchetti, Cristante, Mezzanotti; Sommese (23 s.t. Tarana), Grauso, Doga, Caridi (37 s.t. Spinale); Bernacci (31 s.t. Noselli), Godeas.
A disposizione: Bellodi, Di Cesare, Antinier, Brambilla.
Allenatore: Di Carlo.
JUVENTUS: Buffon (34 s.t. Mirante); Birindelli (47 s.t. De Ceglie), Zebina, Kovac, Balzaretti; Paro, Piccolo (12 s.t. Camoranesi), Marchisio, Del Piero; Zalayeta, Trezeguet.
A disposizione: Urbano, Bojinov, Guzman, Venitucci.
Allenatore: Deschamps.
ARBITRO: Giannoccaro di Lecce.
ASSISTENTI: D’Agostini, De Luca.
QUARTO UOMO: Andolfatto.
AMMONITI: 24 s.t. Birindelli, 31 s.t. Notari, 43 s.t. Spinale.
10 gennaio, 2007
IL BILANCIO ONESTO
Con l'analisi dei conti dell'Inter si apre un'inchiesta del «Sole 24 Ore» sui bilanci delle società di calcio. Conti sempre traballanti, nonostante vengano partoriti nuovi artifici contabili. Dopo la legge salvacalcio, varata nel 2003 e bocciata dall'Ue, le squadre più "intraprendenti" hanno escogitato la rivalutazione e cessione del marchio. Ma si tratta di operazioni in famiglia: la cessione a se stessi. Questo ha consentito di mettere una toppa (di carta) ai buchi della gestione nei bilanci civilistici, nei quali formalmente vengono ammesse plusvalenze anche se realizzate in famiglia e quindi, in realtà, fasulle. Anche la Covisoc, la commissione della Figc che vigila sui conti delle squadre, dopo aver tentato l'affondo del rigore l'estate scorsa è stata tollerante sui conti taroccati.
L'Inter ha dichiarato una plusvalenza di 158 milioni a fine 2005 "vendendo" il marchio alla controllata Inter Brand Srl. Nel bilancio civilistico questo guadagno è stato utilizzato per ridurre le perdite. I revisori della Kpmg però hanno storto il naso,con richiami o eccezioni su questa e altre voci del bilancio di Moratti. Tra l'altro — rileva Kpmg — su questa plusvalenza non è stata accantonata l'Irap, che sarebbe di6,7 milioni e aumenterebbe la perdita finale.Nell'ultimo bilancio l'Inter ha stanziato 111,8 milioni di ammortamenti per assorbire il 35% della svalutazione calciatori fatta con la legge salvacalcio ( per 319,4 milioni totali).Dovrà assorbire i residui 111,8 milioni con il bilancio corrente, al 30 giugno 2007.
Il 9 giugno 2006 l'Inter ha ottenuto da Banca Antonveneta un finanziamento di 120 milioni, dando in pegno il marchio. L'Inter si è impegnata a rispettare parametri economici e finanziari, Moratti si è impegnato «a supportare economicamente e finanziariamente in caso di necessità la società e su tale presupposto è stato redatto il bilancio consolidato», si legge nel documento.
Nel consolidato, che dà una rappresentazione dei conti più realistica, è stata eliminata la plusvalenza di 158 milioni perché infragruppo ed è stato stornato l'ammortamento di 7,9 milioni sui marchi. Questo ha fatto emergere la perdita di 181,5 milioni, anziché di 31 milioni come nel civilistico. Il costo del personale è di 141,95 milioni, su un valore della produzione di 210,45 milioni, escluse le plusvalenze da calciomercato, pari a 7,5 milioni. Altro indice di fragilità è il patrimonio netto consolidato: a fine giugno era negativo per 122,8 milioni, contro debiti verso banche per 209 milioni (e 35 milioni di liquidità). Moratti ha appena varato un rafforzamento patrimoniale e un riassetto, attraverso la fusione tra FC Inter e Inter Capital Srl, la nuova società azionista di controllo del club, costituita il 4 luglio 2006 e posseduta da Internazionale Holding. Con la fusione, approvata ieri dai soci, il club riceverà liquidità per 70 milioni, assicurata da un aumento di capitale di Inter Capital per metà già versato da Moratti, il quale aumenta dall'89 al 92% la sua quota nella squadra di calcio.
08 gennaio, 2007
FOSSE VERO!
[PaoloZiliani.it] Un'inchiesta del Sole 24 Ore ha evidenziato che nel 2006 Silvio Berlusconi e famiglia hanno incassato 215 milioni di euro, fra profitti e riserve, dalle quattro holding che controllano il 61,13 per cento della Finivest (con le altre si arriva al cento per cento, ma gli assegni sono arrivati solo da quattro). Soldi veri, non partite di giro: facile il confronto con i 141 milioni 2005 e i 79 del 2004.
Lasciamo i discorsi pauperistici a quotidiani sempre meno letti e sempre più assistiti dallo stato, ed andiamo direttamente sul Milan. Il Berlusconi in giacca e cappottino leggero ascoltato nel gelo del San Siro post Trofeo Berlusconi non sembrava certo uno disposto ad abbandonare il calcio: dai discorsi sui massimi sistemi alla conferma di Ancelotti, tristemente chiamato "Ancellotti", la motivazione dell'uomo è sembrata ottima. E allora? Solo con i soldi incassati nel 2006, trascurando quelle due lire guadagnate nel mezzo secolo precedente, Berlusconi potrebbe resistere al devastante dimezzamento del decreto spalmammortamenti ed avere le potenzialità per una grande operazione: cose alla Messi (se fosse in vendita), alla Buffon (se non lo avesse già preso l'Inter), alla Henry.
Perché quindi sta esponendo Galliani alla brutta figura di essere in balia della Lazio (e della moglie del giocatore) per Oddo, il giovane di trentun anni che mancava, o al ridicolo di essere sollecitato dall'Udinese a fare una telefonata per Iaquinta che viene via con poco? La motivazione non può che essere una: nella testa presidenziale non c'è di sicuro una smobilitazione, ma un ricambio sì. Per mille motivi non può accompagnare alla porta Galliani, per cinquecento altri (i 22 milioni buttati per Oliveira pesano meno della gestione della vicenda Shevchenko, isolato all'interno di uno spogliatoio che ha già sbarrato la porta all'arrivo gratis di Cassano) spera che sia lui a farsi da parte aprendo la strada ad un nuovo tandem: manager finanziario puro (un Giraudo, non necessariamente Giraudo) più direttore delle operazioni calcistiche (Capello, se viene cacciato da Madrid, se no Costacurta). Bella cosa, la gratitudine...
31 dicembre, 2006
24 dicembre, 2006
CARO BABBO SILVIO
Silvio Berlusconi ci ha regalato gli anni più belli della nostra vita da Rossoneri, principalmente perché ha saputo immaginare un Calcio - in senso lato - differente da quello che era stato, da sempre. E perché ha avuto la forza (la capacità imprenditoriale, il talento, la passione) per trasformare il suo sogno in realtà.
La storia del pallone, in questo paese, va raccontata distinguendo due epoche facilmente riconducibili: Prima e Dopo Silvio. Con buona pace del Perdente Onesto, dello straordinario Commissario Telecom e del fido Poliziotto Borrelli. Ma dopo i fasti del ventennio romantico, oggi ci troviamo nel clou del più lugubre decadentismo. Appare ormai evidente che il grande limite di Berlusconi (e del berlusconismo che ne discende, drammaticamente impersonato dal Vicario disinibito e dalla sua corte dei miracoli) sia stato quello di affezionarsi a se stesso, alle proprie idee che furono vincenti, al proprio passato glorioso. E di supporre che le stesse idee - non più innovative - debbano continuare ad essere vincenti. E che il futuro riprodurrà all'infinito i risultati del passato, all'unica condizione di conservare lo stato delle cose nel presente, reiterando ad oltranza le medesime scelte.
Quella rossonera, tristemente, è oggi una dirigenza che ha smarrito la forza devastante dell'immaginazione e dell'innovazione: ciò che ha reso il Milan di Berlusconi, a cominciare da Sacchi e proseguendo con Capello - non dimenticando l'eredità tecnica, tattica e umana inconfondibile del Barone Liddas - un unicum tanto splendido quanto, forse, irripetibile.
Silvio deviò per sempre il corso naturale della storia il giorno in cui prescelse il Profeta di Fusignano. E dopo Arrigo inventò Don Fabio, già allevato dirigente alla scuola della polisportiva Mediolanum (altro progetto rivoluzionario, che purtroppo non ha avuto seguito né trovato emulazione). Sarà un fatto fisiologico: gli anni passano per tutti, la terzà età è fatalmente conservativa più che evolutiva... Fatto sta che da alcuni anni, il nostro Presidente sembra impegnato a contare i trofei messi in bacheca e a ricontare le schede elettorali, più che a sviluppare il progetto Milan. Il suo progetto, la nostra fede incrollabile.
Domando: dobbiamo essere condannati ad affondare con la nave ed il suo Comandante? Io ritengo di no. Il Milan non è (solo) un'azienda di Berlusconi. Il Milan esiste prima di Berlusconi ed esisterà dopo di lui. Il Presidente ha guadagnato una pagina di immortalità nella storia del club e conquistato, per sempre, il nostro affetto e la nostra riconoscenza. Ma se oggi non ha più nulla da dire (se non pronunciare, fuori contesto, proclami che assomigliano a slogan politici e che producono effetti collaterali deleteri) - e ha ben poco da dare - meglio che passi la mano. Per il bene del Milan. «Domani sogneremo altri traguardi, inventeremo altre sfide, cercheremo altre vittorie. Che valgano a realizzare ciò che di buono, di forte, di vero c'è in noi, in tutti noi che abbiamo avuto questa avventura di intrecciare la nostra vita a un sogno che si chiama Milan» (Silvio Berlusconi, 24 marzo 1986).
Grazie di cuore, Babbo Silvio.
Ora abbiamo bisogno di ricominciare a sognare.
E sempre, FORZA IL VECCHIO CUORE ROSSONERO!
23 dicembre, 2006
SE NON PROPRIO ZERO
Infine, chi ha ottenuto gli sconti della giustizia sportiva? Non il Milan, ma Galliani! Per chi si è prodigato l'Avvocato Cantamessa? Tristemente, non per il club ma per il suo amministratore delegato. Esauriente e significativa la dichiarazione dell'azzeccagarbugli sociale dopo la delibera del Collegio Arbitrale: «L'unico motivo di moderata soddisfazione per il lodo arbitrale odierno è legato al fatto che finalmente siamo alla fine. Questa vicenda finisce. Tutte le cose hanno una fine e l'unica ragione positiva di questa cosa è che è finita. L'ho detto e ripetuto, le colpe dell'uomo in questa vicenda se non proprio zero sono vicinissime allo zero, eppure ha dovuto sopportare ugualmente un bel po' di mesi di inibizione. Comunque basta, è finita, questa è l'unica cosa che conta, l'unica cosa veramente importante. Adesso per uscire del tutto da questo momento, anche in campo con la squadra, urge anche un requisito fondamentale che io non so come venga chiamato dagli altri, ma che io chiamo fortuna».
Le mie più cupe illazioni sulla strategia del baratto, adottata dalla dirigenza per salvaguardare i propri interessi finanziari a danno del Diavolo, prende corpo nei fatti. La stampa bene informata (si legga, di sponda borrelliana) aveva parlato di un accordo che lo straordinario Commissario Telecom e il suo braccio destro, Avvocato Nicoletti, in estate avrebbero "tentato" di raggiungere con il Gatto Galliani e la Volpe Cantamessa. Riconoscendo l'assoluta inefficacia dell'inibizione - giacché i dirigenti squalificati non cessano di fatto la propria variegata attività di relazioni - sarebbe stato approntato una sorta di "decalogo" da far sottoscrivere al Vicario inibito.
[Repubblica.it] In cambio di uno sconto di pena, l'a.d. del Milan si impegnava a non rilasciare più dichiarazioni, a non partecipare a riunioni (nemmeno carbonare), a non fare mercato, etc. Se avesse sgarrato, avrebbe scontato sino all'ultimo giorno (17 aprile 2007) la sua squalifica. L'accordo poi non fu sottoscritto, forse perché Galliani andò in Spagna con Braida a trattare Oliveira...
«Galliani? Non rispetta le regole», il commento lapidario del poliziotto Borrelli in un'intervista del mese scorso a Radio Capital, puntualmente anticipata da La Repubblica. Il riferimento era a una riunione informale, tenutasi nel mese di novembre all'Hotel Gallia di Milano, per discutere (guarda caso) di diritti televisivi con vari presidenti di A e di B. A seguire, l'apertura di un'inchiesta federale sulla condotta dei dirigenti inibiti dopo le sentenze di Calciopoli e le sconsiderate esternazioni di Galliani - attraverso il sito ufficiale - che paragona il capo del pool Piedi Puliti al capo della polizia stalinista, Laurenti Beria: «Devo presumere che il prossimo intervento di Borrelli atterrà all'uso della tortura». Si noti come, prima della beffa del Coni e la farsa del pour parler di Pancalli, Galliani avesse tentato di blandire l'opinione pubblica rilasciando dichiarazioni subliminali del genere (pietoso): «Io sono stato l'unico a rifiutare ogni commento sulla mia squalifica e a dribblare qualsiasi trasmissione televisiva. Non sono entrato una volta nello spogliatoio e Gattuso mi ha pure detto che la mia mancanza si sente». L'applicazione delle sanzioni disciplinari risulta essere, di fatto, tanto tollerante da risolversi nell'impedimento a scendere negli spogliatoi durante la gara e - soprattutto - a rappresentare la società in circostanze ufficiali. Missione compiuta, dunque. Il Vicario disinibito torna in gioco. A questo punto, non resta che attendere la sua prossima mossa.
22 dicembre, 2006
BUON NATALE ANCHE A VOI...
Diciottesima Giornata, sabato 22 dicembre 2006
Stadio Olimpico di Torino
JUVENTUS-AREZZO 2-2
RETI: 13 s.t. Trezeguet, 20 s.t. Palladino, 35 s.t. Martinetti (rigore), 38 s.t. Martinetti.
JUVENTUS: Buffon; Chiellini, Boumsong, Balzaretti, Birindelli; Paro, Zanetti (22 s.t. Marchisio), Palladino; Del Piero, Trezeguet, Zalayeta.
A disposizione: Mirante, Bojinov, Piccolo, Guzman, Zebina, De Ceglie.
Alenatore: Deschamps.
AREZZO: Bremec; Barbagli, Ranocchia, Terra, Capelli (37 s.t. Conte); Rosselli, Croce, Bondi (22 s.t. Lombardi), Di Donato; Volpato (22 s.t. Martinetti), Floro Flores.
A disposizione: Marconato, Goretti, Chiappara, Simonetta.
Allenatore: Sarri.
ARBITRO: Celi di Campobasso.
ASSISTENTI: Casotti, Chiocchi.
QUARTO UOMO: Vivenzi.
AMMONITI: 39 p.t. Del Piero, 40 p.t. Floro Flores, 15 s.t. Ranocchia.
ESPULSO: 45 s.t. Terra.
21 dicembre, 2006
SILENZIO! MORATTI TI ASCOLTA... (segue)
[Indiscreto.it] Giuliano Tavaroli ha vuotato il sacco sul sistema Moggi. L'11 ottobre scorso l'ex responsabile della security del gruppo Telecom Italia ha dichiarato a verbale, davanti ai Pubblici ministeri di Milano che indagano sui dossier illegali, nuove circostanze che fanno comprendere come già quattro anni fa i vertici dell'Inter fossero perfettamente a conoscenza della "rete" di rapporti di potere dell'ex direttore generale della Juventus. «Alla fine del 2002 dopo essere stato contattato dalla segreteria di Massimo Moratti - ha raccontato Tavaroli nella sua deposizione davanti ai PM - incontrai Moratti e Facchetti presso la sede della Saras. Facchetti raccontò a me e a Moratti di essere stato avvicinato da un arbitro della delegazione di Bergamo che in più incontri aveva rappresentato un sistema di condizionamento delle partite di calcio facente capo a Moggi ed avente come perno l?arbitro Massimo De Santis». Tavaroli ha subito precisato che «Facchetti non fece il nome dell'arbitro che lo aveva avvicinato anche se successivamente emerse che si trattava di Nucini». L'ex capo della sicurezza Telecom ha riferito nei verbali altre dichiarazioni del defunto presidente dell'Inter. Quest'ultimo ha raccontato a Tavaroli che il "misterioso" arbitro, cioè Danilo Nucini, era stato avvicinato da De Sanctis nel corso del raduno di Sportilia. In quella occasione De Sanctis gli aveva fatto presente che vi era un modo per avanzare nella graduatoria degli arbitri e che chi aveva contatti con Facchetti arbitrava prevalentemente in serie B.
Tavaroli ha proseguito nella sua esposizione davanti ai magistrati, riferendo altri dettagli che sarebbero stati dichiarati da Nucini a Facchetti. De Sanctis avrebbe spiegato allo stesso Nucini che se avesse voluto dirigere incontri in serie A, che comportavano rimborsi più consistenti, doveva seguire i suoi suggerimenti. «De Sanctis gli aveva altresì raccontato ? ha sottolineato Tavaroli ? di aver migliorato la sua posizione economica e di aver acquistato una bella casa a Roma e un'auto di lusso». Stando sempre alle parole dell'ex capo della security Telecom, l'arbitro bergamasco aveva confidato a Facchetti di aver accettato il consiglio di De Sanctis. E qui il racconto di Tavaroli si arricchisce di un episodio degno di una spy-story di John Le Carrè. Infatti, dopo alcuni giorni Nucini fu prelevato da un'automobile dopo aver lasciato il cellulare nella sua vettura. «Dopo un lungo giro in città fatto per disorientarlo ? ha proseguito Tavaroli nel suo racconto ? arrivò in un albergo di Torino dove incontrò Luciano Moggi che gli chiese la disponibilità a favorire la Juventus penalizzando le squadre avversarie nelle partite giocate prima di affrontare la Juve. L'arbitro accettò e ricevette da Moggi un cellulare sicuro e diversi numeri dove poteva essere chiamato». Tavaroli ha aggiunto altri particolari alla sua ricostruzione e riferisce che «Facchetti mi disse che l'arbitro gli aveva raccontato i fatti in cambio di un favore da parte dell'Inter, un posto nella società nerazzurra, aggiungendo che era disposto a denunciare».
L'ex presidente nerazzurro si mise d'accordo con Nucini per un nuovo incontro. E qui l'ex dirigente del colosso della telefonia arricchisce la sua versione dei fatti con altri dettagli da romanzo giallo. «Facchetti mi disse di aver registrato su un cd ? ha sottolineato Tavaroli ? i suoi colloqui con l'arbitro Nucini e mi chiese di fare delle verifiche su De Sanctis. Concordammo di dare l'incarico a Cipriani (anch'egli arrestato per la vicenda delle intercettazioni). Chiesi ad Adamo Bove (ex funzionario di polizia passato a Telecom e morto a suicida a Napoli) di verificare i numeri dati da Moggi all'arbitro per vedere se fossero riconducibili a personaggi del mondo del calcio. Bove confermò. Cipriani redasse un report: "Operazione ladroni"». Tavaroli ha poi raccontato di aver dato un consiglio all'ex numero uno dell'Inter. «Io proposi a Facchetti due opzioni: presentarsi in Procura o collaborare come confidente delle forze dell'ordine senza esporsi subito. Facchetti preferì la seconda opzione. Ne parlai con il maggiore Chittaro comandante del nucleo informativo dei Carabinieri di Milano. Di fatto Facchetti non diede seguito a tale sua disponibilità».
Tavaroli ha concluso la sua deposizione davanti ai PM spiegando che Facchetti presentò un esposto in Procura il cui contenuto non fu poi confermato da Nucini. Questi fatti sono ormai diventati cronaca da tempo. I magistrati hanno chiesto a Tavaroli come mai il report su "Operazione ladroni" fu pagato con 50mila euro a Cipriani. Tavaroli ha risposto che «non so se il report che mi esibite è quello con tutta l'attività». Alla luce anche delle dichiarazioni rilasciate al settimanale L'Espresso da Massimo Moratti, ritornato da pochi mesi alla guida dell'Inter dopo l'interregno di Giacinto Facchetti durato dal gennaio 2004 sino all'ottobre di quest'anno, si devono fare alcune considerazioni e domande. «A un certo punto ? ha detto Moratti nell'intervista a L'Espresso ? mi ero rassegnato. Capivo che, ad andare bene, con quel sistema lì saremmo sempre arrivati secondi. E allora ho pensato seriamente di mollare». Il presidente dell'Inter, ha poi confessato di essere andato molto vicino a cedere il club nerazzurro. «Attorno ad aprile di quest'anno ? ha raccontato Moratti ? non ce la facevo piu a vedere quello che succedeva nell'indifferenza generale. Non speravo che sarebbe venuta fuori la verità, almeno in tempi brevi. Ero davvero stufo». Dall'insieme di queste dichiarazioni sembrerebbe che il patron dell'Inter abbia confermato ciò che ha detto Tavaroli negli interrogatori: Moratti sapeva del sistema Moggi, visto che nella famosa riunione del 2002 negli uffici della Saras era presente con Facchetti e Tavaroli. Ma allora, se sapeva del maneggi di Moggi, perché non ha presentato un esposto alla giustizia sportiva? Però, nel caso in cui ne fosse stato a conoscenza e non lo avesse denunciato, avrebbe violato l'articolo 6 comma 7 del codice di giustizia sportiva, quello che riguarda il dovere di denunciare l'illecito sportivo. C'è da aggiungere che, considerati i fatti lontani nel tempo, potrebbe già essere scattata la prescrizione. Quindi, forse a questa domanda non ci sarà più risposta. Altro quesito: perché l'arbitro Nucini non ha voluto più confermare ciò che aveva dichiarato a Facchetti? Paura, rimorso, dovuti magari a un "avvertimento" di qualcuno, o chissà quale altro motivo recondito? E, ultima domanda, ma non per questo non meno importante: che fine ha fatto il cd su cui Facchetti ha inciso le dichiarazioni di Nucini? Visto che l'ex gloria della Nazionale e della società nerazzurra era al vertice dell'Inter si suppone che ne avesse custodita una o più copie. Sono domande a cui forse solo i magistrati della Procura di Milano, se ne ravvedessero l'opportunità per le loro indagini sulle intercettazioni abusive, potrebbero dare un'esauriente risposta.
16 dicembre, 2006
POVERO DIAVOLO
Fatto salvo che la società ha pagato nella misura di 30 punti la condotta sleale dei suoi dirigenti per il semplice motivo che 1 solo punto di penalizzazione in più avrebbe comportato (per la gradualità delle colpe e, dunque, delle sanzioni) la retrocessione in Serie B della Lazio (leggasi, grumo di potere Carraro-Geronzi-Capitalia), la pena irrogata per il campionato scorso avrebbe comunque garantito l'accesso alla Coppa Uefa 2006/2007. Senza preliminari. Si obietterà: la squadra aveva guadagnato sul campo l'accesso (diretto) alla Champions League - per non dire il titolo tricolore, dopo le sanzioni comminate alla cupola di Piazza Crimea - pertanto era moralmente lecito, se non doveroso, rivendicare il diritto ad iscriversi. Concordo. L'amministratore delegato però non agisce, né ha mai agito, per ragioni di morale (tanto meno di blasone) ma esclusivamente per ragioni di bilancio. Occorrevano i danari della massima competizione europea per puntare al pareggio tra costi e ricavi. Per quest'unica ragione, e non per altre, l'ineffabile Vicario e il suo vassallo Cantamessa si sono battuti contro gli organi federali. Hanno ottenuto l'iscrizione: per quest'unico obiettivo, il pareggio di bilancio, i Ragazzi hanno dimezzato le ferie estive e hanno saltato la preparazione atletica abituale.
Ciò premesso, una condizione fisica inadeguata quale conseguenza dei 30 punti di penalizzazione per il campionato 2005/2006 e una condizione psicologica intermittente quale conseguenza degli 8 punti di penalizzazione per il campionato in corso, rappresentano solo una porzione (non dico irrilevante) della verità. Il resto della verità è che il dinamico duo Galliani-Braida non ha risolto una delle tre-quattro lacune di organico più macroscopiche dell'ultimo biennio: un laterale destro (possibilmente di ruolo, dopo i forzati Stam e Simic) che garantisca una terza età serena a Cafu; un centrale di difesa che rappresenti una prospettiva credibile dopo il pensionamento dei prossimi quarantenni Costacurta e Maldini; un laterale sinistro (ribadisco) di ruolo che non debba snaturare la propria impostazione da centrocampista (Serginho l'anno passato, Jankulovski quest'anno - perché il lupo perde il pelo ma non il vizio...) per coprire il settore difensivo; magari, anche un centrocampista di costruzione (genere Dhorassoo) più che di interdizione (genere Vogel), in grado di dissipare lo stucchevole equivoco della variante tattica a Pirlo. Dopo lo "tsunami estivo" - che non è stato Calciopoli, con buona pace del Vicario inibito, bensì la partenza del Balon d'Or: secondo marcatore di sempre nella storia del Milan, per i disattenti ai numeri - occorre aggiungere un ultimo tassello: non si dice un altro Shevchenko perché l'esemplare è unico, ma quanto meno un attaccante con doti realizzative commisurate alle ambizioni della società, se non al suo irripetibile predecessore. Nulla di tutto ciò: sono arrivati nuovi saldi dalla sponda triste del Naviglio (il 35enne Favalli); un centralone dal piede ruvido (Bonera), peraltro istantaneamente dirottato sulla fascia (sempre perché il lupo etc. etc.); un onesto ronzino di ritorno (Brocchi), a cui tutto si può chiedere meno che imparare ad impostare il gioco a 31 anni. Sul bersaglio fermo Ricardo Oliveira è talmente facile sparare, che mi limiterò alla fredda cronaca: 1 gol in 4 mesi di campionato, non sono numeri da attaccante di Serie A. Ma Galliani lo ha pagato come tre attaccanti di Serie A. Del talentuoso Gourcuff dico che sarebbe una promessa su cui puntare ad occhi chiusi... ma tutto sta a sapere cosa ne pensa l'allenatore in seconda: Clarence Seedorf.
Antichi fuoriclasse a fine carriera, reduci esangui del campionato mondiale, giovani (e meno giovani) comparse di talento mediocre e personalità incerta: di questo gruppo, i veterani han perduto le motivazioni e possono spendere, nella migliore delle ipotesi, le (esigue) velleità residue di gratificazione personale; mentre i comprimari sono imbrigliati nella morsa reverenziale dei primi che, come accade in ogni spogliatoio di fine ciclo, fornisce l'alibi psicologico ideale per restare nell'ombra senza assumersi responsabilità. Incornicia il quadro un allenatore bolso, che dei senatori è compagno di lungo corso, e con loro fatalmente condivide l'onere della conduzione tecnica; da tre anni vive nella rimembranza (patetica) di una notte magica a Manchester, da tre anni ripropone un copione tattico che non sa prescindere dalla presenza in campo dei suoi undici protagonisti di ruolo: non conosce alternative, non ne concepisce l'ammissibilità. Come vado ripetendo ormai da un anno e mezzo di post, questo gruppo ha cessato di essere Squadra ad Istanbul: nel bene e nel male, là è finito il ciclo del Milan di Carlo Ancelotti. Un po' per vocazione romantica, un po per interessi di bottega, un altro anno è stato speso senza cambiare nulla. Nel nome della Grande Rivincita di Parigi, si è puntata la posta piena sullo spirito di rivalsa dei singoli: unico collante in grado di tenere assieme, per una stagione ancora, un gruppo ormai scollato e sfilacciato. Scommessa plausibile, scommessa perduta. Il fuggi-fuggi generale paventato a fine stagione (parlo di Kakà, di Pirlo, di Gattuso... oltre che di Sheva, Rui e Stam) si è concretizzato solo in parte, ma doveva essere letto come un indicatore inequivocabile degli umori e delle potenzialità del gruppo.
Rinnovare (ad oltranza) la fiducia allo stesso allenatore, che predica lo stesso calcio e suppone di schierare gli stessi undici giocatori dell'Old Trafford (al netto di Kakà), trascurando il dettaglio non trascurabile che la linea difensiva ha 3 anni di troppo, che davanti non c'è più l'attaccante dei 173 gol e - soprattutto - che tutti, ma proprio tutti gli avversari del mondo hanno imparato le poche contromosse tattiche sufficienti per sterilizzare l'unico sistema di gioco che costui sia disposto a concepire, è un assurdo storico che fa scolorire nelle lacrime del Popolo Rossonero qualsiasi improbabile argomentazione di forma. Come di consueto, in Rino veritas: «In questo momento siamo una squadra senza identità. Anche noi ci aspettavamo qualche acquisto importante. I pali che abbiamo colpito sono solo tanti alibi. In realtà avevamo bisogno di rinforzi rispetto alla scorsa stagione». Davvero, un triste 107esimo anniversario per questo povero Diavolo.



