31 gennaio, 2007

GENNAIO 2007: Il Re di Coppe

29 gennaio, 2007

C'ERA UNA VOLTA

C'era una volta un Presidente di Lega dal cranio lucente. E c'era un patto d'acciaio fra Mediaset S.p.A. e Giovanni Agnelli & C. S.a.p.a. che consentiva alla Juventus FC di incassare i diritti televisivi satellitari criptati in anticipo di due anni e chiudere i bilanci in attivo fatturandone i proventi. C'erano anche i compagni di merenda del cranio lucente, Antonio e Luciano. E davanti ai soprusi perpetrati ogni domenica sul campo dalla loro "combriccola romana", c'erano i "sofferti silenzi" dell'a.d. del Milan AC, in aperto conflitto d'interessi con la carica di Presidente di Lega. Tutto questo c'era una volta, e oggi non c'è più...

[Corriere.it] Mediaset-Lega Calcio: la partita prosegue in tribunale. Il gruppo di Berlusconi ha infatti depositato un atto di citazione presso il Tribunale di Milano contro la Lega Calcio. L'atto contiene la richiesta di riduzione del prezzo dei diritti in chiaro del campionato di calcio di Serie A in seguito allo scandalo "Calciopoli". Mediaset, si legge in una nota, «è stata costretta alle vie legali dall'atteggiamento della Lega Calcio che non ha mai dato concreto seguito alle richieste di modificare consensualmente il contratto in essere, concluso prima di Calciopoli. Dall'estate 2006 a oggi, infatti, si è sviluppato un intenso carteggio tra Mediaset e Lega Calcio culminato con due incontri di vertice, rassicuranti a parole ma infruttuosi nei fatti. E anche l'auspicio di Mediaset di risolvere la vicenda in forma riservata attraverso un arbitrato «super partes» non ha ricevuto alcun segnale di disponibilitá da parte della Lega. Pertanto, dopo aver atteso anche l'ultima sentenza definitiva sullo scandalo Calciopoli, Mediaset si vede costretta a procedere per vie legali».

PERDITA DI INTERESSE - Mediast afferma che «esaminando diversi parametri ufficiali, è oggettivamente dimostrabile che le retrocessioni e le penalizzazioni irrogate dal giudice sportivo hanno prodotto una forte perdita dell'interesse del pubblico verso il Campionato di A (i tifosi delle squadre retrocesse o penalizzate costituiscono il 40% del numero dei tifosi complessivi) che si traduce in una corrispondente riduzione del valore di mercato dei diritti televisivi in chiaro.

I DATI - Comparando solo alcuni tra i principali valori numerici della stagione calcistica 2005-2006 a quelli della stagione 2006-2007 emergono i seguenti risultati: 1) Abbonamenti stadi Serie A: - 17.5%; 2) Spettatori paganti: - 10.0% (solo nelle prime 13 giornate); 3) Calo valore contratti Pay tv Serie A: -14.8%; 4) Crescita valore contratti Pay tv Serie B: +52.0%». Mediaset, prosegue il comunicato, «deve assicurare ai propri azionisti la tutela degli interessi della società e procedere ad acquisti di diritti televisivi calcolati secondo principi di equità, è pacifico che ora questi diritti non hanno più un valore equo. E davanti alla politica della Lega che insiste nel negare l'evidenza, non resta che la strada del tribunale».

CONTRATTI IN CORSO - L'azienda precisa che continuerà ad onorare i contratti in corso. «Nonostante i dati di fatto esposti, Mediaset non vuole penalizzare il mondo del calcio, soprattutto le squadre e le serie minori a cui vengono redistribuiti i ricavi dei diritti in chiaro. Pertanto, invece di sospendere i pagamenti come sarebbe naturale in questi casi, Mediaset continuerá ad onorare l'impegno finanziario previsto dal contratto, a dimostrazione della propria correttezza e totale buona fede. Ovviamente, il pagamento sarà effettuato con riserva in attesa della decisione del giudice».

27 gennaio, 2007

IMPAZZIRE DI CADETTERIA

SERIE B TIM 2006-2007
Ventunesima Giornata, sabato 27 gennaio 2007
Stadio Alberto Picco di La Spezia

SPEZIA - JUVENTUS 1-1
RETI: Confalone 39 p.t., 47 s.t. Nedved

SPEZIA: Santoni; Nicola, Giuliano, Addona, Gorzegno; Saverino; Guidetti (dal 25 s.t. Padoin), Confalone, Frara, Do Prado (dal 11 s.t. Baù); Varricchio.
A disposizione: Rotoli, Grieco, Ponzo, Alessi.
Allenatore: Soda.
JUVENTUS: Buffon; Birindelli (dal 33 s.t. De Ceglie), Piccolo, Giannichedda, Balzaretti; Camoranesi (dal 45 s.t. Marchionni), Zanetti, Paro (dal 25 s.t. Palladino), Nedved; Del Piero, Trezeguet.
A disposizione: Mirante, Legrottaglie, Marchisio, Bojinov.
Allenatore: Deschamps.

ARBITRO: Rocchi di Firenze.
ASSISTENTI: Alvino e Angrisani.
QUARTO UOMO: Ruini.
AMMONITI: Confalone (32 p.t.), Do Prado (9 s.t.), Gorzegno (15 s.t.), Giannichedda (25 s.t.).
ESPULSI: Giannichedda 34 s.t.

18 gennaio, 2007

LIES, LIES, LIES

[TimesOnline.co.uk] The least of the accusations against Andriy Shevchenko in recent days is that, at a record £30.8 million, he is a waste of money. He has been called a dressing-room snitch, a destabilising influence and the cause of the political infighting that is undermining Chelsea, but in an interview with The Times last night, the Ukraine forward began his fightback. «I am being made a scapegoat for things that have nothing to do with me» he said. Shevchenko’s frustration at his lack of goals — three in 20 Barclays Premiership appearances — is nothing compared with his unhappiness at all the off-field rumours, including the suggestion that he is protected at Stamford Bridge by the patronage of Roman Abramovich. After such a trying baptism in England, it would be understandable if he was to decide that he has had enough and headed back to the familiar surroundings of Serie A, but Shevchenko insists that he will stay at Chelsea, despite the traumas of the past six months. «My contract runs for four years [until 2010]» he said. «I am here now and I am staying here. I am continuing to work to fit inside the team. I have been attacked from all sides but I intend to carry on. I will grit my teeth. I am not a quitter. I just want to be kept out of the politics».

Shevchenko can hardly deny that Abramovich was the driving force behind his move last summer from the San Siro to Stamford Bridge, but Mourinho approved the purchase and the Ukraine striker is particularly hurt by the suggestion that he seeks favours, or acts as the dressing-room eyes and ears of the Chelsea owner. «Those rumours are all lies» he said. «A lot of things have been said which aren’t true. They have caused a lot of hurt to myself and my family. I am a footballer, not a politician. My job is to play, that’s all. It is what I’ve been doing since I was nine years old. People are crossing the limits in what they are saying about me. It is bull***t».

There were further allegations from Italy this week that Shevchenko had proposed the recruitment of Carlo Ancelotti, the coach of AC Milan, in place of José Mourinho but the striker is adamant that he has no communication with Abramovich beyond that of the rest of his team-mates. «There are things written about my relationship with Roman Abramovich which have been overexaggerated» he said. «My relationship with him is the same as every other player. He’s the president and I am a player — it is entirely professional. I see Abramovich in the dressing-room sometimes or occasionally at training. We might have a quick word with each other but that is natural as we both speak Russian. Maybe I shouldn’t speak Russian. Maybe that gives people the wrong idea».

The idea that Shevchenko is one of the main causes of conflict between Abramovich and Mourinho, who have fallen out to the extent that the manager looks certain to depart this summer, grew in strength when the Chelsea owner suggested hiring Avram Grant, the director of football at Portsmouth. Abramovich believes that Grant can help Shevchenko to find his best form but Mourinho regarded the proposal as unwelcome interference. It is just another example of the boardroom politics that Shevchenko is desperate to avoid. «Avram Grant? I know who he is but I don’t know him» he said. «I only know that he was coach of Israel, but it doesn’t concern me if he comes or does not come. This is a decision the club makes. I am just here to play. It is hard when you are thrown in the middle of everything».

Shevchenko is fit to line up against Liverpool on Saturday as the champions attempt to cut the six-point deficit on Manchester United but has no idea whether he will start. He has been left on the substitutes’ bench in recent matches but claims to accept Mourinho’s decision. «If he decides I am not capable, I just have to work harder,” the striker said. «It doesn’t matter what I think».

IL CRANIO LUCENTE

Il Diavolo veste Galliani.

[Espresso.it] Su Adriano Galliani, il vicario di Berlusconi al Milan, l'opinione dei calciofili italiani si divide in due. Da un lato i tifosi rossoneri, che lo amano d'amor viscerale perché allo stadio fa certe facce - e certi gesti - che nemmeno un ultrà. Poi ci sono tutti gli altri, gli avversari, che lo considerano un antennista brianzolo miracolato da Berlusconi (quelli buoni) o uno squalo senza scrupoli (quelli meno buoni). Il Galliani in carne ossa e calvizie è invece un signore di 62 anni che si rade con cura la coroncina di capelli superstiti, si veste da una vita allo stesso modo (giacche blu di Tincati e cravatte gialle di Hermès), si è sposato tre volte (l'ultima con Malika, modella di Rabat più giovane di trent'anni) e a Natale ha finito di scontare la sua condanna per Calciopoli: una squalifica di cinque mesi e mezzo per le relazioni pericolose con gli arbitri di un suo (ex) collaboratore, Leonardo Meani.

Contento che questa inibizione sia finita?
«Sono stati mesi di grande tristezza. Sa, io sono uno che vive per il Milan, 12 ore al giorno dal lunedì al venerdì e tutti i weekend a Milanello o in trasferta. Ma adesso basta, a quella storia non voglio pensare più».

Intende dire Calciopoli?
«Sì, ci voglio tirare sopra una riga, il tempo è galantuomo e il giudizio ormai spetta alla storia. Certo, quel che è successo mi ha fatto parecchio male umanamente. Sono stato condannato per una telefonata di 106 secondi con Meani in cui gli chiedevo se avesse protestato per un gol annullato a Shevchenko. Tutto lì».

Il resto l'ha fatto il suo amico Meani...
«Macché amico, era un consulente esterno a 30 mila euro lordi l'anno. Uno che tra l'altro non avevo portato io al Milan».

E lei si è dovuto pure dimettere dalla presidenza della Lega. C'è chi dice che hanno voluto farla fuori proprio per ottenere questo risultato...
«Sì, credo di aver anche pagato il fatto di essere, all'epoca, presidente di Lega».

Almeno con le sue dimissioni è finito un lungo conflitto di interessi: lei è uomo di Mediaset, azienda che comprava i diritti tv ai club...
«Non c'era nessun conflitto, le regole non impedivano a un dirigente di club di salire ai vertici della Lega. Mi hanno eletto democraticamente due volte e credo di aver portato risorse al calcio italiano».

Veramente il pallone sembra esploso come una bolla di sapone: conti in rosso, bilanci truccati, un fallimento dopo l'altro, perfino presidenti latitanti all'estero. Colpa della sbornia dei diritti televisivi?
«Non c'è stata nessuna sbornia. In Italia non sono i diritti tv a essere cresciuti troppo, sono le altre risorse a essere cresciute troppo poco. Come il merchandising e gli introiti dai biglietti».

Già, allo stadio ci va sempre meno gente. Domenica scorsa, per Milan-Reggina, ad esempio, c'erano meno di 7 mila spettatori paganti...
«È evidente che c'è un problema di impianti. Servono stadi più moderni e attraenti, che siano di proprietà dei club e non dei comuni».

Infatti Moratti per l'Inter vuole costruirne uno tutto suo. E il Milan?
«San Siro è stato solo del Milan dal 1926 al 1947. Poi è arrivata l'Inter, che prima giocava all'Arena. Fino al '35 era anche di nostra proprietà, poi purtroppo è stato venduto al Comune. Insomma, noi siamo molto affezionati a San Siro e non vorremmo andare via. Però, certo, bisogna ristrutturarlo del tutto: metterci ristoranti, negozi e così via».

Avete già pensato come?
«Sì, abbiamo nel cassetto un progetto di Giancarlo Ragazzi (architetto storico del gruppo fin dai tempi dell'Edilnord, ndr). Ma per ora l'impianto è del Comune, in concessione ai due club fino al 2030, con diritto di recesso ogni cinque anni. Se l'Inter dà la disdetta per costruirsi il suo stadio, noi cercheremo di comprarci San Siro e di rifarlo, sempre che aboliscano un po' di vincoli edilizi, come hanno fatto negli anni scorsi in Inghilterra con il Taylor Act».

E poi dovreste trovare i soldi. Pare che Berlusconi non abbia più voglia di spendere per il Milan. Tanto che i tifosi si lamentano per l'ultima campagna acquisti.
«Da tempo abbiamo un input chiaro dalla proprietà: fare quadrare i conti. Non mi sembra che un azionista debba giustificarsi se a un certo punto chiede non dico di portare a casa dei dividendi, ma almeno di non rimetterci più. Bene: il 2006 si chiude con un fatturato record di 253 milioni di euro e - fatto storico - anche con un leggero utile».

Però siete a 28 punti dalla prima.
«Non certo per colpa dell'organico, che è all'altezza di quello dell'Inter».

E allora perché?
«Partire penalizzati è molto disincentivante: se sai di non poter lottare per lo scudetto, è più difficile concentrarsi. E poi ci hanno detto il 25 luglio che dovevamo giocare i preliminari di Champions il 9 agosto, quindi abbiamo dovuto fare una preparazione forzata, che ha inciso sulla forma dei ragazzi e ha provocato in seguito una valanga di infortuni. L'anno prossimo, in condizioni normali, sarà tutto diverso».

Perché lei in tribuna è così esagitato?
«Beh, io sono uno malato di calcio. Da sempre, da quando ero ragazzino e andavo a vedermi il Monza al San Gregorio. Praticamente ho imparato a leggere sulla 'Gazzetta dello Sport'. Mio padre si arrabbiava, mi diceva che a leggere 'la Gazza' non avrei combinato nulla di buono nella vita... E adesso che ci sono le tv satellitari, la sera mi guardo tutte le partite possibili immaginabili».

Chissà com'è contenta sua moglie.
«Malika è brava e non si arrabbia, ma in effetti nei precedenti matrimoni qualche problemino l'ho avuto. Parecchi anni fa, un sabato mattina, sono sceso per fare due passi e ho incontrato degli amici che stavano andando in macchina in Puglia a vedere un Foggia-Cesena. Io mi sono aggregato al volo. Sono tornato a casa il lunedì all'alba e mia moglie non mi ha fatto entrare. Pioveva a dirotto e io: 'Dai, aprimi, ti prego!'. Niente, alla fine sono andato a dormire da mia sorella».

Perché non ha provato a fare il calciatore?
«All'oratorio giocavo da attaccante ma presto mi sono reso conto di essere troppo scarso. Allora ho capito che per me l'unico modo di lavorare nel calcio era diventare dirigente. E quando nel '75 sono entrato nella proprietà del Monza, mi sembrava di aver raggiunto un obiettivo fantastico. Invece il bello doveva ancora arrivare».

E com'è arrivato?
«Nel '79, quando sono diventato socio di Berlusconi, gli ho detto: dottore, io qui lavoro anche 24 ore al giorno, ma i weekend me li lasci liberi perché devo seguire il Monza. Insomma, gli ho fatto capire subito qual era la mia grande passione. Così, quando nell'86 ha preso il Milan, mi ha proposto di venire qui».

E lei è diventato un uomo ricco.
«No. Sa, ho due divorzi alle spalle...».

Quanto guadagna?
«Meno di quello che spendo. Mi piace fare acquisti, per me e per gli altri».

Le dà fastidio quando la chiamano 'zio Fester', il pelatone della famiglia Adams?
«Ma no, ci rido. Mi fanno arrabbiare molto di più altre cose».

Tipo?
«Essere dipinto come uno squalo, un duro, uno spietato, mentre il mio carattere è esattamente l'opposto. Credo di essere una persona mite e buona. Io proprio non mi ci ritrovo nell'immagine che di me danno giornali e tv. A volte quando guardo certe trasmissioni in cui si parla di me - Galliani di qua, Galliani di là - bah, penso che si riferiscano a un altro».

E perché secondo lei la dipingono così?
«Onestamente, non lo so. Forse non ho mai compiaciuto abbastanza i giornalisti, non li ho coccolati. Ci sono altri - imprenditori, manager - che hanno fatto della cura della propria immagine quasi una professione, mentre io ho sempre pensato solo a lavorare sodo per la mia azienda. Pazienza, in fondo qualcosa di simile è successo anche a Ezzelino da Romano».

A chi, scusi?
«Un cavaliere di ventura del Duecento che gli storiografi definiscono 'il terribile' e invece non lo era affatto. Una volta ho letto un libro su questo 'equivoco giornalistico' d'epoca medievale e mi sono consolato».

Altri libri sul suo comodino?
«Il mio preferito è 'Più grandi dell'amore', di Dominique Lapierre: un'opera che insegna a diventare più buoni. Ne ho regalata una copia a ogni giocatore del Milan».

Lei è cattolico?
«Credo in Dio, guardo con simpatia alla Chiesa e le dò il mio 8 per mille».

Nel '68 lei aveva 24 anni: che cosa pensava del movimento?
«Stavo dall'altra parte, ero un anticomunista che simpatizzava per la destra Dc. Come i miei genitori. E come quasi tutti, a Monza. Sono stato anche candidato al consiglio comunale, nel '75, primo dei non eletti».

Ora invece abita a Milano. Discoteche, feste, mondanità?
«Ma no, la sera quando non ci sono partite in tv vado al ristorante con mia moglie e con gli amici: il risotto con l'ossobuco del Matarel e il pesce da Giacomo sono il massimo dei miei peccati».

In che zona vive?"
«Via Bigli, a due passi da casa di Massimo Moratti. Ci incontriamo spesso, la mattina. E sua sorella Bedi è addirittura mia condomina».

Pare che quest'anno, a fine campionato, dovrà fare i complimenti ai suoi vicini.
«Eh, la sensazione è questa».

Già adesso, per via di Calciopoli, le tocca vedere lo scudetto cucito sulle maglie nerazzurre. La cosa le fa girare le scatole?
«Mi perdoni, ma almeno su questo lasci che io mi avvalga della facoltà di non rispondere...».

17 gennaio, 2007

IL FALSO NEL BILANCIO ONESTO

[Sports.it] L'Inter rischia grosso. Il club nerazzurro rischia pesanti sanzioni qualora le indagini su Massimo Moratti, patron dell'Inter, avvalorassero l'accusa di falso in bilancio negli anni in cui era diffusa pratica contabile ripianare i debiti e ritoccare i conti con scambi di giocatori a prezzi gonfiati. Insomma plusvalenze inesistenti per coprire i buchi di bilancio. A dirlo è il Corriere della Sera. Ciò che è grave secondo i calcoli della Finanza e della Procura, senza la pratica del doping amministrativo dei bilanci nerazzurri, l’Inter non sarebbe riuscita a rientrare nei parametri previsti e quindi, per regolamento, non avrebbe potuto partecipare al campionato 2004-05, concluso al terzo posto.

Anche Adriano Galliani è indagato per la stessa ragione ma in difesa del Milan c'è il fatto che non sarebbe stato in discussione la partecipazione al campionato. Le due società, intese come persone giuridiche, sono indagate dal pm Carlo Nocerino in base alla legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle società per reati commessi da propri dirigenti nell’interesse aziendale. Sul fronte si prospettano pesantissime sanzioni pecuniarie nel caso di modelli organizzativi carenti o assenti, e penali, nel caso l'accusa contestata a Moratti e Galliani s'infranga nei brevi termini di prescrizione contemplati dalle norme sul falso in bilancio. Alla fine del campionato 2002-2003, Milan e Inter si scambiarono ben otto giocatori senza che essi giocassero. Le indagini sulla cosmesi dei bilanci indagano sulle plusvalenze generate dalla cessione di giocatori ipervalutati: le plusvalenze, che sono le differenze tra il prezzo di vendita e il prezzo di acquisto, venivano inserite nel bilancio, taroccando i risultati veri.

La Procura di Roma ha già chiesto il rinvio a giudizio del presidente della Roma, Franco Sensi, e dell’ex patron della Lazio, Sergio Cragnotti. A Genova si indaga su Galliani, il presidente della Sampdoria, Garrone, e il proprietario del Genoa, Preziosi. A Torino si indaga sulla Juve su ben 41 contratti di calciatori venduti o acquistati dalla Juventus nell’era dell’ex amministratore delegato Antonio Giraudo e di Luciano Moggi.

13 gennaio, 2007

E BUON ANNO ANCHE A VOI...

SERIE B TIM 2006-2007
Diciannovesima Giornata, sabato 13 gennaio 2007

Stadio Danilo Martelli di Mantova

MANTOVA-JUVENTUS 1-0
RETI: 8 s.t. Bernacci.


MANTOVA: Brivio; Notari, Sacchetti, Cristante, Mezzanotti; Sommese (23 s.t. Tarana), Grauso, Doga, Caridi (37 s.t. Spinale); Bernacci (31 s.t. Noselli), Godeas.
A disposizione: Bellodi, Di Cesare, Antinier, Brambilla.
Allenatore: Di Carlo.
JUVENTUS: Buffon (34 s.t. Mirante); Birindelli (47 s.t. De Ceglie), Zebina, Kovac, Balzaretti; Paro, Piccolo (12 s.t. Camoranesi), Marchisio, Del Piero; Zalayeta, Trezeguet.
A disposizione: Urbano, Bojinov, Guzman, Venitucci.
Allenatore: Deschamps.

ARBITRO: Giannoccaro di Lecce.
ASSISTENTI: D’Agostini, De Luca.
QUARTO UOMO: Andolfatto.
AMMONITI: 24 s.t. Birindelli, 31 s.t. Notari, 43 s.t. Spinale.

10 gennaio, 2007

IL BILANCIO ONESTO

[IlSole24ore.com] Con un passivo di 181,5 milioni di euro nell'ultima stagione, l'FC Internazionale stabilisce il primato delle perdite tra le società di calcio italiane. Il risultato emerge dal bilancio consolidato al 30 giugno 2006, predisposto per la prima volta dalla squadra presieduta da Massimo Moratti, ma non divulgato. Finora era noto il bilancio civilistico dell'Inter, approvato dai soci il 6 novembre. Questo documento dichiara una perdita netta di 31,14 milioni, un deficit contenuto rispetto alle consuetudini del club nerazzurro, reduce da una perdita di 118,7 milioni nel 2004/2005. Il precedente record negativo era del Parma Ac di Calisto Tanzi nel 2002/2003, finito in amministrazione straordinaria con 167,3 milioni di passivo.

Con l'analisi dei conti dell'Inter si apre un'inchiesta del «Sole 24 Ore» sui bilanci delle società di calcio. Conti sempre traballanti, nonostante vengano partoriti nuovi artifici contabili. Dopo la legge salvacalcio, varata nel 2003 e bocciata dall'Ue, le squadre più "intraprendenti" hanno escogitato la rivalutazione e cessione del marchio. Ma si tratta di operazioni in famiglia: la cessione a se stessi. Questo ha consentito di mettere una toppa (di carta) ai buchi della gestione nei bilanci civilistici, nei quali formalmente vengono ammesse plusvalenze anche se realizzate in famiglia e quindi, in realtà, fasulle. Anche la Covisoc, la commissione della Figc che vigila sui conti delle squadre, dopo aver tentato l'affondo del rigore l'estate scorsa è stata tollerante sui conti taroccati.
L'Inter ha dichiarato una plusvalenza di 158 milioni a fine 2005 "vendendo" il marchio alla controllata Inter Brand Srl. Nel bilancio civilistico questo guadagno è stato utilizzato per ridurre le perdite. I revisori della Kpmg però hanno storto il naso,con richiami o eccezioni su questa e altre voci del bilancio di Moratti. Tra l'altro — rileva Kpmg — su questa plusvalenza non è stata accantonata l'Irap, che sarebbe di6,7 milioni e aumenterebbe la perdita finale.Nell'ultimo bilancio l'Inter ha stanziato 111,8 milioni di ammortamenti per assorbire il 35% della svalutazione calciatori fatta con la legge salvacalcio ( per 319,4 milioni totali).Dovrà assorbire i residui 111,8 milioni con il bilancio corrente, al 30 giugno 2007.
Il 9 giugno 2006 l'Inter ha ottenuto da Banca Antonveneta un finanziamento di 120 milioni, dando in pegno il marchio. L'Inter si è impegnata a rispettare parametri economici e finanziari, Moratti si è impegnato «a supportare economicamente e finanziariamente in caso di necessità la società e su tale presupposto è stato redatto il bilancio consolidato», si legge nel documento.

Nel consolidato, che dà una rappresentazione dei conti più realistica, è stata eliminata la plusvalenza di 158 milioni perché infragruppo ed è stato stornato l'ammortamento di 7,9 milioni sui marchi. Questo ha fatto emergere la perdita di 181,5 milioni, anziché di 31 milioni come nel civilistico. Il costo del personale è di 141,95 milioni, su un valore della produzione di 210,45 milioni, escluse le plusvalenze da calciomercato, pari a 7,5 milioni. Altro indice di fragilità è il patrimonio netto consolidato: a fine giugno era negativo per 122,8 milioni, contro debiti verso banche per 209 milioni (e 35 milioni di liquidità). Moratti ha appena varato un rafforzamento patrimoniale e un riassetto, attraverso la fusione tra FC Inter e Inter Capital Srl, la nuova società azionista di controllo del club, costituita il 4 luglio 2006 e posseduta da Internazionale Holding. Con la fusione, approvata ieri dai soci, il club riceverà liquidità per 70 milioni, assicurata da un aumento di capitale di Inter Capital per metà già versato da Moratti, il quale aumenta dall'89 al 92% la sua quota nella squadra di calcio.

08 gennaio, 2007

FOSSE VERO!

I soldi per Oddo e Galliani al capolinea, di Stefano Olivari

[PaoloZiliani.it] Un'inchiesta del Sole 24 Ore ha evidenziato che nel 2006 Silvio Berlusconi e famiglia hanno incassato 215 milioni di euro, fra profitti e riserve, dalle quattro holding che controllano il 61,13 per cento della Finivest (con le altre si arriva al cento per cento, ma gli assegni sono arrivati solo da quattro). Soldi veri, non partite di giro: facile il confronto con i 141 milioni 2005 e i 79 del 2004.

Lasciamo i discorsi pauperistici a quotidiani sempre meno letti e sempre più assistiti dallo stato, ed andiamo direttamente sul Milan. Il Berlusconi in giacca e cappottino leggero ascoltato nel gelo del San Siro post Trofeo Berlusconi non sembrava certo uno disposto ad abbandonare il calcio: dai discorsi sui massimi sistemi alla conferma di Ancelotti, tristemente chiamato "Ancellotti", la motivazione dell'uomo è sembrata ottima. E allora? Solo con i soldi incassati nel 2006, trascurando quelle due lire guadagnate nel mezzo secolo precedente, Berlusconi potrebbe resistere al devastante dimezzamento del decreto spalmammortamenti ed avere le potenzialità per una grande operazione: cose alla Messi (se fosse in vendita), alla Buffon (se non lo avesse già preso l'Inter), alla Henry.

Perché quindi sta esponendo Galliani alla brutta figura di essere in balia della Lazio (e della moglie del giocatore) per Oddo, il giovane di trentun anni che mancava, o al ridicolo di essere sollecitato dall'Udinese a fare una telefonata per Iaquinta che viene via con poco? La motivazione non può che essere una: nella testa presidenziale non c'è di sicuro una smobilitazione, ma un ricambio sì. Per mille motivi non può accompagnare alla porta Galliani, per cinquecento altri (i 22 milioni buttati per Oliveira pesano meno della gestione della vicenda Shevchenko, isolato all'interno di uno spogliatoio che ha già sbarrato la porta all'arrivo gratis di Cassano) spera che sia lui a farsi da parte aprendo la strada ad un nuovo tandem: manager finanziario puro (un Giraudo, non necessariamente Giraudo) più direttore delle operazioni calcistiche (Capello, se viene cacciato da Madrid, se no Costacurta). Bella cosa, la gratitudine...

31 dicembre, 2006

24 dicembre, 2006

CARO BABBO SILVIO

Sotto l'albero di Natale vorrei lasciare una letterina al Presidente...

Silvio Berlusconi ci ha regalato gli anni più belli della nostra vita da Rossoneri, principalmente perché ha saputo immaginare un Calcio - in senso lato - differente da quello che era stato, da sempre. E perché ha avuto la forza (la capacità imprenditoriale, il talento, la passione) per trasformare il suo sogno in realtà.

La storia del pallone, in questo paese, va raccontata distinguendo due epoche facilmente riconducibili: Prima e Dopo Silvio. Con buona pace del Perdente Onesto, dello straordinario Commissario Telecom e del fido Poliziotto Borrelli. Ma dopo i fasti del ventennio romantico, oggi ci troviamo nel clou del più lugubre decadentismo. Appare ormai evidente che il grande limite di Berlusconi (e del berlusconismo che ne discende, drammaticamente impersonato dal Vicario disinibito e dalla sua corte dei miracoli) sia stato quello di affezionarsi a se stesso, alle proprie idee che furono vincenti, al proprio passato glorioso. E di supporre che le stesse idee - non più innovative - debbano continuare ad essere vincenti. E che il futuro riprodurrà all'infinito i risultati del passato, all'unica condizione di conservare lo stato delle cose nel presente, reiterando ad oltranza le medesime scelte.

Quella rossonera, tristemente, è oggi una dirigenza che ha smarrito la forza devastante dell'immaginazione e dell'innovazione: ciò che ha reso il Milan di Berlusconi, a cominciare da Sacchi e proseguendo con Capello - non dimenticando l'eredità tecnica, tattica e umana inconfondibile del Barone Liddas - un unicum tanto splendido quanto, forse, irripetibile.

Silvio deviò per sempre il corso naturale della storia il giorno in cui prescelse il Profeta di Fusignano. E dopo Arrigo inventò Don Fabio, già allevato dirigente alla scuola della polisportiva Mediolanum (altro progetto rivoluzionario, che purtroppo non ha avuto seguito né trovato emulazione). Sarà un fatto fisiologico: gli anni passano per tutti, la terzà età è fatalmente conservativa più che evolutiva... Fatto sta che da alcuni anni, il nostro Presidente sembra impegnato a contare i trofei messi in bacheca e a ricontare le schede elettorali, più che a sviluppare il progetto Milan. Il suo progetto, la nostra fede incrollabile.

Domando: dobbiamo essere condannati ad affondare con la nave ed il suo Comandante? Io ritengo di no. Il Milan non è (solo) un'azienda di Berlusconi. Il Milan esiste prima di Berlusconi ed esisterà dopo di lui. Il Presidente ha guadagnato una pagina di immortalità nella storia del club e conquistato, per sempre, il nostro affetto e la nostra riconoscenza. Ma se oggi non ha più nulla da dire (se non pronunciare, fuori contesto, proclami che assomigliano a slogan politici e che producono effetti collaterali deleteri) - e ha ben poco da dare - meglio che passi la mano. Per il bene del Milan. «Domani sogneremo altri traguardi, inventeremo altre sfide, cercheremo altre vittorie. Che valgano a realizzare ciò che di buono, di forte, di vero c'è in noi, in tutti noi che abbiamo avuto questa avventura di intrecciare la nostra vita a un sogno che si chiama Milan» (Silvio Berlusconi, 24 marzo 1986).

Grazie di cuore, Babbo Silvio.
Ora abbiamo bisogno di ricominciare a sognare.
E sempre, FORZA IL VECCHIO CUORE ROSSONERO!

23 dicembre, 2006

SE NON PROPRIO ZERO

Sanzionato in primo grado dalla Commissione d'Appello Federale a 2 anni di inibizione, poi ridotti a 9 mesi in secondo grado dalla Corte Federale, Adriano Galliani è stato definitivamente graziato dall'Arbitrato del Coni con altri 4 mesi di sconto sulla pena. Il Vicario da oggi è disinibito. Diciamo Caf, diciamo Corte Federale, diciamo Coni. Diciamo gli organi sportivi che hanno comminato all'A.C. Milan, rispettivamente: una retrocessione in Serie B (con 3 punti di penalizzazione), la successiva esclusione da tutte le competizioni europee - salvo poi cadere nella gaffe Empoli/Uefa - e infine lo "sconto zero" ai saldi di fine Calciopoli. Diciamo pene inflitte al club per responsabilità diretta del suo amministratore delegato, in violazione dell'art.1 c.g.s., nell'avere "tollerato e implicitamente approvato il comportamento del sig. Meani (...), così di fatto avallando un comportamento scorretto che andava al di là dei compiti propri del dirigente accompagnatore addetto agli arbitri". Mai si dimentichi che il Milan - la squadra, il suo popolo, il suo blasone - ha pagato (e continua a pagare sul campo) a causa della condotta "lesiva dei doveri di lealtà e probità sportiva" di Adriano Galliani e del suo dipendente Leonardo Meani. Ancorché mitologica, la figura del Carneade di Lodi trova riscontro materiale nella carica di cui fu investito - si deve supporre - dalla società, ovvero dal suo primo dirigente. Giudico curioso che, nel corso dei tormentati mesi estivi, mai un'apparizione o una dichiarazione ufficiale siano state concesse all'ex dirigente "accompagnatore degli arbitri". Né dai canali istituzionali (imbarazzata ammissione di colpa?), né da quelli non istituzionali ma affini e contigui alla corte dei miracoli del Vicario. Del Meani si son perdute le tracce, con la medesima rapidità con la quale un giorno egli balenò agli onori della cronaca...

Infine, chi ha ottenuto gli sconti della giustizia sportiva? Non il Milan, ma Galliani! Per chi si è prodigato l'Avvocato Cantamessa? Tristemente, non per il club ma per il suo amministratore delegato. Esauriente e significativa la dichiarazione dell'azzeccagarbugli sociale dopo la delibera del Collegio Arbitrale: «L'unico motivo di moderata soddisfazione per il lodo arbitrale odierno è legato al fatto che finalmente siamo alla fine. Questa vicenda finisce. Tutte le cose hanno una fine e l'unica ragione positiva di questa cosa è che è finita. L'ho detto e ripetuto, le colpe dell'uomo in questa vicenda se non proprio zero sono vicinissime allo zero, eppure ha dovuto sopportare ugualmente un bel po' di mesi di inibizione. Comunque basta, è finita, questa è l'unica cosa che conta, l'unica cosa veramente importante. Adesso per uscire del tutto da questo momento, anche in campo con la squadra, urge anche un requisito fondamentale che io non so come venga chiamato dagli altri, ma che io chiamo fortuna».

Le mie più cupe illazioni sulla strategia del baratto, adottata dalla dirigenza per salvaguardare i propri interessi finanziari a danno del Diavolo, prende corpo nei fatti. La stampa bene informata (si legga, di sponda borrelliana) aveva parlato di un accordo che lo straordinario Commissario Telecom e il suo braccio destro, Avvocato Nicoletti, in estate avrebbero "tentato" di raggiungere con il Gatto Galliani e la Volpe Cantamessa. Riconoscendo l'assoluta inefficacia dell'inibizione - giacché i dirigenti squalificati non cessano di fatto la propria variegata attività di relazioni - sarebbe stato approntato una sorta di "decalogo" da far sottoscrivere al Vicario inibito.

[Repubblica.it] In cambio di uno sconto di pena, l'a.d. del Milan si impegnava a non rilasciare più dichiarazioni, a non partecipare a riunioni (nemmeno carbonare), a non fare mercato, etc. Se avesse sgarrato, avrebbe scontato sino all'ultimo giorno (17 aprile 2007) la sua squalifica. L'accordo poi non fu sottoscritto, forse perché Galliani andò in Spagna con Braida a trattare Oliveira...


«Galliani? Non rispetta le regole», il commento lapidario del poliziotto Borrelli in un'intervista del mese scorso a Radio Capital, puntualmente anticipata da La Repubblica. Il riferimento era a una riunione informale, tenutasi nel mese di novembre all'Hotel Gallia di Milano, per discutere (guarda caso) di diritti televisivi con vari presidenti di A e di B. A seguire, l'apertura di un'inchiesta federale sulla condotta dei dirigenti inibiti dopo le sentenze di Calciopoli e le sconsiderate esternazioni di Galliani - attraverso il sito ufficiale - che paragona il capo del pool Piedi Puliti al capo della polizia stalinista, Laurenti Beria: «Devo presumere che il prossimo intervento di Borrelli atterrà all'uso della tortura». Si noti come, prima della beffa del Coni e la farsa del pour parler di Pancalli, Galliani avesse tentato di blandire l'opinione pubblica rilasciando dichiarazioni subliminali del genere (pietoso): «Io sono stato l'unico a rifiutare ogni commento sulla mia squalifica e a dribblare qualsiasi trasmissione televisiva. Non sono entrato una volta nello spogliatoio e Gattuso mi ha pure detto che la mia mancanza si sente». L'applicazione delle sanzioni disciplinari risulta essere, di fatto, tanto tollerante da risolversi nell'impedimento a scendere negli spogliatoi durante la gara e - soprattutto - a rappresentare la società in circostanze ufficiali. Missione compiuta, dunque. Il Vicario disinibito torna in gioco. A questo punto, non resta che attendere la sua prossima mossa.

22 dicembre, 2006

BUON NATALE ANCHE A VOI...

SERIE B TIM 2006-2007
Diciottesima Giornata, sabato 22 dicembre 2006
Stadio Olimpico di Torino

JUVENTUS-AREZZO 2-2
RETI: 13 s.t. Trezeguet, 20 s.t. Palladino, 35 s.t. Martinetti (rigore), 38 s.t. Martinetti.


JUVENTUS: Buffon; Chiellini, Boumsong, Balzaretti, Birindelli; Paro, Zanetti (22 s.t. Marchisio), Palladino; Del Piero, Trezeguet, Zalayeta.
A disposizione: Mirante, Bojinov, Piccolo, Guzman, Zebina, De Ceglie.
Alenatore: Deschamps.
AREZZO: Bremec; Barbagli, Ranocchia, Terra, Capelli (37 s.t. Conte); Rosselli, Croce, Bondi (22 s.t. Lombardi), Di Donato; Volpato (22 s.t. Martinetti), Floro Flores.
A disposizione: Marconato, Goretti, Chiappara, Simonetta.
Allenatore: Sarri.

ARBITRO: Celi di Campobasso.
ASSISTENTI: Casotti, Chiocchi.
QUARTO UOMO: Vivenzi.
AMMONITI: 39 p.t. Del Piero, 40 p.t. Floro Flores, 15 s.t. Ranocchia.
ESPULSO: 45 s.t. Terra.

21 dicembre, 2006

SILENZIO! MORATTI TI ASCOLTA... (segue)

[Indiscreto.it] Giuliano Tavaroli ha vuotato il sacco sul sistema Moggi. L'11 ottobre scorso l'ex responsabile della security del gruppo Telecom Italia ha dichiarato a verbale, davanti ai Pubblici ministeri di Milano che indagano sui dossier illegali, nuove circostanze che fanno comprendere come già quattro anni fa i vertici dell'Inter fossero perfettamente a conoscenza della "rete" di rapporti di potere dell'ex direttore generale della Juventus. «Alla fine del 2002 dopo essere stato contattato dalla segreteria di Massimo Moratti - ha raccontato Tavaroli nella sua deposizione davanti ai PM - incontrai Moratti e Facchetti presso la sede della Saras. Facchetti raccontò a me e a Moratti di essere stato avvicinato da un arbitro della delegazione di Bergamo che in più incontri aveva rappresentato un sistema di condizionamento delle partite di calcio facente capo a Moggi ed avente come perno l?arbitro Massimo De Santis». Tavaroli ha subito precisato che «Facchetti non fece il nome dell'arbitro che lo aveva avvicinato anche se successivamente emerse che si trattava di Nucini». L'ex capo della sicurezza Telecom ha riferito nei verbali altre dichiarazioni del defunto presidente dell'Inter. Quest'ultimo ha raccontato a Tavaroli che il "misterioso" arbitro, cioè Danilo Nucini, era stato avvicinato da De Sanctis nel corso del raduno di Sportilia. In quella occasione De Sanctis gli aveva fatto presente che vi era un modo per avanzare nella graduatoria degli arbitri e che chi aveva contatti con Facchetti arbitrava prevalentemente in serie B.

Tavaroli ha proseguito nella sua esposizione davanti ai magistrati, riferendo altri dettagli che sarebbero stati dichiarati da Nucini a Facchetti. De Sanctis avrebbe spiegato allo stesso Nucini che se avesse voluto dirigere incontri in serie A, che comportavano rimborsi più consistenti, doveva seguire i suoi suggerimenti. «De Sanctis gli aveva altresì raccontato ? ha sottolineato Tavaroli ? di aver migliorato la sua posizione economica e di aver acquistato una bella casa a Roma e un'auto di lusso». Stando sempre alle parole dell'ex capo della security Telecom, l'arbitro bergamasco aveva confidato a Facchetti di aver accettato il consiglio di De Sanctis. E qui il racconto di Tavaroli si arricchisce di un episodio degno di una spy-story di John Le Carrè. Infatti, dopo alcuni giorni Nucini fu prelevato da un'automobile dopo aver lasciato il cellulare nella sua vettura. «Dopo un lungo giro in città fatto per disorientarlo ? ha proseguito Tavaroli nel suo racconto ? arrivò in un albergo di Torino dove incontrò Luciano Moggi che gli chiese la disponibilità a favorire la Juventus penalizzando le squadre avversarie nelle partite giocate prima di affrontare la Juve. L'arbitro accettò e ricevette da Moggi un cellulare sicuro e diversi numeri dove poteva essere chiamato».
Tavaroli ha aggiunto altri particolari alla sua ricostruzione e riferisce che «Facchetti mi disse che l'arbitro gli aveva raccontato i fatti in cambio di un favore da parte dell'Inter, un posto nella società nerazzurra, aggiungendo che era disposto a denunciare».

L'ex presidente nerazzurro si mise d'accordo con Nucini per un nuovo incontro. E qui l'ex dirigente del colosso della telefonia arricchisce la sua versione dei fatti con altri dettagli da romanzo giallo. «Facchetti mi disse di aver registrato su un cd ? ha sottolineato Tavaroli ? i suoi colloqui con l'arbitro Nucini e mi chiese di fare delle verifiche su De Sanctis. Concordammo di dare l'incarico a Cipriani (anch'egli arrestato per la vicenda delle intercettazioni). Chiesi ad Adamo Bove (ex funzionario di polizia passato a Telecom e morto a suicida a Napoli) di verificare i numeri dati da Moggi all'arbitro per vedere se fossero riconducibili a personaggi del mondo del calcio. Bove confermò. Cipriani redasse un report: "Operazione ladroni"». Tavaroli ha poi raccontato di aver dato un consiglio all'ex numero uno dell'Inter. «Io proposi a Facchetti due opzioni: presentarsi in Procura o collaborare come confidente delle forze dell'ordine senza esporsi subito. Facchetti preferì la seconda opzione. Ne parlai con il maggiore Chittaro comandante del nucleo informativo dei Carabinieri di Milano. Di fatto Facchetti non diede seguito a tale sua disponibilità».

Tavaroli ha concluso la sua deposizione davanti ai PM spiegando che Facchetti presentò un esposto in Procura il cui contenuto non fu poi confermato da Nucini. Questi fatti sono ormai diventati cronaca da tempo. I magistrati hanno chiesto a Tavaroli come mai il report su "Operazione ladroni" fu pagato con 50mila euro a Cipriani. Tavaroli ha risposto che «non so se il report che mi esibite è quello con tutta l'attività». Alla luce anche delle dichiarazioni rilasciate al settimanale L'Espresso da Massimo Moratti, ritornato da pochi mesi alla guida dell'Inter dopo l'interregno di Giacinto Facchetti durato dal gennaio 2004 sino all'ottobre di quest'anno, si devono fare alcune considerazioni e domande. «A un certo punto ? ha detto Moratti nell'intervista a L'Espresso ? mi ero rassegnato. Capivo che, ad andare bene, con quel sistema lì saremmo sempre arrivati secondi. E allora ho pensato seriamente di mollare». Il presidente dell'Inter, ha poi confessato di essere andato molto vicino a cedere il club nerazzurro. «Attorno ad aprile di quest'anno ? ha raccontato Moratti ? non ce la facevo piu a vedere quello che succedeva nell'indifferenza generale. Non speravo che sarebbe venuta fuori la verità, almeno in tempi brevi. Ero davvero stufo». Dall'insieme di queste dichiarazioni sembrerebbe che il patron dell'Inter abbia confermato ciò che ha detto Tavaroli negli interrogatori: Moratti sapeva del sistema Moggi, visto che nella famosa riunione del 2002 negli uffici della Saras era presente con Facchetti e Tavaroli. Ma allora, se sapeva del maneggi di Moggi, perché non ha presentato un esposto alla giustizia sportiva? Però, nel caso in cui ne fosse stato a conoscenza e non lo avesse denunciato, avrebbe violato l'articolo 6 comma 7 del codice di giustizia sportiva, quello che riguarda il dovere di denunciare l'illecito sportivo. C'è da aggiungere che, considerati i fatti lontani nel tempo, potrebbe già essere scattata la prescrizione. Quindi, forse a questa domanda non ci sarà più risposta. Altro quesito: perché l'arbitro Nucini non ha voluto più confermare ciò che aveva dichiarato a Facchetti? Paura, rimorso, dovuti magari a un "avvertimento" di qualcuno, o chissà quale altro motivo recondito? E, ultima domanda, ma non per questo non meno importante: che fine ha fatto il cd su cui Facchetti ha inciso le dichiarazioni di Nucini? Visto che l'ex gloria della Nazionale e della società nerazzurra era al vertice dell'Inter si suppone che ne avesse custodita una o più copie. Sono domande a cui forse solo i magistrati della Procura di Milano, se ne ravvedessero l'opportunità per le loro indagini sulle intercettazioni abusive, potrebbero dare un'esauriente risposta.

16 dicembre, 2006

POVERO DIAVOLO

Mentre il nostro vecchio Diavolo annaspa 3 punti sopra il baratro della retrocessione, il Vicario inibito e il suo inseparabile sodale di Reggiolo non trovano argomentazione migliore per giustificare l'imbarazzo collettivo che invocare, all'ossessione, la Grande Ingiustizia: madre di tutte le sciagure di questa stagione nefasta. In buona sostanza, se la squadra è in condizioni psicofisiche pietose (e centra i pali invece del bersaglio grosso) la colpa è tutta di Borrelli & Compagni, che hanno costretto i Ragazzi a dimezzare la pausa estiva per preparare il turno preliminare di Champions. I vari cocoriti di corte - l'avvocato Azzeccagarbugli, il bravo Presentatore, l'Ordine di scuderia - hanno mandato a memoria la filastrocca e battono quotidianamente il tam-tam, ognuno dal suo colle. Non arriverò a scrivere che si tratti di un'abominevole menzogna ma, nella migliore delle ipotesi, è una mezza verità.

Fatto salvo che la società ha pagato nella misura di 30 punti la condotta sleale dei suoi dirigenti per il semplice motivo che 1 solo punto di penalizzazione in più avrebbe comportato (per la gradualità delle colpe e, dunque, delle sanzioni) la retrocessione in Serie B della Lazio (leggasi, grumo di potere Carraro-Geronzi-Capitalia), la pena irrogata per il campionato scorso avrebbe comunque garantito l'accesso alla Coppa Uefa 2006/2007. Senza preliminari. Si obietterà: la squadra aveva guadagnato sul campo l'accesso (diretto) alla Champions League - per non dire il titolo tricolore, dopo le sanzioni comminate alla cupola di Piazza Crimea - pertanto era moralmente lecito, se non doveroso, rivendicare il diritto ad iscriversi. Concordo. L'amministratore delegato però non agisce, né ha mai agito, per ragioni di morale (tanto meno di blasone) ma esclusivamente per ragioni di bilancio. Occorrevano i danari della massima competizione europea per puntare al pareggio tra costi e ricavi. Per quest'unica ragione, e non per altre, l'ineffabile Vicario e il suo vassallo Cantamessa si sono battuti contro gli organi federali. Hanno ottenuto l'iscrizione: per quest'unico obiettivo, il pareggio di bilancio, i Ragazzi hanno dimezzato le ferie estive e hanno saltato la preparazione atletica abituale.

Ciò premesso, una condizione fisica inadeguata quale conseguenza dei 30 punti di penalizzazione per il campionato 2005/2006 e una condizione psicologica intermittente quale conseguenza degli 8 punti di penalizzazione per il campionato in corso, rappresentano solo una porzione (non dico irrilevante) della verità. Il resto della verità è che il dinamico duo Galliani-Braida non ha risolto una delle tre-quattro lacune di organico più macroscopiche dell'ultimo biennio: un laterale destro (possibilmente di ruolo, dopo i forzati Stam e Simic) che garantisca una terza età serena a Cafu; un centrale di difesa che rappresenti una prospettiva credibile dopo il pensionamento dei prossimi quarantenni Costacurta e Maldini; un laterale sinistro (ribadisco) di ruolo che non debba snaturare la propria impostazione da centrocampista (Serginho l'anno passato, Jankulovski quest'anno - perché il lupo perde il pelo ma non il vizio...) per coprire il settore difensivo; magari, anche un centrocampista di costruzione (genere Dhorassoo) più che di interdizione (genere Vogel), in grado di dissipare lo stucchevole equivoco della variante tattica a Pirlo. Dopo lo "tsunami estivo" - che non è stato Calciopoli, con buona pace del Vicario inibito, bensì la partenza del Balon d'Or: secondo marcatore di sempre nella storia del Milan, per i disattenti ai numeri - occorre aggiungere un ultimo tassello: non si dice un altro Shevchenko perché l'esemplare è unico, ma quanto meno un attaccante con doti realizzative commisurate alle ambizioni della società, se non al suo irripetibile predecessore. Nulla di tutto ciò: sono arrivati nuovi saldi dalla sponda triste del Naviglio (il 35enne Favalli); un centralone dal piede ruvido (Bonera), peraltro istantaneamente dirottato sulla fascia (sempre perché il lupo etc. etc.); un onesto ronzino di ritorno (Brocchi), a cui tutto si può chiedere meno che imparare ad impostare il gioco a 31 anni. Sul bersaglio fermo Ricardo Oliveira è talmente facile sparare, che mi limiterò alla fredda cronaca: 1 gol in 4 mesi di campionato, non sono numeri da attaccante di Serie A. Ma Galliani lo ha pagato come tre attaccanti di Serie A. Del talentuoso Gourcuff dico che sarebbe una promessa su cui puntare ad occhi chiusi... ma tutto sta a sapere cosa ne pensa l'allenatore in seconda: Clarence Seedorf.

Antichi fuoriclasse a fine carriera, reduci esangui del campionato mondiale, giovani (e meno giovani) comparse di talento mediocre e personalità incerta: di questo gruppo, i veterani han perduto le motivazioni e possono spendere, nella migliore delle ipotesi, le (esigue) velleità residue di gratificazione personale; mentre i comprimari sono imbrigliati nella morsa reverenziale dei primi che, come accade in ogni spogliatoio di fine ciclo, fornisce l'alibi psicologico ideale per restare nell'ombra senza assumersi responsabilità. Incornicia il quadro un allenatore bolso, che dei senatori è compagno di lungo corso, e con loro fatalmente condivide l'onere della conduzione tecnica; da tre anni vive nella rimembranza (patetica) di una notte magica a Manchester, da tre anni ripropone un copione tattico che non sa prescindere dalla presenza in campo dei suoi undici protagonisti di ruolo: non conosce alternative, non ne concepisce l'ammissibilità. Come vado ripetendo ormai da un anno e mezzo di post, questo gruppo ha cessato di essere Squadra ad Istanbul: nel bene e nel male, là è finito il ciclo del Milan di Carlo Ancelotti. Un po' per vocazione romantica, un po per interessi di bottega, un altro anno è stato speso senza cambiare nulla. Nel nome della Grande Rivincita di Parigi, si è puntata la posta piena sullo spirito di rivalsa dei singoli: unico collante in grado di tenere assieme, per una stagione ancora, un gruppo ormai scollato e sfilacciato. Scommessa plausibile, scommessa perduta. Il fuggi-fuggi generale paventato a fine stagione (parlo di Kakà, di Pirlo, di Gattuso... oltre che di Sheva, Rui e Stam) si è concretizzato solo in parte, ma doveva essere letto come un indicatore inequivocabile degli umori e delle potenzialità del gruppo.

Rinnovare (ad oltranza) la fiducia allo stesso allenatore, che predica lo stesso calcio e suppone di schierare gli stessi undici giocatori dell'Old Trafford (al netto di Kakà), trascurando il dettaglio non trascurabile che la linea difensiva ha 3 anni di troppo, che davanti non c'è più l'attaccante dei 173 gol e - soprattutto - che tutti, ma proprio tutti gli avversari del mondo hanno imparato le poche contromosse tattiche sufficienti per sterilizzare l'unico sistema di gioco che costui sia disposto a concepire, è un assurdo storico che fa scolorire nelle lacrime del Popolo Rossonero qualsiasi improbabile argomentazione di forma. Come di consueto, in Rino veritas: «In questo momento siamo una squadra senza identità. Anche noi ci aspettavamo qualche acquisto importante. I pali che abbiamo colpito sono solo tanti alibi. In realtà avevamo bisogno di rinforzi rispetto alla scorsa stagione». Davvero, un triste 107esimo anniversario per questo povero Diavolo.

07 dicembre, 2006

THE TRUTH

[ChelseaFC.com] Andriy Schevchenko has denied comments attributed to him in the media this morning regarding his form, his relationship with Jose Mourinho and Roman Abramovich and his future at Chelsea Football Club. The comments were allegedly taken from an interview in a Russian newspaper. Andriy has only given one interview in recent weeks to a Russian sports magazine called ProSport. These are the relevant sections translated correctly as they appear in the magazine.

Q: In one word: do you consider that the beginning of your career at Chelsea FC has turned out to be unsuccessful? There are a lot of rumours on the topic right now.
A: I know that more is expected of me. I realise that. And I am capable of bringing something to Chelsea - that I know as well. In actual fact, the season has just started. And it didn't commence without difficulties - both for me personally and for the team in general. Largely, this is due to the World Cup, which consumed a huge chunk of our break and took its toll on our condition - both physically and morally. It is not a secret that it is much harder to transcend into the new season after the World Cup. It does not only concern me - I'm referring to everyone. My injury before the Championship also came at a wrong time - I had to practically prepare myself physically from scratch... But I don't want to make excuses. Primarily, I do not consider my Chelsea debut to be so bad - despite everything, I scored 4 goals. Besides, people do not need my excuses. Right?

Q: Two months and 9 matches have passed between your Middlesbrough goal in August and the Portsmouth goal in October. You must have experienced mixed feelings when confronted with such an immense advertising campaign.
A: I experienced normal feelings. Yes, as a result of my past successes, the stakes are high. My transfer price also played its role. There is a lot still to be done in order to prove myself at Chelsea. But I will do that. I don't want to end up making excuses and explaining what happened and why. It is of highest importance for me to understand what is going on. And I do. That is why I am calm.

Q: What percentage of the difficulties that you are experiencing do you attribute to the acclimatisation in a new country, in a new club? This is only the second time in your life that you have done this.
A: This is not a big problem. They are very good at welcoming new players at Chelsea. I adapted very easily here - almost instantly.

Q: Did you experience any problems relating to the specificity of English Football?
A: I didn't find that anything was different here. In England they play the same game that they do on the continent.

Q: Another rumour around your so-called problems relates to the fact that Lampard and Ballack are apparently more intent on scoring themselves, than passing the ball, which is different to the strategy of your team-mates in Milan.
A: This is true. However, I have no problems with it. Who said that Lampard should play for Shevchenko? Lampard should play for the team! This applies to me as well. Scoring goals is my main prerogative, but not the only one. Maybe I am excessively elaborating, however, the match against Barcelona - where I didn't score, yet Chelsea won - made me much happier, than the match against Liverpool, where I scored, but we ended up losing.

Q: When you play with Drogba, you often have to settle for a position of second forward. Does this bother you?
A: No. During my last seasons at Milan, I was also playing second forward.

Q: How many goals do you intend to score for Chelsea as to not regret your transfer? And what do you hope to win?
A: I never thought about it like this. And I try not to regret anything.

Q:
Your justifications for the transfer as being in the "interests of the family" did not appear very convincing...or rather - incomplete.
A: Of course there were other motivations. I wanted to try playing for a new team, to change atmosphere. It was also interesting to see what it is like working with Mourinho. In actual fact, I couldn't even imagine just how interesting it is until I came to Chelsea. As regards to the family circumstances - I did not exaggerate. Family is very important in my life, especially since it is about to get bigger.


Andriy has also reiterated the official statement he made last week following speculation about his future. This was:
"I give 100 per cent all the time and I am committed and hungry for success with Chelsea. I have total respect for the Chelsea club and fans as well as for football in England and the culture of the country. There are always good and not so good moments in sport, that's normal. If that means there is opinion and criticism I respect that."

03 dicembre, 2006

IN RADICE

Continuare a parlare di calcio in Italia dopo il 26 di luglio è un po' come ostinarsi a credere a Babbo Natale dopo il servizio militare. Com'è ormai noto, al posto della vecchia Serie A, lo sponsor Telecom ha allestito quest'anno un torneo aziendale che il doppiovelo rosa ha diligentemente rinominato: il Campionato degli Onesti. Siccome chi porta il pallone, in tutti gli oratori del mondo, decide chi gioca e chi sta fuori, accade che in testa alla classifica del torneo splenda giustamente la Vergine di Jesi; accade che a fare da sparring partner sia la Roma dei Sensi - che per citare il grande Diego (non dico il Pibe) è pur sempre l'Inter del Sud - e accade ancora che in zona Champions League ci stiano il Palermo e il Livorno. A seguire, il Siena e il Messina. Capocannoniere del torneo: Riganò del Messina. Moggi ride amaro e conta le figurine del suo album dei ricordi. I Savoia, dal canto loro, commentano con sdegno che in Italia quest'anno si disputano due Serie B: in una, gioca la Juventus... Il pubblico intanto è altrove: un deficit di 100mila spettatori, unico trend negativo fra tutti i campionati d'Europa.

Per non stonare, il Milan è in zona retrocessione. Un po' a causa dell'handicap convalidato dalla Camera di Conciliazione e Arbitrato dello Sport, che era l'ultimissima spiaggia di Calciopoli. Riporto per completezza del quadro comico la motivazione: "la penalizzazione di punti 8 irrogata per il campionato 2006-2007 svolge un'adeguata funzione monitoria senza per questo precludere in radice il raggiungimento dei più alti traguardi sportivi, considerate le chances competitive della squadra e i risultati ottenuti nelle ultime stagioni". Considerate le chances competitive della squadra nella stagione in corso, ci sarebbe da chiedere un bonus oltre che uno sconto. Ma non ditelo a Berlusconi, perché se apre bocca un'altra volta, Borrelli ci manda in C1 senza passare dall'Olimpico di Torino. Mi domando: fosse rimasto Sheva, di punti ce ne avrebbero "irrogati" 30?

Dici Balon d'Or e pensi alla campagna acquisti/cessioni di quest'estate. Mai fu più inopportuna la virata epocale nella strategia di bilancio dettata dalla proprietà. Per andare in pareggio coi 45 milioni intascati da Abramovich, il Vicario inibito ha consumato anche gli spiccioli. Ma quei brutti ceffi di Simplicio, Diana, Bresciano e Amauri (solo per menzionare gli acquisti di una squadra di vertice) non erano da Milan: si sa che a Mediaset piacciono solo le facce pulite. Così sono arrivati bei bidoni e splendide vecchie glorie: la rosa ora è fotogenica, ma purtroppo è da centro classifica. Al lordo della penalizzazione. Aprire gli occhi oggi e guardare l'orizzonte più prossimo (i 39-40 punti della quota salvezza) è un'esercizio di realismo tanto crudele quanto opportuno. Continuare a lamentare i torti subiti e fantasticare sull'obiettivo Champions League (inteso sia come quarto posto in classifica, sia come finale ad Atene) viceversa è un'esercizio di stile che ha sempre più il retrogusto agrodolce dell'autocelebrazione e della vocazione al sogno di matrice berlusconiana. Il quadro è reso tanto più allarmante dall'ottimismo ostentato da dirigenti, allenatore e giocatori. Sorge il dubbio atroce che fra le righe della sentenza Coni sia già scritto - con squisita ironia - il verdetto della stagione in corso: ovvero, che i traguardi sportivi siano preclusi "in radice"... ma con la R maiuscola, per citare il nome dell'ultimo allenatore rossonero che a dicembre riteneva di avere un Milan da Scudetto e che a maggio lo vide sprofondare, lentamente ma inesorabilmente, in Serie B.

30 novembre, 2006

NOVEMBRE 2006: Nostalgia di Sheva

SENATORI

Sei mesi dopo, si torna a parlare di Sheva. Inevitabile, forse. La triste convergenza di performance deficitarie sulle sponde del Tamigi e prestazioni imbarazzanti in ogni angolo d'Italia, offre lo spunto giornalistico ideale per imbrattare le pagine a doppiovelo rosa. «L'operazione ritorno spacca il Milan: alcuni senatori si oppongono al possibile rientro dell'ucraino dal Chelsea, favorevoli invece Seedorf e Kaladze». Si dice che il tempo sia galantuomo. Molto si è raccontato e fantasticato circa il doloroso addio. Fra tutte le voci, una sola ha meritato l'onore della cronaca di questo blog: il meraviglioso affresco tratteggiato da Stefano Olivari per Indiscreto. Là si parlava (per la prima volta) di grilli parlanti e di fatali frizioni con l'allenatore. Tutto insabbiato sotto la coltre dei sorrisi aziendali e dei sondaggi bulgari nella comunicazione istituzionale: le verità del popolo bue. Ma oggi leggiamo quanto segue (a firma rigorosamente anonima):

[Gazzetta.it] Ai compagni non era piaciuto praticamente nulla del tira e molla primaverile e non era mancato un durissimo confronto negli spogliatoi di Milanello. Alcuni senatori avevano intimato ad Andriy di non coinvolgerli nella sua decisione: tra i motivi del trasferimento, insomma, non sarebbero dovuti emergere gli innegabili problemi con alcuni compagni. Anche Ancelotti, stufo della telenovela e della versione di Sheva, era stato molto chiaro: «Devi essere onesto e non nasconderti dietro a motivazioni ridicole». Poi, a Ferragosto, il bacio alla maglia del Chelsea dopo il gol nella Supercoppa inglese aveva scatenato reazioni di vario genere: c'era il Gattuso rabbioso («Non chiedetemi nulla, non posso dire quello che penso»), il Costacurta conciliante («Si è trattato di un gesto istintivo, i tifosi del Milan non devono dare troppa importanza all'episodio»), il Seedorf comprensivo («Quando si fa gol, spesso non si pensa a nulla»), l'Ambrosini distaccato ("I tifosi milanisti saranno delusi, ma Sheva è grandicello e si assume la responsabilità di quello che fa. D'altronde è un giocatore del Chelsea») e l'Ancelotti ironico («Si vede che si è affezionato in fretta alla nuova squadra...»). Oggi non si può certo immaginare che nel caso di un ritorno di Sheva verrebbero stesi tappeti rossi a Milanello. Andriy dovrebbe riguadagnarsi la fiducia e la stima del gruppo, mostrando quella disponibilità che aveva conquistato tutti nei primi anni milanesi. Poi, raccontano, all'improvviso erano cambiati il carattere e l'atteggiamento di Shevchenko, che si era un po' allontanato dal gruppo. Adesso, tra i giocatori che contano, sono favorevoli al suo ritorno solo Kaladze e Seedorf, mentre sono contrari Maldini, Costacurta e soprattutto Gattuso. Questa è la testimonianza di Kaladze: «Ho sentito Andriy una settimana fa, mi ha detto che va tutto bene, che l'inserimento procede, che in fondo era normale incontrare delle difficoltà e che a Londra vive bene e quindi non è pentito della scelta. Io, però, sarei molto felice se lui tornasse qui e credo che sarebbe accolto molto bene da tutto l'ambiente».

Per inciso, il "possibile rientro" di cui parla l'anonimo in rosa è tecnicamente impossibile a norma di regolamento: Galliani infatti ha ingaggiato un extracomunitario di troppo. Si chiama Ricardo Oliveira.

23 novembre, 2006

LA VERGINE DI JESI

Chiara Geronzi: «Roberto Mancini era socio della Gea»
(da Repubblica del 23 novembre 2005).

L'inchiesta romana sull'associazione a delinquere della Gea lascerà in lascito nuovi deferimenti sportivi. In otto stanno rischiando il rinvio a giudizio - come da chiusura indagini dei sostituti procuratori Luca Palamara e Maria Cristina Palaia - per illecita concorrenza con minacce e violenza. Tre di questi, Luciano Moggi, Luciano Gaucci e Francesco Ceravolo, nella prima metà del Duemila erano tesserati del calcio: su di loro il capo dell'Ufficio indagini Francesco Saverio Borrelli domani aprirà un'inchiesta. Per i procuratori accusati invece, e sono Alessandro Moggi, Francesco Zavaglia, Riccardo Calleri, Davide Lippi e Pasquale Gallo, si profila una sospensione dall'albo degli agenti Fifa.
Dagli interrogatori dei "figli eccellenti" emergono particolari inediti. Chiara Geronzi, figlia del banchiere Cesare, maggior azionista della Gea World, nelle sue dichiarazioni spontanee ha rivelato ai pm che la Gea nella sua prima forma - General Athletic, appunto - e stata finanziata, tra gli altri, anche da Roberto Mancini, allora attaccante e poi allenatore della Lazio, oggi allenatore dell'Inter tra i più duri avversari di Luciano Moggi e del suo mondo di riferimento. Chiara Geronzi, la cui posizione processuale va verso l'archiviazione, ha raccontato in procura: «La Gea-General Athletic nasce dall'iniziativa di un gruppo di ragazzi che si conoscevano. Io, pur lavorando al Tg5, mi trovavo in un momento difficile e non mi sentivo adeguatamente gratificata. I giornali misero presto in cattiva luce la nuova società. Soci fondatori siamo stati io, Francesca Tanzi, Andrea Cragnotti e Giuseppe De Mita. Non so se di questa iniziativa parlarono anche i nostri genitori. Le quote societarie erano queste: il 20% lo detenevo io, il 20% la Tanzi, il 20% Cragnotti a poi c'era un 40% in mano alla società Roma Fides, fiduciaria composta da Giuseppe De Mita e Roberto Mancini».
Sopra il nome della "Roma Fides" c'e stato a lungo un alone di mistero. L'interrogatorio della Geronzi offre un nuovo scenario e chiama in causa Mancini, che in passato ha smentito più volte una sua presenza nella contestata società. Continua la Geronzi: «Nell'ottobre 2001 nacque per fusione la Gea World e io venni nominata presidente, solo per pochi giorni... La sede la scelsi io su indicazione di mio padre, l'immobile era di una società riconducibile alla Banca di Roma. In realtà cominciavo a perdere interesse per questa società che si concentrava sempre più sull'acquisizione di procure sportive. Come giornalista mi stavo realizzando, poi mi sono sposata e ho avuto due figlie. Dalla Gea non ho mai percepito utili, Zavaglia mi diceva che i ricavi servivano a coprire i costi. Intendevo distaccarmi, ma questa decisione era stata rinviata perché avrebbe potuto influire negativamente sulla nostra immagine. Sulle scelte, Alessandro Moggi e Zavaglia non mi interpellavano mai. Sapevo dell'inchiesta Figc sul conflitto di interessi, ma non le diedi molto peso. Luciano Gaucci l'ho conosciuto perché era un cliente delta Banca di Roma. Perché lo invitai al mio matrimonio? Un gesto di cortesia dopo aver ricevuto da lui un quadro».
Nel suo interrogatorio Giuseppe De Mita, figlio di Ciriaco e anche lui vicino all'archiviazione, si definisce l'ideatore della Gea e racconta: «Parlai del mio progetto agli amici Francesca Tanzi e Andrea Cragnotti. Ne parlai anche con Chiara Geronzi, che all'epoca frequentavo perché fidanzata con uno dei miei migliori amici, Marco Mezzaroma. Venne coinvolta da questa idea e sin dall'inizio la appassionò. Quando mi sono allontanato le quote le ho versate a Chiara Geronzi, che mi ha versato solo una parte del corrispettivo. Nel 2003 ho guadagnato 34.000 euro, unico utile incassato, poi sono tornato alla Lazio. Tentai di rientrare alla Gea, ma Alessandro Moggi mi disse che non voleva più lavorare con me. Se fossi entrato io, lui se ne sarebbe andato. Chiara Geronzi? Per me non spese neppure una parola».