01 maggio, 2008
C'ERA UNA VOLTA UN PRESIDENTE
Gli stimoli di Ronaldinho.
Il caso Ronaldinho è più interessante di altri analoghi, anche degli altri riguardanti il Milan, perché smaschera in maniera brutale i meccanismi dell'informazione non solo italiana. Il punto di partenza è che il ventottenne brasiliano è stato un fenomeno fino ad un anno fa, quando l'appagamento (ha vinto tutto, dal Mondiale alla Champions, passando per i premi personali) sportivo ed una vita fuori dal campo che farebbe sembrare Adriano un penitente con il cilicio lo hanno fatto scivolare via dal Barcellona e dal calcio vero. Complici anche piccoli e medi infortuni, comunque non tali da poterlo definire rotto. L'altro grande partente Rijkaard ha spiegato che Ronaldinho merita di giocare una partita d'addio con i blaugrana ed il Barcellona lo sta da mesi offrendo a mezza Europa: ma Abramovich, inebriato dalla Kalinka cantata dai tifosi del Chelsea, non è quello di due anni fa, le altre big inglesi non sono interessate (la più circuibile sembra il Manchester City del dopo Ericsson), in Italia Moratti lo apprezza ma non sa cosa fare di Mancini (che ha avuto referenze pessime e nella remota ipotesi che rimanga all'Inter, come scommessa preferirebbe Cassano) mentre al Milan lo vuole fortemente solamente una persona, che per sfortuna di Ancelotti, anzi di Lippi, si chiama Silvio Berlusconi.
Per una cifra vicina ai 20 milioni, di solo cartellino, l'affare si può fare, e per una volta la stampa sportiva non mente dicendo che da mesi la società rossonera ha in mano il giocatore. L'aspetto mediaticamente ridicolo della questione è evidente leggendo i giornali spagnoli ed italiani: il Barcellona deve far sembrare un grande affare la sua partenza, per questo i media della casa hanno dato grande risalto alle parole di Beguiristain sul prezzo fissato a 50 milioni, ma certi giorni 40 ed altri 60, ben sapendo che la realtà sta a livelli molto inferiori. Dall'altro lato, i giornalisti di osservanza gallianiana devono far sembrare un colpo fenomenale l'ingaggio di un giocatore grande, potenzialmente ancora grandissimo, ma che a parte Berlusconi non vuole letteralmente nessuno. Ed allora è tutto un susseguirsi di improbabili aste, offerte a sorpresa, blitz in ristoranti dove tossici italiani in camicia bianca ed escort moldave in microgonna nera fanno da contorno a trattative interminabili che in realtà si potrebbero chiudere in un minuto. Mentre incolpevoli aragoste muoiono in un modo atroce, che non augureremmo nemmeno ad un serial killer, e vengono anche avanzate sul piatto da questa feccia (escort moldave a parte) dell'umanità.
La verità non scrivibile, ma ben raccontata ai tavoli degli amici (non paganti) degli amici (paganti), è che mezzo Milan pensa che Berlusconi non abbia più il polso della situazione e che sia calcisticamente fuori di testa: di qui le amare interviste di Gattuso, pronto a trasferirsi al Manchester United, i messaggi per niente in codice di Pirlo e Seedorf, ma soprattutto i missili di Ancelotti contro Ronaldinho. Quale allenatore convinto di restare direbbe mai del sogno presidenziale: "Due anni fa lo volevano tutti" e "Ronaldinho serve se lavora"? Non esattamente un benvenuto, ma il pensiero di campioni che vorrebbero rimanere al Milan e che non possono dire queste cose ad alta voce. In mezzo sta Galliani, che la pensa una volta tanto come Ancelotti e che prova a cavalcarlo per non doversi esporre lui con il capo. In 'mezzissimo' il solito Bronzetti, perché forse il numero telefonico del Barcellona è stato tolto dall'elenco... Previsioni? Sull'esito finale, impossibili: il Milan ce l'ha in mano, ma come abbiamo visto, gran parte dell'ambiente rema contro il volere di Berlusconi. Se Ronaldinho non arriverà sarà tutto un fiorire di articoli sulla sua vita privata scandalosa, mentre per l'integerrimo Sacchi vale la tutela della privacy; se invece arriverà sarà per rilanciarsi, perché è motivatissimo e la Coppa Uefa lo riempie di stimoli.
di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva
Il caso Ronaldinho è più interessante di altri analoghi, anche degli altri riguardanti il Milan, perché smaschera in maniera brutale i meccanismi dell'informazione non solo italiana. Il punto di partenza è che il ventottenne brasiliano è stato un fenomeno fino ad un anno fa, quando l'appagamento (ha vinto tutto, dal Mondiale alla Champions, passando per i premi personali) sportivo ed una vita fuori dal campo che farebbe sembrare Adriano un penitente con il cilicio lo hanno fatto scivolare via dal Barcellona e dal calcio vero. Complici anche piccoli e medi infortuni, comunque non tali da poterlo definire rotto. L'altro grande partente Rijkaard ha spiegato che Ronaldinho merita di giocare una partita d'addio con i blaugrana ed il Barcellona lo sta da mesi offrendo a mezza Europa: ma Abramovich, inebriato dalla Kalinka cantata dai tifosi del Chelsea, non è quello di due anni fa, le altre big inglesi non sono interessate (la più circuibile sembra il Manchester City del dopo Ericsson), in Italia Moratti lo apprezza ma non sa cosa fare di Mancini (che ha avuto referenze pessime e nella remota ipotesi che rimanga all'Inter, come scommessa preferirebbe Cassano) mentre al Milan lo vuole fortemente solamente una persona, che per sfortuna di Ancelotti, anzi di Lippi, si chiama Silvio Berlusconi.
Per una cifra vicina ai 20 milioni, di solo cartellino, l'affare si può fare, e per una volta la stampa sportiva non mente dicendo che da mesi la società rossonera ha in mano il giocatore. L'aspetto mediaticamente ridicolo della questione è evidente leggendo i giornali spagnoli ed italiani: il Barcellona deve far sembrare un grande affare la sua partenza, per questo i media della casa hanno dato grande risalto alle parole di Beguiristain sul prezzo fissato a 50 milioni, ma certi giorni 40 ed altri 60, ben sapendo che la realtà sta a livelli molto inferiori. Dall'altro lato, i giornalisti di osservanza gallianiana devono far sembrare un colpo fenomenale l'ingaggio di un giocatore grande, potenzialmente ancora grandissimo, ma che a parte Berlusconi non vuole letteralmente nessuno. Ed allora è tutto un susseguirsi di improbabili aste, offerte a sorpresa, blitz in ristoranti dove tossici italiani in camicia bianca ed escort moldave in microgonna nera fanno da contorno a trattative interminabili che in realtà si potrebbero chiudere in un minuto. Mentre incolpevoli aragoste muoiono in un modo atroce, che non augureremmo nemmeno ad un serial killer, e vengono anche avanzate sul piatto da questa feccia (escort moldave a parte) dell'umanità.
La verità non scrivibile, ma ben raccontata ai tavoli degli amici (non paganti) degli amici (paganti), è che mezzo Milan pensa che Berlusconi non abbia più il polso della situazione e che sia calcisticamente fuori di testa: di qui le amare interviste di Gattuso, pronto a trasferirsi al Manchester United, i messaggi per niente in codice di Pirlo e Seedorf, ma soprattutto i missili di Ancelotti contro Ronaldinho. Quale allenatore convinto di restare direbbe mai del sogno presidenziale: "Due anni fa lo volevano tutti" e "Ronaldinho serve se lavora"? Non esattamente un benvenuto, ma il pensiero di campioni che vorrebbero rimanere al Milan e che non possono dire queste cose ad alta voce. In mezzo sta Galliani, che la pensa una volta tanto come Ancelotti e che prova a cavalcarlo per non doversi esporre lui con il capo. In 'mezzissimo' il solito Bronzetti, perché forse il numero telefonico del Barcellona è stato tolto dall'elenco... Previsioni? Sull'esito finale, impossibili: il Milan ce l'ha in mano, ma come abbiamo visto, gran parte dell'ambiente rema contro il volere di Berlusconi. Se Ronaldinho non arriverà sarà tutto un fiorire di articoli sulla sua vita privata scandalosa, mentre per l'integerrimo Sacchi vale la tutela della privacy; se invece arriverà sarà per rilanciarsi, perché è motivatissimo e la Coppa Uefa lo riempie di stimoli.
di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva
30 aprile, 2008
IL BILANCIO ONESTO (segue)
Il derby che Moratti ha già vinto.
Inter batte Milan per perdite di esercizio: 206,83 milioni di euro a 31,98 milioni. E’ questo uno degli aspetti economici del decisivo derby di domenica prossima: decisivo sia per la conquista dello scudetto per i nerazzurri che per la rincorsa al quarto posto per i rossoneri, che significherebbe l’accesso al turno preliminare della ricca Champions League. Liberomercato ha esaminato gli ultimi bilanci civilistici: quello della società presieduta e controllata da Massimo Moratti coincide con la stagione calcistica (1° luglio 2006-30 giugno 2007), mentre quello del club presieduto (ancora per poco, a causa della legge sul conflitto d’interessi) da Silvio Berlusconi coincide con l’anno solare 2007 poiché ha aderito al regime fiscale del consolidato nazionale con la controllante Fininvest.
Stato patrimoniale. Emerge il forte squilibrio tra debiti e crediti dell’Inter, pari a 348,46 milioni. La società nerazzurra presenta al 30 giugno scorso un patrimonio netto negativo di 70,2 milioni. Ma non ci sono problemi, grazie alle consistenti disponibilità finanziarie di Moratti. Nella nota integrativa si legge che il socio di riferimento ha provveduto, dopo la chiusura di esercizio, "ad effettuare versamenti a completamento dell’aumento di capitale sociale già deliberato dall’assemblea dei soci del 22 giugno 2007 per l’importo complessivo di euro 70.670.903". Nel documento si sottolinea che "è in corso di attuazione un ulteriore versamento di 35 milioni" a copertura di ulteriori perdite. Tra gli 80,8 milioni di altre passività vi sono 36,7 milioni riferiti "a una cessione pro soluto ad un primario istituto di credito di parte dei corrispettivi derivanti dal contratto di cessione" di diritti tv per la stagione 2007/08. Soldi già spesi per la gestione assieme a 24,88 milioni di risconti passivi. Nonostante lo squilibrio debiti-crediti di 234,83 milioni, anche il Milan non ha problemi grazie alla robusta copertura Fininvest. La sua controllante ha contribuito a irrobustire il patrimonio netto con la rinuncia "di parte di un finanziamento fruttifero" trasformato "in versamento in conto capitale" per 10,86 milioni. Inoltre, la Fininvest ha effettuato un altro versamento per 14,14 milioni. Il revisore Deloitte & Touche ha evidenziato che nello scorso gennaio è stato effettuato un altro versamento di 25 milioni. Dal rosso di bilancio è arrivato un beneficio per la controllante: il Milan le ha trasferito 18,34 milioni per "nell’ambito dell’accordo sull’esercizio dell’opzione per il regime fiscale del consolidato nazionale".
Controversie fiscali. Il Milan spiega che "è stata completamente azzerata" la voce "altri fondi per rischi e oneri" per effetto della riclassifica per 3,06 milioni del fondo tra i debiti tributari "a seguito della definizione dell’assoggettabilità a tassazione di componenti positive di reddito relative alla stagione 2001/2002". Per il debito residuo "è stata concordata con l’amministrazione finanziaria la rateizzazione fino all’anno 2010". La pace col fisco, riguardante l’Irap, ha comportato 1,48 milioni inclusi nella voce "oneri tributari esercizi precedenti". Sulle plusvalenze calciatori l’Inter, spiega in nota integrativa, "ha ricevuto un avviso di accertamento a tali plusvalenze per l’esercizio chiuso al 30 giugno 2002. Inoltre nel mese di luglio 2007 è stato notificato analogo accertamento sull’esercizio chiuso al 30 giugno 2003. L’Agenzia delle entrate ha accertato complessivamente maggiore Irap per euro 5,3 milioni più interessi e sanzioni per euro 2 milioni". La società ha presentato ricorso.
Ricavi e costi. i nerazzurri perdono il confronto sul valore della produzione, incassando 221,21 milioni contro i 257 milioni dei cugini. Ma li superano sui costi: 409,22 milioni contro 285,64 milioni. Riguardo al fatturato dell’Inter i diritti tv sono pari a 91,5 milioni, mentre le sponsorizzazioni 29,6 milioni. Il Milan ha suddiviso i proventi tv tra quelli da Sky, Mediaset e da squadre ospitanti (107,36 milioni), da quelli per partecipazione competizioni Uefa e Fifa (48,3 milioni). Tra i costi dell’Inter ha pesato l’ultima quota di ammortamento, pari a 111,79 milioni, degli oneri del "salvacalcio". I compensi calciatori hanno raggiunto i 117,23 milioni (+10,75%), mentre i premi rendimento sono pari a 21,66 milioni (+54,55%). I contratti dei giocatori sono costati al Milan 124,91 milioni (+12,51%): la quota variabile per i risultati sportivi è di 13,77 milioni (+47,44%). I consiglieri di amministrazione rossoneri hanno ricevuto un compenso globale di 3,05 milioni contro i 750mila euro dei nerazzurri.
di Marco Liguori, su LiberoMercato
Inter batte Milan per perdite di esercizio: 206,83 milioni di euro a 31,98 milioni. E’ questo uno degli aspetti economici del decisivo derby di domenica prossima: decisivo sia per la conquista dello scudetto per i nerazzurri che per la rincorsa al quarto posto per i rossoneri, che significherebbe l’accesso al turno preliminare della ricca Champions League. Liberomercato ha esaminato gli ultimi bilanci civilistici: quello della società presieduta e controllata da Massimo Moratti coincide con la stagione calcistica (1° luglio 2006-30 giugno 2007), mentre quello del club presieduto (ancora per poco, a causa della legge sul conflitto d’interessi) da Silvio Berlusconi coincide con l’anno solare 2007 poiché ha aderito al regime fiscale del consolidato nazionale con la controllante Fininvest.
Stato patrimoniale. Emerge il forte squilibrio tra debiti e crediti dell’Inter, pari a 348,46 milioni. La società nerazzurra presenta al 30 giugno scorso un patrimonio netto negativo di 70,2 milioni. Ma non ci sono problemi, grazie alle consistenti disponibilità finanziarie di Moratti. Nella nota integrativa si legge che il socio di riferimento ha provveduto, dopo la chiusura di esercizio, "ad effettuare versamenti a completamento dell’aumento di capitale sociale già deliberato dall’assemblea dei soci del 22 giugno 2007 per l’importo complessivo di euro 70.670.903". Nel documento si sottolinea che "è in corso di attuazione un ulteriore versamento di 35 milioni" a copertura di ulteriori perdite. Tra gli 80,8 milioni di altre passività vi sono 36,7 milioni riferiti "a una cessione pro soluto ad un primario istituto di credito di parte dei corrispettivi derivanti dal contratto di cessione" di diritti tv per la stagione 2007/08. Soldi già spesi per la gestione assieme a 24,88 milioni di risconti passivi. Nonostante lo squilibrio debiti-crediti di 234,83 milioni, anche il Milan non ha problemi grazie alla robusta copertura Fininvest. La sua controllante ha contribuito a irrobustire il patrimonio netto con la rinuncia "di parte di un finanziamento fruttifero" trasformato "in versamento in conto capitale" per 10,86 milioni. Inoltre, la Fininvest ha effettuato un altro versamento per 14,14 milioni. Il revisore Deloitte & Touche ha evidenziato che nello scorso gennaio è stato effettuato un altro versamento di 25 milioni. Dal rosso di bilancio è arrivato un beneficio per la controllante: il Milan le ha trasferito 18,34 milioni per "nell’ambito dell’accordo sull’esercizio dell’opzione per il regime fiscale del consolidato nazionale".
Controversie fiscali. Il Milan spiega che "è stata completamente azzerata" la voce "altri fondi per rischi e oneri" per effetto della riclassifica per 3,06 milioni del fondo tra i debiti tributari "a seguito della definizione dell’assoggettabilità a tassazione di componenti positive di reddito relative alla stagione 2001/2002". Per il debito residuo "è stata concordata con l’amministrazione finanziaria la rateizzazione fino all’anno 2010". La pace col fisco, riguardante l’Irap, ha comportato 1,48 milioni inclusi nella voce "oneri tributari esercizi precedenti". Sulle plusvalenze calciatori l’Inter, spiega in nota integrativa, "ha ricevuto un avviso di accertamento a tali plusvalenze per l’esercizio chiuso al 30 giugno 2002. Inoltre nel mese di luglio 2007 è stato notificato analogo accertamento sull’esercizio chiuso al 30 giugno 2003. L’Agenzia delle entrate ha accertato complessivamente maggiore Irap per euro 5,3 milioni più interessi e sanzioni per euro 2 milioni". La società ha presentato ricorso.
Ricavi e costi. i nerazzurri perdono il confronto sul valore della produzione, incassando 221,21 milioni contro i 257 milioni dei cugini. Ma li superano sui costi: 409,22 milioni contro 285,64 milioni. Riguardo al fatturato dell’Inter i diritti tv sono pari a 91,5 milioni, mentre le sponsorizzazioni 29,6 milioni. Il Milan ha suddiviso i proventi tv tra quelli da Sky, Mediaset e da squadre ospitanti (107,36 milioni), da quelli per partecipazione competizioni Uefa e Fifa (48,3 milioni). Tra i costi dell’Inter ha pesato l’ultima quota di ammortamento, pari a 111,79 milioni, degli oneri del "salvacalcio". I compensi calciatori hanno raggiunto i 117,23 milioni (+10,75%), mentre i premi rendimento sono pari a 21,66 milioni (+54,55%). I contratti dei giocatori sono costati al Milan 124,91 milioni (+12,51%): la quota variabile per i risultati sportivi è di 13,77 milioni (+47,44%). I consiglieri di amministrazione rossoneri hanno ricevuto un compenso globale di 3,05 milioni contro i 750mila euro dei nerazzurri.
di Marco Liguori, su LiberoMercato
25 aprile, 2008
C'È SOLO UN CAPITANO (segue)
Gattuso, la verità.
[Corriere.it] «Io sono più milanista di Galliani». Nelle sue nove stagioni di vita rossonera Rino Gattuso ha ripetuto spesso questa frase ad effetto, forse un modo come un altro per tenere sotto carica costante emozioni, stimoli e adrenalina. E del resto che il rosso e il nero siano i colori dominanti nei suoi cromosomi è ormai fuori discussione, come testimonia il fatto che il cuore del tifo duro e puro lo abbia da tempo dipinto come «uno di noi, Gattuso uno di noi». Il preambolo è fondamentale per comprendere i dubbi che stanno popolando la testa di questo ragazzo del Sud, cresciuto a corsa e fatica, così caparbio da azzerare nel tempo certi grossolani handicap tecnici, così generoso nel cuore e professionale nella quotidianità dei gesti da essere ormai incoronato come uno dei capi carismatici nella sacralità dello spogliatoio di Milanello. Se Rino oggi — nove anni e otto trofei dopo — tentenna, si interroga sul suo futuro rossonero, non è certo perché la sua capacità di «essere più milanista di Galliani» si sia annacquata. Anzi...
E neppure c'entra, come pure è stato insinuato, la vexata quaestio legata all'eredità di Paolo Maldini. Certo, dopo essersi dimostrato tiepido in passato («Queste cose sono per chi veste giacca e cravatta, non per me»), ora la fascia di capitano appagherebbe il suo orgoglio e forse qualche equivoco può averlo ingenerato il club, promettendola nei momenti di euforia ora all'uno (in corsa, in rappresentanza di un passato ricco di medaglie, c'è pure Ambrosini) ora all'altro (Kaká, sostanzialmente il futuro), ma non è questo il nocciolo del problema. Il problema vero è molto «umano» e sta sostanzialmente nel fatto che Rino Gattuso, trasparente come un pezzo di cristallo, si è reso conto che il tempo è passato, lasciando tracce profonde del suo scorrere. Può essere che questa annata complicata, figlia del successo nel Mondiale giapponese per club, abbia accentuato malesseri latenti in lui, certo è che nella sua analisi autocritica Ringhio si è scoperto improvvisamente nudo, senza più il sacro fuoco degli stimoli di una volta. E a questo impaccio mentale, alla testa appesantita dagli stress e dalle pressioni di decine e decine di partite sempre decisive, dentro o fuori, si è venuta a sommare la consapevolezza di non essere più lo stesso anche nel fisico.
Nella sua onestà intellettuale (si dice così?) il maratoneta di Ancelotti ha intuito che, dopo migliaia e migliaia di chilometri trascorsi a correre, la resistenza ma pure la brillantezza, si sono appannate: difficile per uno come lui mascherare la fatica con le magie della tecnica. Un giochino di questo tipo potrebbe riuscire a Kaká, un Pallone d'oro non lo si vince mai per caso, non a un muscolare tout court. Rino era stato investito da una analoga crisi di coscienza già dopo la dolorosa e per certi versi irripetibile sconfitta di Istanbul: ora però, con altri due anni di successi e di amarezze nel motore, lo scenario è soltanto in apparenza simile a quello dell'estate del 2005. Ritrovarsi trentenne a fare avanti e indietro sulla fascia può risultare insostenibile anche per chi ha fatto della fatica la stella cometa della sua vita, e qui, ovviamente, si mescolano pure l'immutabilità di un modulo che non è mai stato generoso con lui e la carenza di alternative che rischiano di spedire in sanatorio anche Pirlo e Ambrosini.
Ecco perché il milanista doc Gattuso Gennaro da Corigliano Schiavonea, Cosenza, sogna di andare a caccia di un calcio più lieve e meno intossicante, ovviamente al di fuori dei patrii confini. E, anche se qualcuno potrebbe sospettare il contrario, non è una faccenda di soldi. «Per il calciatore che sono, guadagno fin troppo» è un altro dei suoi slogan. Uno così è a suo modo un idealista e potrebbe magari tornare sui suoi passi, sulla vecchia strada. Perché non si è più milanisti di Galliani per caso.
Per "essere milanisti più di Galliani" è sufficiente non essere nati a Monza di fede goeba. Ma non è questo il punto. Da quasi tre anni, Shevalove racconta la verità che non si legge sulla stampa di regime e non si ascolta sui canali bulgari: la verità del Popolo Rossonero, cioè del Vecchio Cuore che batte ancora in qualche settore di San Siro, depresso ma non lottizzato dagli sponsor istituzionali e dalla curva degli impiegati ultras che cantano a comando. Racconta la storia di un gruppo di uomini ostinati e predestinati, che ha saputo sopravvivere alla notte delle streghe turche e persino a se stesso, per chiudere il cerchio fantastico delle rivincite contro Liverpool e Boca Juniors. Il ciclo del Milan di Carlo Ancelotti era finito ad Istanbul il 25 maggio 2005, e Rino Gattuso - l'unico e autentico capitano sul campo di quel gruppo - lo aveva capito forse un momento prima dei vari Kakà, Pirlo e Shevchenko: giusto per citare i nomi di chi, fra l'ecatombe dell'Ataturk e il golpe bianco di Calciopoli, aveva già deciso di dare una svolta alla propria vita. La storia poi racconta che di quei Fantastici 4 - per una quantità di motivi che qui è superfluo ribadire - fu sacrificato solo il Balon d'Or, con ciò ripianando per la prima volta nel ventennio berlusconiano un bilancio fisiologicamente deificitario. Altro che le filastrocche sul "traditore".
Ringhio ha staccato la spina da non meno di un anno: diciamo (con amarezza) da quando compare più spesso negli spot televisivi che nello score dei palloni recuperati a centrocampo. Ma da almeno due anni manda segnali chiari ed inequivocabili alla società: la rosa va rinvigorita, meno calciomarketing e più calciomercato. In Rino veritas. L'esito delle sue lamentazioni ha preso a tutt'oggi le fattezze indegne dei vari Bobone Vieri, Marcio Amoroso, "Erre punto" Oliveira, Ronaldo, Emerson, e a seguire forse Ronaldinho. Come direbbe l'amico Pupone sul set romano: famo a capisse... Triste constatarlo, ma quella di Gattuso è solo un'altra faccia (una fra le tante perse alla causa) della progressiva decadenza di un sogno che un tempo era chiamato Milan. Raggiungere il famigerato "obiettivo minimo" di Galliani & Ancelotti (obiettivo finanziario e non già sportivo) significherebbe solamente prolungare di un anno ancora l'equivoco degli "immortali" e la lenta agonia di questo nostro povero Diavolo. Da Rossonero, non è una partecipazione velleitaria alla Champions League ciò che mi auguro per il 2009, ma finalmente una stagione competitiva in Italia. E perché no, un'altra cavalcata europea per l'unico trofeo che non compare nella bacheca di Via Turati. Per poi ricominciare a sognare quella stella in più da cucire sul petto.
[Corriere.it] «Io sono più milanista di Galliani». Nelle sue nove stagioni di vita rossonera Rino Gattuso ha ripetuto spesso questa frase ad effetto, forse un modo come un altro per tenere sotto carica costante emozioni, stimoli e adrenalina. E del resto che il rosso e il nero siano i colori dominanti nei suoi cromosomi è ormai fuori discussione, come testimonia il fatto che il cuore del tifo duro e puro lo abbia da tempo dipinto come «uno di noi, Gattuso uno di noi». Il preambolo è fondamentale per comprendere i dubbi che stanno popolando la testa di questo ragazzo del Sud, cresciuto a corsa e fatica, così caparbio da azzerare nel tempo certi grossolani handicap tecnici, così generoso nel cuore e professionale nella quotidianità dei gesti da essere ormai incoronato come uno dei capi carismatici nella sacralità dello spogliatoio di Milanello. Se Rino oggi — nove anni e otto trofei dopo — tentenna, si interroga sul suo futuro rossonero, non è certo perché la sua capacità di «essere più milanista di Galliani» si sia annacquata. Anzi...
E neppure c'entra, come pure è stato insinuato, la vexata quaestio legata all'eredità di Paolo Maldini. Certo, dopo essersi dimostrato tiepido in passato («Queste cose sono per chi veste giacca e cravatta, non per me»), ora la fascia di capitano appagherebbe il suo orgoglio e forse qualche equivoco può averlo ingenerato il club, promettendola nei momenti di euforia ora all'uno (in corsa, in rappresentanza di un passato ricco di medaglie, c'è pure Ambrosini) ora all'altro (Kaká, sostanzialmente il futuro), ma non è questo il nocciolo del problema. Il problema vero è molto «umano» e sta sostanzialmente nel fatto che Rino Gattuso, trasparente come un pezzo di cristallo, si è reso conto che il tempo è passato, lasciando tracce profonde del suo scorrere. Può essere che questa annata complicata, figlia del successo nel Mondiale giapponese per club, abbia accentuato malesseri latenti in lui, certo è che nella sua analisi autocritica Ringhio si è scoperto improvvisamente nudo, senza più il sacro fuoco degli stimoli di una volta. E a questo impaccio mentale, alla testa appesantita dagli stress e dalle pressioni di decine e decine di partite sempre decisive, dentro o fuori, si è venuta a sommare la consapevolezza di non essere più lo stesso anche nel fisico.
Nella sua onestà intellettuale (si dice così?) il maratoneta di Ancelotti ha intuito che, dopo migliaia e migliaia di chilometri trascorsi a correre, la resistenza ma pure la brillantezza, si sono appannate: difficile per uno come lui mascherare la fatica con le magie della tecnica. Un giochino di questo tipo potrebbe riuscire a Kaká, un Pallone d'oro non lo si vince mai per caso, non a un muscolare tout court. Rino era stato investito da una analoga crisi di coscienza già dopo la dolorosa e per certi versi irripetibile sconfitta di Istanbul: ora però, con altri due anni di successi e di amarezze nel motore, lo scenario è soltanto in apparenza simile a quello dell'estate del 2005. Ritrovarsi trentenne a fare avanti e indietro sulla fascia può risultare insostenibile anche per chi ha fatto della fatica la stella cometa della sua vita, e qui, ovviamente, si mescolano pure l'immutabilità di un modulo che non è mai stato generoso con lui e la carenza di alternative che rischiano di spedire in sanatorio anche Pirlo e Ambrosini.
Ecco perché il milanista doc Gattuso Gennaro da Corigliano Schiavonea, Cosenza, sogna di andare a caccia di un calcio più lieve e meno intossicante, ovviamente al di fuori dei patrii confini. E, anche se qualcuno potrebbe sospettare il contrario, non è una faccenda di soldi. «Per il calciatore che sono, guadagno fin troppo» è un altro dei suoi slogan. Uno così è a suo modo un idealista e potrebbe magari tornare sui suoi passi, sulla vecchia strada. Perché non si è più milanisti di Galliani per caso.
Per "essere milanisti più di Galliani" è sufficiente non essere nati a Monza di fede goeba. Ma non è questo il punto. Da quasi tre anni, Shevalove racconta la verità che non si legge sulla stampa di regime e non si ascolta sui canali bulgari: la verità del Popolo Rossonero, cioè del Vecchio Cuore che batte ancora in qualche settore di San Siro, depresso ma non lottizzato dagli sponsor istituzionali e dalla curva degli impiegati ultras che cantano a comando. Racconta la storia di un gruppo di uomini ostinati e predestinati, che ha saputo sopravvivere alla notte delle streghe turche e persino a se stesso, per chiudere il cerchio fantastico delle rivincite contro Liverpool e Boca Juniors. Il ciclo del Milan di Carlo Ancelotti era finito ad Istanbul il 25 maggio 2005, e Rino Gattuso - l'unico e autentico capitano sul campo di quel gruppo - lo aveva capito forse un momento prima dei vari Kakà, Pirlo e Shevchenko: giusto per citare i nomi di chi, fra l'ecatombe dell'Ataturk e il golpe bianco di Calciopoli, aveva già deciso di dare una svolta alla propria vita. La storia poi racconta che di quei Fantastici 4 - per una quantità di motivi che qui è superfluo ribadire - fu sacrificato solo il Balon d'Or, con ciò ripianando per la prima volta nel ventennio berlusconiano un bilancio fisiologicamente deificitario. Altro che le filastrocche sul "traditore".
Ringhio ha staccato la spina da non meno di un anno: diciamo (con amarezza) da quando compare più spesso negli spot televisivi che nello score dei palloni recuperati a centrocampo. Ma da almeno due anni manda segnali chiari ed inequivocabili alla società: la rosa va rinvigorita, meno calciomarketing e più calciomercato. In Rino veritas. L'esito delle sue lamentazioni ha preso a tutt'oggi le fattezze indegne dei vari Bobone Vieri, Marcio Amoroso, "Erre punto" Oliveira, Ronaldo, Emerson, e a seguire forse Ronaldinho. Come direbbe l'amico Pupone sul set romano: famo a capisse... Triste constatarlo, ma quella di Gattuso è solo un'altra faccia (una fra le tante perse alla causa) della progressiva decadenza di un sogno che un tempo era chiamato Milan. Raggiungere il famigerato "obiettivo minimo" di Galliani & Ancelotti (obiettivo finanziario e non già sportivo) significherebbe solamente prolungare di un anno ancora l'equivoco degli "immortali" e la lenta agonia di questo nostro povero Diavolo. Da Rossonero, non è una partecipazione velleitaria alla Champions League ciò che mi auguro per il 2009, ma finalmente una stagione competitiva in Italia. E perché no, un'altra cavalcata europea per l'unico trofeo che non compare nella bacheca di Via Turati. Per poi ricominciare a sognare quella stella in più da cucire sul petto.
17 aprile, 2008
PAROLA DI SILVIO (segue)
I progetti di Berlusconi.
[Gazzetta.it] C’è la politica nei pensieri di Silvio Berlusconi, ma uno spazio riservato al Milan non manca mai. In un’intervista a Sky il futuro presidente del Consiglio ha parlato soprattutto di calciomercato, dilungandosi su Ronaldinho e sul ritorno di Sheva e ipotizzando l’arrivo di un big in attacco. "Ronaldinho vuole venire al Milan — esordisce Berlusconi — ed è chiaro perché: uno, il Milan è la squadra campione del mondo; due, ci sono altri brasiliani in squadra, tutti sanno come noi trattiamo i nostri atleti. Forse noi paghiamo un po’ meno delle altre squadre, ma possiamo fare questo per il semplice motivo che diamo più gloria. Un altro giocatore che amerebbe venire da noi è... No, no, mi taccio. Ronaldinho l’ho detto perché lo sanno tutti. Dell’altro giocatore, importantissimo, centravanti di sfondamento, non faccio il nome. Ma noi siamo tesi all’acquisto di due fuoriclasse per il prossimo anno. E naturalmente i fuoriclasse saranno anche in difesa". Chi è Mister X? Tre i nomi: Drogba del Chelsea, Adebayor dell’Arsenal, Gomez dello Stoccarda. Drogba vorrebbe il Milan, ma il Milan ha scelto Shevchenko e dunque non lo potrà acquistare, lasciando via libera all’Inter. Quindi questa confessione sull’ivoriano appare un dispetto ai nerazzurri. Più credibili le candidature di Adebayor e Gomez.
Sul ritorno di Andriy Shevchenko: "Aveva dovuto chinarsi a una decisione che sua moglie riteneva indispensabile per il bene dei suoi figli. E quindi io l’ho assecondato. Adesso le cose sono cambiate, lui vuole ritornare. Nei tifosi c’è un certo confronto tra chi lo vorrebbe e chi, invece, dice che ha tradito il Milan. Non ha tradito il Milan: un uomo ha la famiglia come punto centrale dei suoi affetti, quindi ho capito che Sheva doveva assumere quella decisione. Sono rimasto in rapporti d’affetto con lui, addirittura gli ho dato il privilegio di prendere casa vicino alla mia ad Antigua, ed è anche più alta della mia. Credo che, se lui tornasse, dovremo accoglierlo non a braccia aperte, ma a braccia spalancate. Io sono uno dei primi sostenitori della tesi del ritorno". Ultime battute su Donadoni: "Esprimo un giudizio assolutamente positivo, mi sono anche permesso di consigliare la conferma in Nazionale. Se il Milan un giorno avesse bisogno di un cambiamento dell’allenatore, bisogno che oggi non c’è, andrebbe benissimo avere uno che è stato nel Milan". Infine sullo scudetto. "Se non sei protagonista in Italia non puoi esser certo di partecipare alle competizioni internazionali ed essere anche protagonista in Europa e nel mondo".
[Gazzetta.it] C’è la politica nei pensieri di Silvio Berlusconi, ma uno spazio riservato al Milan non manca mai. In un’intervista a Sky il futuro presidente del Consiglio ha parlato soprattutto di calciomercato, dilungandosi su Ronaldinho e sul ritorno di Sheva e ipotizzando l’arrivo di un big in attacco. "Ronaldinho vuole venire al Milan — esordisce Berlusconi — ed è chiaro perché: uno, il Milan è la squadra campione del mondo; due, ci sono altri brasiliani in squadra, tutti sanno come noi trattiamo i nostri atleti. Forse noi paghiamo un po’ meno delle altre squadre, ma possiamo fare questo per il semplice motivo che diamo più gloria. Un altro giocatore che amerebbe venire da noi è... No, no, mi taccio. Ronaldinho l’ho detto perché lo sanno tutti. Dell’altro giocatore, importantissimo, centravanti di sfondamento, non faccio il nome. Ma noi siamo tesi all’acquisto di due fuoriclasse per il prossimo anno. E naturalmente i fuoriclasse saranno anche in difesa". Chi è Mister X? Tre i nomi: Drogba del Chelsea, Adebayor dell’Arsenal, Gomez dello Stoccarda. Drogba vorrebbe il Milan, ma il Milan ha scelto Shevchenko e dunque non lo potrà acquistare, lasciando via libera all’Inter. Quindi questa confessione sull’ivoriano appare un dispetto ai nerazzurri. Più credibili le candidature di Adebayor e Gomez.
Sul ritorno di Andriy Shevchenko: "Aveva dovuto chinarsi a una decisione che sua moglie riteneva indispensabile per il bene dei suoi figli. E quindi io l’ho assecondato. Adesso le cose sono cambiate, lui vuole ritornare. Nei tifosi c’è un certo confronto tra chi lo vorrebbe e chi, invece, dice che ha tradito il Milan. Non ha tradito il Milan: un uomo ha la famiglia come punto centrale dei suoi affetti, quindi ho capito che Sheva doveva assumere quella decisione. Sono rimasto in rapporti d’affetto con lui, addirittura gli ho dato il privilegio di prendere casa vicino alla mia ad Antigua, ed è anche più alta della mia. Credo che, se lui tornasse, dovremo accoglierlo non a braccia aperte, ma a braccia spalancate. Io sono uno dei primi sostenitori della tesi del ritorno". Ultime battute su Donadoni: "Esprimo un giudizio assolutamente positivo, mi sono anche permesso di consigliare la conferma in Nazionale. Se il Milan un giorno avesse bisogno di un cambiamento dell’allenatore, bisogno che oggi non c’è, andrebbe benissimo avere uno che è stato nel Milan". Infine sullo scudetto. "Se non sei protagonista in Italia non puoi esser certo di partecipare alle competizioni internazionali ed essere anche protagonista in Europa e nel mondo".
16 aprile, 2008
IL PROFUMO DEGLI ONESTI
I doppi incarichi degli sceriffi del calcio italiano.
Qual è il legame che unisce l’Unicredit alla Commissione di vigilanza sulle società di calcio professionistiche? In apparenza nessuno: invece un nesso c’è e riguarda il presidente della Covisoc, Cesare Bisoni, riconfermato nell’ottobre 2007 dal consiglio federale Figc dopo la sua prima nomina risalente al 20 novembre 2003. Egli è anche presidente della Commissione di primo grado delle licenze Uefa: sono un requisito obbligatorio per le squadre di serie A, oltre ai piazzamenti in campionato determinati dai regolamenti vigenti, per la partecipazione alla Champions League e alla Coppa Uefa. Stando alle visure della Camera di Commercio, egli è il vicepresidente e membro del comitato esecutivo di Unicredit Private Banking dal 20 aprile 2006 fino all’approvazione del bilancio al 31 dicembre 2008: quest’ultima, secondo il bilancio 2007 del gruppo bancario guidato da Alessandro Profumo, possiede interamente la Cordusio Fiduciaria. Nelle sue stanze ovattate sono custoditi alcuni misteri dell’italica pedata, come l’azionista di riferimento (al 98%) della Reggina Service, proprietaria del marchio della Reggina Calcio. Quest’ultima possiede anche 2,6 milioni di obbligazioni Unicredit, acquistate nel 2006. Cordusio Fiduciaria detiene il 33,3% della Bs Servizi, una delle due società in cima alla catena di controllo del Frosinone. Inoltre, nella relazione sulla gestione sul bilancio di Unicredit si legge che «entro la fine del primo semestre 2008» nella fiduciaria milanese sarà fusa per incorporazione Romafides. Nella fiduciaria romana è schermato il possessore del 90% della Filmauro, che controlla a sua volta integralmente il Napoli. La visura camerale di Unicredit Private Banking spiega che il consiglio di amministrazione «può delegare al comitato esecutivo poteri propri e attribuzioni ed in particolare ogni potere in materia di concessione di crediti, con facoltà di ulteriore subdelega».
In qualità di presidente della Covisoc, oltre a esercitare secondo l’art.36 dello Statuto Figc «funzioni di controllo sull’equilibrio economico finanziario e sul rispetto dei principi della corretta gestione delle società di calcio professionistiche», Bisoni ha l’obbligo di denunciare eventuali illeciti sportivi. Il dovere è imposto dall’articolo 7 del Codice di giustizia sportiva. Stando alla norma, egli dovrebbe riferire alla Procura federale Figc su comportamenti scorretti di tesserati, anche se soltanto tentati. Ad esempio dovrebbe farlo se dietro il velo, perfettamente lecito per la legge ordinaria, della Cordusio Fiduciaria si nascondesse l’ipotetico trasgressore dell’articolo 16 delle Norme organizzative interne federali, in cui si stabilisce che «non sono ammesse partecipazioni o gestioni che determinino in capo al medesimo soggetto controlli diretti o indiretti in società appartenenti alla sfera professionistica o al campionato organizzato dal Comitato Interregionale». Questa la sanzione prevista per le società nel Codice di giustizia sportiva per la violazione di questa disposizione: almeno due punti di penalizzazione e l’ammenda da 10mila a 50mila euro. Le visure della Camera di Commercio riportano l’esistenza di intrecci bancari anche per tre membri della Covisoc e della Commissione I grado licenze Uefa. Marco Cardia, figlio del presidente Consob, è anche consigliere di amministrazione della Cassa di Risparmio della provincia di Viterbo che fa parte del gruppo Intesa Sanpaolo: è anche socio al 98% e procuratore della società immobiliare Emmeci Consult. Bruno Rossignoli è presidente della Intesa Sec Npl, società di cartolarizzazione crediti posseduta al 60% da Intesa Sanpaolo e al 40% dall’olandese Stichting Viridis. Domenico De Leo è sindaco di Unicredit Banca: inoltre ricopre anche l’incarico di consigliere della Lbo Italia Investimenti, società finanziaria controllata al 100% da Europe Capital Partners V. Quest’ultima, secondo il Journal Officiel del Lussemburgo, è posseduta dalla Europe Capital Partners V Lp con sede ad Hamilton, capitale delle Bermuda.
da Libero Mercato di oggi.
Qual è il legame che unisce l’Unicredit alla Commissione di vigilanza sulle società di calcio professionistiche? In apparenza nessuno: invece un nesso c’è e riguarda il presidente della Covisoc, Cesare Bisoni, riconfermato nell’ottobre 2007 dal consiglio federale Figc dopo la sua prima nomina risalente al 20 novembre 2003. Egli è anche presidente della Commissione di primo grado delle licenze Uefa: sono un requisito obbligatorio per le squadre di serie A, oltre ai piazzamenti in campionato determinati dai regolamenti vigenti, per la partecipazione alla Champions League e alla Coppa Uefa. Stando alle visure della Camera di Commercio, egli è il vicepresidente e membro del comitato esecutivo di Unicredit Private Banking dal 20 aprile 2006 fino all’approvazione del bilancio al 31 dicembre 2008: quest’ultima, secondo il bilancio 2007 del gruppo bancario guidato da Alessandro Profumo, possiede interamente la Cordusio Fiduciaria. Nelle sue stanze ovattate sono custoditi alcuni misteri dell’italica pedata, come l’azionista di riferimento (al 98%) della Reggina Service, proprietaria del marchio della Reggina Calcio. Quest’ultima possiede anche 2,6 milioni di obbligazioni Unicredit, acquistate nel 2006. Cordusio Fiduciaria detiene il 33,3% della Bs Servizi, una delle due società in cima alla catena di controllo del Frosinone. Inoltre, nella relazione sulla gestione sul bilancio di Unicredit si legge che «entro la fine del primo semestre 2008» nella fiduciaria milanese sarà fusa per incorporazione Romafides. Nella fiduciaria romana è schermato il possessore del 90% della Filmauro, che controlla a sua volta integralmente il Napoli. La visura camerale di Unicredit Private Banking spiega che il consiglio di amministrazione «può delegare al comitato esecutivo poteri propri e attribuzioni ed in particolare ogni potere in materia di concessione di crediti, con facoltà di ulteriore subdelega».
In qualità di presidente della Covisoc, oltre a esercitare secondo l’art.36 dello Statuto Figc «funzioni di controllo sull’equilibrio economico finanziario e sul rispetto dei principi della corretta gestione delle società di calcio professionistiche», Bisoni ha l’obbligo di denunciare eventuali illeciti sportivi. Il dovere è imposto dall’articolo 7 del Codice di giustizia sportiva. Stando alla norma, egli dovrebbe riferire alla Procura federale Figc su comportamenti scorretti di tesserati, anche se soltanto tentati. Ad esempio dovrebbe farlo se dietro il velo, perfettamente lecito per la legge ordinaria, della Cordusio Fiduciaria si nascondesse l’ipotetico trasgressore dell’articolo 16 delle Norme organizzative interne federali, in cui si stabilisce che «non sono ammesse partecipazioni o gestioni che determinino in capo al medesimo soggetto controlli diretti o indiretti in società appartenenti alla sfera professionistica o al campionato organizzato dal Comitato Interregionale». Questa la sanzione prevista per le società nel Codice di giustizia sportiva per la violazione di questa disposizione: almeno due punti di penalizzazione e l’ammenda da 10mila a 50mila euro. Le visure della Camera di Commercio riportano l’esistenza di intrecci bancari anche per tre membri della Covisoc e della Commissione I grado licenze Uefa. Marco Cardia, figlio del presidente Consob, è anche consigliere di amministrazione della Cassa di Risparmio della provincia di Viterbo che fa parte del gruppo Intesa Sanpaolo: è anche socio al 98% e procuratore della società immobiliare Emmeci Consult. Bruno Rossignoli è presidente della Intesa Sec Npl, società di cartolarizzazione crediti posseduta al 60% da Intesa Sanpaolo e al 40% dall’olandese Stichting Viridis. Domenico De Leo è sindaco di Unicredit Banca: inoltre ricopre anche l’incarico di consigliere della Lbo Italia Investimenti, società finanziaria controllata al 100% da Europe Capital Partners V. Quest’ultima, secondo il Journal Officiel del Lussemburgo, è posseduta dalla Europe Capital Partners V Lp con sede ad Hamilton, capitale delle Bermuda.
da Libero Mercato di oggi.
15 aprile, 2008
IL COMMISSIONER PELATO (segue)
Più vincitori che vinti.
Che cosa cambierà nel micromondo calcistico con la vittoria elettorale di Berlusconi? Domanda non epocale, come quasi tutte le nostre, ma comunque di un certo interesse per chi di calcio vive. Per Abete cambia pochissimo: uomo di centro, navigatore nella politica senza mai sembrare maneggione, con il suo non decisionismo (da Donadoni a Collina, in un anno di presidenza non ha preso una decisione davvero sua) si è guadagnato l'indifferenza del futuro presidente del Consiglio, che continua a considerarlo il vice di Carraro. Un calcio veltroniano avrebbe ovviamente spostato la centralità del potere verso la federazione, ma di sicuro non si può dire che Abete abbia perso. Campane a morto invece per Antonio Matarrese, che con la storia del miliardo ha provato a svincolarsi dall'abbraccio della B facendo quello che pensa in grande dopo una vita passata a comporre contrasti fra ras di paese. Niente da fare: se la A saluterà la compagnia prima della fatidica data del 2010, quella di tutte le scadenze, commissioner della nuova lega 'leghista' sarà al 110 per 100 Adriano Galliani. Nell'arco di due anni far crescere un dirigente da Milan non dovrebbe essere difficile: il gruppo è pieno di ottimi manager per la gestione finanziaria, a cui affiancare un 'uomo di sport' (l'amico Natali, piuttosto che Costacurta o un direttore sportivo di provincia) per il mercato. E poi di strapagare bolliti dalla Spagna con la straordinaria consulenza di Bronzetti (è l'unico ad avere il numero di Barcellona e Real Madrid?) dovrebbero essere più o meno capaci tutti. Un Berlusconi presidente del Consiglio non potrà esserlo anche del Milan, ma nella sostanza cambierà poco.
Vince Collina, che Berlusconi e Galliani hanno sempre rispettato tanto da non volersi esporre quando c'è stato da reclamare per qualche torto arbitrale subito dal Milan: alla classifica alla moviola ci ha pensato la Gazzetta (solo che quando la faceva Maurizio Mosca nel leggendario Appello del Martedì non veniva preso sul serio), ben prima della svolta free press a pagamento, nel senso che la Gazzetta attuale sembra una free press da metropolitana ma si paga. Perde Moratti, non solo per le simpatie politico-salottiere per la sinistra (in realtà più della moglie che sue), ma anche perché un presidente del Consiglio può perdere nel calcio ma ha tanti altri tavoli su cui giocare. I guadagni nella raffinazione del petrolio si giocano sui millesimi di euro, una tassettina in più o in meno cambia il destino di una dinastia industriale in un paese in crisi di approvigionamento energetico: diciamo che il Fraizzoli che dopo la telefonata di Andreotti straccia il contratto di Falcao è un paragone che ci può stare. Pareggia la Juventus, che ci ostiniamo per abitudine infantile a collegare al mondo Fiat: dall'abolizione del bollo a mille incentivi per l'auto, annunciati dalla benevolenza verso Silvio del gruppo mediatico Montezemolo, non sarà di sicuro obbligata a fare del pauperismo. E gli Elkann a Berlusconi non sono certo antipatici. Diciamo pareggio perché il reale progetto politico di Montezemolo puntava al pareggio elettorale per poi proporre uno pseudo-governo dei tecnici.
Perde la Roma, con la famiglia Sensi ed il suo giocatore simbolo schierati compattamente per Veltroni ed ingiustamente presi di mira per questo: che il gruppo sia di fatto ostaggio di Unicredit è un elemento che gioca a favore della vendita del magnate di turno, al quale ovviamente non basteranno i soldi ma dovrà trovare anche consenso. Se è vero, come è vero, che i mezzi flop con Manchester United (in modo ostile) e Inter (in modo più discreto) non sono stati dimenticati, una squadra ed una città di notorietà mondiale non dovrebbero dispiacere a Murdoch, eterno finto nemico del Berlusca. Questa la politica, mentre per quanto riguarda i soldi già adesso si puà dire che la legge Melandri sarà spazzata via, più probabilmente per via giudiziaria che parlamentare: gli arieti Sky, De Laurentiis e Zamparini provvederanno a sfondare questo cigolante portone ed a tornare entro il solito 2010 alla soggettività dei diritti tivù. Per il resto nessuno scenario sconvolto: Sky per il satellite, Mediaset e La7 per il digitale terrestre, continueranno a dare il grosso, mentre il piccolo, per il chiaro, quasi certamente tornerà ad una Rai costretta a sobbarcarsi, con la scusa del servizio pubblico, anche una serie B che fra qualche anno non dovremmo vedere più. Ha vinto Berlusconi, ma in generale il calcio di vertice ci guadagnerà. Dimenticavamo: l'uomo forte del Berlusconi politico sarà Gianni Letta, questo significa la ricomparsa calcistica in terra italiana di Franco Carraro, attualmente all'esecutivo Uefa. Non riusciamo ad immaginare in quale ruolo, avendoli già ricoperti tutti e più di una volta.
di Stefano Olivari, su Indiscreto.it
Che cosa cambierà nel micromondo calcistico con la vittoria elettorale di Berlusconi? Domanda non epocale, come quasi tutte le nostre, ma comunque di un certo interesse per chi di calcio vive. Per Abete cambia pochissimo: uomo di centro, navigatore nella politica senza mai sembrare maneggione, con il suo non decisionismo (da Donadoni a Collina, in un anno di presidenza non ha preso una decisione davvero sua) si è guadagnato l'indifferenza del futuro presidente del Consiglio, che continua a considerarlo il vice di Carraro. Un calcio veltroniano avrebbe ovviamente spostato la centralità del potere verso la federazione, ma di sicuro non si può dire che Abete abbia perso. Campane a morto invece per Antonio Matarrese, che con la storia del miliardo ha provato a svincolarsi dall'abbraccio della B facendo quello che pensa in grande dopo una vita passata a comporre contrasti fra ras di paese. Niente da fare: se la A saluterà la compagnia prima della fatidica data del 2010, quella di tutte le scadenze, commissioner della nuova lega 'leghista' sarà al 110 per 100 Adriano Galliani. Nell'arco di due anni far crescere un dirigente da Milan non dovrebbe essere difficile: il gruppo è pieno di ottimi manager per la gestione finanziaria, a cui affiancare un 'uomo di sport' (l'amico Natali, piuttosto che Costacurta o un direttore sportivo di provincia) per il mercato. E poi di strapagare bolliti dalla Spagna con la straordinaria consulenza di Bronzetti (è l'unico ad avere il numero di Barcellona e Real Madrid?) dovrebbero essere più o meno capaci tutti. Un Berlusconi presidente del Consiglio non potrà esserlo anche del Milan, ma nella sostanza cambierà poco.
Vince Collina, che Berlusconi e Galliani hanno sempre rispettato tanto da non volersi esporre quando c'è stato da reclamare per qualche torto arbitrale subito dal Milan: alla classifica alla moviola ci ha pensato la Gazzetta (solo che quando la faceva Maurizio Mosca nel leggendario Appello del Martedì non veniva preso sul serio), ben prima della svolta free press a pagamento, nel senso che la Gazzetta attuale sembra una free press da metropolitana ma si paga. Perde Moratti, non solo per le simpatie politico-salottiere per la sinistra (in realtà più della moglie che sue), ma anche perché un presidente del Consiglio può perdere nel calcio ma ha tanti altri tavoli su cui giocare. I guadagni nella raffinazione del petrolio si giocano sui millesimi di euro, una tassettina in più o in meno cambia il destino di una dinastia industriale in un paese in crisi di approvigionamento energetico: diciamo che il Fraizzoli che dopo la telefonata di Andreotti straccia il contratto di Falcao è un paragone che ci può stare. Pareggia la Juventus, che ci ostiniamo per abitudine infantile a collegare al mondo Fiat: dall'abolizione del bollo a mille incentivi per l'auto, annunciati dalla benevolenza verso Silvio del gruppo mediatico Montezemolo, non sarà di sicuro obbligata a fare del pauperismo. E gli Elkann a Berlusconi non sono certo antipatici. Diciamo pareggio perché il reale progetto politico di Montezemolo puntava al pareggio elettorale per poi proporre uno pseudo-governo dei tecnici.
Perde la Roma, con la famiglia Sensi ed il suo giocatore simbolo schierati compattamente per Veltroni ed ingiustamente presi di mira per questo: che il gruppo sia di fatto ostaggio di Unicredit è un elemento che gioca a favore della vendita del magnate di turno, al quale ovviamente non basteranno i soldi ma dovrà trovare anche consenso. Se è vero, come è vero, che i mezzi flop con Manchester United (in modo ostile) e Inter (in modo più discreto) non sono stati dimenticati, una squadra ed una città di notorietà mondiale non dovrebbero dispiacere a Murdoch, eterno finto nemico del Berlusca. Questa la politica, mentre per quanto riguarda i soldi già adesso si puà dire che la legge Melandri sarà spazzata via, più probabilmente per via giudiziaria che parlamentare: gli arieti Sky, De Laurentiis e Zamparini provvederanno a sfondare questo cigolante portone ed a tornare entro il solito 2010 alla soggettività dei diritti tivù. Per il resto nessuno scenario sconvolto: Sky per il satellite, Mediaset e La7 per il digitale terrestre, continueranno a dare il grosso, mentre il piccolo, per il chiaro, quasi certamente tornerà ad una Rai costretta a sobbarcarsi, con la scusa del servizio pubblico, anche una serie B che fra qualche anno non dovremmo vedere più. Ha vinto Berlusconi, ma in generale il calcio di vertice ci guadagnerà. Dimenticavamo: l'uomo forte del Berlusconi politico sarà Gianni Letta, questo significa la ricomparsa calcistica in terra italiana di Franco Carraro, attualmente all'esecutivo Uefa. Non riusciamo ad immaginare in quale ruolo, avendoli già ricoperti tutti e più di una volta.
di Stefano Olivari, su Indiscreto.it
10 aprile, 2008
CAMPAGNA ELETTORALE
Berlusconi: Sheva torna.
[Gazzetta.it] La rutilante campagna elettorale non impedisce a Silvio Berlusconi di lanciare proclami sul Milan. In particolare su Andriy Shevchenko. Anzi, il suo Andriy. Perché... toccategli tutto, ma Sheva no. Ospite a "La7", Berlusconi ha affermato: «Sto cercando di riportarlo al Milan e ci sono molte probabilità che ci riesca». Il numero uno di via Turati ha inoltre commentato le perplessità di Carlo Ancelotti sull'ipotesi di rientro dell'ucraino. «Ancelotti - ha spiegato - ha manifestato una sua opinione, che non è un convincimento perché ora ci ho parlato io».
Maldini apre le porte di Milanello sia a Dinho che a Sheva.
[LaStampa.it] «Credo che questa operazione si farà». Adriano Galliani ostenta ottimismo: al termine dell’assemblea della Lega a Milano, l’ad rossonero continua a pensare che il club di via Turati sia faorito nella corsa al fuoriclasse del Barcellona, nonostante ci sia il chiaro interesse dell’Inter. «Mi risulta un loro interesse - commenta Galliani -. Io vengo informato costantemente di ogni telefonata che parte da Branca». Discorso simile per Andryi Shevchenko. «Sheva è un giocatore sotto contratto, sia lui che Ronaldinho sono nostri desideri, nostri auspici, ma sono tesserati l’uno col Chelsea, l’altro col Barcellona. Penso che se entrambi i giocatori si muoveranno verranno al Milan - spiega ancora il dirigente del Milan -. Ancelotti gradisce molto entrambi, ma non è detto che arrivino».
Il Milan ripartirà da Andriy Shevchenko e Ronaldinho. Almeno questo sembra essere l’obiettivo di Silvio Berlusconi che vuole riportare in rossonero l’attaccante ucraino e, finalmente, realizzare il sogno di vedere il fuoriclasse brasiliano con la maglia del suo Milan. Paolo Maldini apre le porte di Milanello sia a Sheva che a Dinho, partendo dall’ex che ha lasciato l’Italia due anni fa e che adesso non vede l’ora di tornare. «Dal punto di vista dell’ambiente non esiste il problema, assolutamente - assicura Maldini in un’intervista rilasciata a Sky nell’ambito della rubrica il »rosso e nero» -. Tutti quelli che hanno dato tanto a questa squadra, saranno sempre ben accetti da parte della società e dei giocatori. E qui si chiude il discorso che riguarda noi calciatori e lo spogliatoio. Poi, i discorsi tattici, di mercato, sono da fare con altre persone». Da Sheva a Ronaldinho il concetto di capitan Maldini non cambia. «È un grandissimo giocatore e sta bene in qualsiasi squadra. Poi - spiega Maldini -, c’è il discorso tecnico, tattico ma anche economico che è tutto da valutare».
[Gazzetta.it] La rutilante campagna elettorale non impedisce a Silvio Berlusconi di lanciare proclami sul Milan. In particolare su Andriy Shevchenko. Anzi, il suo Andriy. Perché... toccategli tutto, ma Sheva no. Ospite a "La7", Berlusconi ha affermato: «Sto cercando di riportarlo al Milan e ci sono molte probabilità che ci riesca». Il numero uno di via Turati ha inoltre commentato le perplessità di Carlo Ancelotti sull'ipotesi di rientro dell'ucraino. «Ancelotti - ha spiegato - ha manifestato una sua opinione, che non è un convincimento perché ora ci ho parlato io».
Maldini apre le porte di Milanello sia a Dinho che a Sheva.
[LaStampa.it] «Credo che questa operazione si farà». Adriano Galliani ostenta ottimismo: al termine dell’assemblea della Lega a Milano, l’ad rossonero continua a pensare che il club di via Turati sia faorito nella corsa al fuoriclasse del Barcellona, nonostante ci sia il chiaro interesse dell’Inter. «Mi risulta un loro interesse - commenta Galliani -. Io vengo informato costantemente di ogni telefonata che parte da Branca». Discorso simile per Andryi Shevchenko. «Sheva è un giocatore sotto contratto, sia lui che Ronaldinho sono nostri desideri, nostri auspici, ma sono tesserati l’uno col Chelsea, l’altro col Barcellona. Penso che se entrambi i giocatori si muoveranno verranno al Milan - spiega ancora il dirigente del Milan -. Ancelotti gradisce molto entrambi, ma non è detto che arrivino».
Il Milan ripartirà da Andriy Shevchenko e Ronaldinho. Almeno questo sembra essere l’obiettivo di Silvio Berlusconi che vuole riportare in rossonero l’attaccante ucraino e, finalmente, realizzare il sogno di vedere il fuoriclasse brasiliano con la maglia del suo Milan. Paolo Maldini apre le porte di Milanello sia a Sheva che a Dinho, partendo dall’ex che ha lasciato l’Italia due anni fa e che adesso non vede l’ora di tornare. «Dal punto di vista dell’ambiente non esiste il problema, assolutamente - assicura Maldini in un’intervista rilasciata a Sky nell’ambito della rubrica il »rosso e nero» -. Tutti quelli che hanno dato tanto a questa squadra, saranno sempre ben accetti da parte della società e dei giocatori. E qui si chiude il discorso che riguarda noi calciatori e lo spogliatoio. Poi, i discorsi tattici, di mercato, sono da fare con altre persone». Da Sheva a Ronaldinho il concetto di capitan Maldini non cambia. «È un grandissimo giocatore e sta bene in qualsiasi squadra. Poi - spiega Maldini -, c’è il discorso tecnico, tattico ma anche economico che è tutto da valutare».
03 aprile, 2008
IL BOIA DI REGGIOLO
Ancelotti il tenero, diventa cattivo.
[LaStampa.it] Quando nel pomeriggio di ieri si è diffusa la notizia di un Carlo Ancelotti arrabbiato e non più disposto ad assecondare le esigenze personali di alcuni giocatori del Milan, il canale tematico rossonero è trasalito: «Milanello non è una caserma». Qualsiasi illazione di questi tempi viene considerata destabilizzante. Ancelotti però non si cura di ciò che viene detto all’esterno e sembra intenzionato a portare avanti le sue convinzioni. Nonostante le smentite, in questi giorni ha cambiato registro con la squadra ed ha assunto atteggiamenti più duri. La sconfitta casalinga con l’Atalanta (seconda di fila) ha costretto l’allenatore a rivedere i programmi di allenamento. Nessuno, sia chiaro, accusa la squadra di scarsa professionalità, ma per non lasciare niente al caso si è deciso di tenere il più possibile Maldini e compagni a Milanello. Ieri ad esempio, c’è stata una doppia seduta di allenamento, questa mattina invece i giocatori si ripresenteranno alle undici per una riunione tecnica. Non era mai successo durante la gestione Ancelotti, perché di tattica si parla generalmente alla vigilia. Il mini ritiro diventerà effettivo domani dal momento che Milan-Cagliari si giocherà di sabato. Per superare il momento no, non basta soltanto cambiare uomini (certi i recuperi di Inzaghi, Kakà, Cafu e Serginho) e modulo. Ancelotti e Galliani (che ieri ha visto Arsenal-Liverpool in un ristorante milanese con Roberto De Assis, fratello e procuratore di Ronaldinho), infatti, sono convinti che il problema sia anche di atteggiamento. Non è quindi un problema solo di condizione fisica se a San Siro ha raccolto la miseria di 19 punti.
Ancelotti spera di risolvere il problema facendo rivedere alla squadra le partite giocate e mettendo maggiormente in rilievo gli errori. Pare che abbia alzato la voce in un paio di occasioni e che i giocatori non se la siano presa più di tanto perché comprendono il momento. Se il Milan, infatti, dovesse restare fuori dall’Europa sarebbe il primo a pagare. Persino le certezze di Berlusconi mostrano qualche crepa. «Gli voglio bene, mi auguro che sia ancora lui il nostro allenatore», dice a Radio Kiss Kiss. Se lo augura, ma con quali rinforzi? «Cercheremo di portare campioni autentici». Anche alla luce dei rischi che corre attualmente, Ancelotti è intenzionato a chiedere garanzie per la prossima stagione, in particolare vuole avere un maggiore controllo sulla campagna acquisti.
Non è un mistero, infatti, che non sia favorevole al ritorno di Shevchenko. L’allenatore del Milan desidera una squadra rifondata ed è stufo di veder arrivare a Milanello giocatori a parametro zero dalla scarsa affidabilità fisica. In difesa secondo lui c’è bisogno di un rinnovamento completo e non crede si possa risolvere la questione confermando Cafu, Serginho e Simic. Anche a centrocampo servono nuovi innesti: Gourcuff è stato definitivamente bocciato nonostante Berlusconi continui a pensare che sia un grande giocatore ed Emerson ha problemi ad entrambe le tibie. Gattuso, Pirlo e Ambrosini hanno bisogno di tirare il fiato. Capitolo Dida: c’è una richiesta del Lione, ma solo per il prestito. Il nodo, va da sè, è il mega-contratto: i francesi saranno disposti ad accollarselo? Galliani dovrà fare il mediatore, convincendo Berlusconi a investire cifre importanti e soprattutto a rimangiarsi la parola data a Sheva. A Leonardo, invece, il compito di setacciare il mercato. La strada però è in salita. Flamini vuole la garanzia di giocare in Champions ed è conteso dalla Juventus (al di là delle smentite di Wenger) mentre lo Stoccarda ha chiesto 50 milioni di euro per Gomez. Braida, intanto, da alcuni mesi è in pensione e non ricopre più la carica di direttore generale per ragioni fiscali e amministrative. E’ consulente iscritto all’ordine dei direttori sportivi senza però potere di firma.
Scenario sempre più apocalittico per questo nostro povero Diavolo. Distruggere il tempio per ricostruire tutto dalle macerie: solo l'ecatombe finale di maggio potrà restituirci il Milan.
[LaStampa.it] Quando nel pomeriggio di ieri si è diffusa la notizia di un Carlo Ancelotti arrabbiato e non più disposto ad assecondare le esigenze personali di alcuni giocatori del Milan, il canale tematico rossonero è trasalito: «Milanello non è una caserma». Qualsiasi illazione di questi tempi viene considerata destabilizzante. Ancelotti però non si cura di ciò che viene detto all’esterno e sembra intenzionato a portare avanti le sue convinzioni. Nonostante le smentite, in questi giorni ha cambiato registro con la squadra ed ha assunto atteggiamenti più duri. La sconfitta casalinga con l’Atalanta (seconda di fila) ha costretto l’allenatore a rivedere i programmi di allenamento. Nessuno, sia chiaro, accusa la squadra di scarsa professionalità, ma per non lasciare niente al caso si è deciso di tenere il più possibile Maldini e compagni a Milanello. Ieri ad esempio, c’è stata una doppia seduta di allenamento, questa mattina invece i giocatori si ripresenteranno alle undici per una riunione tecnica. Non era mai successo durante la gestione Ancelotti, perché di tattica si parla generalmente alla vigilia. Il mini ritiro diventerà effettivo domani dal momento che Milan-Cagliari si giocherà di sabato. Per superare il momento no, non basta soltanto cambiare uomini (certi i recuperi di Inzaghi, Kakà, Cafu e Serginho) e modulo. Ancelotti e Galliani (che ieri ha visto Arsenal-Liverpool in un ristorante milanese con Roberto De Assis, fratello e procuratore di Ronaldinho), infatti, sono convinti che il problema sia anche di atteggiamento. Non è quindi un problema solo di condizione fisica se a San Siro ha raccolto la miseria di 19 punti.
Ancelotti spera di risolvere il problema facendo rivedere alla squadra le partite giocate e mettendo maggiormente in rilievo gli errori. Pare che abbia alzato la voce in un paio di occasioni e che i giocatori non se la siano presa più di tanto perché comprendono il momento. Se il Milan, infatti, dovesse restare fuori dall’Europa sarebbe il primo a pagare. Persino le certezze di Berlusconi mostrano qualche crepa. «Gli voglio bene, mi auguro che sia ancora lui il nostro allenatore», dice a Radio Kiss Kiss. Se lo augura, ma con quali rinforzi? «Cercheremo di portare campioni autentici». Anche alla luce dei rischi che corre attualmente, Ancelotti è intenzionato a chiedere garanzie per la prossima stagione, in particolare vuole avere un maggiore controllo sulla campagna acquisti. Non è un mistero, infatti, che non sia favorevole al ritorno di Shevchenko. L’allenatore del Milan desidera una squadra rifondata ed è stufo di veder arrivare a Milanello giocatori a parametro zero dalla scarsa affidabilità fisica. In difesa secondo lui c’è bisogno di un rinnovamento completo e non crede si possa risolvere la questione confermando Cafu, Serginho e Simic. Anche a centrocampo servono nuovi innesti: Gourcuff è stato definitivamente bocciato nonostante Berlusconi continui a pensare che sia un grande giocatore ed Emerson ha problemi ad entrambe le tibie. Gattuso, Pirlo e Ambrosini hanno bisogno di tirare il fiato. Capitolo Dida: c’è una richiesta del Lione, ma solo per il prestito. Il nodo, va da sè, è il mega-contratto: i francesi saranno disposti ad accollarselo? Galliani dovrà fare il mediatore, convincendo Berlusconi a investire cifre importanti e soprattutto a rimangiarsi la parola data a Sheva. A Leonardo, invece, il compito di setacciare il mercato. La strada però è in salita. Flamini vuole la garanzia di giocare in Champions ed è conteso dalla Juventus (al di là delle smentite di Wenger) mentre lo Stoccarda ha chiesto 50 milioni di euro per Gomez. Braida, intanto, da alcuni mesi è in pensione e non ricopre più la carica di direttore generale per ragioni fiscali e amministrative. E’ consulente iscritto all’ordine dei direttori sportivi senza però potere di firma.
Scenario sempre più apocalittico per questo nostro povero Diavolo. Distruggere il tempio per ricostruire tutto dalle macerie: solo l'ecatombe finale di maggio potrà restituirci il Milan.
02 aprile, 2008
SENATORI (segue)
Sheva vuole il Milan, un ritorno con rebus.
[Gazzetta.it] Ripartire, questo è sicuro. Ma se sia possibile e soprattutto utile ripartire dal Milan, nemmeno lui lo sa. Andriy Shevchenko si allena con le riserve del Chelsea, ogni tanto lo portano in panchina e non è certo questo la vita che voleva scegliendo Londra. Una stagione fa, l’attaccante ucraino non se l’è sentita di chiedere di essere lasciato andare: Abramovich aveva speso 45 milioni di euro per averlo e un anno non bastava a azzerare tutte le aspettative. Adesso è diverso. Due stagioni, poche partite, pochi gol. Sheva a Londra non è mai stato Sheva, forse soltanto per un mese. L’avventura è finita nella dimenticanza generale. E dopo tante chiacchiere dei tabloid, anche l’indifferenza e il silenzio sono una cosa buona per l’ex Pallone d’oro. Soprattutto, permettono un affare che quasi certamente si farà. Perché lo vuole Berlusconi e perché il Chelsea non sembra intenzionato, a questo punto, a chiedere cifre comparabili con quella spesa per portare l’ucraino in Inghilterra. Se non ci saranno sorprese, Shevchenko sarà liberato praticamente a costo zero. Poi vedrà se il Milan lo vuole davvero e il Milan non è soltanto Berlusconi.
Andriy a 31 si sente integro, pieno di forza e di motivazioni. In effetti, è difficile pensare che non ne abbia un campione che per due stagioni si è ritrovato ai margini di un club che per almeno due anni lo aveva corteggiato con insistenza. Le motivazioni ci sono, perché Shevchenko ha voglia di giocare e anche di dimostrare di poter dare tanto. Sa di non essere più quello di quattro anni fa, ma questo è comprensibile. Dunque, armato di stimoli e di nuove consapevolezza vorrebbe tornare a Milano, ma solo se saprà che a Milano lo vogliono. Non ha nessuna intenzione di infilarsi in un altro vicolo cieco, con un altro allenatore pronto a fargli la guerra. Questo vorrà chiarire appena il fair play di una stagione ancora in corso, anche se non per lui, gli permetterà di parlarne con Ancelotti. Ma Ancelotti non è contento di riaverlo. Ha dubbi sulle sue motivazioni e anche sulla sua utilità tattica. Per il 2008-2009 punta ovviamente su Pato e alla società ha chiesto un attaccante diverso. Forse le ultime dichiarazioni su Sheva sono state fatte anche per ricordare al club che il ritorno dell’ucraino non dovrebbe chiudere la campagna attaccanti, ma resta il fatto che sono state dichiarazioni piuttosto pesanti.
Shevchenko aspetta, ormai è abituato, poi quando sarà il momento chiederà. Tornare a Milano è un rischio anche per lui: ridursi l’ingaggio non sarà un problema, rinunciare al numero 7, sulle spalle di Pato, neppure. E Shevchenko ha sufficienti energie per ricominciare daccapo: le partite che continua a giocare con la nazionale ucraina sono la dimostrazione di un’efficienza fisica ritrovata e di un sentimento del gol conservato. Ma Milano-bis resta un rischio, perché Shevchenko potrebbe trasformarsi nell’ideale capro espiatorio se la stagione della squadra andasse ancora storta. Eppure Andriy è disposto probabilmente a correre il pericolo e ad accettare la freddezza iniziale dei tifosi. L’unico rischio che non vuole correre è di tornare e casa e scoprire che nessuno lo vuole. Dopo due anni di nulla, ritrovarsi a Milanello per piombare in un’altra battaglia di nervi sarebbe la peggiore delle beffe. Tanto varrebbe ripartire da zero. Altrove, ma veramente altrove.
Ora che il Boia di Reggiolo è uscito allo scoperto, cade il velo dell'ipocrisia di due anni e le miserevoli verità del popolo bue si mostrano finalmente per quello che son sempre state. Lo scenario che dipinge oggi il foglio rosa (la sponda buona del Balon d'Or, come ha ben imparato il povero Ordine) è agghiacciante ma del tutto verosimile: a queste condizioni, se pure a malincuore, per Sheva (e per Shevalove) meglio chiudere col Milan. Per sempre.
[Gazzetta.it] Ripartire, questo è sicuro. Ma se sia possibile e soprattutto utile ripartire dal Milan, nemmeno lui lo sa. Andriy Shevchenko si allena con le riserve del Chelsea, ogni tanto lo portano in panchina e non è certo questo la vita che voleva scegliendo Londra. Una stagione fa, l’attaccante ucraino non se l’è sentita di chiedere di essere lasciato andare: Abramovich aveva speso 45 milioni di euro per averlo e un anno non bastava a azzerare tutte le aspettative. Adesso è diverso. Due stagioni, poche partite, pochi gol. Sheva a Londra non è mai stato Sheva, forse soltanto per un mese. L’avventura è finita nella dimenticanza generale. E dopo tante chiacchiere dei tabloid, anche l’indifferenza e il silenzio sono una cosa buona per l’ex Pallone d’oro. Soprattutto, permettono un affare che quasi certamente si farà. Perché lo vuole Berlusconi e perché il Chelsea non sembra intenzionato, a questo punto, a chiedere cifre comparabili con quella spesa per portare l’ucraino in Inghilterra. Se non ci saranno sorprese, Shevchenko sarà liberato praticamente a costo zero. Poi vedrà se il Milan lo vuole davvero e il Milan non è soltanto Berlusconi.
Andriy a 31 si sente integro, pieno di forza e di motivazioni. In effetti, è difficile pensare che non ne abbia un campione che per due stagioni si è ritrovato ai margini di un club che per almeno due anni lo aveva corteggiato con insistenza. Le motivazioni ci sono, perché Shevchenko ha voglia di giocare e anche di dimostrare di poter dare tanto. Sa di non essere più quello di quattro anni fa, ma questo è comprensibile. Dunque, armato di stimoli e di nuove consapevolezza vorrebbe tornare a Milano, ma solo se saprà che a Milano lo vogliono. Non ha nessuna intenzione di infilarsi in un altro vicolo cieco, con un altro allenatore pronto a fargli la guerra. Questo vorrà chiarire appena il fair play di una stagione ancora in corso, anche se non per lui, gli permetterà di parlarne con Ancelotti. Ma Ancelotti non è contento di riaverlo. Ha dubbi sulle sue motivazioni e anche sulla sua utilità tattica. Per il 2008-2009 punta ovviamente su Pato e alla società ha chiesto un attaccante diverso. Forse le ultime dichiarazioni su Sheva sono state fatte anche per ricordare al club che il ritorno dell’ucraino non dovrebbe chiudere la campagna attaccanti, ma resta il fatto che sono state dichiarazioni piuttosto pesanti.
Shevchenko aspetta, ormai è abituato, poi quando sarà il momento chiederà. Tornare a Milano è un rischio anche per lui: ridursi l’ingaggio non sarà un problema, rinunciare al numero 7, sulle spalle di Pato, neppure. E Shevchenko ha sufficienti energie per ricominciare daccapo: le partite che continua a giocare con la nazionale ucraina sono la dimostrazione di un’efficienza fisica ritrovata e di un sentimento del gol conservato. Ma Milano-bis resta un rischio, perché Shevchenko potrebbe trasformarsi nell’ideale capro espiatorio se la stagione della squadra andasse ancora storta. Eppure Andriy è disposto probabilmente a correre il pericolo e ad accettare la freddezza iniziale dei tifosi. L’unico rischio che non vuole correre è di tornare e casa e scoprire che nessuno lo vuole. Dopo due anni di nulla, ritrovarsi a Milanello per piombare in un’altra battaglia di nervi sarebbe la peggiore delle beffe. Tanto varrebbe ripartire da zero. Altrove, ma veramente altrove.
Ora che il Boia di Reggiolo è uscito allo scoperto, cade il velo dell'ipocrisia di due anni e le miserevoli verità del popolo bue si mostrano finalmente per quello che son sempre state. Lo scenario che dipinge oggi il foglio rosa (la sponda buona del Balon d'Or, come ha ben imparato il povero Ordine) è agghiacciante ma del tutto verosimile: a queste condizioni, se pure a malincuore, per Sheva (e per Shevalove) meglio chiudere col Milan. Per sempre.
01 aprile, 2008
PAROLA DI SILVIO (segue)
Berlusconi: Ancelotti è il meglio e torna Sheva.
Siccome si tratta di Inghilterra, Silvio Berlusconi parte in inglese. «Sa come diceva la Thatcher all'Unione Europea?I want my money back. E io rivoglio indietro il mio Sheva». Ma il suo allenatore ha appena lasciato intendere che è un traditore, ha detto che non farebbe una buona coppia con Pato... Il presidente del Milan addenta un maccherone e fa un gesto con la mano come dire, tutto passa.
Shevchenko ha scelto il Chelsea per via della moglie?
«Le donne sono padrone in certe situazioni. Kristen è una brava ragazza, intelligente. È stato fatto un errore di valutazione. Shevchenko sarebbe un buon ritorno per noi».
I tifosi fischiano, si lamentano, vogliono gente nuova.
«I tifosi devono stare tranquilli, c'è il massimo impegno per fare un altro grande Milan. Rinnoveremo, ma con prudenza, passione, buon senso, come abbiamo sempre fatto. Nel calcio l'alternanza è ineluttabile. Dopo un grande ciclo arriva sempre l'onda di ritorno».
C'è chi si chiede invece se non sia finito il ciclo di Ancelotti.
«Carletto va benissimo. Si cambia per migliorare. Per il Milan chi potrei trovare di meglio?».
Ci dica intanto chi prenderà per rinforzare il Milan...
«Cominceremo rinnovando la difesa. Ma non è giusto parlare di mercato adesso. E ricordo anche che è vero, il rendimento del Milan in campionato è insufficiente e il rendimento a San Siro resta un mistero incomprensibile. Ma questa stagione è cominciata benissimo, abbiamo vinto la Supercoppa europea e il Mondiale, e penso ancora che possiamo arrivare quarti...».
Come si spiega le difficoltà?
«L'infortunio di Ronaldo ci ha penalizzato pesantemente. Io avevo pensato la squadra con il trio delle meraviglie, Kakà dietro a Pato e Ronaldo. Senza Ronie è diventato tutto complicato. Se avrà voglia tornerà. Io vorrei fargli un contratto a rendimento, per stimolarlo».
Chi vincerà lo scudetto?
«L'Inter. La Roma ha perso una buona occasione nel derby».
da La Gazzetta dello Sport di oggi.
Siccome si tratta di Inghilterra, Silvio Berlusconi parte in inglese. «Sa come diceva la Thatcher all'Unione Europea?I want my money back. E io rivoglio indietro il mio Sheva». Ma il suo allenatore ha appena lasciato intendere che è un traditore, ha detto che non farebbe una buona coppia con Pato... Il presidente del Milan addenta un maccherone e fa un gesto con la mano come dire, tutto passa.
Shevchenko ha scelto il Chelsea per via della moglie?
«Le donne sono padrone in certe situazioni. Kristen è una brava ragazza, intelligente. È stato fatto un errore di valutazione. Shevchenko sarebbe un buon ritorno per noi».
I tifosi fischiano, si lamentano, vogliono gente nuova.
«I tifosi devono stare tranquilli, c'è il massimo impegno per fare un altro grande Milan. Rinnoveremo, ma con prudenza, passione, buon senso, come abbiamo sempre fatto. Nel calcio l'alternanza è ineluttabile. Dopo un grande ciclo arriva sempre l'onda di ritorno».
C'è chi si chiede invece se non sia finito il ciclo di Ancelotti.
«Carletto va benissimo. Si cambia per migliorare. Per il Milan chi potrei trovare di meglio?».
Ci dica intanto chi prenderà per rinforzare il Milan...
«Cominceremo rinnovando la difesa. Ma non è giusto parlare di mercato adesso. E ricordo anche che è vero, il rendimento del Milan in campionato è insufficiente e il rendimento a San Siro resta un mistero incomprensibile. Ma questa stagione è cominciata benissimo, abbiamo vinto la Supercoppa europea e il Mondiale, e penso ancora che possiamo arrivare quarti...».
Come si spiega le difficoltà?
«L'infortunio di Ronaldo ci ha penalizzato pesantemente. Io avevo pensato la squadra con il trio delle meraviglie, Kakà dietro a Pato e Ronaldo. Senza Ronie è diventato tutto complicato. Se avrà voglia tornerà. Io vorrei fargli un contratto a rendimento, per stimolarlo».
Chi vincerà lo scudetto?
«L'Inter. La Roma ha perso una buona occasione nel derby».
da La Gazzetta dello Sport di oggi.
31 marzo, 2008
29 marzo, 2008
SENATORI (segue)
Mercato e quarto posto nei pensieri di Ancelotti.
[Agi/Italpress] La mente dovrebbe essere rivolta al campionato e a un quarto posto vitale come l’aria, ma la tentazione è forte. La tentazione di sapere se e come sarà il Milan del futuro, dal momento che la primavera è la stagione che porta con sè le novità più importanti. Il fermento del calciomercato c'è già, lo si sente in ogni discorso, e le parole in questa fase pesano come macigni. Ecco perché quello che Carlo Ancelotti afferma circa la compatibilità tra Pato e il figliol prodigo Shevchenko non passerà sotto silenzio e creerà più di un malumore, soprattutto nel presidente Berlusconi, il primo a voler rivedere Sheva con la casacca rossonera. «Come coppia non sono l’ideale - entra a piedi uniti il tecnico - perché sono due attaccanti con caratteristiche abbastanza simili. Si muovono su tutto il fronte d’attacco e non sono statici. Una coesione tra due grandi giocatori - prova a correggere - è però possibile». Se non è una bocciatura, poco ci manca.
Meglio allora girare la questione, e sondare il terreno su chi potrebbe far coppia con l’astro nascente brasiliano. «I giocatori che possono coesistere più facilmente sono i giocatori con caratteristiche diverse - spiega Ancelotti - ad esempio Gomez ha caratteristiche diverse da Pato, è alto e meno veloce, sta più in area di rigore, ma anche Gilardino è compatibile con Pato. Borriello? Ha caratteristiche diverse dal brasiliano, quindi è compatibile». Tirando le somme le indicazioni sono chiare: no a Shevchenko, sì a uno tra Borriello e Gomez, con Gilardino citato a puro titolo di cortesia: «Il suo procuratore dice che non ha giocato molto? Le sue chance le ha sempre avute, penso che sia stato uno dei giocatori più utilizzati quest’anno». Se sul fronte mercato le cose sono in costante evoluzione, diverso è il discorso per quanto riguarda le panchine, che Ancelotti vede ben più stabili di quanto si senta dire in giro. «Le panchine di Juventus, Fiorentina, Milan e Roma mi sembrano molto stabili - afferma - non dico anche quella dell’Inter perché dopo le dichiarazioni di Mancini credo che alla fine dell’anno ci sarà un chiarimento con la società».
Il tempo è galantuomo e Shevalove ha parlato sempre in tempi non sospetti: nel Senato di Milanello, Ancelotti fu il primo cecchino del Balon d'Or. Al di là del buonismo paciarone imparato in gioventù sulle sponde del Tevere, dove auspichiamo di rivedere a luglio il pervicace di Reggiolo.
[Agi/Italpress] La mente dovrebbe essere rivolta al campionato e a un quarto posto vitale come l’aria, ma la tentazione è forte. La tentazione di sapere se e come sarà il Milan del futuro, dal momento che la primavera è la stagione che porta con sè le novità più importanti. Il fermento del calciomercato c'è già, lo si sente in ogni discorso, e le parole in questa fase pesano come macigni. Ecco perché quello che Carlo Ancelotti afferma circa la compatibilità tra Pato e il figliol prodigo Shevchenko non passerà sotto silenzio e creerà più di un malumore, soprattutto nel presidente Berlusconi, il primo a voler rivedere Sheva con la casacca rossonera. «Come coppia non sono l’ideale - entra a piedi uniti il tecnico - perché sono due attaccanti con caratteristiche abbastanza simili. Si muovono su tutto il fronte d’attacco e non sono statici. Una coesione tra due grandi giocatori - prova a correggere - è però possibile». Se non è una bocciatura, poco ci manca.
Meglio allora girare la questione, e sondare il terreno su chi potrebbe far coppia con l’astro nascente brasiliano. «I giocatori che possono coesistere più facilmente sono i giocatori con caratteristiche diverse - spiega Ancelotti - ad esempio Gomez ha caratteristiche diverse da Pato, è alto e meno veloce, sta più in area di rigore, ma anche Gilardino è compatibile con Pato. Borriello? Ha caratteristiche diverse dal brasiliano, quindi è compatibile». Tirando le somme le indicazioni sono chiare: no a Shevchenko, sì a uno tra Borriello e Gomez, con Gilardino citato a puro titolo di cortesia: «Il suo procuratore dice che non ha giocato molto? Le sue chance le ha sempre avute, penso che sia stato uno dei giocatori più utilizzati quest’anno». Se sul fronte mercato le cose sono in costante evoluzione, diverso è il discorso per quanto riguarda le panchine, che Ancelotti vede ben più stabili di quanto si senta dire in giro. «Le panchine di Juventus, Fiorentina, Milan e Roma mi sembrano molto stabili - afferma - non dico anche quella dell’Inter perché dopo le dichiarazioni di Mancini credo che alla fine dell’anno ci sarà un chiarimento con la società».
Il tempo è galantuomo e Shevalove ha parlato sempre in tempi non sospetti: nel Senato di Milanello, Ancelotti fu il primo cecchino del Balon d'Or. Al di là del buonismo paciarone imparato in gioventù sulle sponde del Tevere, dove auspichiamo di rivedere a luglio il pervicace di Reggiolo.
28 marzo, 2008
IL COMMISSIONER PELATO (segue)
Finalmente sedici.
Non è un argomento da titolo come la confidenza di Drogba sul suo futuro interista, Shevchenko che sogna il ritorno al Milan o Lampard che ha già trovato casa a Torino (titoli realmente letti sulla stampa italiana dell'ultimo mese: questo Chelsea deve essere un inferno...), ma il ricorso di Sky all’Unione Europea è senz’altro più importante per l’assegnazione degli scudetti futuri. E non è un caso che i media abbiano quasi totalmente oscurato la vicenda, dal momento che gli editori puri di quotidiani e tivù (diverso per i libri) non esistono più da decenni. Per farla breve, da più di una settimana l’emittente di Murdoch ha presentato presso la Commissione Europea un ricorso contro la legge sui diritti televisivi, il cui volto è stato quello di Giovanna Melandri, perché lederebbe i diritti della concorrenza. Verissimo, da buone ultime ruote del carro l’abbiamo scritto sei mesi fa dopo avere consultato i nostri legali (in realtà uno solo, ma parlare al plurale fa effetto: ce l’ha insegnato quel direttore querelomane finito a fare l'ultrà): una norma anticostituzionale, perché va a toccare la libertà di impresa imponendo la vendita collettiva, prima ancora che contro un fantomatico mercato. Diciamo fantomatico perché si sta parlando dei soliti tre, quattro soggetti che decidono a tavolino come spartirsi tutto: a meno che non esista qualcuno di così stupido da rinunciare alla squadre con più tifosi per puntare su realtà geografiche e sportive dallo share infinitesimale. Per questo il ricorso di Sky è sembrato improvvisato, con argomentazioni quasi pretestuose, ispirato in fretta e furia, quasi a voler prevenire l’intervento in ordine sparso dei proprietari di società con tanti potenziali teleabbonati: prima di tutti Zamparini, che fra un esonero e l’altro (mentre scriviamo l'allenatore è Colantuono) aveva visto giusto parlando in Lega di anticostituzionalità, poi De Laurentiis convinto che in tutto il mondo ci sia voglia di Napoli, infine tutti gli altri medi con ambizioni. In una trascurata intervista ad Antenna Tre, Berlusconi aveva fatto intuire che la legge Melandri avrebbe avuto vita breve, ma non poteva certo mandare allo sbaraglio un Galliani che vuole giocarsi bene le sue carte da commissioner di una Lega depurata dalla B e dai piccoli. Una lega che vada verso un campionato semichiuso a 16 squadre, magari con fase a orologio per allungare il brodo e playoff per vendere qualche superevento anche al chiaro oltre al metadone della pay per noi tossici. Un presidente di queste medie con ambizioni ha spiegato qualche giorno fa ai suoi più stretti collaboratori che Matarrese ha i mesi contati, a meno che non si esibisca nell’ennesimo carpiato alla Louganis abbandonando la provincia al suo destino; e che milanesi, romane, Juve e Fiorentina hanno strategie diverse pur nella comune lotta alla legge comunista. Bianconeri e Inter vorrebbero tornare ai vecchi diritti soggettivi, che poi sono all’origine dei contratti in essere fino al 2010, Fiorentina e Lazio vorrebbero mettersi di traverso spuntando cifre superiori al numero assoluto dei propri tifosi (con questo trucco: stadio virtuale, cioè percentuale di diritti alla squadra in trasferta, del 19 per 100 quando in trasferta ci sono le piccole, e del 50 quando ci sono le sei sorelle), la Roma sta nel mezzo ed il Milan culturalmente starebbe con Moratti e Cobolli ma praticamente ha una mission che per il gruppo conta più della Champions League: sventare la nascita di quella tivù della Lega vagheggiata da Matarrese e ben delineata nel progetto di un giornalista oggi curiosamente alle dipendenze di Berlusconi, per salvare il digitale terrestre di Mediaset e le televisioni del finto nemico Murdoch. Che solo l’antiberlusconismo viscerale genere Micromega poteva trasformare in uno di sinistra... Conclusione: la serie A a sedici squadre è più vicina di quanto l'appassionato medio pensi, stando ad alcuni dei presidenti interessati. L'obiettivo sarebbe farla partire nel 2010: tutta in pay, con qualcosa di bello in chiaro, e magari il nostro Super Bowl. Massimo due romozioni/retrocessioni, temperate da criteri di ammissione oggettivi (tipo numero di abitanti della provincia, abbonati, eccetera). Secondo il manuale del giornalista sportivo dovremmo scrivere un'editorialessa sui bei tempi andati, ma onestamente ci sembra una buona idea.
di Stefano OIivari, su Settimana Sportiva
Non è un argomento da titolo come la confidenza di Drogba sul suo futuro interista, Shevchenko che sogna il ritorno al Milan o Lampard che ha già trovato casa a Torino (titoli realmente letti sulla stampa italiana dell'ultimo mese: questo Chelsea deve essere un inferno...), ma il ricorso di Sky all’Unione Europea è senz’altro più importante per l’assegnazione degli scudetti futuri. E non è un caso che i media abbiano quasi totalmente oscurato la vicenda, dal momento che gli editori puri di quotidiani e tivù (diverso per i libri) non esistono più da decenni. Per farla breve, da più di una settimana l’emittente di Murdoch ha presentato presso la Commissione Europea un ricorso contro la legge sui diritti televisivi, il cui volto è stato quello di Giovanna Melandri, perché lederebbe i diritti della concorrenza. Verissimo, da buone ultime ruote del carro l’abbiamo scritto sei mesi fa dopo avere consultato i nostri legali (in realtà uno solo, ma parlare al plurale fa effetto: ce l’ha insegnato quel direttore querelomane finito a fare l'ultrà): una norma anticostituzionale, perché va a toccare la libertà di impresa imponendo la vendita collettiva, prima ancora che contro un fantomatico mercato. Diciamo fantomatico perché si sta parlando dei soliti tre, quattro soggetti che decidono a tavolino come spartirsi tutto: a meno che non esista qualcuno di così stupido da rinunciare alla squadre con più tifosi per puntare su realtà geografiche e sportive dallo share infinitesimale. Per questo il ricorso di Sky è sembrato improvvisato, con argomentazioni quasi pretestuose, ispirato in fretta e furia, quasi a voler prevenire l’intervento in ordine sparso dei proprietari di società con tanti potenziali teleabbonati: prima di tutti Zamparini, che fra un esonero e l’altro (mentre scriviamo l'allenatore è Colantuono) aveva visto giusto parlando in Lega di anticostituzionalità, poi De Laurentiis convinto che in tutto il mondo ci sia voglia di Napoli, infine tutti gli altri medi con ambizioni. In una trascurata intervista ad Antenna Tre, Berlusconi aveva fatto intuire che la legge Melandri avrebbe avuto vita breve, ma non poteva certo mandare allo sbaraglio un Galliani che vuole giocarsi bene le sue carte da commissioner di una Lega depurata dalla B e dai piccoli. Una lega che vada verso un campionato semichiuso a 16 squadre, magari con fase a orologio per allungare il brodo e playoff per vendere qualche superevento anche al chiaro oltre al metadone della pay per noi tossici. Un presidente di queste medie con ambizioni ha spiegato qualche giorno fa ai suoi più stretti collaboratori che Matarrese ha i mesi contati, a meno che non si esibisca nell’ennesimo carpiato alla Louganis abbandonando la provincia al suo destino; e che milanesi, romane, Juve e Fiorentina hanno strategie diverse pur nella comune lotta alla legge comunista. Bianconeri e Inter vorrebbero tornare ai vecchi diritti soggettivi, che poi sono all’origine dei contratti in essere fino al 2010, Fiorentina e Lazio vorrebbero mettersi di traverso spuntando cifre superiori al numero assoluto dei propri tifosi (con questo trucco: stadio virtuale, cioè percentuale di diritti alla squadra in trasferta, del 19 per 100 quando in trasferta ci sono le piccole, e del 50 quando ci sono le sei sorelle), la Roma sta nel mezzo ed il Milan culturalmente starebbe con Moratti e Cobolli ma praticamente ha una mission che per il gruppo conta più della Champions League: sventare la nascita di quella tivù della Lega vagheggiata da Matarrese e ben delineata nel progetto di un giornalista oggi curiosamente alle dipendenze di Berlusconi, per salvare il digitale terrestre di Mediaset e le televisioni del finto nemico Murdoch. Che solo l’antiberlusconismo viscerale genere Micromega poteva trasformare in uno di sinistra... Conclusione: la serie A a sedici squadre è più vicina di quanto l'appassionato medio pensi, stando ad alcuni dei presidenti interessati. L'obiettivo sarebbe farla partire nel 2010: tutta in pay, con qualcosa di bello in chiaro, e magari il nostro Super Bowl. Massimo due romozioni/retrocessioni, temperate da criteri di ammissione oggettivi (tipo numero di abitanti della provincia, abbonati, eccetera). Secondo il manuale del giornalista sportivo dovremmo scrivere un'editorialessa sui bei tempi andati, ma onestamente ci sembra una buona idea.
di Stefano OIivari, su Settimana Sportiva
12 marzo, 2008
PAROLA DI SILVIO (segue)
Un tesoretto da 50 milioni per ridisegnare la squadra.
Nella prossima campagna acquisti estiva il Milan potrà fare affidamento su almeno 50 milioni di euro. Sarebbe questa l’entità del "tesoretto" messo a disposizione dal presidente Berlusconi. Il numero uno di via Turati, intervenendo lunedì sera in diretta ad Antenna 3 Lombardia, ha fatto una promessa importante: l’acquisto di un fuoriclasse, con chiaro riferimento ad un attaccante di un certo peso e prestigio. Gli indizi conducono a uno fra Drogba, Amauri e Adebayor. Quest’ultimo appare sfavorito per il fatto che è extracomunitario e, quindi, toglierebbe il posto al rientrante Shevchenko. La scelta verrebbe ridotta a Drogba e Amauri. L’ivoriano e il brasiliano sono soggetti a una discriminante che potrebbe fare la differenza. Drogba viene valutato dal Chelsea almeno 35 milioni di euro. Zamparini ha fissato in 25 milioni di euro il prezzo di Amauri. Berlusconi ha annunciato anche un intervento piuttosto importante anche in difesa. Il gettonatissimo Zambrotta sta già preparando le valigie e dovrebbe costare almeno 6 milioni di euro, poco più della metà di quanto l’aveva pagato il Barcellona. Il rientro alla base di Marzoratti contribuirebbe ad abbassare l’età media dell’organico milanista. Scontato il divorzio da Dida, in via Turati ci si sta interrogando sull’eventualità di puntare anche su un portiere esperto e affermato come Frey (valutato almeno 20 milioni di euro) oppure su un giovane promettente come Lloris, anche lui francese, attualmente fra i pali del Nizza. Si tratta di una scommessa del valore di 3,5 milioni di euro. La campagna acquisti rossonera dovrebbe essere completata dagli ingaggi di Shevchenko (ceduto in prestito gratuito dal Chelsea) e da Flamini. Il potente centrocampista dell’Arsenal è in scadenza di contratto e il Milan l’ha già opzionato.
dal Corriere dello Sport di oggi.
Nella prossima campagna acquisti estiva il Milan potrà fare affidamento su almeno 50 milioni di euro. Sarebbe questa l’entità del "tesoretto" messo a disposizione dal presidente Berlusconi. Il numero uno di via Turati, intervenendo lunedì sera in diretta ad Antenna 3 Lombardia, ha fatto una promessa importante: l’acquisto di un fuoriclasse, con chiaro riferimento ad un attaccante di un certo peso e prestigio. Gli indizi conducono a uno fra Drogba, Amauri e Adebayor. Quest’ultimo appare sfavorito per il fatto che è extracomunitario e, quindi, toglierebbe il posto al rientrante Shevchenko. La scelta verrebbe ridotta a Drogba e Amauri. L’ivoriano e il brasiliano sono soggetti a una discriminante che potrebbe fare la differenza. Drogba viene valutato dal Chelsea almeno 35 milioni di euro. Zamparini ha fissato in 25 milioni di euro il prezzo di Amauri. Berlusconi ha annunciato anche un intervento piuttosto importante anche in difesa. Il gettonatissimo Zambrotta sta già preparando le valigie e dovrebbe costare almeno 6 milioni di euro, poco più della metà di quanto l’aveva pagato il Barcellona. Il rientro alla base di Marzoratti contribuirebbe ad abbassare l’età media dell’organico milanista. Scontato il divorzio da Dida, in via Turati ci si sta interrogando sull’eventualità di puntare anche su un portiere esperto e affermato come Frey (valutato almeno 20 milioni di euro) oppure su un giovane promettente come Lloris, anche lui francese, attualmente fra i pali del Nizza. Si tratta di una scommessa del valore di 3,5 milioni di euro. La campagna acquisti rossonera dovrebbe essere completata dagli ingaggi di Shevchenko (ceduto in prestito gratuito dal Chelsea) e da Flamini. Il potente centrocampista dell’Arsenal è in scadenza di contratto e il Milan l’ha già opzionato.
dal Corriere dello Sport di oggi.
07 marzo, 2008
SENATORI (segue)
Sheva, con 10 milioni si scappa dal Chelsea.
Un affare di famiglia. Nella notte dopo l'eliminazione, il presidente Berlusconi è tornato più forte e più chiaramente che mai sulla scelta di cuore («Voglio riprendermi Shevchenko») e ieri, davanti alle telecamere di Sky, anche Paolo Maldini ha fatto la sua dichiarazione di voto: «Sheva ha già fatto 200 gol per il Milan, quelli che hanno fatto bene per il Milan hanno sempre una porta aperta». La sera del 20 febbraio, dopo lo 0 a 0 all'Emirates contro l'Arsenal, Shevchenko salì sul pullman del Milan e andò a cena con i suoi ex compagni. In albergo, c'erano già i familiari ad aspettare. Adriana Maldini era seduta a tavola con Kristen Shevchenko.
Tante voci si sono diffuse subito dopo l'eliminazione del Milan dalla Champions e qualcuno parla di contatti fra la moglie dell'ucraino e agenti immobiliari: i due cercherebbero casa a Milano. In realtà, i due non hanno necessità immediata di un appartamento, visto che ne hanno conservato uno nella zona più elegante del centro. L'unica certezza, nella nebbia che ancora avvolge la carriera di Shevchenko, è che l'ucraino in nessun caso resterà a Londra. E non ci sono molte squadre, Milan a parte, per le quali abbia voglia di traslocare.
E non ci sono neppure molte offerte valide: due anni di Chelsea hanno sensibilmente ridotto il suo appeal, però anche il valore del suo cartellino è cambiato e questo per il Milan potrebbe essere un vantaggio. Perché quello che non si poteva fare per motivi economici dopo la finale di Atene si può fare adesso: Sheva potrebbe costare 10 milioni di euro, ed è stato ceduto per 45. I tifosi del Milan protestano perché non vogliono più giocatori «a fine carriera», come scrivono su molti siti, ma è difficile che Berlusconi in questo momento spenda 40 milioni per un attaccante: i messaggi dell'altra notte sono chiarissimi.
Nonostante le due stagioni di riposo più o meno forzato, causato in principio da Mourinho, poi dai suoi guai fisici, infine dalla eccezionale concorrenza (Drogba, Salomon Kalou, Anelka, Wright Phillips), l'ucraino si ritiene in ottime condizioni, e lo stesso pensano fisioterapisti e preparatori che lavorano con lui. Shevchenko si allena accanitamente, anche da solo quando non può farlo con le riserve del Chelsea: ieri ha sostenuto dei test di velocità e i risultati sono brillanti. Fisicamente, l'ucraino c'è. Il resto dovrà valutarlo il Milan, ma è chiaro che il ritorno a casa (così la famiglia Shevchenko considera Milano) è il desiderio più grande.
da La Gazzetta dello Sport di oggi.
Osservo con un occhio evidentemente interessato l'evoluzione recente della comunicazione mediatica sul tema che mi sta a cuore. A parte il tam-tam ogni giorno più insistente del foglio nazionale - ma si sa (ne sa qualcosa anche il povero Ordine) che la sponda rosa è quella buona - rilevo che il Senato di Milanello ha già iniziato a manifestare le proprie dichiarazioni di voto, come si legge sopra. Dico il Senato delle famose «tre componenti» di Galliani, quello del «veto tecnico», insomma quello che ha scagliato lontano il Balon d'Or un paio d'estati or sono. Ebbene, detto di Maldini (dichiarazione sommamente diplomatica, dichiarazione da prossimo dirigente non giocatore), riporto nei commenti una carrellata di opinioni rubate fra le righe. Ciò che conta è che oggi si trova il coraggio di pubblicare una verità che su questo blog si racconta da mesi: il presidente non investirà per ricostruire. E allora, per quale motivo dovrebbe essere Sheva l'eccezione alla regola di cinque anni di gestione al risparmio del club?
Un affare di famiglia. Nella notte dopo l'eliminazione, il presidente Berlusconi è tornato più forte e più chiaramente che mai sulla scelta di cuore («Voglio riprendermi Shevchenko») e ieri, davanti alle telecamere di Sky, anche Paolo Maldini ha fatto la sua dichiarazione di voto: «Sheva ha già fatto 200 gol per il Milan, quelli che hanno fatto bene per il Milan hanno sempre una porta aperta». La sera del 20 febbraio, dopo lo 0 a 0 all'Emirates contro l'Arsenal, Shevchenko salì sul pullman del Milan e andò a cena con i suoi ex compagni. In albergo, c'erano già i familiari ad aspettare. Adriana Maldini era seduta a tavola con Kristen Shevchenko.
Tante voci si sono diffuse subito dopo l'eliminazione del Milan dalla Champions e qualcuno parla di contatti fra la moglie dell'ucraino e agenti immobiliari: i due cercherebbero casa a Milano. In realtà, i due non hanno necessità immediata di un appartamento, visto che ne hanno conservato uno nella zona più elegante del centro. L'unica certezza, nella nebbia che ancora avvolge la carriera di Shevchenko, è che l'ucraino in nessun caso resterà a Londra. E non ci sono molte squadre, Milan a parte, per le quali abbia voglia di traslocare.
E non ci sono neppure molte offerte valide: due anni di Chelsea hanno sensibilmente ridotto il suo appeal, però anche il valore del suo cartellino è cambiato e questo per il Milan potrebbe essere un vantaggio. Perché quello che non si poteva fare per motivi economici dopo la finale di Atene si può fare adesso: Sheva potrebbe costare 10 milioni di euro, ed è stato ceduto per 45. I tifosi del Milan protestano perché non vogliono più giocatori «a fine carriera», come scrivono su molti siti, ma è difficile che Berlusconi in questo momento spenda 40 milioni per un attaccante: i messaggi dell'altra notte sono chiarissimi.
Nonostante le due stagioni di riposo più o meno forzato, causato in principio da Mourinho, poi dai suoi guai fisici, infine dalla eccezionale concorrenza (Drogba, Salomon Kalou, Anelka, Wright Phillips), l'ucraino si ritiene in ottime condizioni, e lo stesso pensano fisioterapisti e preparatori che lavorano con lui. Shevchenko si allena accanitamente, anche da solo quando non può farlo con le riserve del Chelsea: ieri ha sostenuto dei test di velocità e i risultati sono brillanti. Fisicamente, l'ucraino c'è. Il resto dovrà valutarlo il Milan, ma è chiaro che il ritorno a casa (così la famiglia Shevchenko considera Milano) è il desiderio più grande.
da La Gazzetta dello Sport di oggi.
Osservo con un occhio evidentemente interessato l'evoluzione recente della comunicazione mediatica sul tema che mi sta a cuore. A parte il tam-tam ogni giorno più insistente del foglio nazionale - ma si sa (ne sa qualcosa anche il povero Ordine) che la sponda rosa è quella buona - rilevo che il Senato di Milanello ha già iniziato a manifestare le proprie dichiarazioni di voto, come si legge sopra. Dico il Senato delle famose «tre componenti» di Galliani, quello del «veto tecnico», insomma quello che ha scagliato lontano il Balon d'Or un paio d'estati or sono. Ebbene, detto di Maldini (dichiarazione sommamente diplomatica, dichiarazione da prossimo dirigente non giocatore), riporto nei commenti una carrellata di opinioni rubate fra le righe. Ciò che conta è che oggi si trova il coraggio di pubblicare una verità che su questo blog si racconta da mesi: il presidente non investirà per ricostruire. E allora, per quale motivo dovrebbe essere Sheva l'eccezione alla regola di cinque anni di gestione al risparmio del club?
HAPPY HOUR
La vita è adesso, soprattutto nello sport professionistico. Per questo nessun ciclo del Milan si è interrotto a San Siro contro l'Arsenal, al di là della lezione di calcio data per 180 minuti da Wenger: perché, bisogna ricordarlo, la stessa rosa dei Gunners allenata non da un passante ma, mettiamo, da Trapattoni, anche contro un Milan logoro avrebbe faticato ad uscire dalla metà campo. Tolti Fabregas e Van Persie (che era in panchina, in ogni caso), una squadra di giocatori medi ma nel fiore degli anni e bene allenati potrebbe far trarre l'affrettata conclusione che questo Milan sia da pensionare. Ma dove? Anche senza la scontata citazione delle recenti vittorie, a livello di primi undici per una squadra che deve vincere nel presente, tolto Maldini l'età è quella giusta. I due uomini da vetrina, Kakà e Pirlo, hanno 26 e 29 anni, la difesa con Zambrotta (che comunque ha la stessa età di Jankulovski) al posto di Maldini sarebbe tutta di gente intorno alla trentina, Seedorf (che anche zoppo è il giocatore decisivo di Ancelotti nelle partite senza domani: non a caso mancava) si può sempre gestire, Pato può solo crescere, tutti gli altri sono tranquillamente sostituibili con giocatori sul mercato. Drogba fa titolo, ma con meno di 20 milioni l'attaccante ideale, per fisico e tecnica, per aprire il campo a Kakà e Pato esiste già e si chiama Amauri. Non a caso è già stato cercato, al di là della sua nazionalità calcistica ancora da definire (scegliesse l'Italia guadagnerebbe punti Milan).
Tutto il resto è contorno, ricordando l'ovvio: negli ultimi anni Galliani ha sistematicamente sbagliato nella scelta delle seconde linee, un po' per bronzettismo (Emerson ha dato qualche segno di vita nell'ultimo mese, ma rapportato all'ingaggio è impresentabile), un po' per errori puri e moltissimo per non rovinare equilibri societari e di spogliatoio. Bonera perché ha lo stesso procuratore di Pirlo, Ba perché porta bene, Cafu perché è simpatico, Digao per ammorbidire suo fratello, Favalli perché piace a Fini, Simic perché non si è autoridotto l'ingaggio e non si è riusciti a cederlo, Serginho perché non ha pretese se non quella di essere pagato, Brocchi perché ha tanti affari a Milano, e così via: a parte Gourcuff e pochi altri il Milan Due è più una squadra di amici, di gestori di locali e di pubbliche relazioni che un'alternativa in grado di dare respiro in campionato al Milan Uno. Non è di per sé una cosa negativa, la panchina da happy hour: le gestione di giocatori di pari livello è spesso impossibile e prima di fare l'allenatore Ancelotti qualche anno sul campo l'ha passato. Insomma, con un attaccante di valore, qualche rincalzo sano di livello Empoli o Cagliari ed una scelta chiara del portiere, questa squadra rimarrebbe da Champions League anche con Lippi, facendo in campionato meglio del probabile quarto posto di quest'anno. Gli scenaristi sono già scesi in campo, ma fra un titolone e l'altro scommettiamo sul fatto che non ci sarà alcuna rivoluzione: i giornalisti di area servono a far sognare il tifoso con Ronaldinho e Gerrard, ma uno dei segreti dei 22 anni berlusconiani è stato sempre quello di cambiare poco da un anno all'altro. L'unica volta in cui si è derogato da questa regola, nell'estate 1997 (quella di Kluivert, Ziege, Bogarde, Ba, Leonardo e del ritorno di Capello), mezza squadra giocò contro allenatore e società.
di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva.
Tutto il resto è contorno, ricordando l'ovvio: negli ultimi anni Galliani ha sistematicamente sbagliato nella scelta delle seconde linee, un po' per bronzettismo (Emerson ha dato qualche segno di vita nell'ultimo mese, ma rapportato all'ingaggio è impresentabile), un po' per errori puri e moltissimo per non rovinare equilibri societari e di spogliatoio. Bonera perché ha lo stesso procuratore di Pirlo, Ba perché porta bene, Cafu perché è simpatico, Digao per ammorbidire suo fratello, Favalli perché piace a Fini, Simic perché non si è autoridotto l'ingaggio e non si è riusciti a cederlo, Serginho perché non ha pretese se non quella di essere pagato, Brocchi perché ha tanti affari a Milano, e così via: a parte Gourcuff e pochi altri il Milan Due è più una squadra di amici, di gestori di locali e di pubbliche relazioni che un'alternativa in grado di dare respiro in campionato al Milan Uno. Non è di per sé una cosa negativa, la panchina da happy hour: le gestione di giocatori di pari livello è spesso impossibile e prima di fare l'allenatore Ancelotti qualche anno sul campo l'ha passato. Insomma, con un attaccante di valore, qualche rincalzo sano di livello Empoli o Cagliari ed una scelta chiara del portiere, questa squadra rimarrebbe da Champions League anche con Lippi, facendo in campionato meglio del probabile quarto posto di quest'anno. Gli scenaristi sono già scesi in campo, ma fra un titolone e l'altro scommettiamo sul fatto che non ci sarà alcuna rivoluzione: i giornalisti di area servono a far sognare il tifoso con Ronaldinho e Gerrard, ma uno dei segreti dei 22 anni berlusconiani è stato sempre quello di cambiare poco da un anno all'altro. L'unica volta in cui si è derogato da questa regola, nell'estate 1997 (quella di Kluivert, Ziege, Bogarde, Ba, Leonardo e del ritorno di Capello), mezza squadra giocò contro allenatore e società.
di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva.
06 marzo, 2008
PAROLA DI SILVIO (segue)
Berlusconi vuole Sheva: La soluzione migliore.
Presidente, sarà un boccone duro da mandar giù.
«Sono stato tutta la sera al telefono, ho dovuto consolare molte persone...».
Che cosa è mancato in particolare al Milan in questa sfida con l'Arsenal?
«Più di ogni altra cosa si è notata l'assenza di Ronaldo».
Non rischia di diventare un alibi?
«No, perché in avanti ci manca un pilastro. Avevamo progettato e impostato la squadra con una punta come Inzaghi o Pato assieme a un giocatore prestante come Ronaldo. E ora tutto questo non è possibile».
Non lo sarà ancora per un bel po'...
«Io sarò un romantico, ma credo ancora in un suo ritorno a pieno regime».
Adebayor...
«Sì, è davvero bravo, ma io quando penso a un attaccante ho sempre un'altra figura di riferimento».
È per caso Drogba? Pare sia il nome in cima alla vostra lista.
«Veramente intendevo Shevchenko. Ci penso continuamente, e lo sento con regolarità. Non credo che Abramovich abbia problemi a liberarlo. I tifosi capirebbero il suo ritorno. Per noi sarebbe la soluzione migliore».
La piazza però pare un po' scettica su un ritorno di Andriy.
I tifosi capirebbero che sarebbe la scelta più indicata. Lui è un giocatore prestante, per noi potrebbe rappresentare la soluzione migliore.
Presidente, sarà un boccone duro da mandar giù.
«Sono stato tutta la sera al telefono, ho dovuto consolare molte persone...».
Che cosa è mancato in particolare al Milan in questa sfida con l'Arsenal?
«Più di ogni altra cosa si è notata l'assenza di Ronaldo».
Non rischia di diventare un alibi?
«No, perché in avanti ci manca un pilastro. Avevamo progettato e impostato la squadra con una punta come Inzaghi o Pato assieme a un giocatore prestante come Ronaldo. E ora tutto questo non è possibile».
Non lo sarà ancora per un bel po'...
«Io sarò un romantico, ma credo ancora in un suo ritorno a pieno regime».
Adebayor...
«Sì, è davvero bravo, ma io quando penso a un attaccante ho sempre un'altra figura di riferimento».
È per caso Drogba? Pare sia il nome in cima alla vostra lista.
«Veramente intendevo Shevchenko. Ci penso continuamente, e lo sento con regolarità. Non credo che Abramovich abbia problemi a liberarlo. I tifosi capirebbero il suo ritorno. Per noi sarebbe la soluzione migliore».
La piazza però pare un po' scettica su un ritorno di Andriy.
I tifosi capirebbero che sarebbe la scelta più indicata. Lui è un giocatore prestante, per noi potrebbe rappresentare la soluzione migliore.
Davvero le considerazioni sull'attacco si esauriscono qui?
«No di certo. Bisogna tenere in considerazione Borriello, che adesso è il capocannoniere del campionato e tornerà alla base, e poi ci sarà anche Paloschi».
Situazione negli altri reparti?
«In difesa siamo messi abbastanza bene, mentre per il centrocampo credo molto in Gourcuff. A mio parere riuscirà a trovare un posto in mediana, e non dimentichiamo che ha un gran bel tiro».
Ora in Champions chi si tifa?
«Senz'altro Inter. Mia mamma è stata segretaria di Moratti e io sono amico di Massimo: gli auguro di vincere la coppa, così festeggeremo tutti insieme. Magari i tifosi del Milan non ne saranno molto contenti, ma io sono un tifoso anomalo...».
da La Gazzetta dello Sport di oggi.
05 marzo, 2008
UN PASSO AVANTI
Cesc e i suoi fratelli, sipario sui campioni.
[LaStampa.it] Venticinque minuti, è il tempo di un cambio generazionale sopra un campo di pallone. Quanto ci mettono i ragazzi dell’Arsenal a prendere le misure e il coraggio, a tirar fuori la furbizia a sconvolgere l’ordine costituito. Non è una rivoluzione violenta e neanche un ’68 sbandierato con la forza e gli slogan di tattiche mai viste. Wenger li piazza bene e poi li lascia fare ed è questione di un centimetro per volta, non di un colpo di stato. Si riparte da una botta sulla traversa: Adebayor all’andata e Fabregas al ritorno. Due ammaccature sopra il potere che crolla a 5’ dalla fine. Sempre loro: Fabregas e Adebayor, vent’anni uno, 24 l’altro e non hanno più voglia né tempo di farsi dare ancora dei bambini. Dall’altra parte possono solo provare a resistere e non perché non sanno che altro fare, ci credono. Mangiare il tempo, spegnere i tiri avversari, sbiadire l’ardore di chi non si sente più un giovane, ma rivale, pronto e competitivo. Hanno una sola via per uscirne e la provano. È esperienza contro consapevolezza ed è lì che diventa difficile e si inceppa il sistema, prima era storia contro voracità e vince sempre la storia: troppo solida per buttarla giù a morsi. Ma ormai Fabregas non è più talento acerbo, Adebayor non è più tutto paura di sbagliare, Flamini non è più il cocco di Wenger e Hleb è geniale quanto Pirlo, ma più veloce di lui e in serata decisamente migliore. Ancelotti si arrende: «Abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità». Il duello ha cambiato prospettiva, all’improvviso sono convinti anche i giovinastri, più maliziosi che spavaldi: non iniziano facendo gli sbruffoni, si insinuano e la vecchia guardia non se lo aspetta. Restano fermi dentro il loro passato: attaccanti sganciati e sollevati da ogni responsabilità perché è così che il Milan ha già vinto, anche l’ultima Champions. Però questa è pure peggio di una finale, è una partita di confine. Segna il limite, il passaggio di consegne. Lo sa bene Berlusconi cosa vuol dire trovarsi davanti la faccia nuova, che sforzi richiede avere a che fare con quello che tutti battezzano fresco, diverso, rapido e infatti prima della partita si piazza nel corridoio che porta al campo e stringe la mano a ogni calciatore con la maglia rossonera. Di solito regala pacche e sorrisi, entusiasmo americano, ma questo giro ci mette più presenza e non dice una parola. Si ferma solo su Kakà e allunga l’altra mano per toccargli la spalla come fosse un’investitura. Dà fiducia al talento e il pallone d’oro gli risponde con un cenno sereno. Non basterà. Il Presidente può solo congratularsi e guardare la Champions sparire dall’orizzonte: «Non ci hanno fatto vedere palla». In campo Kakà è costretto ad arretrare, non è una partita da giocare sulla memoria di quanto è stato. Qui non serve quello che ha funzionato prima, perché Flamini sta metri oltre la zona affollata e chiama fuori i suoi ed esce Inzaghi. Qualcosa più di una sostituzione. Il pubblico saluta l’uomo che ha deciso la finale 2007 contro il Liverpool, l’attaccante che ha rapinato aeree e scardinato partite, se ne va la possibilità di ripetersi. Anche Gattuso non funziona, non è una partita fisica, viene saltato e non solo fisicamente. Superato da una corrente, da un altro modo di far girare la palla che non prevede ringhi solo passaggi e freschezza. Lo spiega Wenger: «I miei sono cresciuti, uscivano da una brutta settimana e hanno dimostrato di avere la maturità e la calma per venir fuori nel momento che conta. Quel che mi dà soddisfazione è che la squadra era pronta per questa notte». Al Milan resta Pato, l’unico pezzo di futuro a disposizione. Ha ancora le spalle strette, è il giocatore che capisce meglio cosa fare, ma non ha ancora bene idea di come. Nel primo tempo spreca, nel secondo cresce, ma non gli riesce di farlo abbastanza in fretta. Ancelotti gli parla, di continuo, ci sono momenti in cui si concentra solo su di lui, un corso accelerato: «Come dimostrare di essere campioni». Lui esegue, trova degli spazi, poi viene spazzato via dall’onda. Kakà impreca e non lo aveva mai fatto, il pubblico applaude perché sa cosa ha visto ed è giusto salutare, omaggiare e ringraziare. È finito un mondo, cambiata un’epoca e il campo è di un’altra generazione.
Il Punto, di Roberto Beccantini.
Cesc Fabregas, vent’anni. Emmanuel Adebayor, ventiquattro. La sentenza è nell’età, più che nei nomi e nei gol. La gioventù dell’Arsenal spazza via le rughe e le stampelle del Milan. Giù il cappello. Verdetto limpido. E pochi rimorsi: se non le due punte (più Kakà) schierate da Ancelotti. Visti i triboli patiti a metà campo, perché non uno sherpa in più? Dettagli, comunque. Prima o poi doveva succedere. È successo. Il Milan gioca sulla memoria; l’Arsenal, a memoria. Due grandi squadre: una alla frutta, l’altra al primo. Applausi a entrambe: è così che si fa. Il pressing alto dei «gunners» ha ingoiato le rare sgommate di Kakà. Era lui, la differenza in Europa. Era. Berlusconi dovrà rinfrescare la rosa. I «quaranta» di Paolo Maldini commuovono, ma per far strada in Champions servono altre risorse. Un Pato meno acerbo, per esempio. Non si può sempre e comunque giocare a poker. Il giorno in cui al tavolo si siede un Arsenal - e la spalla di Inzaghi non funziona - finisce che ti spennano. Ho sbagliato pronostico. Ho trascurato i talenti di Wenger. Fabregas ha acceso i suoi, non altrettanto è riuscito a Pirlo. Gran duello, il loro: anche se a distanza. E Flamini, che pugnale nel costato. L’aggressività e la freschezza degli inglesi (per modo di dire) hanno scavato il fosso. Era il migliore dei Milan possibili, avaro, sgonfio, incollato al mestiere e a un’idea. Troppo poco. La baracca l’hanno tenuta su i difensori e Kalac. Oltre alla leziosità endemica degli Adebayor. Cruciale la staffetta fra Eboué e Walcott. Ha disarcionato Maldini. Rifornire Kakà, Inzaghi e Pato non era facile. E vigilare in otto, nemmeno. Al Milan, a «questo» Milan, non possiamo che dire grazie. È arrivato nudo e cotto alla meta, la qual cosa - infortuni a parte - chiama in causa i vertici societari. Da ieri sera, c’è un solo obiettivo: il quarto posto in campionato. Gira e rigira, chi ci rimette è sempre la Juventus.
Ancelotti: Io non me ne vado.
«Adesso dovete prepararvi bene per il campionato, da qui in avanti giocheramo dodici finali». Silvio Berlusconi e Adriano Galliani provano a consolare i giocatori rossoneri, ma all’interno dello spogliatoio del Milan c’è solo delusione. La società ha subito indirizzato il proprio pensiero al quarto posto in serie A perché come dice Berlusconi a Mediaset: «Non arrivare in Champions sarebbe inconcepibile». Kakà chiamerà la sconfitta contro l’Arsenal «un brutto incidente». Ancelotti non si sente in bilico: «Dimettermi? Non credo proprio che le cose andranno così, questa squadra ha vinto tanto e siamo pronti per ricominciare». I tifosi sono convinti che il ciclo sia finito, Ancelotti che ha ricevuto un coro d’incoraggiamento dalla Curva, però non è d’accordo: «Fin quando Berlusconi resterà presidente il ciclo non finirà». Il Cavaliere d’altra parte allontana l’ipotesi Lippi: «Carletto resta». Kakà puntualizza: «A fine stagione alcuni giocatori smetteranno e la società dovrà fare le sue valutazioni». Berlusconi vuole rifare il contratto a Ronaldo e riportare Shevchenko a Milanello, gli ultras, invece, si aspettano investimenti seri e duratori. Saranno mesi caldi per tutti.
Secondo un copione già scritto, il penultimo passo verso l'ecatombe finale di maggio. Ieri sera a San Siro, una lezione solare di calcio: dai tempi del Maestro di Fusignano non vedevo una squadra imporre il proprio gioco attraverso un possesso palla così geometrico e applicato a ritmi tanto ossessivi. Il pervicace di Reggiolo, dal canto suo, ha mandato il nostro povero Diavolo al massacro, schiacciando i due incontristi (sfiancati per mancata rotation, da noi detto turn-over) a ridosso della linea dei difensori e isolando le due punte sessanta metri più avanti: per raggiungerle, cavalcate di sessanta metri a testa bassa di Kakà in versione Gondrand (al secolo, la buonanima di Giancarlone Pasinato) o in alternativa, lanci di sessanta metri di Pirlo in versione pirla (leggasi appoggio sui piedi dell'avversario nell'azione che ha scatenato il gol del vantaggio, idem pochi minuti prima a ridosso dell'area di rigore, episodio miracolosamente oscurato da tutti i cronisti e da tutti gli highlights televisivi...). Come a dire, il calcio degli anni sessanta.
[LaStampa.it] Venticinque minuti, è il tempo di un cambio generazionale sopra un campo di pallone. Quanto ci mettono i ragazzi dell’Arsenal a prendere le misure e il coraggio, a tirar fuori la furbizia a sconvolgere l’ordine costituito. Non è una rivoluzione violenta e neanche un ’68 sbandierato con la forza e gli slogan di tattiche mai viste. Wenger li piazza bene e poi li lascia fare ed è questione di un centimetro per volta, non di un colpo di stato. Si riparte da una botta sulla traversa: Adebayor all’andata e Fabregas al ritorno. Due ammaccature sopra il potere che crolla a 5’ dalla fine. Sempre loro: Fabregas e Adebayor, vent’anni uno, 24 l’altro e non hanno più voglia né tempo di farsi dare ancora dei bambini. Dall’altra parte possono solo provare a resistere e non perché non sanno che altro fare, ci credono. Mangiare il tempo, spegnere i tiri avversari, sbiadire l’ardore di chi non si sente più un giovane, ma rivale, pronto e competitivo. Hanno una sola via per uscirne e la provano. È esperienza contro consapevolezza ed è lì che diventa difficile e si inceppa il sistema, prima era storia contro voracità e vince sempre la storia: troppo solida per buttarla giù a morsi. Ma ormai Fabregas non è più talento acerbo, Adebayor non è più tutto paura di sbagliare, Flamini non è più il cocco di Wenger e Hleb è geniale quanto Pirlo, ma più veloce di lui e in serata decisamente migliore. Ancelotti si arrende: «Abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità». Il duello ha cambiato prospettiva, all’improvviso sono convinti anche i giovinastri, più maliziosi che spavaldi: non iniziano facendo gli sbruffoni, si insinuano e la vecchia guardia non se lo aspetta. Restano fermi dentro il loro passato: attaccanti sganciati e sollevati da ogni responsabilità perché è così che il Milan ha già vinto, anche l’ultima Champions. Però questa è pure peggio di una finale, è una partita di confine. Segna il limite, il passaggio di consegne. Lo sa bene Berlusconi cosa vuol dire trovarsi davanti la faccia nuova, che sforzi richiede avere a che fare con quello che tutti battezzano fresco, diverso, rapido e infatti prima della partita si piazza nel corridoio che porta al campo e stringe la mano a ogni calciatore con la maglia rossonera. Di solito regala pacche e sorrisi, entusiasmo americano, ma questo giro ci mette più presenza e non dice una parola. Si ferma solo su Kakà e allunga l’altra mano per toccargli la spalla come fosse un’investitura. Dà fiducia al talento e il pallone d’oro gli risponde con un cenno sereno. Non basterà. Il Presidente può solo congratularsi e guardare la Champions sparire dall’orizzonte: «Non ci hanno fatto vedere palla». In campo Kakà è costretto ad arretrare, non è una partita da giocare sulla memoria di quanto è stato. Qui non serve quello che ha funzionato prima, perché Flamini sta metri oltre la zona affollata e chiama fuori i suoi ed esce Inzaghi. Qualcosa più di una sostituzione. Il pubblico saluta l’uomo che ha deciso la finale 2007 contro il Liverpool, l’attaccante che ha rapinato aeree e scardinato partite, se ne va la possibilità di ripetersi. Anche Gattuso non funziona, non è una partita fisica, viene saltato e non solo fisicamente. Superato da una corrente, da un altro modo di far girare la palla che non prevede ringhi solo passaggi e freschezza. Lo spiega Wenger: «I miei sono cresciuti, uscivano da una brutta settimana e hanno dimostrato di avere la maturità e la calma per venir fuori nel momento che conta. Quel che mi dà soddisfazione è che la squadra era pronta per questa notte». Al Milan resta Pato, l’unico pezzo di futuro a disposizione. Ha ancora le spalle strette, è il giocatore che capisce meglio cosa fare, ma non ha ancora bene idea di come. Nel primo tempo spreca, nel secondo cresce, ma non gli riesce di farlo abbastanza in fretta. Ancelotti gli parla, di continuo, ci sono momenti in cui si concentra solo su di lui, un corso accelerato: «Come dimostrare di essere campioni». Lui esegue, trova degli spazi, poi viene spazzato via dall’onda. Kakà impreca e non lo aveva mai fatto, il pubblico applaude perché sa cosa ha visto ed è giusto salutare, omaggiare e ringraziare. È finito un mondo, cambiata un’epoca e il campo è di un’altra generazione.
Il Punto, di Roberto Beccantini.
Cesc Fabregas, vent’anni. Emmanuel Adebayor, ventiquattro. La sentenza è nell’età, più che nei nomi e nei gol. La gioventù dell’Arsenal spazza via le rughe e le stampelle del Milan. Giù il cappello. Verdetto limpido. E pochi rimorsi: se non le due punte (più Kakà) schierate da Ancelotti. Visti i triboli patiti a metà campo, perché non uno sherpa in più? Dettagli, comunque. Prima o poi doveva succedere. È successo. Il Milan gioca sulla memoria; l’Arsenal, a memoria. Due grandi squadre: una alla frutta, l’altra al primo. Applausi a entrambe: è così che si fa. Il pressing alto dei «gunners» ha ingoiato le rare sgommate di Kakà. Era lui, la differenza in Europa. Era. Berlusconi dovrà rinfrescare la rosa. I «quaranta» di Paolo Maldini commuovono, ma per far strada in Champions servono altre risorse. Un Pato meno acerbo, per esempio. Non si può sempre e comunque giocare a poker. Il giorno in cui al tavolo si siede un Arsenal - e la spalla di Inzaghi non funziona - finisce che ti spennano. Ho sbagliato pronostico. Ho trascurato i talenti di Wenger. Fabregas ha acceso i suoi, non altrettanto è riuscito a Pirlo. Gran duello, il loro: anche se a distanza. E Flamini, che pugnale nel costato. L’aggressività e la freschezza degli inglesi (per modo di dire) hanno scavato il fosso. Era il migliore dei Milan possibili, avaro, sgonfio, incollato al mestiere e a un’idea. Troppo poco. La baracca l’hanno tenuta su i difensori e Kalac. Oltre alla leziosità endemica degli Adebayor. Cruciale la staffetta fra Eboué e Walcott. Ha disarcionato Maldini. Rifornire Kakà, Inzaghi e Pato non era facile. E vigilare in otto, nemmeno. Al Milan, a «questo» Milan, non possiamo che dire grazie. È arrivato nudo e cotto alla meta, la qual cosa - infortuni a parte - chiama in causa i vertici societari. Da ieri sera, c’è un solo obiettivo: il quarto posto in campionato. Gira e rigira, chi ci rimette è sempre la Juventus.
Ancelotti: Io non me ne vado.
«Adesso dovete prepararvi bene per il campionato, da qui in avanti giocheramo dodici finali». Silvio Berlusconi e Adriano Galliani provano a consolare i giocatori rossoneri, ma all’interno dello spogliatoio del Milan c’è solo delusione. La società ha subito indirizzato il proprio pensiero al quarto posto in serie A perché come dice Berlusconi a Mediaset: «Non arrivare in Champions sarebbe inconcepibile». Kakà chiamerà la sconfitta contro l’Arsenal «un brutto incidente». Ancelotti non si sente in bilico: «Dimettermi? Non credo proprio che le cose andranno così, questa squadra ha vinto tanto e siamo pronti per ricominciare». I tifosi sono convinti che il ciclo sia finito, Ancelotti che ha ricevuto un coro d’incoraggiamento dalla Curva, però non è d’accordo: «Fin quando Berlusconi resterà presidente il ciclo non finirà». Il Cavaliere d’altra parte allontana l’ipotesi Lippi: «Carletto resta». Kakà puntualizza: «A fine stagione alcuni giocatori smetteranno e la società dovrà fare le sue valutazioni». Berlusconi vuole rifare il contratto a Ronaldo e riportare Shevchenko a Milanello, gli ultras, invece, si aspettano investimenti seri e duratori. Saranno mesi caldi per tutti.
Secondo un copione già scritto, il penultimo passo verso l'ecatombe finale di maggio. Ieri sera a San Siro, una lezione solare di calcio: dai tempi del Maestro di Fusignano non vedevo una squadra imporre il proprio gioco attraverso un possesso palla così geometrico e applicato a ritmi tanto ossessivi. Il pervicace di Reggiolo, dal canto suo, ha mandato il nostro povero Diavolo al massacro, schiacciando i due incontristi (sfiancati per mancata rotation, da noi detto turn-over) a ridosso della linea dei difensori e isolando le due punte sessanta metri più avanti: per raggiungerle, cavalcate di sessanta metri a testa bassa di Kakà in versione Gondrand (al secolo, la buonanima di Giancarlone Pasinato) o in alternativa, lanci di sessanta metri di Pirlo in versione pirla (leggasi appoggio sui piedi dell'avversario nell'azione che ha scatenato il gol del vantaggio, idem pochi minuti prima a ridosso dell'area di rigore, episodio miracolosamente oscurato da tutti i cronisti e da tutti gli highlights televisivi...). Come a dire, il calcio degli anni sessanta.
01 marzo, 2008
SHEVA CERCA CASA
Shevchenko agli amici: Io ritorno a Milano.
[Corriere.it] Dice che un giorno scriverà un libro su Mourinho e su quella che è stata la sua amara avventura nel Chelsea. Dice che quando ha incontrato i suoi ex compagni a Londra, che lui stesso è andato a visitare in ritiro prima della gara con l’Arsenal, si è sentito uno di loro. «È come se non fossi mai andato via». Soprattutto ad alcuni amici milanesi, Andriy Shevchenko, 31 anni, l’attaccante fuggito due estati fa alla corte di Roman Abramovich per imparare l’inglese, ha confidato: «Sono pronto a rientrare a Milano». Chissà se alla sua convinzione hanno contribuito le parole di Adriano Galliani con cui si è intrattenuto a tavola dieci sere fa dopo lo 0-0 di coppa dei rossoneri. Un cheek to cheek che non era sfuggito nemmeno ai tabloid che già avevano sottolineato la strana decisione dell’ucraino di salire sull’autobus del Milan all’uscita dell’Emirates Stadium. Il centravanti avrebbe raccontato di aver raggiunto un’intesa di massima con la società rossonera per un accordo triennale. «Chiudo la carriera nella squadra che rappresenta la mia famiglia. Torno a casa». Di certo la moglie Kristen, che ebbe un ruolo rilevante nella scelta di traslocare sulle rive del Tamigi, è d’accordo sul rimpatrio.
Agli amici di Milano Andriy ha aggiunto che è alla ricerca di una nuova sistemazione italiana: dopo aver abbandonato la villa sul lago di Como nella quale risiedeva in affitto, ora Shevchenko vuole una casa adatta per sé, la moglie e i piccoli Jordan e Cristian (è già partita anche la caccia alla scuola materna per i bimbi). Pagato 43,5 milioni di euro nel giugno del 2006, ora la sua quotazione èmiseramente crollata. Problemi fisici alla schiena e il recente ingaggio di Nicolas Anelka hanno contribuito a rendere ancora più sporadica la sua presenza in campo. A Londra si sussurra che il patron dei blues, dopo le reticenze dello scorso anno, sarebbe ora disposto a cedere il suo pupillo con la formula del prestito. Proprio ieri Kaká, nel celebrare il prolungamento del suo matrimonio con il Milan, ha ricordato le parole con cui Sheva lo ha dissuaso dall’accettare la corte del Real Madrid. «Ho visto giocatori andare via, come Andriy, che poi mi hanno sempre consigliato di valutare bene le mie decisioni perché il Milan è diverso. Vive di sentimenti, di affetto». Uno degli ostacoli alla riuscita dell’operazione nostalgia è rappresentata dallo status di extracomunitario. Quindi l’eventuale tesseramento di Sheva impedirebbe l’arrivo di altri big (Drogba), però sarebbe compatibile con il rientro alla base di Marco Borriello, uno che a detta di Ancelotti «può giocare titolare nel Milan». Ne risentiremo parlare.
[Corriere.it] Dice che un giorno scriverà un libro su Mourinho e su quella che è stata la sua amara avventura nel Chelsea. Dice che quando ha incontrato i suoi ex compagni a Londra, che lui stesso è andato a visitare in ritiro prima della gara con l’Arsenal, si è sentito uno di loro. «È come se non fossi mai andato via». Soprattutto ad alcuni amici milanesi, Andriy Shevchenko, 31 anni, l’attaccante fuggito due estati fa alla corte di Roman Abramovich per imparare l’inglese, ha confidato: «Sono pronto a rientrare a Milano». Chissà se alla sua convinzione hanno contribuito le parole di Adriano Galliani con cui si è intrattenuto a tavola dieci sere fa dopo lo 0-0 di coppa dei rossoneri. Un cheek to cheek che non era sfuggito nemmeno ai tabloid che già avevano sottolineato la strana decisione dell’ucraino di salire sull’autobus del Milan all’uscita dell’Emirates Stadium. Il centravanti avrebbe raccontato di aver raggiunto un’intesa di massima con la società rossonera per un accordo triennale. «Chiudo la carriera nella squadra che rappresenta la mia famiglia. Torno a casa». Di certo la moglie Kristen, che ebbe un ruolo rilevante nella scelta di traslocare sulle rive del Tamigi, è d’accordo sul rimpatrio.
Agli amici di Milano Andriy ha aggiunto che è alla ricerca di una nuova sistemazione italiana: dopo aver abbandonato la villa sul lago di Como nella quale risiedeva in affitto, ora Shevchenko vuole una casa adatta per sé, la moglie e i piccoli Jordan e Cristian (è già partita anche la caccia alla scuola materna per i bimbi). Pagato 43,5 milioni di euro nel giugno del 2006, ora la sua quotazione èmiseramente crollata. Problemi fisici alla schiena e il recente ingaggio di Nicolas Anelka hanno contribuito a rendere ancora più sporadica la sua presenza in campo. A Londra si sussurra che il patron dei blues, dopo le reticenze dello scorso anno, sarebbe ora disposto a cedere il suo pupillo con la formula del prestito. Proprio ieri Kaká, nel celebrare il prolungamento del suo matrimonio con il Milan, ha ricordato le parole con cui Sheva lo ha dissuaso dall’accettare la corte del Real Madrid. «Ho visto giocatori andare via, come Andriy, che poi mi hanno sempre consigliato di valutare bene le mie decisioni perché il Milan è diverso. Vive di sentimenti, di affetto». Uno degli ostacoli alla riuscita dell’operazione nostalgia è rappresentata dallo status di extracomunitario. Quindi l’eventuale tesseramento di Sheva impedirebbe l’arrivo di altri big (Drogba), però sarebbe compatibile con il rientro alla base di Marco Borriello, uno che a detta di Ancelotti «può giocare titolare nel Milan». Ne risentiremo parlare.
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