21 settembre, 2007

LA CURVA DEL VICARIO (segue)

Caso ultras e sciopero del tifo: Galliani gira sotto scorta.

[Gazzetta.it] Gelo a San Siro, paura fuori: allo stadio comandano i boss della curva Sud. La questura di Milano sta indagando da tempo, intanto il vicepresidente rossonero da maggio viene seguito 24 ore su 24 da una pattuglia di agenti. Adriano Galliani, 63 anni, in gennaio era stato chiamato in Procura a Monza per un'inchiesta sui rapporti con gli ultrà. L’intervista di Paolo Maldini, rilasciata ieri alla Gazzetta, scuote l’ambiente milanista. Si discute, e tutti danno ragione al capitano, sul silenzio dei tifosi della curva e pure di quelli degli altri settori, sui fischi a Gilardino e sugli applausi ironici a Dida. «Non mi sembra logico che la curva non ci sostenga — ha dichiarato Maldini — San Siro è sempre stato magico: adesso stiamo perdendo questa magia». I compagni, i tecnici e i dirigenti si schierano al fianco del capitano, pur sapendo che dietro la protesta del pubblico ci sono questioni molto più gravi di un gol sbagliato o di una “papera” e sulle quali, da almeno sei mesi, sta indagando la polizia.

Il silenzio di San Siro, di tutto San Siro, è figlio delle minacce. Questo è un fatto acclarato. I cosiddetti padroni della curva Sud impediscono agli altri di fare il tifo e, siccome si sta parlando di persone che hanno già ricevuto avvisi di garanzia per tentato omicidio e altri reati, c’è ben poco da scherzare. La questura di Milano, che sta lavorando a pieno ritmo su questa faccenda che puzza di criminalità ordinaria e organizzata, ha piazzato agenti in borghese, in curva, durante le partite interne del Milan. Ancora, tuttavia, non si è arrivati alla conclusione delle indagini che, lo dicono espressamente i dirigenti della questura, è difficile e complessa.

Dalla metà di maggio, cioè da poco prima prima della finale di Champions League di Atene, anche Adriano Galliani è oggetto di pesanti minacce e il ministero dell’Interno gli ha assegnato una scorta ventiquattr’ore su ventiquattro. I boss della curva Sud pretendono dalla società ciò che la società non può dare: biglietti e altri favori da gestire direttamente con gli altri tifosi. Tutto ciò è in contrasto con la legge e con il decreto Amato, emesso dopo i tragici fatti di Catania del febbraio scorso. I biglietti, infatti, adesso sono nominali e, per quanto ci possano essere negligenze nei controlli, i club o le società che gestiscono la vendita possono cederli soltanto se viene presentato un documento d’identità. In caso contrario, cioè se dessero un quantitativo di tagliandi in mano ai tifosi affinché fossero loro a distribuirli (ovviamente a prezzi maggiorati), sarebbero perseguibili penalmente. Questo clima di ricatto spiega gli striscioni anti-Galliani, che nella scorsa stagione sono stati esposti a San Siro, e il silenzio degli ultimi giorni. Unica ribellione a Montecarlo per la Supercoppa europea: in quel caso il pubblico sano è andato contro gli ordini dei capi ultrà e ha gridato “forza Milan”.

Curiosamente, il giorno successivo alle mie riflessioni sul pubblico di San Siro, il bel capitano ha parlato. Non dico il capitano sul campo (perché lì c'è solo un Capitano) ma quello che parla nello spogliatoio e in campo non si vede dalla comparsata di maggio ad Atene. Dico curiosamente, perché in vent'anni di onorata carriera - prevalentemente con la fascia bianca al braccio - di parole da Capitano ne ha spese un po' poche: si contano sulle dita di una sola mano. (Si confronti, all'uopo, la considerevole letteratura già esistente in materia alla voce Gennaro Ivan). Diventa tanto più loquace, osservo, quanto più si avvicina l'ora di appendere le scarpette al fatidico chiodo. E parla dunque del pubblico di San Siro, cioè di me e di quelle quattro decine di migliaia di inguaribili romantici che - malgrado il "Dna europeo" del club - hanno scelto anche quest'anno il campionato allo stadio e il cuscinetto invece che la poltrona e il telecomando. Bontà sua, ci concede almeno un distinguo: parla della curva e parla dei «tifosi degli altri settori». Dei primi, si rammarica per la scarsa riconoscenza e ne reclama il sostegno: «con il loro aiuto non avremmo perso il derby di ritorno» (sic!). Dei secondi, racconta che pure loro se ne stanno zitti. L'illuminato estensore dell'articolo rosa che riporto sopra, dal canto suo, non coglie il distinguo e sostiene che «il silenzio di San Siro, di tutto San Siro, è figlio delle minacce».

Gulp! Per onore del vero, vorrei innanzi tutto tranquillizzare questo signore: in trent'anni di abbonamenti allo stadio, non ho mai ricevuto minacce da un capo ultras per un coro o un applauso. Anche perché non siedo (più) in curva. Quando resto in silenzio è perché lo spettacolo non merita un commento. Il silenzio è lecito, i fischi sono altra cosa. I tifosi che fischiano - ce ne sono e ce ne son sempre stati, anche ai tempi di Rivera - di fatto, li mando regolarmente a... "vedere l'Inter" perché la maglia, a casa nostra, non si fischia. Mai! Il sostegno a prescindere (dallo spettacolo), invece no: a uno spettatore pagante non lo puoi chiedere. Lo puoi chiedere ai collaboratori esterni della società, che siedono in curva e che, fino al decreto Amato, potevano gestire la distribuzione dei biglietti e i summenzionati altri favori. Errata corrige: «i boss della Sud pretendono dalla società ciò che la società non può più dare»... l'avverbio corsivo mancante fa differenza. Ora che la festa è finita e gli antichi privilegi sono decaduti, il giro d'affari degli ultras si è notevolmente ridimensionato, e al nostro smemorato Vicario occorre circolare con i body-guard a tempo pieno: sospetto, peraltro, che l'ennesima emulazione del suo principale lo compiaccia.

La connivenza strisciante fra società, calciatori, allenatori e frange estreme del tifo è già stata svelata dai pochi cronisti e protagonisti che hanno trovato il coraggio di spezzare una catena di silenzio a dir poco omertoso. Come commentavo l'altro giorno, questa triste realtà è uno dei fattori che hanno allontanato i sostenitori sani (ad esempio, le famiglie) dallo stadio. Il silenzio della curva dovrebbe essere, quindi, salutato con un'ovazione dal pubblico civile. Che avrebbe poi il dovere morale di sollevarsi in una selva di fischi, nel momento in cui dalla curva salgono le solite risapute invettive: non solo quelle contro Polizia e Carabinieri, ma soprattutto quelle contro i tifosi che denunciano - per dirne una recente - i lanciatori di petardi e di biglie d'acciaio. Il nostro stimato capitano - che per dirne un'altra, da oltre vent'anni campa da v.i.p. grazie anche all'obolo stagionale versato non già dagli ultras, ma dai «tifosi degli altri settori» - dovrebbe se mai rammaricarsi di non sentire questo genere di "fischi civili". Oppure potrebbe spendere una parola per allargare il ragionamento ai fischi incivili di tutto San Siro - cioè di tutto il suo stadio - a un inno della nazionale. Dice bene Maldini, stiamo perdendo anche quella magia.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Di "Paaaolino" non riesco a parlare male, anche se queste ultime esternazioni hanno il sapore strano del messaggio in codice all'interno del Clan.
Ho scritto su un blog padronale che del silenzio della curva non mi interessa una mazza, anzi, aggiungo, è un sollievo per le miei orecchie. Quanti anni di cori beceri, da minorati mentali, da gente che vuole fare lo spettacolo, non vedere lo spettacolo!
Ma giustamente il blog allarga la riflessione all'intero stadio.
Chiariamoci subito che il San Siro pagante è sempre stato piuttosto freddo, molto esigente, quasi severo con i suoi giocatori.
Non siamo mai stati un pubblico di beoti come quello neroceleste. E' il nostro Dna, che come noto si trasmette di padre in figlio.
Diversa riflessione merita la gestione strumentale che la dirigenza berlusconiana ha fatto del pubblico pagante. Mentre
la stragrande maggioranza era ed è vista come una spugna da spremere con abbonamenti e trasferte a costi al limite dell'usura, una maggioranza silenziosa la cui voce dovrebbe essere rappresentata dai mieloisi suma-boys, la curva è la massa d'urto, il folklore per la televisione, la claque dei giocatori. E i curvaioli hanno capito subito la lezione ed hanno chiesto laute contropartite, che tutti i paganti ben conoscono se hanno avuto l'avventura di comprare biglietti al Milan Point o nelle agenzie di viaggio con l'esclusiva.
Dici giustamente che questa storia ventennale meriterebbe una penna di grande giornalista-inquisitore.
Ora si è rotto qualcosa?
Colpa dei decreti o dei ricambi generazionali dei capi-bastone?
Quello che è certo che in Via Turati ci sono sempre le mute controparti di questo mondo di figuranti che la società nella più ampia accezione chiama "il popolo rossonero".
Gli altri sono solo pirla paganti.

Danielone

Anonimo ha detto...

E I LEADER ULTRAS PERDONO SEMPRE PIU' POTERE

Si chiama "Colosseum Seminar" e si terrà a Roma, presso la scuola superiore di polizia, dal 7 al 9 ottobre. Tema del seminario internazionale, un confronto sulle esperienze europee in materia di steward negli stadi. Il presidente dell'Uefa, Michel Platini, particolarmente interessato alla materia, farà di tutto per essere presente, magari per concludere i lavori nella mattina del 9 ottobre. Di sicuro ci saranno rappresentanti dell'Unione Europea, delle polizie di Inghilterra, Belgio, Germania, Portogallo e Francia. In più i capi steward di numerosi club europei, dal Manchester al Lione. Organizza il ministero dell'Interno, con l'Osservatorio per le manifestazioni sportive. Il suo direttore, Felice Ferlizzi, e il suo braccio destro, Roberto Massucci, che è stato anche a Bruxelles a presentare l'iniziativa, stanno mettendo a punto proprio in questo giorni l'agenda dei lavori. Sicura anche la presenza dei vertici del Coni, Gianni Petrucci, e della Federcalcio, Giancarlo Abete. In Italia il sistema-steward sarà a regime solo entro marzo 2008, ma in alcune città (vedi Torino e Milano) già ci sono stati passi avanti importanti. Qualche club fa ancora un po' di resistenza, soprattutto perché teme di spendere troppo, ma dovrà arrendersi. La lotta alla violenza passa anche attraverso gli steward. "I dati dell'ultima stagione sono confortanti - sostengono i vertici dell'Osservatorio - soprattutto se li confrontiamo con quello che succedeva 5-6 anni fa. Ogni domenica era una battaglia...". Ora ci sono molti meno incidenti, rarissimi petardi e fumogeni, zero bandiere naziste e con i biglietti nominativi è stata tolta ai capi ultrà una importante fonte di guadagno. Qualcuno aveva a disposizione circa 400-600 biglietti a partita, ecco perché (vedi Milano) faticano ad arrendersi. Non solo: presto negli stadi saranno proibite le bottigliette di qualsiasi genere. A Roma si sta già facendo l'esperimento: solo bicchieri di plastica, nemmeno di carta. I club lo scorso anno hanno pagato 800.000 euro di multa per i lanci in campo e sono stufi. L'Osservatorio presto dovrebbe emanare una circolare. Niente petardi e nemmeno bottigliette, con le telecamere adesso è difficile sfuggire. E quando succede, come a Torino, intervengono i tifosi...

da: Spycalcio del 22.09.07

Anonimo ha detto...

STEWARD IN FUORIGIOCO

(13 settembre 2007) Pochi. Sottopagati. Con scarsi poteri. Soprattutto indifesi contro il tifo violento. È all'insegna della confusione l'esordio dei vigilantes negli stadi italiani. L'inizio non è stato dei più felici. A Cagliari uno steward si è preso un ceffone dallo juventino Zebina, nervoso per i fatti suoi. A Rimini è andata peggio: quando un gruppetto di vigilantes in casacca gialla si è avviato verso gli ultras del Bari per togliere uno striscione offensivo, i tifosi pugliesi li hanno aggrediti e malmenati, tanto che è dovuta intervenire la polizia.

Del resto, il decreto dell'8 agosto 2007 per la sicurezza negli stadi, firmato dal ministro dell'Interno Giuliano Amato, stabilisce che i famosi steward tanto invocati sul modello inglese per mantenere la calma negli stadi "non possono portare armi, né esercitare altre pubbliche funzioni riservate alla Polizia dello Stato". A loro sono assegnati solo "compiti di controllo dei biglietti, instradamento degli spettatori e rispetto del regolamento dell'impianto", funzioni per le quali devono essere selezionati e formati "esclusivamente dalla società sportiva organizzatrice", che in teoria dovrebbe selezionare questo personale anche in base a "capacità psicoattitudinali" non meglio specificate.

Il fatto è che su questa nuova realtà introdotta d'estate dal governo regna una discreta confusione e nessuna società sa bene che cosa può e deve fare. L'unica certezza è che i vigilantes italiani non possono intervenire in casi di scontri e non possono né arrestare né fermare eventuali tifosi colti in flagrante violenza. Visti gli scarsi poteri, le società hanno puntato al risparmio, chiamando negli stadi più che altro dei volontari sottopagati (tra i 16 e i 30 euro a partita), spesso poco più che ragazzi (l'età minima è fissata in 18 anni), il cui scopo ultimo è spesso guardarsi la partita gratis insieme con gli amici.

La differenza principale con il sistema britannico è risultata subito evidente. In Inghilterra gli steward non sono la soluzione unica al problema della violenza, ma un elemento strategico in un piano generale di sicurezza che prevede telecamere a circuito chiuso, una sala di controllo, coordinamento continuo dei vigilantes con le forze dell'ordine e presenza (in molti impianti) di piccole celle all'interno degli stadi dove gli steward possono trasferire eventuali tifosi violenti colti in flagrante prima di consegnarli alla polizia. Grazie a questo sistema, nel Regno Unito il 43 per cento delle gare è già 'police free', ovvero senza la presenza della polizia all'interno degli stadi, dove l'ordine è garantito solo dagli steward. Particolare non trascurabile, poi, è la posizione dello steward inglese durante ogni partita: è sempre con le spalle verso il campo di gioco e lo sguardo verso il pubblico. In Italia, lo si è visto fin dalle prime giornate, accade esattamente il contrario.

Le norme vigenti nel Regno Unito, introdotte a metà degli anni Ottanta, hanno prodotto risultati significativi per tutti i club professionistici. A distanza di 20 anni il numero delle famiglie inglesi tornate allo stadio è cresciuto del 38 per cento. Risultati positivi anche per i bambini (più 24 per cento), che costituiscono il motore per le vendite del merchandising dei club.

Un'altra questione che in Italia bisogna ancora affrontare è quella dei costi. Gli steward sono un'uscita per i club e c'è già chi paga un milione di euro a stagione per la sicurezza allo stadio (come nel caso dell'Inter). Tutti i club italiani, con la nuova legge, si troveranno dunque a fronteggiare investimenti doppi, se non tripli, rispetto al passato. Sulla carta devono essere le società a coprire questi costi, ma i presidenti si preparano a fare guerra al governo e non si può escludere la richiesta di un aiuto per realizzare integralmente il piano sicurezza. Nonostante l'entrata in vigore della normativa, solo pochi club di serie A, nella stagione in corso, potranno rispettare le norme e del resto è il testo dello stesso decreto a prevedere che "i tempi di attuazione verranno fissati da un gruppo di lavoro che vedrà la partecipazione di rappresentanti del ministero per le Politiche giovanili e lo sport, del Coni, della Figc e delle Leghe interessate".

Probabile quindi lo slittamento dell'intera operatività al campionato 2008-09, con buona pace dei rischi di violenza (secondo un recente sondaggio, per otto italiani su dieci lo stadio di calcio non è un luogo sicuro). A inquietare le questure, soprattutto, è il fatto che dopo la stretta della scorsa primavera, tutte le gang da stadio in Italia si sono riorganizzate, mentre in Inghilterra sono state sciolte con la forza da quasi vent'anni. Non è solo una questione di steward.

da: espresso.repubblica.it

Anonimo ha detto...

MALDINI NON LI DEVE INCONTRARE

24.09.2007 - Il Milan batte il Benfica senza l'apporto della curva e pareggia contro il Parma con gli ultras scatenati. Giustizia é fatta. Ancora una volta si dimostra che il discorso del pubblico, soprattutto della curva vicina alla squadra, dodicesimo uomo e altre amenità, é solo una delle tante ipocrisie, tenuta in piedi da giocatori e dirigenti, perché non possono fare altrimenti, e anche dei giornalisti perché temono per la propria incolunità. Le curve sono una tassa da pagare per tutti, é evidente. Insomma, per farla breve, se i tifosi avessero davvero un ruolo decisivo, allora le squadre turche e greche dovrebbero vincere sempre la Champions. Ci risulta escano sempre al primo turno e gli avversari manco se ne accorgono dei 50.000 scalmanati; ma forse ci sbagliamo.

E' diventato un luogo comune, quello dell'aiuto del pubblico. La Roma gioca divinamente e vince in casa come in trasferta; nessuna differenza di rendimento. Così come tre anni fa perdeva sempre con Bruno Conti in panchina, nonostante i 70.000; l'incitamento era lo stesso. A proposito di ex giallorossi, l'unico italiano che non é riuscito a fare carriera come allenatore in Romania é Giuseppe Giannini, cacciato dal FC Arges, squadra retrocessa grazie a lui. Bergodi invece é sempre più amato, Zenga é tornato e Pedrazzini, che faceva il vice di Walter e poi di Hagi, si prepara di esordire in Champions contro l'Arsenal, sulla panchina dello Steaua. A proposito di Romania: là i media difendono la polizia, non gli ultras. D'altronde solo in Italia potrebbe accadere una cosa del genere, con cronisti semianalfabeti che si improvvisano sociologi e cercano di giustificare tutto e tutti.

Ma torniamo alla favola della curva che ti spinge verso la vittoria: perché se Gilardino avesse segnato negli ultimi minuti avrebbe ringraziato loro; i giornali comici, o fanzine, come preferite, avrebbero scritto che senza l'apporto dei tifosi si sarebbe rimasti sul 1-1. Invece si é rimasti per davvero sull'1-1: come la mettiamo? Semplice, 35.000 oppure 65.000 fa lo stesso. Zitti oppure rumorosi, ancor di più. Se ricordiamo bene in Champions l'Inter ha otenuto un anno tre vittorie su tre senza spettatori, mentre l'anno dopo ha vinto solo due volte.

Chi davvero ci ha delusi é Maldini. Quando abbiamo letto che giovedì i giocatori rossoneri, il capitano per primo, hanno ricevuto la delegazione dei tifosi a Milanello, ci sono cadute le braccia. Ci sono giornalisti che aspettano mesi per un'intervista con un giocatore (rossonero, giallorosso, nerazzurro, non importa), invece gli scalmanati e gli sfaccendati vengono ricevuti. Bah. Quello che non capiamo é perché capitan Maldini,
oppure Galliani, non abbiano detto semplicemente "Fatte quello che vi pare, noi siamo il Milan, deve essere un onore tifare per noi e starci accanto, se non vi va state a casa". Cosa cambia per una società come il Milan avere oppure no uno striscione pro Dida e Gilardino? Perché non si mette mai in difficoltà gente che si spara e si ammazza per cento biglietti gratis?

In Italia si diceva che sono rimasti tabù soltanto due argomenti, Garibaldi ed i sindacati. Sbagliato, ce ne sono tre: il terzo sono le curve. Dove sono i giornalisti coraggiosi? O si può manifestare il coraggio solo in pizzeria con gli amici? Un noto cronista é stato picchiato dagli ultras in una caldissima piazza, dovendo cambiare città. Il suo giornale, così (finto) battagliero contro la Juve che non rinnova a Del Piero (che ha 33 anni, cosa potrà mai dare a 35?), non ha scritto una riga. Su un proprio dipendente picchiato per aver fatto il suo dovere. Cosa ci possiamo allora aspettare dai dirigenti, che devono solo regalare cento biglietti, senza rimetterci il timpano, come il giornalista? Ovviamente nulla. Avanti così, facciamoci del male.

da: www.settimanasportiva.it