19 settembre, 2007

SOLO EUROPA?

Un anno (meno sei giorni) or sono, il povero Diavolo sopravvissuto all'estate torrida di Calciopoli esordiva a San Siro nella sua Champions League: una platea un po' sguarnita, scrissi, perché 31.836 spettatori per una prima europea non sono certo numeri da Milan. Un anno (e sei giorni) più tardi, il buon Diavolo Campione d'Europa ha esordito a San Siro difronte a 38.358 spettatori: come a dire, poco più di seimila cuori rossoneri recuperati alla causa... non si sa poi se per l'onda lunga di Atene 2007, o per la rimpatriata amarcord del buon vecchio Rui in maglia Benfica. Dentro ai numeri sono racchiuse spesso grandi verità. Non è una "partita perfetta" (dico la semifinale di maggio contro il Manchester, che pure è già una pagina di epica del calcio continentale) a riconciliare un pubblico con il proprio club. Le ferite restano tutte aperte, per chi possiede un barlume di memoria dei sentimenti. La gestione societaria dell'ultimo decennio - che io polemicamente definisco "brianzola" - ha finito per allontanare generazioni di innamorati, delusi e nauseati oltre il limite del rigurgito. Anche questa estate non sono mancate le gemme: dall'estenuante pantomima del "Mister X" di Galliani alla gaffe internazionale (in ogni senso) dell'affare "Rottonaldo", passando per lo scivolone mediatico (inconfondibilmente Suma-style) del colpo gobbo Suazo.

Il Popolo Rossonero ne ha abbastanza di queste comparsate da avanspettacolo. Ne ha abbastanza delle campagne acquisti col braccino, delle aste al ribasso. Ne ha abbastanza dei trionfalismi vischiosi e patinati da spot televisivo. Ne ha abbastanza della comunicazione istituzionale deviante e mistificata, che urta il buon gusto oltre che il buon senso di chi ascolta. Ma chi ascolta? Oggi (ieri sera) le gradinate di San Siro sono ridotte a una macchia di leopardo dalle tinte tiepide, assopite ora mai alle passioni sanguigne del primo decennio berlusconiano, inerti persino al cospetto di una curva che si anima solo per inveire contro le forze dell'ordine, stritolata com'è fra certi estremismi politici e le faide calabresi che contendono il malloppo agli stipendiati del Vicario (quelli che cantano e applaudono a comando, quello che agli inquirenti per estorsione giura e spergiura di non aver mai fatto merenda con chi di norma siede al suo tavolo nei privée).

In campo abbiamo i soliti undici noti (indisponibile più, indisponibile meno). Belli di notte e inguardabili alla luce del sole. Perché la strategia della stagione è stata misurata, ancora una volta, col bilancino del geometra. Una semifinale di coppa cuba all'incirca quanto una finale (e la finalista perdente intasca una manciatina di milioni in meno della finalista vincente), per questo motivo si definisce: obiettivo minimo della stagione. Analogamente, un quarto posto in campionato cuba all'incirca quanto un primo o un secondo (ovverosia, il gettone di presenza alla prossima Champions League), per questo motivo si definisce: secondo obiettivo minimo della stagione. La logica pelosa del tornaconto telecomanda le scelte di mercato, sicché la rosa dei 12-13 inamovibili titolari non viene mai ampliata, essendo più che sufficiente per affrontare quella ventina di sfide internazionali. Scudetto cosa? L'ultimo primato solitario in Italia data maggio 2004: diciasettesimo ed unico tricolare ancelottiano, peraltro griffato Sheva. Di mezzo, ci passano tre anni di delusioni e dodicimila abbonati (dai 53 mila della stagione 2004-2005 ai 41 mila del 2007-2008) evaporati da San Siro, forse per sempre. Sul canale bulgaro e sulla stampa di regime hanno intanto sdoganato il concetto di "Dna europeo". Ma se l'orizzonte di ogni stagione che nasce non va oltre la data della prossima finale di coppa, l'unico concetto da spendere resta - sempre più inequivocabilmente - quello d'una dolce e amara, inarrestabile decadenza.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

MALDINI ATTACCA I TIFOSI: SAN SIRO HA PERSO LA MAGIA

Il capitano rossonero: "Dopo ciò che ha fatto il Milan meritiamo un trattamento diverso. Tornerò tra un mese. Voglio essere sempre disponibile, senza scegliere le gare da giocare. L'ultima partita? A Mosca, finale di Champions. Poi il futuro sarà comunque nel Milan"

MILANO, 20 settembre 2007 - Un mese per rivederlo in campo, un’ora per parlare di tutto, un minuto per rimproverare i tifosi. Paolo Maldini è già tornato.

Maldini, quando giocherà?
"Tra un mese. Nella seconda metà di ottobre sarò a disposizione di Ancelotti. Il professor Martens dovrebbe visitarmi all’inizio del mese. Se darà l’ok definitivo, potrò accelerare. Ma già da venti giorni sto lavorando intensamente: mi manca solo il campo".

Quante volte alla settimana pensa che questa è la sua ultima stagione?
"Abbastanza spesso. Non giocando, ho più occasioni per pensare... In effetti è una situazione strana: da un lato so che è meglio fare le cose con calma; dall’altro lato, però, il tempo passa e comincia a mancarmi".

Che aspettative ha?
"Voglio essere sempre disponibile, senza scegliere le partite da giocare. Mi aspetto una stagione normale per chiudere come avevo sempre desiderato".

Secondo Ancelotti, però, i giocatori meno giovani devono capire che conta più la qualità delle loro partite rispetto alla quantità.
"Ognuno di noi vuole giocare sempre, e in particolare le partite più belle. La scelta, ovviamente, spetta all’allenatore. Il rapporto tra me e Ancelotti è molto buono, ci parliamo spesso".

Quanto può essere difficile per lui lasciarla in panchina per scelta tecnica?
"È già successo due volte l’anno scorso: contro l’Inter e il Palermo. Immagino che per Ancelotti possa essere una scelta difficile, ma quello è il suo ruolo".

Come le sembra il Milan?
"Migliore dell’anno scorso, più sicuro. Crescerà ancora con il recupero di Ronaldo e Serginho e con l’inserimento di Pato".

L’indubbia vocazione europea non ha anche una motivazione tecnica? Il Milan sembra costruito per le partite secche.
"Più che una questione tecnica farei un discorso di motivazioni: nelle gare importanti diamo il 100% e siamo quasi imbattibili. Poi in Europa gli avversari si chiudono di meno e questo ci avvantaggia".

I campioni del Milan danno il massimo solo nelle grandi occasioni?
"No. Il campione, quando è campione vero, trova sempre gli stimoli. Questa è la differenza. E al Milan non c’è questo problema: infatti io ho vinto 7 scudetti. E’ orribile trovarsi a gennaio senza poter inseguire lo scudetto. Vedrete che lotteremo fino alla fine con Inter e Roma".

Se alzasse la coppa del Mondiale per club a Tokyo, potrebbe anticipare il ritiro per chiudere con quell’immagine?
"No. Per me la Champions League è molto più importante del Mondiale per club".

Tra qualche anno potrà dire di aver giocato con o contro Maradona, Platini, Van Basten, Zidane, Shevchenko, Kakà. Pato meriterà un giorno di far parte di un elenco così prestigioso?
"È presto per dirlo. Ma ha potenzialità tecniche e fisiche notevoli. Adesso sembra un acquisto costoso, ma credo che si rivelerà un investimento intelligente".

Contro il Benfica, per l’ennesima volta, i tifosi del Milan non hanno intonato cori per la squadra. E’ dispiaciuto?
"Di più: sono molto arrabbiato, come i miei compagni. Dopo tutto quello che abbiamo dato, fatto e vinto, meritiamo un trattamento diverso. Quest’atteggiamento è iniziato nel derby di ritorno dell’anno scorso. Con un aiuto da parte della nostra curva, non avremmo perso quella partita".

Perché accade?
"Difficile dirlo. Ci sono motivazioni economiche, giochi di potere. Ma se sono queste le ragioni per andare allo stadio, non so più che cosa pensare. Comunque non è solo la curva a non sostenerci: anche i tifosi degli altri settori se ne stanno zitti. Io credo che quando si canta "Abbiamo il Milan nel cuore", poi bisogna dimostrarlo. Ormai noi giochiamo in trasferta o in campo neutro: mai davvero in casa. Non mi sembra logico, e la squadra non ci sta più".

Ci sono anche le manifestazioni di dissenso nei confronti di Dida e Gilardino.
"Un’altra cosa che non comprendo. I fischi ci sono sempre stati, ma qui si sta andando oltre. A San Siro si sentono applausi ironici per Dida quando blocca una palla facile. Ma quello è il portiere della finale di Manchester, è un campione d’Europa come Gilardino. San Siro è sempre stato magico: adesso stiamo perdendo questa magia".

Il calcio italiano resta prigioniero di beghe politiche e giochi di potere. Lo scandalo di un anno fa è stata un’occasione sprecata?
"È difficile rimpiazzare i dirigenti sportivi: non c’è stato un ricambio generazionale. Andrebbero coinvolti di più gli ex atleti".

Se Platini la chiamasse all’Uefa, ci andrebbe?
"In passato sono stato critico con lui, adesso mi piace di più. Dovrà sfruttare il potere per imporre la sua idea di calcio. Secondo me è giusta la partecipazione alla Champions dei campioni dei Paesi minori. Bisogna però capire che ruolo avranno nella sua gestione gli interessi economici".

Pallone d’oro: Kakà o Pirlo?
"Ricky l’anno scorso è stato incredibile; Andrea nella sua normalità lo è tutti i giorni. Kakà è favorito perché negli highlights in tutta Europa è più facile vedere i gol che i lanci o il lavoro del regista".

O le scivolate e i salvataggi dei difensori... Vero, Maldini?
"Vero, ma quello è il passato. Non ci penso più".

Ma nell’economia del gioco del Milan è più importante Kakà o Pirlo?
"Risposta quasi impossibile: risolvono le partite in due modi diversi".

In Italia non ci sono più difensori bravi: problema generazionale o di scuola?
"Di scuola. Ma è un problema mondiale, non solo italiano. Forse non si insegna più a marcare, a fare certi movimenti".
Sta studiando il modo in cui Costacurta gestisce l’inizio della seconda vita?

"Sì, ma Billy è sempre nel suo ambiente. L’unica differenza è che all’allenamento mette la maglia rossa e non quella bianca. Questa per lui è una stagione di apprendistato".

La Nazionale è davvero diventata un problema?
"Per chi ha o ha avuto problemi fisici, sì. Si gioca troppo, non c’è niente da fare".

Però lei fino a 34 anni giocava sempre nel Milan e in azzurro.
"Perché fino a quell’età non avevo mai avuto infortuni. Se fossi andato avanti ancora, non ce l’avrei più fatta".

Suo figlio Christian, che gioca negli Esordienti, cresce bene?
"È tranquillo, non sente la pressione. Fa il terzino sinistro: strano eh?".

Paolo, ha già pensato alla sua ultima partita?
"Sì, sarà a Mosca: la finale di Champions".

Quello è un sogno, non un programma già definito.
"Vero, ma è l’unica cosa a cui ho pensato".

Il Milan ritirerà la maglia numero 3?
"Così mi ha detto Galliani. E mi farebbe molto piacere".

E tra un anno cosa farà?
"Non è ancora deciso. Ma tra febbraio e marzo deciderò insieme alla società".

Quindi resterà nel Milan.
"Questa è l'idea".

da: www.gazzetta.it

Anonimo ha detto...

L'ultimo anno che Rivera giocò al pallone, naturalmente in rossonero, ai quattro pirla che ogni tanto fischiavano talune sue svenevolezze imposte dall'età ringhiavo che sarebbero passati vent'anni prima di vederne uno simile.
E' poi arrevato il Berlusca che, oltre a rimediare i tragici errori del Gianni come dirigente, ha portato al Milan la migliore gioventù mondiale riempendo il vuoto lasciato dal bambino d'oro. Di Maldini mi sento di dire con maggiore convinzione che occorreranno trentanni perché ne vediate uno eguale. Calciatore di classe immensa, ha inventato il difensore moderno di fascia sinistra. La natura gli ha donato due piedi magici, una capacità di lettura tattica delle situazioni superiore alla media, grazie anche alla convivenza con quell'altro fenomeno di Baresi del cui erede non si vede nemmeno l'embrione.
L'uomo Maldini l'ho sempre trovato molto riservato, figlio di una stirpe mitteleuropea che ha poco da condividere con noi latini.
Cosa farà da grande? Io lo vedo rimanere nel calcio in modo molto periferico e probabilmente per il poco che servirà a chiarirgli le idee sul futuro.
Peccato perché comunque è l'epigono di un altro calcio, di un altro Milan, meno gretto e mercantilistico dell'attuale, più rispettoso dello spettacolo e del pubblico. In definitiva il Milan che faceva 80.OOO spettatori in un mercoledì pomeriggio feriale per un recupero di campionato.
Non sono passati che due lustri e spicioli e il grande Paolo c'era.

Danielone

TheSteve ha detto...

Esco un attimo dal merito del post (del pubblico di San Siro si riparlerà a breve) per spendere due parole su Maldini. Classe 1968, l'ho seguito dagli esordi con l'affetto di un fratello maggiore (di 4 mesi), laddove la "fratellanza" consisteva ovviamente nella coetaneità associata alla comune appartenenza (anche per via ereditaria) alla grande famiglia rossonera. Dico "famiglia" nell'accezione arcaica di Popolo Rossonero, nulla a che vedere cioè con lo slogan pubblicitario che hanno commercializzato più recentemente i creativi Fininvest. Ho dunque sostenuto con la passione degli anni migliori il Paolino esordiente fino alla sua maturità calcistica. Confesso: fuoriclasse assoluto, irripetibile nel suo genere e nel suo ruolo, nonché ultimo esponente di una stirpe e di un'era che la storia ha purtroppo già sepolto; ma al di là dell'eleganza inconfondible nel gesto tecnico, e del valore e la dedizione spesi su tutti i campi di battaglia, il personaggio Maldini non mi ha mai realmente scaldato il cuore. Per un fatto di personalità, ognuno ha la propria e la sua è molto riservata e poco espressiva. Il Maldini che mi piace poco e sempre meno è invece quello della terza età calcistica: da un uomo che di parole in vent'anni ne ha spese ben poche - molte meno di quanto avrebbe DOVUTO nella sua veste di Capitano - mi sarei aspettato, se non altro, di sentire spendere parole di uno spessore diverso. Il Maldini "grillo sempre più parlante e sempre meno giocante" - come direbbe l'ottimo Olivari - che fa bella mostra di sè sulla carta patinata delle riviste di moda invece che sul campo di gioco, ma in compenso spende concetti altrettanto pettinati e politicamente corretti - come per la Juve retrocessa "di cui sento tanto la mancanza in A" e per i cari cugini del privée di Corso Como (dico gente impresentabile come il suo socio Bobo, che ha voluto vestire di rossonero) - e nel Senato di Milanello fa pollice verso in sede di campagna acquisti per quelli che "non sono (o non sono più) da Milan", e che ora esce con queste parole toccanti sul pubblico di San Siro, dimenticandosi che il suo ingaggio per vent'anni lo abbiamo pagato NOI dei settori rettilinei e non quel migliaio di preguidicati che l'amministratore delegato dal cranio lucente stipendia per quieto vivere.., beh, di questo Maldini personalmente non sentirò la mancanza, il giorno in cui verrà finalmente ritirata la mitica maglia Numero 3.