30 novembre, 2006

NOVEMBRE 2006: Nostalgia di Sheva

SENATORI

Sei mesi dopo, si torna a parlare di Sheva. Inevitabile, forse. La triste convergenza di performance deficitarie sulle sponde del Tamigi e prestazioni imbarazzanti in ogni angolo d'Italia, offre lo spunto giornalistico ideale per imbrattare le pagine a doppiovelo rosa. «L'operazione ritorno spacca il Milan: alcuni senatori si oppongono al possibile rientro dell'ucraino dal Chelsea, favorevoli invece Seedorf e Kaladze». Si dice che il tempo sia galantuomo. Molto si è raccontato e fantasticato circa il doloroso addio. Fra tutte le voci, una sola ha meritato l'onore della cronaca di questo blog: il meraviglioso affresco tratteggiato da Stefano Olivari per Indiscreto. Là si parlava (per la prima volta) di grilli parlanti e di fatali frizioni con l'allenatore. Tutto insabbiato sotto la coltre dei sorrisi aziendali e dei sondaggi bulgari nella comunicazione istituzionale: le verità del popolo bue. Ma oggi leggiamo quanto segue (a firma rigorosamente anonima):

[Gazzetta.it] Ai compagni non era piaciuto praticamente nulla del tira e molla primaverile e non era mancato un durissimo confronto negli spogliatoi di Milanello. Alcuni senatori avevano intimato ad Andriy di non coinvolgerli nella sua decisione: tra i motivi del trasferimento, insomma, non sarebbero dovuti emergere gli innegabili problemi con alcuni compagni. Anche Ancelotti, stufo della telenovela e della versione di Sheva, era stato molto chiaro: «Devi essere onesto e non nasconderti dietro a motivazioni ridicole». Poi, a Ferragosto, il bacio alla maglia del Chelsea dopo il gol nella Supercoppa inglese aveva scatenato reazioni di vario genere: c'era il Gattuso rabbioso («Non chiedetemi nulla, non posso dire quello che penso»), il Costacurta conciliante («Si è trattato di un gesto istintivo, i tifosi del Milan non devono dare troppa importanza all'episodio»), il Seedorf comprensivo («Quando si fa gol, spesso non si pensa a nulla»), l'Ambrosini distaccato ("I tifosi milanisti saranno delusi, ma Sheva è grandicello e si assume la responsabilità di quello che fa. D'altronde è un giocatore del Chelsea») e l'Ancelotti ironico («Si vede che si è affezionato in fretta alla nuova squadra...»). Oggi non si può certo immaginare che nel caso di un ritorno di Sheva verrebbero stesi tappeti rossi a Milanello. Andriy dovrebbe riguadagnarsi la fiducia e la stima del gruppo, mostrando quella disponibilità che aveva conquistato tutti nei primi anni milanesi. Poi, raccontano, all'improvviso erano cambiati il carattere e l'atteggiamento di Shevchenko, che si era un po' allontanato dal gruppo. Adesso, tra i giocatori che contano, sono favorevoli al suo ritorno solo Kaladze e Seedorf, mentre sono contrari Maldini, Costacurta e soprattutto Gattuso. Questa è la testimonianza di Kaladze: «Ho sentito Andriy una settimana fa, mi ha detto che va tutto bene, che l'inserimento procede, che in fondo era normale incontrare delle difficoltà e che a Londra vive bene e quindi non è pentito della scelta. Io, però, sarei molto felice se lui tornasse qui e credo che sarebbe accolto molto bene da tutto l'ambiente».

Per inciso, il "possibile rientro" di cui parla l'anonimo in rosa è tecnicamente impossibile a norma di regolamento: Galliani infatti ha ingaggiato un extracomunitario di troppo. Si chiama Ricardo Oliveira.

23 novembre, 2006

LA VERGINE DI JESI

Chiara Geronzi: «Roberto Mancini era socio della Gea»
(da Repubblica del 23 novembre 2005).

L'inchiesta romana sull'associazione a delinquere della Gea lascerà in lascito nuovi deferimenti sportivi. In otto stanno rischiando il rinvio a giudizio - come da chiusura indagini dei sostituti procuratori Luca Palamara e Maria Cristina Palaia - per illecita concorrenza con minacce e violenza. Tre di questi, Luciano Moggi, Luciano Gaucci e Francesco Ceravolo, nella prima metà del Duemila erano tesserati del calcio: su di loro il capo dell'Ufficio indagini Francesco Saverio Borrelli domani aprirà un'inchiesta. Per i procuratori accusati invece, e sono Alessandro Moggi, Francesco Zavaglia, Riccardo Calleri, Davide Lippi e Pasquale Gallo, si profila una sospensione dall'albo degli agenti Fifa.
Dagli interrogatori dei "figli eccellenti" emergono particolari inediti. Chiara Geronzi, figlia del banchiere Cesare, maggior azionista della Gea World, nelle sue dichiarazioni spontanee ha rivelato ai pm che la Gea nella sua prima forma - General Athletic, appunto - e stata finanziata, tra gli altri, anche da Roberto Mancini, allora attaccante e poi allenatore della Lazio, oggi allenatore dell'Inter tra i più duri avversari di Luciano Moggi e del suo mondo di riferimento. Chiara Geronzi, la cui posizione processuale va verso l'archiviazione, ha raccontato in procura: «La Gea-General Athletic nasce dall'iniziativa di un gruppo di ragazzi che si conoscevano. Io, pur lavorando al Tg5, mi trovavo in un momento difficile e non mi sentivo adeguatamente gratificata. I giornali misero presto in cattiva luce la nuova società. Soci fondatori siamo stati io, Francesca Tanzi, Andrea Cragnotti e Giuseppe De Mita. Non so se di questa iniziativa parlarono anche i nostri genitori. Le quote societarie erano queste: il 20% lo detenevo io, il 20% la Tanzi, il 20% Cragnotti a poi c'era un 40% in mano alla società Roma Fides, fiduciaria composta da Giuseppe De Mita e Roberto Mancini».
Sopra il nome della "Roma Fides" c'e stato a lungo un alone di mistero. L'interrogatorio della Geronzi offre un nuovo scenario e chiama in causa Mancini, che in passato ha smentito più volte una sua presenza nella contestata società. Continua la Geronzi: «Nell'ottobre 2001 nacque per fusione la Gea World e io venni nominata presidente, solo per pochi giorni... La sede la scelsi io su indicazione di mio padre, l'immobile era di una società riconducibile alla Banca di Roma. In realtà cominciavo a perdere interesse per questa società che si concentrava sempre più sull'acquisizione di procure sportive. Come giornalista mi stavo realizzando, poi mi sono sposata e ho avuto due figlie. Dalla Gea non ho mai percepito utili, Zavaglia mi diceva che i ricavi servivano a coprire i costi. Intendevo distaccarmi, ma questa decisione era stata rinviata perché avrebbe potuto influire negativamente sulla nostra immagine. Sulle scelte, Alessandro Moggi e Zavaglia non mi interpellavano mai. Sapevo dell'inchiesta Figc sul conflitto di interessi, ma non le diedi molto peso. Luciano Gaucci l'ho conosciuto perché era un cliente delta Banca di Roma. Perché lo invitai al mio matrimonio? Un gesto di cortesia dopo aver ricevuto da lui un quadro».
Nel suo interrogatorio Giuseppe De Mita, figlio di Ciriaco e anche lui vicino all'archiviazione, si definisce l'ideatore della Gea e racconta: «Parlai del mio progetto agli amici Francesca Tanzi e Andrea Cragnotti. Ne parlai anche con Chiara Geronzi, che all'epoca frequentavo perché fidanzata con uno dei miei migliori amici, Marco Mezzaroma. Venne coinvolta da questa idea e sin dall'inizio la appassionò. Quando mi sono allontanato le quote le ho versate a Chiara Geronzi, che mi ha versato solo una parte del corrispettivo. Nel 2003 ho guadagnato 34.000 euro, unico utile incassato, poi sono tornato alla Lazio. Tentai di rientrare alla Gea, ma Alessandro Moggi mi disse che non voleva più lavorare con me. Se fossi entrato io, lui se ne sarebbe andato. Chiara Geronzi? Per me non spese neppure una parola».

18 novembre, 2006

MOMENTI SENZA TEMPO

SERIE B TIM 2006-2007
Dodicesima Giornata, sabato 18 novembre 2006
Stadio Atleti Azzurri d'Italia di Bergamo

ALBINOLEFFE–JUVENTUS 1–1
RETI: 25 p.t. Joelson (rigore), 7 s.t. Palladino.

ALBINOLEFFE: Acerbis; Innocenti, Donadoni, Santos, Garlini; Belingheri (8 s.t. Gori) Del Prato, Poloni, Colombo; Joelson (47 s.t. Bonazzi), Ferrari (14 s.t. Cellini)
A disposizione: Marchetti, Previtali, Rabito, Cristiano.
Allenatore: Mondonico (squalificato), in panchina Casati.
JUVENTUS: Buffon, Birindelli, Boumsong, Chiellini, Balzaretti; Camoranesi, Paro, Zanetti (42 s.t. Marchisio), Nedved; Bojinov (25 p.t. Mirante), Palladino.
A disposizione: Zebina, Urbano, Kovac, De Ceglie, Maniero.
Allenatore: Deschamps.

ARBITRO: Brighi di Cesena.
AMMONITI: 3 s.t. Innocenti, 8 s.t. Santos, 27 s.t. Camoranesi, 41 s.t. Colombo.
ESPULSI: 24 p.t. Buffon.

04 novembre, 2006

POUR PARLER

La farsa di Calciopoli si è chiusa ufficialmente con le sentenze della Camera di Conciliazione e Arbitrato Coni. Si è chiusa un venerdì sera, con splendido tempismo: ovvero, ventiquattr'ore prima del Derby con gli Onesti. Uno si domanda, ma perché un venerdì sera? Lo definirei un cameo d'autore, l'ultimo colpo di teatro concepito dagli Sceneggiatori del più grande reality show che il mondo dello spettacolo abbia messo in scena (ad oggi) sul tema. Altro che «Campioni», il Cervia, la D'Amico... Davvero Calciopoli non è stato mai - ma neppure per un giorno - un processo di giustizia sportiva! Sin dall'Atto Primo. Il giorno in cui le cartelle dell'inchiesta "Off-side" dalle Procure di Napoli e Torino finirono sui tavoli delle redazioni giornalistiche (e di lì, sui proverbiali banconi dei gelati del «Camillo» di Christian Rocca), Calciopoli - già Moggiopoli, o come vezzosamente ha creduto di riformulare, ex post, il doppiovelo rosa: "Calciocaos" - è stato un grande processo di piazza, celebrato attraverso i media, e per il controllo dei media. Un processo mediatico tout court: bibliografia sufficiente per scrivere un trattato sul valore della verità e la "fabbrica del consenso" secondo Noam Chomsky. Mi sono ampiamente dilungato, in corso d'opera (dalle inchieste di Borrelli ai deferimenti di Sandulli, alle sentenze di Palazzi, alle controsentenze di Ruperto), a documentare il percorso logico che, attraverso linee editoriali concordate dalle principali testate giornalistiche nazionali, ha prodotto il sentimento collettivo che è divenuto infine consenso, presso la giuria popolare del più ampio movimento di piazza poi sfociato in un'autentica Onestopoli: il golpe bianco dello straordinario Commissario Telecom, la pantomima dei Tre Saggi artatamente ispirati dall'Uefa e l'happy-end, già scritto a maggio, dello Scudetto di legno ai Perdenti.

Ma in retrospettiva, ciò che più atterrisce (con un occhio alle sorti prossime del nostro vituperato blasone) è la constatazione inequivocabile che il potente Signore di tutte le Antenne, il più grande comunicatore dell'ultimo trentennio di storia italiana, il self-made man capace di costituire un partito politico dal nulla e salire in un anno al Quirinale con il consenso espresso nelle urne elettorali dal Popolo Italiano - nonché, incidentalmente, il Presidente dell'A.C. Milan - è stato affrontato per l'appunto sul terreno di battaglia della comunicazione (il suo terreno di competenza) e attraverso i media (le sue armi privilegiate): là è stato affrontato, e così è stato demolito. Dai silenzi sdegnosi e ostinati, agli outing pre-elettorali ("a me gli scudetti"), allo stucchevole teorema della persecuzione personale: ogni parola spesa o non spesa dalla dirigenza si è rivelata, con proverbiale regolarità, un passo falso capace di produrre effetti devastanti. Sicché di questo stiamo parlando: del definitivo annientamento di un centro di potere ("grumo" nel lessico radical chic del poliziotto Borrelli). Il centro di potere che, tramite il controllo di una carica istituzionale chiave dell'ordinamento sportivo (la presidenza della Lega Nazionale Professionisti), "rappresenta, su delega specifica rilasciata per ogni singolo contratto e da ogni singola società, le società che partecipano alle competizioni agonistiche ufficiali limitatamente alla cessione per la diffusione sul solo territorio italiano dei diritti televisivi degli highlights in chiaro e in differita dei Campionati di Serie A e di Serie B" (art. 1 del Regolamento L.N.P). Ovvero, distribuisce alle società per azioni del calcio italiano la voce di entrata primaria di bilancio.

La ripartizione dei diritti televisivi è infatti "il tema di attenzione prioritario nel quale trova origine e spiegazione - affermava già in premessa il Capo Ufficio Indagini nella sua relazione - la fitta rete dei rapporti intercorsi tra soggetti a vario titolo partecipanti al mondo del calcio". L'inibizione di Adriano Galliani "a svolgere ogni attività in seno alla F.I.G.C., a ricoprire cariche federali ed a rappresentare le società nell'ambito federale, indipendentemente all'eventuale rapporto di lavoro" (art. 14, Titolo II del c.g.s.) non è stata, pertanto, una sanzione sportiva: ciò di cui il Popolo Rossonero nella sua totalità (fatto salvo lo sdegno di un paio di scribacchini di corte) sarebbe stato grato a Borrelli per i tempi a venire. L'ineffabile Vicario ha preservato infatti le mansioni istituzionali, con il silenzioso beneplacito del Presidente, e perseverato nel produrre danni irreparabili per il Club: tanto a livello d'immagine, affidando le proprie farneticanti esternazioni al maggiordomo Cantamessa, quanto soprattutto di gestione, sperperando le poche risorse messe a disposizione dalla proprietà con operazioni di mercato imbarazzanti (18 milioni di euro più Vogel per Ricardo Oliveira, per dire la più grossa) oltre che deleterie. Ne stiamo raccogliendo i frutti sul campo. L'inibizione di Adriano Galliani ha avuto l'unica evidente valenza del colpo di grazia ai gangli vitali del centro di potere espresso dal Presidente di Lega. Da quel momento, la ripartizione dei diritti televisivi non è più controllata da un dirigente Fininvest e non è più garantita dalla controparte criminosa del patto d'acciaio con la Giovanni Agnelli & C., la cupola di Big Luciano.

L'Ultimo Atto della farsa è dunque lo sconto sostanzioso per tutti i Club penalizzati, tutti meno il Milan! L'Avvocato del Diavolo insorge, si noti bene, non già per difendere gli interessi sportivi di squadra e tifosi (8 punti di handicap nel campionato in corso e 30 in quello passato, con conseguente esclusione dal girone a classifica di Champions League), bensì gli interessi particolari dell'A.D. o forse, sarebbe più corretto dire, del dirigente Fininvest. Emerge uno scenario maleodorante (e tipicamente italiota) di accordi sottobanco fra le controparti legali, coerente tuttavia con i patteggiamenti più o meno espliciti fra dirigenza sabauda del nuovo corso e Federazione (niente ricorso al Tar in cambio "della Serie B con una congrua penalizzazione in punti"). Ancora una volta, il nostro antennista brianzolo viene sorpreso con le dita nel barattolo della marmellata: disonesto quanto gli altri, solo un po' più pirla, dal momento che a giugno tenta di barattare un tornaconto personale (a danno del Milan) per raccogliere a novembre le beffe di Rossi e Borrelli. Così recita oggi lo splendido neo Commissario Pancalli: «Prima di affrontare la conciliazione ho sentito telefonicamente il professor Nicoletti, che mi ha negato l'esistenza di un'intesa con Galliani. L'allora vice commissario mi ha spiegato che si trattava soltanto di un pour parler. Così, per rispettare una linea di coerenza, abbiamo deciso di non conciliare e di mandare tutto all'arbitrato». In buona sostanza, non esistevano accordi scritti né formali, ma un "gentleman agreement" (per l'appunto...) in base al quale l'A.C. Milan accettava di mantenere un profilo basso difronte ai media, per ricevere in cambio dalla Camera di Conciliazione uno sconto sulla squalifica di nove mesi a Galliani (che scadrà il 14 aprile 2007) e non sui punti di penalizzazione alla squadra: in questo modo, dal primo di gennaio, il nostro disinibito Vicario avrebbe potuto fare la sua trionfale rentrèe in Lega, e ricominciare a spartire le fette della torta delle televisioni.

31 ottobre, 2006

26 ottobre, 2006

AD IMPERITURA MEMORIA

Torino, 26 ottobre 2006 - «ERAVAMO DA C, RICHIESTA LA B»
L'avvocato Zaccone, difensore della Juventus: «Gli atti processuali inchiodavano Moggi e Giraudo e parlavano di 4 episodi di illecito sportivo riguardanti altrettante gare».

[Quotidiano.net] Infuocata assemblea del Cda della Juventus: Cobolli Gigli e Blanc sono stati attaccati dai piccoli azionisti per non aver difeso a sufficienza la Juve nella vicenda Calciocaos e anche l'avvocato Cesare Zaccone ha voluto rispondere a chi lo ha accusato di aver fatto poco per difendere i diritti della Juventus in sede di processo. «Qualcuno forse non ha capito la situazione in cui ci siamo trovati» - ha detto. «Abbiamo dovuto leggere in 5 giorni un dossier di 7.500 pagine, con una serie di atti contro due dirigenti (Moggi e Giraudo, ndr) che rappresentavano la società. Invito tutti a leggere queste pagine, soprattutto le persone che santificano Moggi e Giraudo. Vi faccio presente che questi atti parlavano di cose irrispettose per quanto riguarda le regole del calcio e soprattutto parlavano di 4 episodi di illecito sportivo riguardanti 4 gare». «Quindi la situazione era a dir poco drammatica - continua Zaccone - e, siccome il comportamento dei dirigenti ricade inevitabilmente sulla società, non c'era molto da fare. Noi avevamo addirittura due dirigenti colpevoli e quindi che cosa dovevamo fare secondo voi? O difendevamo i dirigenti oppure prendevamo le distanze da loro per cercare di far sopravvivere la Juve. Noi volevamo una giustizia equa, però, ve lo ripeto - rivolgendosi agli azionisti - i dati di fatto nei nostri confronti erano drammatici. Erano da serie C. Ci siamo permessi di chiedere una B senza penalizzazione perchè con i dati di fatto che avevamo sarebbe andata bene».

18 ottobre, 2006

L'ALBA DI ONESTOPOLI

La vera storia del passaporto di Recoba. Il documento falso venne pagato ottantamila dollari: i vertici della società erano stati informati da Oriali.
(da Libero del 18 ottobre 2006)

Pubblichiamo ampi stralci della sentenza della Commissione disciplinare della Lega Calcio relativi al "caso Recoba passaporto falso", che il 27 giugno 2001 stabilì le seguenti pene: squalifica fino al 30 giugno 2002 per Alvaro Recoba, inibizione fino al 30 giugno 2002 per Gabriele Oriali, inibizione fino al 31 marzo 2002 per Franco Baldini, oltre a una sanzione di due miliardi di lire per la società nerazzurra. Ma questo è solo il primo atto dell'intricata vicenda. La pena per il giocatore venne confermata dalla Commissione d'appello federale e ridotta a quattro mesi dalla Camera di conciliazione del Coni (sanzione pecuniaria per la società ridotta a soli 1,4 miliardi di lire). Il 25 maggio 2006 Recoba e Oriali hanno patteggiato sei mesi di reclusione (sostituiti con una multa di 21.420 euro) in sede penale, richiesta accolta dal gip del Tribunale di Udine. Nell'inchiesta, divisa in vari filoni, furono coinvolte trentuno persone, fra le quali dodici calciatori di Milan, Roma, Lazio, Sampdoria, Udinese e Vicenza. Sul sito Lega Calcio è possibile consultare, per tutti gli interessati alla vicenda, il comunicato ufficiale nella sua interezza.

L'esame del merito richiede una premessa in ordine all'oggetto dell'accertamento demandato a questa Commissione, che non può riguardare direttamente l'autenticità, ovvero la contraffazione del passaporto italiano del calciatore Recoba Rivero Alvaro apparentemente emesso dalla Questura di Roma il 9 novembre 1998, essendo tale materia ovviamente riservata al giudice penale. Dagli atti del procedimento emergono circostanze univoche, concordanti ed incontrovertibili che consentono di affermare (pur prescindendo dal rilievo, desumibile dalla documentazione acquisita ed evidenziato nell'atto di deferimento, che il passaporto italiano del calciatore non risulta essere mai stato rilasciato dalla Questura di Roma) che il Recoba non aveva alcun titolo al rilascio di un passaporto italiano per assoluta inesistenza in capo allo stesso dei presupposti indispensabili, ed in primo luogo del diritto alla cittadinanza italiana. A siffatta conclusione si perviene, anche a tacere per il momento dei riscontri probatori e delle argomentazioni logiche che verranno approfondite esaminando le singole posizioni degli incolpati, sulla base delle sole dichiarazioni rese dal calciatore all'Ufficio indagini ed alla Procura della Repubblica di Udine. In sintesi, il Recoba ha riferito di aver preso per la prima volta in considerazione la possibilità di diventare cittadino comunitario al suo rientro presso l'Internazionale dopo un periodo di permanenza in prestito al Venezia. In tale occasione egli chiese notizie al proprio padre il quale gli precisò che la famiglia aveva "antenati nelle isole Canarie". Le ricerche svolte in quella direzione, dapprima da un collaboratore del procuratore Casal, tale Daniel Delgado, e poi da uno studio legale spagnolo incaricato allo scopo dalla Soc. Internazionale, non approdarono ad alcun risultato: riferisce infatti il Recoba che la ricerca era "lunga e difficile". Il calciatore ha inoltre escluso di aver mai svolto alcuna pratica od inoltrato alcuna richiesta tendente al rilascio di un passaporto italiano.

BENEFICI ILLEGALI PER IL CALCIATORE - Non è necessario spendere ulteriori parole per concludere che il passaporto italiano consegnato al Recoba in Roma nel settembre 1999 non corrisponde né alla cittadinanza uruguaiana di cui il calciatore era in possesso dalla nascita né a quella spagnola che egli avrebbe eventualmente potuto conseguire "jure sanguinis", se le ricerche svolte in Spagna per l'individuazione di antenati spagnoli avessero avuto esito positivo. E sotto il profilo soggettivo si può anche tranquillamente affermare che in nessun caso il calciatore avrebbe potuto confidare nella veridicità "ideologica" del passaporto italiano che gli venne consegnato alla Borghesiana il 12 settembre 1999 dall'Oriali. In linea generale, e fatto salvo l'accertamento delle singole responsabilità, è innegabile che l'uso di tale passaporto al fine ottenere la variazione di status federale del calciatore, con la consapevolezza che il documento non poteva essere genuino perché incompatibile con la cittadinanza non italiana del Recoba, costituisca grave violazione dei principi di lealtà, probità e rettitudine alla cui osservanza sono tenuti tutti i destinatari delle norme federali, come dispone l'art. 1 comma 1 del C.G.S. Si tratta infatti di utilizzare mezzi scorretti, o addirittura fraudolenti, al fine di ottenere il riconoscimento di un titolo non spettante, traendone un indebito vantaggio. È superfluo il sottolineare, in proposito, che il fatto di diventare "comunitario" ha recato benefici non solo economici sia al calciatore, quanto meno sotto il profilo della libertà assoluta di circolazione del tesserato nell'ambito delle Federazioni comunitarie, sia alla Società di appartenenza, per una migliore utilizzazione dell'organico disponibile (...). Passando all'esame delle singole posizioni, non sussistono dubbi sull'affermazione della responsabilità di Recoba Rivero Alvaro. Si è già detto che dagli atti non è desumibile alcuna valida ragione che consentisse al calciatore di credere nella genuinità del passaporto italiano in questione e, in particolare, non merita alcun credito l'affermazione del Recoba, allorchè sostiene di non aver rilevato l'anomalia della data di emissione del documento, anteriore di quasi un anno rispetto al momento della consegna dello stesso da parte di Oriali, o quando afferma di non aver notato che nel passaporto gli era stata attribuita una residenza romana mai esistita e meno ancora quando dichiara di non aver dato alcun peso alla circostanza che sul passaporto era applicata una sua fotografia di cui egli non aveva alcun ricordo e che non gli risultava comunque di aver consegnato ad alcuno.

IL COINVOLGIMENTO DI BALDINI - La difesa ha sostenuto che la condotta del Recoba dovrebbe ritenersi scriminata in considerazione della sua inesperienza ed ingenuità, dovute all'età giovanile, nonché della mancata conoscenza da parte sua di tutto quanto attiene a leggi, regolamenti, pratiche amministrative e burocratiche; tutti elementi questi che ne dimostrerebbero l'inconsapevolezza riguardo all'illiceità del suo tesseramento federale come cittadino comunitario. Ad avviso della Commissione l'asserita inconsapevolezza del Recoba è irrimediabilmente smentita dalle circostanze di fatto sopra richiamate, la cui rilevanza non può essere contrastata ed esclusa soltanto in ragione dell'età del calciatore. E' notorio, infatti, e risulta dagli atti che il Recoba, seppure innegabilmente giovane, ha maturato esperienza in vari campi attraverso spostamenti e viaggi intercontinentali, trattative contrattuali di rilevanza economica, contatti con procuratori sportivi ed iniziative anche nella specifica materia dell'acquisizione di una determinata cittadinanza (si vedano la richiesta di informative al proprio padre, l'affidamento della pratica a uno studio legale spagnolo). Pertanto non mancano a Recoba l'intelligenza, la maturità e l'esperienza necessarie per comprendere che i passaporti non si materializzano dal nulla e che la trasformazione del suo status federale da extracomunitario a comunitario era irregolare. La sconcertante faciloneria con cui Recoba, sebbene "stupito" di aver ottenuto un passaporto italiano, se ne è servito perché gli conveniva acquisire lo status di comunitario, assume, alla luce delle considerazioni sopra svolte, un significato probatorio decisivo ai fini dell'accertamento della partecipazione attiva e pienamente consapevole del tesserato alla realizzazione dell'illecito. Quanto al sig. Gabriele Oriali risulta dagli atti che questi, all'inizio della collaborazione con l'Internazionale a giugno 1999, apprese che la Società aveva interesse alla variazione di status del Recoba da extracomunitario a comunitario e che a tal fine era stato interessato uno studio legale spagnolo, le cui ricerche si erano però arenate, trattandosi di pratica complicata che richiedeva in ogni caso, tempi molti lunghi. Risulta altresì che l'Oriali si interessò della questione Recoba assumendo concrete iniziative finalizzate al conseguimento della variazione di status del calciatore, prendendo contatto con il Baldini per conoscere "come facevano alla Roma per i passaporti" e chiedergli l'indicazione di qualcuno che potesse aiutare l'Internazionale a modificare lo "status" del Recoba. Avuto dal Baldini il nominativo del Krausz (da lui peraltro già conosciuto), l'Oriali si attivò per l'avvio della "pratica", seguendone poi lo svolgimento sino alla conclusione. Egli provvide infine a consegnare al Recoba, il 12 settembre 1999, il passaporto italiano che gli era stato appena fornito dal Krausz. A carico dell'Oriali gravano elementi di accusa, costituiti da circostanze di fatto accertate e da argomentazioni logiche deducibili dagli atti, così precise, articolate e stringenti da dimostrarne la responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio. In particolare:
a) fu l'Oriali a ricevere il passaporto dal Krausz. Prima di consegnarlo a Recoba, egli ebbe modo di esaminarlo e di rilevare che la data di emissione risaliva al 9 novembre 1998, cioè quasi un anno prima del giorno della consegna. La circostanza è confermata dal Krausz, la cui deposizione all'Ufficio Indagini va ritenuta attendibile, per essere stata rilasciata spontaneamente da persona non tesserata e conseguentemente non obbligata a fornire informazioni agli Organi federali della Figc. La spiegazione di tale anomalia, che il Krausz dice di aver fornito all'Oriali ("Commentammo il fatto che il passaporto risultava rilasciato con una data anteriore ma a me era stato spiegato con la circostanza che trattasi di documenti facenti parte di un gruppo "riservato a casi particolari") è sintomatica della consapevolezza da parte dell'Oriali in ordine alla irregolarità del rilascio del passaporto;
b) Oriali ebbe anche modo di rilevare, esaminando il passaporto, che dal documento Recoba risultava residente a Roma, circostanza non corrispondente al vero, e che sul passaporto era applicata una fotografia del Recoba di cui egli "non sapeva nulla";
c) fu l'Oriali ad incaricare Krausz dello svolgimento della "pratica" in Argentina e ad autorizzare, dopo aver ottenuto l'assenso della Società, il versamento della somma di 80.000 dollari pretesi (cfr. le dichiarazioni sul punto del Krausz) dalla Liliana Rocca quale compenso per l'ottenimento del passsaporto;
d) fu l'Oriali a promuovere un incontro con Baldini, alla presenza del Ghelfi, nel corso del quale venne chiesto al Baldini di assumersi tutta la responsabilità dell'operazione, e di emettere fattura a proprio nome dei costi "dell'operazione Recoba";
e) l'Oriali, essendo a conoscenza dei precedenti infruttuosi tentativi svolti in Spagna per il conseguimento della cittadinanza comunitaria del calciatore, non poteva confidare nella correttezza e regolarità di un passaporto italiano di Recoba ottenuto in Argentina da una non meglio precisata "agenzia", in tempi a dir poco fulminei, dal momento che egli ben sapeva che da parte di Recoba non era stata presentata ad alcuna autorità italiana la domanda di rilascio del passaporto. Né egli poteva, in base alla logica ed alla comune esperienza, considerare serie e fondate le generiche e fumose assicurazioni fornitegli dal Krausz, anche tramite Baldini, che "tutto era regolare". L'affermazione dell'incolpato, di non essere stato consapevole della pretesa illegittimità del documento e di non aver dubitato della correttezza delle persone alle quali aveva affidato, per conto della Soc. Internazionale, lo svolgimento della "pratica", si riduce a mera allegazione difensiva priva di effettivo riscontro, che non intacca minimamente il completo e convincente quadro probatorio raccolto a suo carico. Deve quindi essere affermata la responsabilità disciplinare del sig. Gabriele Oriali.
Per quanto attiene al sig. Franco Baldini è pacifico in atti che questi venne interpellato dall'Oriali, il quale gli chiese se conoscesse una persona in grado di verificare l'esistenza delle condizioni necessarie per modificare lo status del Recoba da extracomunitario a comunitario. Il Baldini avrebbe indicato il Krausz (che l'Oriali già conosceva personalmente) ritenendolo adatto al compito sia perché questi in precedenza si era occupato di vicende analoghe, sia perché la moglie dello stesso collaborava con uno studio legale argentino. Dopo aver indirizzato Oriali al Krausz, il Baldini non si sarebbe più interessato direttamente al caso, limitandosi in alcune occasioni a fungere da tramite tra Krausz ed Oriali, poiché gli stessi avevano difficoltà di mettersi in contatto tra loro. La difesa ha sostenuto che la marginale attività del Baldini, limitatasi alla "presentazione" di Krausz ad Oriali (salvo sporadici e non significativi interventi di mero collegamento tra i due) ne escluderebbe il coinvolgimento nella vicenda del passaporto Recoba. Osserva la Commissione che dagli atti si evincono numerose e concordanti circostanze che conducono al convincimento che il Baldini ebbe nella vicenda un ruolo ben più rilevante ed efficientedi quello di semplice tramite. In particolare:
a) tra il Baldini ed il Krausz esisteva un rapporto di collaborazione, nel senso che il primo aveva offerto al secondo, in un momento di difficoltà economica, l'opportunità di collaborare con il suo studio, operando in Argentina ove dimorava avendo sposato un'argentina;
b) il Baldini, proprio in virtù del rapporto di collaborazione di cui sopra, doveva ben conoscere la natura delle pratiche svolte dal Krausz in Argentina, l'inconsistenza delle vantate conoscenze ed esperienze presso agenzie e consolati e della altrettanto vantata possibilità di intervento della moglie nella veste di collaboratrice di uno studio legale (il Krausz ha dichiarato di aver reperito l'indirizzo di una "agenzia seria" attraverso depliant distribuiti a scopo pubblicitario, di fronte ad un Consolato e mai ha fatto cenno ad una qualsivoglia partecipazione della propria moglie alla vicenda);
c) risulta dagli atti che il Baldini costituì un punto di riferimento costante per lo svolgimento della "pratica" trasmettendo al Krausz la documentazione relativa al Recoba, smistando le comunicazioni via fax tra Oriali e Krausz ed infine - circostanza questa alquanto sintomatica - comunicando ad Oriali, circa 45/60 giorni dopo il primo contatto, che la ricerca era stata positiva e che tutto era a posto affinchè il Recoba divenisse comunitario - Al riguardo, le asserite difficol tà di contatto telefonico tra il Krausz ed Oriali non sono credibili poiché il Krausz riferisce di aver telefonato direttamente ad Oriali per tenerlo al corrente dell'andamento della pratica in varie occasioni, non ultima quella relativa alla richiesta del bonifico bancario. Se ne deduce logicamente che le notizie importanti, come indubbiamente era quella della "conclusione delle ricerche", dovevano passare attraverso il Baldini e che competeva a quest'ultimo comunicarle all'Oriali;
d) Oriali si rivolse a Baldini e non a Krausz per accertarsi che "tutto fosse regolare" e fu il Baldini a fornire le assicurazioni del caso;
e) nel maggio 2000 il Baldini fu convocato ad un colloquio con Oriali e Ghelfi, nel corso del quale gli venne chiesto di assumersi tutte le responsabilità del passaporto di Recoba e addirittura di fatturare a proprio nome le relative prestazioni. Tale tentativo di coinvolgimento del Baldini da parte dell'Internazionale non avrebbe evidentemente alcuna giustificazione logica, se egli si fosse limitato a "dirottare" Oriali verso Krausz. Né appare credibile la versione difensiva circa le motivazioni di rispetto quasi reverenziale che avrebbero indotto il Baldini ad accettare comunque il colloquio con gli esponenti dell'Internazionale. In base ai suddetti elementi, la Commissione ritiene che debba essere dichiarata la responsabilità del Baldini, risultando pienamente provati il diretto e consapevole coinvolgimento nella realizzazione dell'illecito e l'efficacia causale dell'attività posta in essere per il conseguimento del fine.

RESPONSABILITÀ OGGETTIVA PER L'INTER - Al sig. Rinaldo Ghelfi, amministratore delegato della Soc. Internazionale, viene contestata la partecipazione alla illecita condotta posta in essere dai tesserati della sua Società, Recoba ed Oriali in concorso col Baldini e con terzi non tesserati. Peraltro, dagli accertamenti svolti in sede di indagini risulta un intervento diretto del Ghelfi nella vicenda soltanto nel maggio 2000, momento in cui era divenuta di pubblico dominio la notizia di possibili irregolarità riguardanti il conseguimento dello status di comunitario da parte del calciatore della Lazio Veron. Il Ghelfi, volendo essere certo che non vi fossero anomalie nella analoga pratica di Recoba, chiese chiarimenti ad Oriali e partecipò al noto incontro con lo stesso Oriali ed il Baldini. Tale condotta del Ghelfi, di per sé, non appare disciplinarmente rilevante, sia perché avvenuta in epoca successiva alla modifica dello "status" del Recoba, sia perché priva di valore probatorio significativo ed univoco in ordine alla consapevolezza del Ghelfi circa l'irregolarità della posizione del Recoba. Su tale circostanza sussistono certamente forti dubbi, dal momento che Oriali - non essendosi attivato per il passaporto di Recoba a titolo meramente personale - deve aver tenuto informati i vertici della Società sull'andamento della pratica. Dagli atti risulta che almeno in due momenti Oriali deve essersi consultato con i propri superiori: il primo quando si trattò di dare il "via" alla pratica in Argentina ed il secondo quando si trattò di effettuare su indicazione di Krausz, il bonifico di 80.000 dollari, che doveva essere autorizzato dai vertici societari. Ciò posto, è evidente che la richiesta di pagamento di una somma rilevante per lo svolgimento di ricerche documentali avrebbe potuto, e forse dovuto, ingenerare nella dirigenza dell'Internazionale sospetti di irregolarità e d'altra parte l'inesistenza nei libri contabili della Società di un pagamento di tale importo potrebbe significare che alla liquidazione del compenso si sia provveduto in forma non ufficiale, cosa che costituirebbe un ulteriore indizio di responsabilità a carico dei referenti dell'Oriali. Dagli atti, tuttavia non è desumibile alcuna circostanza che faccia riferire al Ghelfi, in modo certo ed inequivoco, l'adozione di decisioni in tal senso, non potendosi escludere in modo assoluto l'ipotesi che altri soggetti abbiano provveduto nei predetti termini. Ritiene pertanto la Commissione che il sig. Rinaldo Ghelfi debba essere prosciolto dall'addebito. La Soc. Internazionale risponde dell'operato dei propri tesserati Recoba ed Oriali a titolo di responsabilità oggettiva, senza che possono in alcun modo rilevare le allegazioni di buona fede formulate dalla stessa.

12 ottobre, 2006

LA FOSSA VIVE

Dal gioco nasce l'amicizia, e quando il gioco finisce, resta l'amicizia.

[SosItalia.it] Questa la scritta comparsa sulla targa che sabato 7 ottobre i tifosi della ex Fossa dei Leoni hanno applicato sui nuovi giochi da esterni donati al Villaggio SOS di Saronno. Un gruppo numeroso di ragazzi e famiglie, accomunati soprattutto da una grande amicizia e da una passione per la squadra del Milan, ha trascorso un'intera giornata al Villaggio SOS di Saronno, al quale ha regalato nuovi giochi di legno per il giardino del villaggio: un'altalena, una torretta con scivolo, panchine, tavoli.
Questa splendida iniziativa nasce purtroppo da un episodio spiacevole, ovvero dallo scioglimento della storica tifoseria milanista. A testimonianza dell'ottimismo e dello spirito di amicizia e desiderio di condivisione che accompagna però questo gruppo, la Fossa dei Leoni ha deciso di devolvere la somma derivata dalla sua chiusura ad alcuni progetti sociali, tra cui appunto il Villaggio SOS di Saronno.
Non potevano scegliere frase migliore da apporre sulla targa che hanno regalato al villaggio!
Grazie di cuore.

I Villaggi SOS sono unorganizzazione indipendente e non governativa, impegnata a difendere i diritti dei bambini e a soddisfare i loro bisogni.

Anche Andriy Shevchenko è Ambasciatore FIFA per SOS, con l'obiettivo di aiutare i bambini e supportare la costruzione del nuovo Villaggio SOS di Brovary, in Ucraina.

«Ci sono molti problemi in Ucraina e dobbiamo assolutamente migliorare la situazione dei bambini: i bambini sono il futuro», le parole di Sheva il giorno dell'investitura ufficiale, allo stadio Respublikanskiy di Kiev.

La Fossa e Sheva, volti e immagini di un Milan che non esiste più. E dio solo sa quanto il Milan, oggi, avrebbe bisogno dell'uno e dell'altra. Della classe, della forza, dello spirito e dei gol del Balon d'Or per certo; ma anche di una sana e costruttiva contestazione a questa dirigenza, a questo staff tecnico e a più d'un elemento di questo spogliatoio. Per rialzare insieme la testa e ricominciare a difendere il blasone del Diavolo. Viceversa, la paresi delle idee e delle intenzioni regna sovrana e incontrastata, la squadra va alla deriva, la proprietà tace... e la curva canta "Carlo Ancelotti". Tutti a libro paga di Adriano Galliani.

30 settembre, 2006

29 settembre, 2006

HAPPY BIRTHDAY

«A noi Sheva manca ma sono sicuro che a lui manchi il Milan e tanto, tantissimo. Mi spiace vederlo giocare come sta facendo al Chelsea: si vede che non riesce a esprimersi, che non si è integrato. Sembra che non c'entri nulla con il gioco del Chelsea». Parole e musica di Kakhaber Kaladze: un amico. Curioso che, appena tre giorni fa, il grillo parlante di Milanello - Franco Ordine su Il Giornale - abbia avvertito l'urgenza di specificare l'esatto contrario, in apertura del pezzo post Champions. Ovvero fuori contesto. Il secondo 0 a 0 consecutivo di una stagione in cui andare in gol è diventato il problema più macroscopico (per una squadra che l'anno passato ne aveva segnati 85), evidentemente ha risolleticato qualche recente prurito. Vuoi vedere che quel nuovo "7 rossonero" è un brasiliano però... non è il fenomeno che Ancelotti, Galliani e i media istituzionali avevano tentato di propagandare? Certo è che la riconoscenza non appartiene a questo mondo, figurarsi al piccolo pianeta del calcio. E comunque, buon trentesimo compleanno al Balon d'Or!

Post Scriptum: ma il Presidente... esiste?

25 settembre, 2006

SILENZIO! MORATTI TI ASCOLTA...

Nel 2002 la società nerazzurra si rivolse a un investigatore legato a Telecom per far pedinare l'ex arbitro De Santis. L'ufficio indagini aprirà un fascicolo: il club potrebbe essere accusato di slealtà sportiva.

[Gazzetta.it] Roma, 25 settembre 2006 - «Ipotesi di violazione dell'articolo 1 del codice di giustizia sportiva»: con questa intestazione questa mattina un fascicolo sarà aperto dall'Ufficio indagini della Federcalcio sulla vicenda Inter-De Santis-Vieri. In attesa di conoscere le decisioni di Francesco Saverio Borrelli, il suo ufficio continua a lavorare. Toccherà a Carlo Loli Piccolomini o a Marco Squicquero richiedere alla Procura di Milano gli atti relativi alla parte del filone Telecom che riguarda il mondo sportivo.

I FATTI. Nel 2002 l'arbitro Danilo Nucini ha un colloquio con Giacinto Facchetti e gli racconta di alcuni strani rapporti tra Luciano Moggi, l'arbitro Massimo De Santis e i dirigenti sportivi Mariano Fabiani e Luigi Pavarese. Facchetti chiede a Nucini di riferire i fatti alla Procura di Milano (visto che lo stesso aveva perplessità a rivolgersi alla giustizia sportiva), ma non fu fatto nulla. Allora l'Inter, a quanto poi è emerso dalle indagini della magistratura, si rivolse alla Polis d'Istinto, l'agenzia investigativa di Emanuele Cipriani (legato al responsabile del Cnag della Telecom, Giuliano Tavaroli) per far pedinare De Santis. Da quel momento fu aperto un dossier dal significativo nome in codice: operazione ladroni.

I CONTROLLI. Sarebbero, però, anche stati intercettati i telefoni di De Santis e della moglie. Gli stessi furono anche seguìti, fotografati, furono fatte indagini patrimoniali e sui conti correnti. Alla fine il dossier si chiude dicendo che «non furono trovate anomalie nel tenore di vita del soggetto». Contemporaneamente furono intercettate le telefonate di Bobo Vieri e l'attaccante fu anche pedinato, ma soltanto nell'ambito di un controllo della società sul calciatore. Del mondo sportivo erano intercettati anche Franco Carraro e il presidente di Capitalia Cesare Geronzi.

INTERCETTAZIONI ILLEGALI. A seguito del decreto legge del Governo sulle intercettazioni illegali, è tornata d'attualità la vicenda. Perché fu commissionata una inchiesta da parte di un'agenzia investigativa e non fu fatto né un esposto alla magistratura, né una denuncia all'Ufficio indagini? Il voluminoso materiale raccolto sull'arbitro, oltre che valutare il suo tenore di vita, a cosa mirava? E le foto? Le stesse domande potrebbero valere anche per Vieri. Inoltre se i contatti denunciati erano con Moggi, Fabiani e Pavarese, ci sono state intercettazioni anche nei loro confronti? Sono queste le domande che gli 007 federali porranno ai dirigenti interisti.

LE PROCURE. L'argomento interessa, intanto, anche la Procura di Napoli che nel 2004 proprio a Tavaroli si rivolse per comunicare le intercettazioni delle utenze di Moggi, Bergamo, Pairetto. Sì, proprio a Tavaroli che era a capo del Cnag, il centro nazionale autorizzazioni giudiziarie della Telecom, che quindi venne a conoscenza dell'indagine che i magistrati Beatrice e Narducci stavano conducendo proprio sulle stesse persone. Una coincidenza, chiaramente, ma che alla luce degli ultimi sviluppi diventa inquietante: Tavaroli ha detto ai pm che lui riferiva tutto a Carlo Buora, amministratore delegato Telecom e vice presidente dell'Inter.

A quanto pare il cerchio di Onestopoli si stringe. Inevitabile da che, venerdì scorso, Paolo Colonnello su La Stampa ha sputato il rospo.

Se lo spionaggio di massa organizzato dalla premiata ditta Tavaroli & Cipriani ai danni di dipendenti, fornitori, rivenditori, gommisti, manager e scalatori, non poteva avere altro committente che la Telecom e la Pirelli di Tronchetti Provera, il dossieraggio su uomini politici, imprenditori, finanzieri, personaggi dello spettacolo, calciatori, giornalisti e magistrati, a chi poteva davvero interessare? Certo, in questo gioco di specchi, dove sull'arbitro De Santis o quello sul giocatore Bobo Vieri che vengono probabilmente commissionati dall'Inter, visto che la ricevuta di un pagamento intestata a F.C. Internazionale Milano, è stata ritrovata dagli inquirenti presso la sede inglese della Worldwide Consultant Security, una delle scatole vuote estere messe in piedi da Emanuele Cipriani per ricevere con discrezione il denaro dai suoi importanti clienti.

Memorabile il commento dell'intercettato De Santis al TG5.

«Inizialmente, quando abbiamo saputo di questa operazione messa in atto da Moratti - perché dalle parole di Moratti abbiamo saputo questo, e quindi di conseguenza da Pirelli e da questo investigatore Cipriani - siamo rimasti veramente schifati da questa situazione. Soprattutto perché tutto questo avveniva da parte di persone che in tutto questo frangente si sono sempre proclamate innocenti ed estranee a qualsiasi cosa proprio perché non figuravano nelle intercettazioni telefoniche. A questo punto io penso che forse l'unica cosa è che l'Inter faccia un campionato da sola, giochi da sola, almeno vincerà tutte le partite senza che nessun arbitro la possa danneggiare. Io penso che le partite vanno vinte sul campo».

Non resta che attendere per vedere in che modo ne usciranno gli Onesti e quale fine farà il loro scudetto di legno, ora che lo straordinario Commissario Telecom è tornato alla casa madre.

23 settembre, 2006

CALCIO O FOOTBALL

Il dilemma del sabato pomeriggio è il seguente: ingrassare con il calcio di cadetteria o rifarsi il palato con il football di Premiership? Mi accontento di leggere il nome del fischietto a Torino. Per Juventus-Modena, hanno designato Tiziano Pieri: affari di famiglia. No grazie, cambio canale. C'è il derby di Londra, c'è il Balon d'Or in campo. C'è tutta un'altra poesia.

Questa è una partita di simboli: SW6. South West Six. Codice di avviamento postale. Sud-ovest di Londra. Quartiere di Fulham. La storia nasce qui, dove vivono benestanti signori, dove il Tamigi non si sente ma c'è, dove le luci si accendono presto, dove il tè non è un'opzione, dove derby è una cosa che conoscono bene. Se spedisci una lettera al Fulham Football Club scrivi Stevenage Road, London, SW6. Se la mandi al Chelsea, scrivi Fulham Road, London, SW6. In mezzo ci sono ottocento metri e non uno di più. Svolti un angolo, poi sempre dritto. Sei arrivato. Stesse case, stesse scuole, stessi giardini pubblici, stesse uscite della metropolitana. Due stadi: Craven Cottage e Stamford Bridge. Londra è una città che nel calcio non si stupisce di niente: con tredici squadre professionistiche, con milioni di tifosi, ha una serie infinita di partite tutte sue. Di incroci, di destini, di fan mischiati, di magliette che si sovrappongono, di sfide tribali che si ripetono. Allora si eccita e si sgonfia, si rieccita e poi si adatta. (...) Chi sta a Londra e non è accecato dal tifo sa che in fondo esistono solo due squadre e sono quelle vicine di casa, quelle con lo stesso codice di avviamento postale. Peggio per Nick Hornby e per tutti i suoi sodali che spingono l'Arsenal oltre il muro dell'anonimato. Anche questa non è una questione di scudetti e letteratura, né di sponsor miliardari o tifosi vip. E' così perché, nel paese dove il football è nato, si trova ancora qualcosa di incomprensibile: appartiene all'inconscio, al mito, alla leggenda. Alle famiglie: uno è tifoso del Chelsea o del Fulham non per appartenenza geografica, religiosa o sociale. Non è possibile. La squadra la sceglie il destino. In una casa si sta da una parte, in quella accanto si sta dall'altra. Il rivale non è nemico diverso, è avversario perché è uguale. E' una differenza enorme, è il letto di un fiume come il Tamigi dove scorre passione. Colori e sapori. E' come se ci fosse una sacca e dentro quella sacca una magia che va oltre lo spettacolo da vendere alle telecamere. Non serve il goal, va bene anche il lancio lungo con la spizzata di testa e chi s'è visto s'è visto. Lo show è un altro: quello che vive dentro la testa. L'onore, l'orgoglio, lo spirito di appartenenza, la sfida al vicino che vedi passare tutti i giorni, al parente che ha sbagliato sponda. Allora possono vincere quello che vogliono, i Gunners. Possono anche diventare un libro divertente e un film carino. Non sarà mai abbastanza. Così leggi e senti dire: «Chi sta fuori pensa che Londra sia una megalopoli piena di stadi da leggenda e di squadre di calcio irriducibili. Ma chi sta a Londra in testa ha il Chelsea e il Fulham. L'Arsenal sta a Londra come il Monza sta a Milano».
(Beppe di Corrado, su Il Foglio Quotidiano di sabato 23 settembre 2006).

Per la cronaca, l'ha svangata il Chelsea di Abramovich sul Fulham di Al Fayed. "Shevy" cerca ancora la migliore condizione e l'ha vista poco. Quando si smarca, non gliela danno. E' tutto un'altro sistema di gioco. Fatto di corsa e di atletismo, di dribbling, di cross e di tiri dalla distanza. E' il calcio delle origini. Quello che fa stare i bambini in strada col pallone incollato al piede fino a sera. Quello che noi abbiamo dimenticato come si gioca già molti anni fa.

22 settembre, 2006

IL PETROLIERE ONESTO

I Moratti producono elettricità a partire dagli scarti della lavorazione del petrolio. Per legge sono una fonte rinnovabile di energia, che lo Stato sovvenziona con i nostri soldi. Ecco come trasformare un rifiuto speciale in un ottimo affare.

[AltraEconomia.it] I soldi per comprare i giocatori dell'Inter Massimo Moratti li prende da qui, da questo piccolo paese sulle coste sarde. Ma non sentitevi esclusi: anche voi contribuite a investire sulla squadra. Ogni volta che pagate la bolletta della luce. Sarroch è in provincia di Cagliari. Vi sorge lo stabilimento di raffinazione della Saras, la società di famiglia dei petrolieri Moratti, fondata nel 1962 da papà Angelo (già presidente dell'Inter). Dal satellite si vede che l'impianto è di gran lunga più vasto dell'agglomerato urbano. È sulla costa, per permettere l'attracco delle petroliere: un quarto del petrolio trasportato via nave nel mondo passa di qua, dal mare della Sardegna. È la più grande raffineria di petrolio del Mediterraneo per capacità produttiva: 15 milioni di tonnellate l'anno di petrolio grezzo trattato, che per la maggior parte viene da Libia e Mare del Nord. Tra i clienti Shell, Repsol, Total, Eni, Q8, Tamoil.

I conti di Saras sono ottimi: 5,5 miliardi di euro di ricavi nel 2005, un bel più 48% rispetto al 2004, e utili per 332 milioni (ancora: più 47% sul 2004). E nei primi mesi del 2006 le cose marciano anche meglio, con risultati netti che raddoppiano rispetto allo stesso periodo del 2005. Saras dà lavoro a 1.600 persone. Ma il vero gioiello dell'azienda sta nell'angolo sudorientale dell'impianto: è la centrale elettrica Sarlux. La Sarlux è una società posseduta al 100% da Saras. La centrale produce energia elettrica bruciando gli scarti di lavorazione che la Saras produce raffinando il petrolio. Questo scarto si chiama tar, detto anche "olio combustibile pesante", una pece semi solida che potrebbe essere utilizzata per fare bitume, e che per essere bruciata viene gassificata e irrorata di ossigeno. È un combustibile altamente inquinante, molto più del metano di solito utilizzato nelle centrali elettriche. L'impianto brucia 150 tonnellate di tar l'ora. Oltre a CO2, ossidi di azoto ed emissioni varie, a fine anno la combustione lascia in dote 1.400 tonnellate di scarti tra zolfo e concentrati di metalli, come il vanadio e il nichel.

L'energia prodotta dalla centrale Sarlux viene tutta comprata da un ente pubblico, il Gestore del sistema elettrico (Grtn), che la paga il doppio di quanto varrebbe sul mercato. Questo accade perché per la legge italiana l'impianto Sarlux è un impianto "assimilato" alle fonti rinnovabili, e per tanto va incentivato come queste ultime. Come sia possibile che una centrale che brucia scarti della lavorazione del petrolio sia pagata come fosse un impianto a energia solare lo dobbiamo al famigerato provvedimento Cip6 (comitato interministeriale prezzi) del 1992. All'epoca il governo decise di agevolare la costruzione di impianti rinnovabili garantendo di comperare (attraverso Enel) elettricità a un prezzo più alto, il doppio e in alcuni casi il triplo, e destinando alla collettività, attraverso le bollette, l'onere del sostentamento dell'energia pulita. Ma poi allargò questa opportunità anche a un numero limitato di altre centrali che utilizzavano fonti che definì "assimilate"e che di rinnovabile non avevano nulla: per la precisione gas, carbone, tar, rifiuti.

Da allora gli italiani pagano anche il 10% in più in bolletta pensando di contribuire alla diffusione di energia pulita. Invece l'0% di quei contributi finisce a impianti come quello dei Moratti. Per il 2005 parliamo di un totale di oltre 3,1 miliardi di euro (erano 2,3 miliardi nel 2004). Oggi il meccanismo Cip6 è stato superato da quello dei certificati verdi nato nel 1999, che non prevede fonti "assimilate", ma le convenzioni stipulate nel passato sono ancora per la maggior parte attive. Sarlux non è l'unica a trarre vantaggio da questa situazione. L'elenco dei beneficiari non è pubblico, ma sappiamo che metà della torta Cip6 finisce a Edison, che appartiene ai francesi della Edf. Anche altri petrolieri, come i Garrone di Erg o i Brachetti Peretti di Api godono delle incentivazioni con impianti simili, che producono cioè elettricità bruciando scarti della lavorazione del petrolio.

Ma l'impianto dei Moratti ha qualche particolarità interessante: la prima, è che è uno dei più grandi, con i suoi 575 megawatt di potenza e 4 miliardi di kilowattora prodotti l'anno. La seconda particolarità è che è tra gli ultimi ad aver avuto accesso agli incentivi, visto che la convenzione è partita l'8 gennaio 2001. Tra l'altro la convenzione di Sarlux dura 20 anni, cinque in più rispetto a quanto stabilito dal provvedimento Cip6. Stando alle analisi della società, il prestito di oltre un miliardo di euro stipulato nel 1996 con Banca Intesa e Banca Europea per gli investimenti per costruire l'impianto dovrebbe essere ammortizzato entro il 2011. Poi saranno dieci anni di guadagno netto. Un paradosso ulteriore è che più cresce il prezzo del petrolio, lo stesso che i Moratti vendono pochi metri più in là, maggiore è il contributo che lo Stato riconosce all'impianto Sarlux in quanto fonte "assimilata" alle rinnovabili. Sarlux è strategica per i Moratti, tanto che anche nella fase di approvvigionamento del petrolio grezzo si tiene conto delle esigenze della centrale. È vero, rispetto al fatturato del gruppo i ricavi equivalgono solo a un decimo, ma gli utili di Saras sono per oltre il 36% riconducibili alla centrale elettrica (122 milioni di euro su 332). Senza gli incentivi produrre elettricità costerebbe moltissimo, molto più di quanto si guadagnerebbe vendendola (solo per l'ossigeno impiegato per la combustione Sarlux spende 50 milioni di euro l'anno). E se non vengono bruciati, gli scarti di lavorazione si tramutano, da fonte di guadagno, in un costo, perché sono rifiuti speciali e vanno smaltiti adeguatamente.

A maggio Massimo e Gian Marco Moratti, rispettivamente amministratore delegato e presidente di Saras, hanno messo in vendita le azioni della società che detenevano a titolo personale, facendo sbarcare l'azienda in Borsa. Oggi il 40% di Saras è in mano al mercato. I fratelli avranno comunque il controllo dell'azienda attraverso la finanziaria di famiglia Angelo Moratti s.a.p.a., che mantiene il 60% delle azioni. La vendita di azioni ha fruttato ai fratelli poco meno di un miliardo di euro ciascuno. Immaginiamo che parte di questi soldi verranno investiti su qualche buon giocatore. Le azioni, vendute a 6 euro l'una, per lotti minimi di 600 azioni, sono andate a ruba. Il giorno dopo il debutto a piazza Affari, però, il titolo è crollato del 10%. A fine luglio chi ha investito in Saras perdeva il 20% (un'azione era quotata 4,8 euro). Per gli 80 mila investitori che hanno creduto in Saras non resta che sperare nel campionato.

13 settembre, 2006

SOLO EUROPA

L'urlo di Pippo sotto i riflettori riconcilia con il calcio. Effetto notte. Questa è la nostra platea. Un po' sguarnita, perché molti hanno capito: 31.836 spettatori paganti per un esordio in Champions League non sono numeri da Milan. Al di là della propaganda bulgara del canale tematico e del sito ufficiale sui "settantamila al turno preliminare"... con i tagliandi d'ingresso al prezzo politico di 10 euri. Ce n'eravamo accorti lo scorso dicembre contro lo Schalke: crocevia della stagione, dentro o fuori l'Europa. A San Siro eravamo in quarantatremila: mezzo stadio.

Lasciamo alle spalle una stagione estenuante. Dopo l'ecatombe di Istanbul, abbiamo mandato giù tanto amaro. Troppo. Lo sgarbo insopportabile di Vieri in rossonero. La proverbiale ottusità di Ancelotti. I flirt con i boia Poulsen e Materazzi. Un altro tricolore buttato a Lecce. L'ambiguo, insopportabile addio del Balon d'Or. I "no grazie" di Henry e di Eto'o. Il ristoratore di Lodi e il Sistema Milan di Borrelli. L'assalto mediatico ai nostri colori. Il silenzio (assenso) della società. Quaranta giorni di B con penalizzazione (di 3 punti, sic!). I Tre Saggi e lo Scudetto degli Onesti. Il Comitato Etico e l'ammissione alla Champions sotto vigilanza Uefa. Gli obiettivi primari di mercato (Crespo e Ibrahimovic? dio ce ne scampi...) sfilati sotto al naso dai Perdenti vincitori. Le tentazioni incoffessabili di Pirlo e Kakà (prima della sentenza definitiva) e le smentite poco verosimili del club. La diffida ufficiale al Real Madrid e le successive avances private a Ronaldo (sicché non è bastato Vieri). I viaggi in Spagna di Galliani, inibito sotto mentite spoglie come accompagnatore di Braida. La proprietà che si defila. L'asta al rialzo per tale Ricardo Oliveira e il fantamercato sui fratellini o i fratellastri di Ronaldinho... E Marcio Amoroso.

Il Popolo Rossonero presenta il conto: in Serie A quest'anno 35.000 abbonati, contro i 53.000 dell'anno passato.

Ma questa è la nostra platea. Dal 1963 a Wembley, quando abbiamo alzato per primi la coppa con le orecchie. E da vent'anni a questa parte, con sette finali conquistate sul campo. Altro che "il danno causato all'immagine del calcio europeo": diciamolo pure, senza falsi pudori, che Monsieur Platini ci ha provato a togliersi qualche sassolino dalla scarpa... Ma siamo qua, dove dobbiamo essere. Dove la Signora Omicidi e i Perdenti Onesti hanno sempre raccolto briciole e sberleffi. E verrebbe voglia di assecondare la provocazione di chi chiede di vedere il Diavolo solo in Europa. Fuori, una volta per tutte, da questo maleodorante cortile tricolore.

09 settembre, 2006

RICCHIUTI E MAZZIATI

SERIE B TIM 2006-2007
Prima Giornata, sabato 9 settembre 2006
Stadio Romeo Neri di Rimini

RIMINI-JUVENTUS 1-1
RETI: 15 s.t. Paro, 29 s.t. Ricchiuti.

RIMINI: Handanovic; Vitiello, Milone, Peccarisi, Regonesi; Barusso, Cristiano; Pagano (21 s.t. Baccin), Ricchiuti, Jeda (33 s.t. Tasso); Matri (30 s.t. Moscardelli).
A disposizione: Pugliesi, Bravo, Digao, Valiani.
Allenatore: Acori.
JUVENTUS: Buffon, Birindelli, Kovac, Boumsong, Chiellini; Marchionni (33 s.t. Camoranesi), Giannichedda (18 Bojinov), Paro, Nedved; Del Piero (40 s.t. Palladino), Zalayeta.
A disposizione: Mirante, Balzaretti, Marchisio, Guzman.
Allenatore: Deschamps.

ARBITRO: Saccani di Mantova.
ASSISTENTI: Battaglia, Cariolato.
QUARTO ARBITRO: Ruini.
AMMONITI: 26 p.t. Giannichedda, 30 p.t. Crisitano, 40 p.t. Barusso, 23 s.t. Cristiano, 40 s.t. Birindelli, 46 s.t. Paro, 50 Zalayeta.
ESPULSI: 23 s.t. Cristiano per doppia ammonizione.

06 settembre, 2006

LA GRANDE INTER

Pasticca nerazzurra

[Espresso.it] Pillole nel caffè. Che Herrera dava ai giocatori. Molti dei quali sono morti. Un ex racconta il doping della Grande Inter. E chiama in aula tutti i campioni di allora. Colloquio con Ferruccio Mazzola.

Sono campioni che hanno fatto la storia del calcio italiano quelli che passeranno, uno dopo l'altro, in un'aula del tribunale di Roma a parlare di doping. Come Giacinto Facchetti, splendido terzino sinistro e oggi presidente dell'Inter; o come Sandro Mazzola, Mariolino Corso, Luis Suarez. E ancora: Tarcisio Burnich, Gianfranco Bedin, Angelo Domenghini, Aristide Guarneri. Tutti chiamati a testimoniare da un loro compagno di squadra di allora, Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, che vuole sentire dalla loro voce - e sotto giuramento - la verità su quella Grande Inter che negli anni '60 vinse in Italia e nel mondo.


«Non l'ho cercato io, questo processo: mi ci hanno tirato dentro. Ma adesso deve venire fuori tutto», dice Ferruccio.

A che cosa si riferisce, Mazzola?
«Sono stato in quell'Inter anch'io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l'allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno "il caffè" di Herrera divenne una prassi all'Inter».

Cosa c'era in quelle pasticche?
«Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro...».

Suo fratello?
«Sì. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi...».

A chi si riferisce?
«Il primo è stato Armando Picchi, il capitano di quella squadra, morto a 36 anni di tumore alla colonna vertebrale. Poi è stato il turno di Marcello Giusti, che giocava nelle riserve, ucciso da un cancro al cervello alla fine degli anni '90. Carlo Tagnin, uno che le pasticche non le rifiutava mai perché non era un fuoriclasse e voleva allungarsi la carriera correndo come un ragazzino, è morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli se n'è andato nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, il portiere di riserva, è morto nel 2002 per una cirrosi epatica evoluta da epatite C. Enea Masiero, all'Inter tra il '55 e il '64, sta facendo la chemioterapia. Pino Longoni, che è passato per le giovanili dell'Inter prima di andare alla Fiorentina, ha una vasculopatia ed è su una sedia a rotelle, senza speranze di guarigione...».

A parte Picchi e forse Tagnin, gli altri sono nomi meno noti rispetto ai grandi campioni.
«Perché le riserve ne prendevano di più, di quelle pasticchette bianche. Gliel'ho detto, noi panchinari facevamo da cavie. Ne ho parlato per la prima volta qualche mese fa nella mia autobiografia ("Il terzo incomodo", scritto con Fabrizio Càlzia, Bradipolibri 2004, ndr), che ha portato al processo di Roma».

Perché?
«Perché dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell'Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità».

Ma lei di Facchetti non era amico?
«Sì, ma lasciamo perdere Facchetti, non voglio dire niente su di lui. Sarebbero cose troppo pesanti».

Pensa che dal dibattimento uscirà un'immagine diversa dell'Inter vincente di quegli anni?
«Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all'Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere...».

Ma era solo nell'Inter che ci si dopava in quegli anni?
«Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti...».

De Sisti smentisce di essersi dopato.
«"Picchio" in televisione dice una cosa, quando siamo fuori insieme a fumare una sigaretta ne dice un'altra...».

E alla Lazio?
«Lì ci davano il Villescon, un farmaco che non faceva sentire la fatica. Arrivava direttamente dalla farmacia. Roba che ti faceva andare come un treno».

Altre squadre?
«Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all'Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Giuliano Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel '69?».

Ma secondo lei perché ancora adesso nessuno parlerebbe? Ormai sono - siete - tutti uomini di sessant'anni...
«Quelli che stanno ancora nel calcio non vogliono esporsi, hanno paura di rimanere tagliati fuori dal giro. Sono tutti legati a un sistema, non vogliono perdere i loro privilegi, andare in tv, e così via. Prenda mio fratello: è stato trattato malissimo dall'Inter, l'hanno cacciato via in una maniera orrenda e gli hanno perfino tolto la tessera onoraria per entrare a San Siro, ma lui ha lo stesso paura di inimicarsi i dirigenti nerazzurri e ne parla sempre benissimo in tv. Mariolino Corso, uno che pure ha avuto gravi problemi cardiaci proprio per quelle pasticchette, va in giro a dire che non mi conosce nemmeno. Anche Angelillo, che è stato malissimo al cuore, non vuole dire niente: sa, lui lavora ancora come osservatore per l'Inter. A parlare di quegli anni sono solo i parenti di chi se n'è andato, come Gabriella Beatrice o Alessio Saltutti, il figlio di Nello. È con loro che, grazie all'avvocato della signora Beatrice, Odo Lombardo, ora sta nascendo un'associazione di vittime del doping nel calcio».

Certo, se un grande campione come suo fratello fosse dalla vostra parte, la vostra battaglia avrebbe un testimonial straordinario...
«Per dirla chiaramente, Sandro non ha le palle per fare una cosa così».

E oggi secondo lei il doping c'è ancora?
«Sì, soprattutto nei campionati dilettanti, dove non esistono controlli: lì si bombano come bestie. Quello che più mi fa male però sono i ragazzini...».

I ragazzini?
«Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c'è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto».

05 settembre, 2006

COSE CHE NON HANNO PREZZO

[Juventus.com] Serie B Tim, 05 set 2006 - Ripartiamo insieme!
Sabato 9 settembre inizia per la Juventus la serie B. Una realtà che ancora non conosciamo, ma dalla quale dobbiamo e vogliamo ripartire con la grinta e l'entusiasmo che ha segnato ogni singola partita della nostra gloriosa storia. Comprendiamo la delusione di voi tifosi, ma è più che mai necessario il vostro supporto: vi conosciamo bene e sappiamo che quello non verrà mai a mancare, perché il vostro amore per la maglia bianconera, come spesso avete gridato, non retrocede. Ora è necessario concentrarsi sul futuro, finalmente sarà il campo a parlare. E lì ogni cosa ritrova la sua giusta dimensione. Troveremo tanti avversari nuovi, ma ugualmente forti e agguerriti. Li affronteremo come sempre: con il massimo rispetto e con la consapevolezza di avere l'enorme responsabilità di meritare, una volta di più, il vostro amore. Ce la metteremo tutta, per voi, insieme a voi!".

Ci hanno provato. Si erano scritti la sentenza per l'illecito "strutturato e reiterato". Avevano patteggiato la Serie B con una "congrua penalizzazione" in punti. Forse speravano che sarebbe arrivata la Zia Marisa a mettere a posto tutte le cose, come già nel 1980. E chissà quante altre volte ancora. Avevano detto: visto? noi siamo cambiati, abbiamo fatto pulizia! Pretendevano l'indulto. E invece, sai che ridere, sono stati presi alla lettera... Volete la B? Let it B!

Ventisei anni di attesa, ma ne valeva la pena. E ora, IMPAZZIRE DI CADETTERIA!

31 agosto, 2006

AGOSTO 2006: L'unica maglia di Sheva

IL BACIO DI "SHEVY"

L'estate del 2006 resterà nella storia. Non dico tanto la storia del calcio: il Calcio in questo paese è morto il 26 di luglio, e viva il Calcio. Mi riferisco alla storia individuale di ognuno di noi che, fino a pochi mesi fa, immaginavamo ci fosse ancora qualcosa da salvare. Il fatto è che la realtà si è spinta ben oltre la soglia dell'immaginazione. Che Moggi fosse un farabutto, lo avevamo capito dai tempi della monetina di Alemao (altro scudetto graziosamente sfilato al Milan dalla cupola dell'epoca). Che si scegliesse gli arbitri e i guardalinee anche per il Trofeo Berlusconi, onestamente, nessuno se lo sarebbe sognato: delirio di onnipotenza. Noi ci accontentavamo di credere alla teoria un po' romantica della "sudditanza psicologica", tutto sommato rassicurava immaginare che il condizionamento fosse solo telepatico. Era un calcio d'altri tempi, nipotino di quello epico degli Anni Sessanta, quando l'eufemismo ipocrita (tipicamente italiota) fu coniato con riferimento alla cosiddetta Grande Inter di Moratti padre e Italo Allodi: il papà spirituale e il mentore di Big Luciano. Leggere le intercettazioni delle telefonate di De Santis e annessa "combriccola romana" è stato come diventare adulti. In effetti, questa estate del 2006 è la stagione della perdita dell'innocenza.

Borrelli ha concluso, senza mezzi termini, che il calcio italiano è stato «un grande inganno ai danni dei tifosi». Penso spontaneamente a De Santis che ride in faccia ad Ancelotti, lo scorso agosto nel pantano di Ascoli. Poi penso ad Ancelotti che a Torino concordava il calendario con Moggi, il direttore sportivo che lo aveva scoperto molti anni prima alla Roma. E infine penso a Meani che, seduto in panchina con Ancelotti, guarda le bandierine «andare su» o «stare giù» sempre a senso unico, poi la sera chiama il designatore dei guardalinee Mazzei e dice che Galliani ne ha abbastanza. Il triste epilogo della vicenda, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. E noi allo stadio ad illuderci e deluderci? Viene da domandarsi cosa resti, dopo. Per quattro mesi siamo stati accerchiati, presi a bersaglio e coperti di fango. Hanno raccontanto che noi eravamo come la Juve, e se intanto loro si portavano a casa anche gli scudetti (oltre che i bigliettoni dei diritti televisivi) era solo perché Galliani era un po' più pirla di Giraudo. Ma non meno disonesto. La società ha tenuto un profilo basso, nel senso che ha lasciato dire. Il Presidente ha preso la parola una volta sola e per chiedere indietro due scudetti: Guido Rossi ha risposto nominando Borrelli all'Ufficio Indagini e preparando le carte per il Golpe degli Onesti. Poi il silenzio. Silenzio assenso? I legali hanno lavorato per salvare la pelle dell'amministratore delegato, mai il blasone del club: i grandi interrogativi sollevati a giugno restano tutti aperti.

I conti continuano a non tornare, o forse sì. Il nostro vicecapitano ha commentato che «se qualcuno ha detto che Juve e Milan hanno sbagliato, allora lo scudetto dell'Inter è giusto». Come scriverebbe il candido Cannavò: fatemi capire... E il bel capitano cosa dice? Non dice, oppure dice che la Serie A senza la Juve non è la stessa cosa. Personalmente, ne ho abbastanza: non voglio più guardare.

Sento che qualcuno ha avuto la forza di scandalizzarsi perché Shevchenko, all'esordio in blues nella Community Shield, naturalmente ha stampato il portiere del Liverpool - done this a few times before - e istintivamente ha baciato la maglia numero 7. Ancelotti ha persino ritenuto di dover ironizzare: «si vede che si è affezionato in fretta».

Il grande inganno continua. Ci parlano di sentimenti - dei nostri sentimenti - pur sapendo che in campo scendono semplicemente dei professionisti, per i quali la maglia è un indumento di gioco. Un indumento a colori. E in società siedono dirigenti per i quali i colori sono una voce di entrata del bilancio, al capitolo merchandising. Hanno teorizzato lo smantellamento dei vivai, perché «un grande club non può permettersi di aspettare un giovane: bisogna vincere subito!». Dimenticando che gli unici professionisti dai quali ci si può attendere un attaccamento sincero e non ipocrita alla maglia sono quelli che hai allevato in casa, con quei colori addosso. «Per dirla tutta, l'unica maglia che mi sentirei di baciare veramente è quella dell'Ucraina», ha chiosato Sheva. Come dargli torto.

Dopo trent'anni di abbonamento a San Siro, io dico che preferisco non guardare. Guarderò ovviamente molta Serie B, tutta la Champions League, e quel tanto di Premiership che basta a rifarsi il palato. Ma a scanso di equivoci, SHEVALOVE continuerà a vivere. Perché di autentico restano sicuramente i gesti del campo. Quelli che la Gazzetta dello Sport non potrà incidere sul dvd commemorativo dello storico scudetto Telecom. Restano 173 palloni scaraventati in fondo al sacco e i (pochi) titoli sportivi che quei gol hanno contribuito a conquistare, sul campo. E restano le emozioni che essi hano suscitato: su tutte, la notte magica di Manchester. Perché le grandi storie d'amore possono finire - e spesso purtroppo finiscono - ma i grandi amori non finiscono. MAI.